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Enrico Berlinguer

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Una conversazione con Filippo Ceccarelli / "Questi qua" al potere

Il mostro, come lo chiama, l’autore è un tomo di 958 pagine dove si racconta la storia della politica italiana e dei partiti cominciando dai grandi dominatori della prima repubblica, i democristiani, sino ad arrivare a “questi qua”, ovvero gli attuali governanti gialloverdi. S’intitola Invano per indicare che è tutto vano, inutile, che il potere è vanità delle vanità, come dice l’Ecclesiaste. Filippo Ceccarelli, romano, firma di “La Repubblica”, è l’archivista e il commentatore curioso e onnivoro di un cinquantennio della nostra vita nazionale. Dopo i democristiani, dalle origini ad Aldo Moro, ci sono Craxi e i rampanti, la caduta e il marasma di Segni e Di Pietro, quindi i barbari della Lega con Bossi, e i comunisti, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni, i fascisti, il lungo ventennio berlusconiano, infine l’Ulivo che prende fuoco, ed eccoci qui, ai giorni nostri.   Filippo Ceccarelli: Comincio dalla metà degli anni Sessanta, quando ho iniziato a occuparmi di politica, ma c’è anche il prima. Quando incontravo i grandi, Nenni e Moro, necessariamente mi documentavo; sentivi in loro il peso dell’esperienza e l’importanza che avevano avuto.   Marco Belpoliti: Tutto questo...

Sogno

In una delle ultime puntate della seconda serie del Trono di Spade, uno dei rappresentanti dei Tredici, associazione di potenti mercanti della favolosa città di Qarth, fiorente porto commerciale oltre la Desolazione Rossa, dice alla Regina dei Draghi che no, non l’aiuterà, non le offrirà una delle sue navi affinché lei possa solcare il Mare Stretto e andare a riprendersi il trono usurpato che le spetta di diritto, perché lui è un commerciante, e basa i suoi affari sul calcolo delle probabilità e non sui sogni o sulle speranze. In effetti, non ha tutti i torti, la “politica dei sogni” è pericolosissima, fanno comodo, i sogni, alle promesse elettorali che già si sa non potranno mai essere mantenute. Eppure, lo stesso, è un peccato. I sogni dovrebbero essere la base sulla quale costruire la realtà. Fino a quando la parola ‘sogno’ non è stata usurpata e banalizzata dai venditori di fumo, è stata il fuoco attorno al quale si sono radunati milioni di persone che hanno provato a condividerlo.   Illustrazione di Karen Lynch. Il sogno della sinistra era quello di una società più giusta, nella quale i diritti di tutti avessero pari valore e dignità. C’è una bellissima...

Perché non si racconta che a Bologna vennero intellettuali da tutta l’Europa? / L'altro 1977

Quando entro in aula, dove ho insegnato tutta la vita, e vedo i ragazzi che finalmente liberi dalla disciplina della scuola sviluppano rapidamente e con competenza una visione del futuro che abiteranno con scienza e poesia, porto con me le splendide atmosfere intellettuali della mia giovinezza. Da Gianni Celati e Umberto Eco a Giuliano Scabia o Pietro Camporesi, i nostri cattivi maestri, come si diceva allora, o almeno quelli che sono stati i miei, riempivano le aule non solo di studenti, ma di idee e discussioni. Bologna era negli anni ’70 un’università-fucina straordinaria. Giornali, seminari, collettivi, radio. Invece si riparla sempre del ’77 bolognese a partire dalla violenza. Foto di fazzoletti tirati sopra il viso, i blindati che entrano la città universitaria come a Praga nel ’68, salvo che il tono degli articoli italiani non simpatizza davvero con lo studente ucciso o con gli studenti che vennero arrestati, se mai ribadisce che erano untorelli, per usare il termine ripreso dai promessi sposi da Enrico Berlinguer in un comizio a Piazza Maggiore.   È un’epoca lontana e la memoria trasforma i fatti, per me come per altri, ma rivedere quanto facilmente si ricrea lo...

Pugni chiusi, risate, abbracci

Sette anni fa il segretario piangeva. Piero Fassino, arrivato alle fine delle 27 cartelle del suo discorso, era al suo ultimo comizio da leader del partito. Erano commossi anche i dirigenti politici alle sue spalle. Lacrime pure tra i militanti, in totale circa 5omila ad ascoltare sotto la pioggia, sul prato del parco Nord di Bologna. Era il 16 settembre 2007, un cielo grigio, dopo giorni torridi. Sotto il palco si vedeva ancora qualche bandiera rossa.   Fassino passava il testimone, neanche un mese dopo ci sarebbero state le primarie che avrebbero eletto Veltroni primo segretario del Pd. Il giorno dopo il direttore dell'Unità, Antonio Padellaro, elogiava il segretario nel suo editoriale intitolato «la forza di Piero». Era stata l’ultima celebrazione di un partito che allora si chiamava Ds e che da lì a poche settimane si sarebbe sciolto. La fine di una storia: la cerimonia conclusiva dell'ultima festa nazionale dell'Unità.   Sette anni dopo la festa dell’Unità risorge. Riportata in vita da Matteo Renzi, dopo un purgatorio di sei edizioni come Festa Democratica. «Chi è quel pazzo che...

