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Francesco Petrarca

(21 risultati)

Venerazione di Arquà / Petrarca in collina

Ogni epoca, per oscura che appaia, ha le sue stelle. Già in vita Francesco Petrarca è una star del suo tempo. Qualcuno dirà: felice l’epoca che ha avuto una stella di quest’ordine. Se l’astronomia si occupa delle stelle celesti, visibili e invisibili, e l’astrologia di quelle altrettanto potenti del nostro immaginario, la scienza delle stelle terrestri è indubbiamente l’aneddotica. Quella del poeta ad Arquà è estremamente ricca, a dispetto della tranquillità che l’uomo viene a cercare da queste parti, nella cornice idilliaca dei Colli Euganei. In questo borgo Petrarca si trasferisce nel 1369 in cerca di isolamento e di silenzio, a ritrovare la Valchiusa che tanto aveva ispirato le sue canzoni,. In una lettera inviata a Francesco Bruni nel 1371 scrive: “Fuggo la città come ergastolo e scelgo di abitare in un solitario piccolo villaggio, in una graziosa casetta, circondata da un uliveto e da una vigna, dove trascorro i giorni pienamente tranquillo, lontano dai tumulti, dai rumori, dalle faccende, leggendo continuamente e scrivendo”. Qui lo schema sembra essere lo stesso che aveva opposto ad Avignone – la Babilonia della cattività francese dei papi cattolici – il paesaggio della...

Gli Appennini al tempo di Google / Il bel paese ch’Appennin parte e ’l mar circonda e l’Alpe

Gli Appennini costituiscono non solo la colonna vertebrale del nostro paese, ma anche uno degli ambienti più importanti dal punto di vista geografico, territoriale e paesaggistico. Sono anche l'Italia più negletta e dimenticata, seppur molta parte dell'identità italiana deriva dai borghi e dai paesi lì arroccati, o alle sue falde. Abbiamo pensato di dedicare uno speciale agli Appennini nella loro estensione dal Nord al Sud, cercando di capire cosa sono e cosa potrebbero essere nel prossimo futuro. Un'indagine e una riflessione, che ci auguriamo possa aiutare dopo i terremoti degli ultimi decenni a riscoprire questo terriotrio montuoso così importante per tutti noi. La serie sarà coordinata da Maurizio Sentieri e riprende parte del lavoro di scandaglio e narrazione realizzato in occasione dello speciale precedente Paesi e città.   Le parole del Petrarca restituiscono tutta l’essenza dell’Italia nel XIV secolo: quello il “bel paese”. Un’immagine che può sembrare vera ancora oggi, nei giorni di Google. Basta digitare “Italia geografia” sul motore di ricerca, e moltissime immagini evidenzieranno in un insieme unico Mar Mediterraneo, Alpi, Appennini, questa la “triade” per...

Un verso, la poesia su doppiozero / Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Erano i capei d’oro a l’aura sparsi. Il verso, molto noto, apre il sonetto XC del Canzoniere di Petrarca. Un sigillo e quasi un’impresa della poesia petrarchesca: il verbo sdrucciolo d’avvio – erano – che dispone l’immagine in un tempo imperfetto, allontanando quel che è rappresentato;...

Un verso, la poesia su doppiozero / Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono : frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Leopardi, A Silvia: il verbo da cui questo verso dipende, da cui pende come una collana, sta nel verso precedente: splendea. “Quando beltà splendea /negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”. Ridenti e fuggitivi: due modi dell’apparire, contrastanti, accostati per la prima volta nella...

Scrivere una canzone

In altri contesti culturali (penso soprattutto agli Stati Uniti) manuali come questo Scrivere una canzone si trovano ad ogni angolo; in Italia sono una rarità. Nella nostra cultura – ancora profondamente crociana, nonostante tutto – l’idea che la scrittura “creativa” (la poesia!) possa essere oggetto di insegnamento, continua a incontrare molte resistenze. Gli autori del volumetto, Giuseppe Anastasi e Alfredo Rapetti (figlio di Giulio, in arte Mogol), si sono lasciati il problema alle spalle: da tempo, in qualità di affermati parolieri professionisti, mettono la loro esperienza a disposizione degli iscritti al Centro Europeo di Toscolano (CET), l’“università della canzone” fondata da Mogol. Da loro ci si aspetterebbe dunque un approccio pragmatico, artigianale, alla composizione di testi per musica.     In effetti, alcuni capitoli (i meno stimolanti, inevitabilmente) sono dedicati agli aspetti tecnici della scrittura per musica, al verso, alla rima, alla metrica in genere, al rapporto con la melodia e con l’interpretazione vocale. Ma i due non sono americani. Al loro italianissimo amor...

