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Enzo Moscato

(8 risultati)

Una conversazione / Toni Servillo o del mestiere di attore

Una musica d’altri tempi, lontana, proveniente forse da una radio, forse da un grammofono. La voce di Mistinguette. Francia, anni ‘40, una sala del Conservatoire, la scuola d’arte drammatica, quasi un’isola nel buio. Un giovane attore, compunto, ripassa un copione, Entra un altro ragazzo. Una ragazza irrompe di corsa. Studiano, tutti studiano la parte, finché non arriva il maestro, Louis Jouvet, grande attore, attore raffinato, intellettuale, in cerca d’anima nei personaggi sulla scena e interprete di pellicole popolari. Inizia, soprattutto con la ragazza, Claudia, un vero corpo a corpo per entrare nel monologo che Elvira rivolge a Don Giovanni, nel quarto atto della commedia di Molière, quella meravigliosa parte in cui la donna ammonisce il libertino a temere l’ira di Dio e a convertirsi, trasponendo tutto l’amore carnale che provava per lui, quel fuoco della passione che l’ha portata ad abbandonare il convento, in una nuova passione spirituale, in ammonimento a pentirsi della vita scellerata e a ritrovare una dimensione più umana.   Quell’isola circondata dal buio, quel naviglio in acque tempestose, rivive stasera, 19 gennaio, sul palcoscenico del teatro Bellini di Napoli,...

Neapolis Babbilonia / Enzo Moscato, inabissamento a Spentaluce

La voce sembra faticare a uscire. Si fa nasale, si ingola, si slancia nell’afonia, oltre. Cerca eco dentro il corpo, soffio, carne (Lingua, carne, soffio si intitolava un suo indimenticabile spettacolo dedicato ad Artaud). L’io si sdoppia in altro, si liquefà e si cerca in qualcosa di occulto, che forse sta in un’altra dimensione, facendosi veggente sulle orme di Rimbaud. Rose di plastica, coppe dorate, sedie spaiate, vaporose organze di fuoco, drappi rossopassione vistosi e insignificanti, finte torte di compleanno con vere candeline, coroncine, ancore sedie, tavoli, croci storte di legno e di cartone e altro ciarpame scenico si accalcano a disegnare il campo dell’assenza, quel pieno barocco trasformato in kitsch dei quartieri spagnoli che orna un vuoto abissale. Napoli, Neaples, Partenope, come la sirena dalle voci dolcissime e micidiali, diventa Babilonia, anzi Babbilonia, o, come nell’ultimo spettacolo, Spentaluce. L’eco della voce cantante, strillante, svanente, e quello del sole mediterraneo da cartolina, i loro riverberi, sono presente e passato, vivi e morti, corpo e altrove.   Enzo Moscato è una figura quasi unica nel teatro italiano. Quasi, perché è imparentabile,...

Conversazione con Enzo Moscato / Il teatro, eterna replicanza dell’altro

Se dovessimo identificare un diretto discendente di Antonin Artaud, quello sarebbe Enzo Moscato. Le anomalie e gli ossimori caratterizzano tutta la sua produzione artistica e drammaturgica. Pensiamo alla sua doppia natura di autore e attore che lo vede simultaneamente artefice della scrittura e del suo prendere corpo, voce e senso sulla scena; alla sua doppia e triplice funzione da un lato di autore attore sperimentale alla maniera di Carmelo Bene, dall’altro perfettamente inserito nella tradizione di capocomico di una compagnia che raccoglie alcune tra le forze migliori del teatro napoletano.    Uscito come uno spiritillo dalle macerie del terremoto dell’80 che sconvolse Napoli e ne cambiò la geografia anche teatrale, Moscato fa parte, assieme a Annibale Ruccello, Antonio Neiwiller, Tonino Taiuti, di quella che fu definita la “nuova drammaturgia” post eduardiana che prendeva in carico la Tradizione con tutto il suo portato di tradurre e portare avanti ma anche e soprattutto tradire. Nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli, “gineceo narrante” dal quale ha attinto gran parte dell’immaginario che popola il suo universo teatrale, la filosofia post strutturalista è la lente...

Città in scena / I teatri di Napoli

Una volta Antonio Latella, durante un incontro pubblico al teatro Nest di San Giovanni a Teduccio in occasione dell’allestimento di MA, a proposito di Napoli disse: «È l’unica città italiana che potrebbe essere veramente la città europea del teatro, ma non ha le teste per poterlo diventare. Un giorno, probabilmente, i figli uccideranno sia i padri che le madri e avranno la forza per ricominciare e, da quello che vedo, qualcosa si sta già muovendo». Era giugno 2015, si veniva da Natale in casa Cupiello che a trent’anni dalla morte di Eduardo, ha (ri)aperto il discorso sulla necessità di considerare la tradizione (trado) anche nella sua sana accezione di “tradire”; si trattava di uno dei primissimi incontri pubblici al Nest che oggi è uno dei luoghi di riferimento del panorama teatrale napoletano; il Teatro Mercadante – che mentre scrivo è chiuso da oltre un mese per inagibilità – era appena rientrato nella fortunata cerchia dei teatri nazionali voluta dalla riforma Franceschini.   Quella chiacchierata con Antonio Latella, attuale direttore della Biennale di Venezia, fu molto significativa, non solo perché il regista non ritornava da molto tempo nella città dove tutto per lui è...