Un selfie con Enrico Berlinguer

Quando c’era è nel titolo, Addio è invece la prima pagina spiegazzata dell’Unità con cui si apre il film. Walter Veltroni dichiara così fin da subito nel suo primo film – Quando c’era Berlinguer – che le sue intenzioni non sono quelle del racconto, ma dell’enunciazione, della citazione. Non un ricordo di Berlinguer, intimo o politico che sia, ma la dichiarazione di una nostalgia, a tratti anche di una rivalsa tutta votata al presente. Tra i vari testimoni interpellati da Veltroni mancano solo gli esponenti della sua generazione, i suoi diretti concorrenti si potrebbe dire o ancora i suoi compagni, mancano i  cosiddetti berlingueriani. Tutti compaiono solo etichettati sotto la vaga categoria generalista dei “giovani”. E qui Veltroni compie due movimenti: in uno certifica l’azione politica di Giorgio Napolitano che oggi, a novant’anni, comunque sia regge il sistema politico; nell’altro evita di evidenziare la sconfitta di una generazione saltandola a piè pari, citando giusto qualche fuoriuscito da Ferdinando Adornato a Giuliano Ferrara per i soliti usurati birignao d’...

Il desiderio di Francesco Piccolo

Il titolo dell’ultimo libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, rivela non tanto un’ambizione politica più o meno discutibile, ma più precisamente un sentimento privato. Il racconto è infatti incentrato attorno al bisogno di un desiderio (come per altro nel romanzo che lo precede, La separazione del maschio) e non di una volontà, sentimento più fortemente politico. E non è un caso che l’educazione politica e sentimentale dell’autore spesso s’intrecci davanti a quel totem che è la televisione, tanto più in Italia. Piccolo, chiuso in casa, seduto in camera dei genitori o nel salotto, non partecipa, ma guarda e gli avvenimenti storici diventano eventi televisivi. Così è per gli eventi sportivi che formano in maniera traslata la sua identità politica e così è per i funerali di Berlinguer. Io ho visto e non Io c’ero, quasi un riassunto del sintomatico atteggiamento della sinistra italiana degli ultimi trent’anni, osservatrice incapace d’incidere nella realtà italiana e nel suo conseguente tracollo, se non forse nella...

Cisco: una famiglia operaissima

Stefano Bellotti, in arte Cisco, è del 1968. È nato e cresciuto a Carpi. A ventiquattro anni incontra i Modena City Ramblers e diventa uno dei due cantanti del gruppo. I MCR riescono a fare convivere nei loro dischi la passione musicale per l’Irlanda e per il suo folk insieme a testi di lettura e critica della realtà del proprio tempo. Attraverso alcune canzoni come ‘Bella ciao’ o ‘Al Dievel’, Cisco e i MCR attuano un particolare recupero della memoria della guerra e della Liberazione che riesce a coinvolgere anche i più giovani tra il loro pubblico raccontandogli storie lontane nel tempo. Dal 2005 Cisco ha intrapreso una carriera da solista.   Il testo che segue descrive qualche aspetto della vita di Cisco: l’infanzia a Carpi, gli anni Settanta e i suoi ricordi, l’immaginario in cui è cresciuto. Un’Emilia molto di sinistra, in balia di forti cambiamenti come l’abbandono delle campagne e la crescita del lavoro industriale, ma ancora fortemente ancorata alla memoria della Resistenza, ritenuta una esperienza che fonda il nuovo vivere nel dopoguerra.     Enrico...

La canotta

Umberto Bossi è il politico dei gesti: il dito medio, la mossa dell’ombrello, la pernacchia, o il gimme five!, “dammi cinque”, tipico dei giocatori americani. In tempi recenti ha più volte reiterato il gesto del dito medio, la “spinta del medio”, come è chiamata, un gesto fallico, di erezione, vecchio di oltre duemila anni, noto ai Romani, i quali si riferivano, scrive lo zoologo Desmond Morris, al dito medio come dito imprudente ed osceno. Nel caso del Senatur si collega invece a una retorica leghista di tipo maschilista, di cui Bossi si è fatto più volte promotore: l’affermazione che i Padani “ce l’hanno duro”.     Uno studioso dei gesti, Claudio Franzoni, ha sottolineato come si tratti di gesti da bar: far ridere la compagnia dei maschi al Bar Sport. Il senso di queste posture è perfetto: il politico è uno di noi, è come noi. Non, dunque, un intellettuale, un professore, un professionista della politica, uno probabilmente migliore di noi, da ammirare, bensì proprio uno identico a noi, se non addirittura uno inferiore a noi. Segna un...