Un’ascesa al Monte Ventoso

“Il monte Ventoux, in Provenza, si presenta come una nuda montagna isolata e perciò esposta in ogni sua parte all’influenza degli agenti atmosferici ed è, per la sua altitudine, tra le Alpi e i Pirenei, il punto culminante della Francia”. Così Jean-Henry Fabre presenta il mitico e calvo monte nei Souvenirs entomologiques, opera grandiosa in 10 volumi che costituisce davvero una summa della scienza e della filosofia della natura scritta in un periodo che va tra il 1879 e il 1907. Quest’opera, che fa di Fabre il padre dell’entomologia moderna ispirò anche Charles Darwin che di lui ebbe una grande stima al punto da definirlo un osservatore “inimitabile” del mondo degli insetti. La lettura del suo capitolo intitolato “Un’ascesa al monte Ventoux” ispirò pure me, giovinetto, ad una sortita in quelle assolate parti di Provenza. Da sempre, infatti, la Provenza era per noi apprendisti entomologi un mito. Laggiù, negli sterminati campi di lavanda profumata, o nelle enormi distese di giallissimi girasoli e nelle praterie rosse di papaveri, sotto il sole che fa maturare gustosi poponi,...

Giovanni Guidiccioni / Dal pigro e grave sonno ove sepolta

Giovanni Guidiccioni (1500-1541) intitolò alla Patria un’intera sezione delle sue Rime: il suo petrarchismo civile è testimoniato in maniera esemplare da questo sonetto, piccolo compendio di variazioni sul motivo ormai topico del compianto dell’Italia.     Dal pigro e grave sonno ove sepolta sei già tanti anni, omai sorgi e respira e disdegnosa le tue piaghe mira, Italia mia, non men serva che stolta.   La bella libertà, ch’altri t’ha tolta per tuo non san’oprar, cerca e sospira, e i passi erranti al camin dritto gira da quel torto sentier dove sei volta.   Ché se risguardi le memorie antiche, vedrai che quei che i tuoi trionfi ornâro, t’han posto il giogo e di catene avvinta.   L’empie tue voglie, a te stessa nemiche, con gloria d’altri e con tuo duolo amaro, misera! t’hanno a sì vil fine spinta.     Edizione di riferimento: Giovanni Guidiccioni, Rime, a c. di F. Coppetta Beccuti, Laterza, Bari 1912.

Antonio Tebaldeo / Ad Italiam

Anche un prolifico poeta cortigiano (fu, tra l’altro, segretario di Lucrezia Borgia e protetto da papa Leone X) come Antonio Tebaldi detto il Tebaldeo (1463-1537) si provò, con esiti tutt’altro che trascurabili, in una serie di sonetti all’Italia: in uno di essi, personificata, essa è addirittura, metonimicamente, “corpo ausonio”. In questo, invece, con una citazione quasi letterale dal Petrarca di Spirto gentil, appare piuttosto sciatta e trasandata, “pigra e lenta” “oziosa, vechia e sonnolenta!”. Ci vorranno ancora tre secoli prima che Mameli ne annunci il risveglio.     Che fai? Che pensi? A che stai pigra e lenta? Sorgi! Non dormir più! Svégliate ormai! Odi i pianti, i lamenti! Ascolta i guai, Italia oziosa, vechia e sonnolenta!   Como sei nel tuo mal sì poco attenta? Sei sorda o muta? Opur stima non fai? Volgite, cieca, indietro e vederai toe gente perse e la tua forza spenta.   Un Pirro, un Brenno, un Serse, uno Anniballe, un Mitridate, un gallico furore, un strepito de’ Gotti in te s’è...

Giosuè Carducci / Presso la tomba di Francesco Petrarca

“L’Italia è un’espressione geografica”, sanciva sprezzante Metternich, volendole negare dignità di nazione e indipendenza politica. Sebbene al giorno d’oggi, nell’Italia del tempo presente, una battuta come quella del celebre cancelliere asburgico la si potrebbe considerare lusinghiera e benevola, piuttosto che sprezzante (sarebbe rassicurante, al tempo della Lega nord e di scuole pubbliche etniche marchiate col sole delle Alpi, sapere che l’Italia è ancora quantomeno un’espressione geografica), vale ancora, per efficacia e senso della storia, la risposta di Giosuè Carducci, strategicamente pronunciata Presso la tomba di Francesco Petrarca.     Quando il principe di Metternich disse l’Italia essere una espressione geografica, non aveva capito la cosa; ella era una espressione letteraria, una tradizione poetica. Quell’oblio o quella condanna delle nella terra dei guelfi e dei ghibellini, quella concordia predicata nella terra delle mille e mille guerre municipali, fu veramente una nobil poesia che incomincia dal canzonier dell’amore. Io non so se sia vero ciò...