Come cambia la lingua / Il rap e il napoletano

È uscito in questi giorni Lo stato della città (a cura di Luca Rossomando, Monitor edizioni). Un profilo dell’area metropolitana di Napoli che abbraccia tutti gli ambiti, dall’urbanistica all’ambiente, dall’economia al lavoro, dalle politiche sociali e sanitarie fino alla produzione culturale. Un  volume di 536 pagine, con 86 articoli, saggi, storie di vita, grafici e tabelle con i dati più aggiornati. Un libro collettivo – firmato da 68 autori – che si propone come supporto denso e affidabile per una discussione sulla città finalmente al riparo da stereotipi e semplificazioni.  Il testo che segue – una riflessione sull’uso e le trasformazioni recenti della lingua napoletana – è un estratto dell’articolo che apre la sezione dal titolo “La città immaginata”, dove si prendono in esame le ultime rappresentazioni della città offerte da cinema, televisione, teatro, musica e letteratura.     Mai possibile che per avanzare debba inevitabilmente morire qualcuno?  Me lo chiedevo osservando gli schizzi di sangue dei moscerini schiacciati sul parabrezza del bus che a centocinquanta all’ora, su una deserta autostrada del sole, mi scarrozzava da sud a nord, qualche...

Carmen, l'amore dissoluto

Esistono pagine della nostra letteratura europea che, pur appartenendo ad altre epoche storiche, hanno mantenuto nei tempi attraversati una sorprendente capacità di aderenza all’attualità: opere che sanno trovare al loro interno un potenziale di modernità che le proietta nell’oggi e nelle questioni che lo animano. Carmen di Prosper Mérimée è certamente una di queste opere. Soprattutto attorno a questa novella si sviluppa il lavoro di Mario Martone in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 19 aprile.   Con questa produzione del Teatro di Roma e dello Stabile di Torino, si rinnova il sodalizio tra Martone ed Enzo Moscato, autore di Lacarmèn, stesura napoletana dalle pagine di Mérimée, creata ad hoc per questa occasione. Nella riscrittura sono introdotte alcune novità importanti, come l’ambientazione dell’opera a Napoli, città che non solo fa da sfondo all’opera, ma che si erge a vero e proprio cosmo di azione, con le sue caratteristiche contradditorie e fascinose. Si passa così dalla originale Siviglia e dall’universo andaluso alle stradine dei Quartieri...

Ubulibri

Questa voce potrebbe anche chiamarsi Patalogo o Franco Quadri. Ma piuttosto che intitolarsi al critico scomparso il 26 marzo del 2011, questa voce richiama la sua principale impresa teatrale, l’invenzione di una casa editrice che ha seguito e stimolato lo svolgersi della scena, usando come braccio “armato” quel capolavoro di critica in movimento che è stato l’annuario del teatro fondato nel 1979, un “catalogo” con la p della patafisica, la scienza delle soluzioni dettate dall’immaginazione inventata da Alfred Jarry, il padre del grottesco re Ubu.   La casa editrice apre i battenti nel 1977. Il primo Patalogo racconta la stagione 1977-78. Siamo nel pieno degli anni settanta, ma anche sulla china del loro esaurimento, alla svolta di un periodo preciso della nostra storia, tra il marzo bolognese e l’assassinio di Aldo Moro. Stiamo avanzando verso gli anni detti di piombo (o di eroina), verso le febbri del sabato sera, verso la riscoperta del privato (il motto “il personale è politico” coniugato a “tutto fa spettacolo”): stiamo saltando, insomma, nel postmoderno (nella coscienza del...

Nuova spettacolarità

Diverse definizioni possiamo rievocare per figurare la scena degli anni ottanta, una realtà in esaurimento e in movimento, in trasformazione. Giuseppe Bartolucci, critico-guru di varie generazioni della sperimentazione teatrale, parla di “nuova spettacolarità”; Oliviero Ponte Di Pino, in un libro che raccoglie le esperienze più significative del periodo, sottolinea la ricerca di “una grammatica del presente”.   Magazzini Criminali, Sulla strada (1982)   O forse dobbiamo piuttosto scattare varie istantanee. Una coreografia ossessiva e barbara, sotto cieli tropicali e ardori desertici, con luci coloratissime, musiche iterative a avvolgenti, in Sulla strada dei Magazzini Criminali di Sandro Lombardi, Federico Tiezzi e Marion D’Amburgo, il nomadismo elettronico innestato sul tronco del vecchio Kerouac (1982). Un correre dei personaggi attraverso ambienti disegnati con tratto da fumetto in Tango glaciale di Falso Movimento con la regia di Mario Martone (1982). Il balletto antigravitazionale, nella metropoli incombente, in vari spettacoli della Gaia Scienza e di Giorgio Barberio Corsetti. Il teatro si fa danza. La...