Il lutto del tutto

Amore e morte, per eccellenza, sono i temi della poesia. Uniti in un vincolo tenace, stabile proprio perché soggetto a tutte le metamorfosi, tutte le contraddizioni. Ed è così almeno da quando i fondatori della nostra lingua, nonché della poesia moderna, Dante e Petrarca, hanno avuto in sorte la “grazia ben formidabile” (così una volta, più tagliente che mai, Edoardo Sanguineti) del fatto – storico quanto mitobiografico – che “l’amata muore”.   Poeta per antonomasia petrarchesco si è mostrato, sin dagli esordi di Dietro il paesaggio (1951), Andrea Zanzotto. Così lo presentava infatti, nel ’54, il suo primo grande sponsor Ungaretti: di fronte al “segreto d’un panorama”, ogni giorno riscoperto e nondimeno sempre uguale, non si poteva che pensare al “Canzoniere del Petrarca dove da sonetto a sonetto appare sempre lo stesso fantasma, ma l’animo da sonetto a sonetto si modula a un grado diverso”. Esibitamente e quasi provocatoriamente Petrarca, dunque: nel tempo, il secondo Novecento, del massimo culto per Dante. Così fra l’...

Stefano Dal Bianco. Alla mia stufa, alla fatica

  Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.   Stefano Dal Bianco ha abitato a Padova, Milano, Torino e ora vive in provincia di Siena, dove è ricercatore all’università. Il suo ultimo libro di poesia è Ritorno a Planaval, (Mondadori 2001). Ha pubblicato studi sulla metrica di Petrarca, Ariosto e Zanzotto. Di Zanzotto ha anche curato il Meridiano Mondadori nel 1999.      Alla mia stufa, alla fatica     Per poterla riattizzare presto la mattina dopo e trovare anche la stanza meno fredda ogni sera faccio in modo che si crei un bel letto di braci per il ciocco che vi depongo prima di chiudere la presa d’aria.   Questa sera le braci sono molte, anzi moltissime: una vera montagna incandescente con tutte le valli, a ombrìo e a solatìo e con torrenti e fiumi e laghi rossi e neri sbuffi e feste di paese…   Io mi sono fermato...

Biennale 2011 / Ospedale Italia

Il meccanismo di selezione dei curatori e, di conseguenza, degli artisti, nei padiglioni nazionali della Biennale di Venezia non è dappertutto uguale. Come dei piccoli consolati artistici autonomi, ogni singolo padiglione può decidere cosa presentare (e come) all’interno delle proprie mura. Delle mura ‘storiche’, o meglio, permanenti, per quei padiglioni che, a partire dai primi anni del Novecento si sono impiantati nei Giardini; altre provvisorie come le tante sedi sparse a Venezia per mancanza di spazi all’interno della piccola città nella città che è la Biennale di Venezia. Proprio perché rappresentanze ufficiali di una nazione è il Ministero della Cultura di ogni singolo Paese che prende le decisione a riguardo. I criteri di scelta, però, possono davvero essere molto diversi tra loro. In genere il Ministero delega, per competenza, la scelta di artista e/o curatore a un museo; altre volte dispone di commissioni di esperti. Il comune denominatore resta la ricerca delle personalità artistiche migliori per esprimere la parte più rappresentativa della creatività e della capacità artistica che uno stato può esprimere.   Proprio per tali caratteristiche molti artisti,...

Il Ponte: vecchie e nuove mitologie

Il ponte, artefatto umano che unisce spazi divisi per natura, ha sempre avuto un che di sacro. In guerra, i ponti si erigono e difendono, si conquistano e s’abbattono. In pace, li si usa per viaggi e commerci. Nella Roma antica il pontefice è qualcuno che costruisce e custodisce ponti, personaggio talmente importante da assumere il ruolo di capo religioso.   Se non si tiene a mente questo pedigree al tempo stesso storico e politico non si capisce bene la vicenda del Ponte per antonomasia: quello che, unendo Sicilia e Calabria, farebbe le nostre sorti magnifiche e progressive. Lo ha capito Aurelio Angelini, che in un libro recente intitolato appunto Il mitico Ponte sullo stretto di Messina (FrancoAngeli) ne parla come di un oggetto mitologico. Questa prerogativa, permettendo di collegare passato e presente, fantasiose leggende e progetti faraonici, svela l’ideologia sottostante a questa entità immaginaria che tanto incide sulla nostra vita materiale, a questo simbolo capace di produrre (e sperperare) tanto denaro senza nemmeno avere quel minimo sindacale che di solito si chiede a chiunque: esserci.   Il ponte, riflettendoci, è...

Francesco Petrarca / O d' ardente vertute ornata et calda

Bel paese. La prima occorrenza degna di nota della celebre dittologia coniata da Dante si trova nel Canzoniere petrarchesco. Precisamente in un sonetto che con un certo azzardo potremmo definire geografico, il CXLVI: dopo una sequenza formidabile di metafore in lode dell'amata, il poeta prende atto dell'impossibilità di diffondere i suoi versi – e con essi il nome, pur omesso, di lei – fino ai confini del mondo conosciuto (Tyle è la terra che gli antichi consideravano l'ultima fra tutte; il Battro è un fiume della Scizia: l'attuale Balkh, in Afghanistan; Tana è il Tanai ovvero il Don; Calpe è una delle due colonne d'Ercole, sulla rocca di Gibilterra). E dal momento che per il world wide web ci vorrà ancora qualche secolo, gli basterà sapere che risuonerà per la penisola (dunque, per metonimia, che lo conosceranno gli italiani). A dar man forte a Petrarca e a suggellare la formula antonomastica ci penserà Madame de Staël, la quale in epigrafe al suo Corinna o l'Italia apporrà gli ultimi versi del sonetto.     O d' ardente vertute ornata et calda...

Mosaico di identità e identità-mosaico

Se dal punto di vista culturale oggi si ammette senza remore che la retorica risorgimentale, quella che avrebbe dovuto “fare gli italiani”, fu insopportabile, asfittica, decrepita già appena nata, piena di moralismo e ampollosità, vetusta nel linguaggio, nelle immagini e nei simboli, è pure vero che l’Italia ha trovato un’identità nazionale in primo luogo nella letteratura e nella lingua letteraria, con l’opera di Dante, Boccaccio e Petrarca fino a Bembo e poi Manzoni.     Il linguaggio è la casa dell’Essere, scrive Heidegger, e nella sua dimora abita l’uomo. Viviamo da sempre nel linguaggio, e la nostra capacità di costruire nuove interpretazioni dell’esperienza e di articolare le relazioni tra le parti di cui si compone si fonda sempre nel preliminare contesto linguistico e culturale nel quale ci troviamo situati. Il linguaggio, inoltre, è anche il mezzo grazie al quale veniamo a conoscere altre interpretazioni dell’esperienza. Così, nell’interpretare un segno, un testo, una cultura, contemporaneamente un soggetto interpreta anche se stesso....

Giacomo Leopardi / All'Italia

La plurisecolare tradizione inaugurata da Italia mia di Petrarca arriva fino a questa canzone civile di Leopardi ventenne. Se per l'appunto il testo risente ancora, nel suo andamento retorico, dei gravami ereditati da quei modelli – ed è ancora lontano dalla splendida fluidità dei canti della maturità – nondimeno li rinnova profondamente, attualizzandoli. La chiave su cui si regge l'impianto discorsivo della lirica sta probabilmente nell'avversativa del quarto verso (e più precisamente in una parola decisiva per il sistema di pensiero leopardiano: gloria): da una parte le vestigia inerti della memoria italiana (e dunque, di fatto, la sua crisi), dall'altra lo scacco del presente, l'impossibilità di un riscatto nell'orizzonte della Restaurazione (“Poi che dormono i vivi; arma le spente / Lingue de' prischi eroi”, implorerà polemicamente Leopardi, un anno dopo o poco più, Ad Angelo Mai). E ancora qualche anno dopo annoterà nello Zibaldone: “Come può il poeta adoperare il linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d’una generazione d’uomini per...

Francesco Petrarca / Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

Forse la più nota delle poesie civili dedicate all'Italia, di certo la più amata dai nostri letterati – da Machiavelli a Leopardi – , Italia mia (Canz. CXXVIII) rimarrà l'insuperato modello archetipico per una cospicua serie di imitazioni e variazioni che attraversa l'intera tradizione classicistica. Petrarca intona il suo compianto alla patria mentre si trova in Italia (nella valle del Po, “dove doglioso e grave or seggio”, tra il 1344 e i primi del 1345) e lo colloca, nel Canzoniere, nel mezzo di una lunga sequenza di poesie a tema amoroso (immediatamente successiva è Di pensier in pensier, di monte in monte e appena precedente Chiare, fresche et dolci acque). Sebbene la canzone rimandi a vicende contingenti e a fatti dell'epoca in cui venne scritta, il suo messaggio accorato e la sua costruzione retorica concorrono a farne un duraturo topos della tradizione letteraria.   Italia mia, benché 'l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sí spesse veggio, piacemi alme che' miei sospir' sian quali spera 'l Tevero et l'Arno, e 'l Po, dove...

Dante Alighieri / Identità italiana

“L’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante. [...] Non è un’esagerazione dire che egli fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”. Così ebbe a scrivere Giuseppe Antonio Borgese. Comunque la si pensi sulle virtù profetiche del poeta di Beatrice, non c’è dubbio che la Commedia abbia svolto per gli italiani, soprattutto in età moderna, quella funzione civile di “Libro nazionale” che altrove – e non solo in Israele–  è stata attribuita proprio alla Bibbia. E Dante, suo malgrado, quella di padre della patria, sebbene per lui la ‘patria’ fosse Firenze e lo stato l’impero. Pertanto, giacché della Divina Commedia quale repertorio di italianità si è già fatto grande uso (se non abuso), nella congerie di possibilità che il capolavoro dantesco offre, nonché nella ridda di suggestioni interpretative più o meno fondate che continua a suscitare, forse può essere più utile limitarsi a rinnoverare quei passi del poema, di durevolissima fortuna, dai quali...

In cammino

In una lunga conversazione che si può leggere in un bel libro intitolato Fare un film, Federico Fellini parla del suo rapporto con Rimini, la sua “patria”: Fellini racconta che a Rimini non tornava mai volentieri, perché quel luogo gli trasmetteva un senso di inquietudine, come se la sua città natale nascondesse da qualche parte una folla di “fantasmi già archiviati”. Quando pensa a I vitelloni, il film in cui ritornano a galla memorie della sua giovinezza, Fellini decide di girare a Ostia, perché Ostia è una Rimini che non è Rimini, una Rimini più docile e disponibile a lasciarsi inventare. Riavvicinarsi alla patria significa per lui prima di tutto allontanarsene, difendersi, lasciare che le memorie si offrano nella loro natura di falsi necessari, di spettri resi innocui dalla distanza. “Io, la mia patria, or è dove si vive”, Pascoli lo aveva già avvertito nel momento in cui si è verificato un mutamento irreversibile dell’idea di appartenenza a un luogo. Il ritorno in patria dell’esule volontario e del viaggiatore novecentesco non ha più i...

Borgo e città

In un’epoca di non luoghi e piazze virtuali, “patria” è una parola che in Italia quasi nessuno usa. Il ventennio fascista, che ha tentato di inoculare il virus dello sciovinismo e del nazionalismo negli italiani, ci ha reso immuni dal patriottismo. Ci accontentiamo di evocare la patria in modo indiretto e obliquo, quando invochiamo il “rimpatrio” degli stranieri che approdano alle nostre coste, o quando raccomandiamo ai giovani di “espatriare” per trovare fortuna. Gli unici italiani che sembrano avere nostalgia della patria sono quelli che la patria ha costretto ad andarsene: gli emigrati. I pochi decenni in cui la parola “patria” ha avuto senso per quasi tutti gli italiani sono stati quelli del Risorgimento, quando si moriva per un’idea che si trovava nei versi di Dante e di Petrarca. Dopo l’unità d’Italia, “patria” è diventata sinonimo di terra, borgo o città. Nessuno è morto in trincea o in Africa per la “patria”. Ha ragione Primo Levi, quindi: morire in patria, nella terra che ti ha fatto nascere, è l’unico modo in cui un italiano...

Italia mia

Più che commentare questa famosa pagina di Primo Levi, contenuta in uno dei capitoli finali dei Sommersi e i salvati, dal titolo Stereotipi, mi piacerebbe riuscire a riviverne lo spirito. Ecco perché ho deciso di festeggiare a modo mio il centocinquantenario dell’unità nazionale chiamando Irina e Alì, Mohamed e Hafiz, Paulo e Abdullah a recitare in pubblico alcuni celebri versi della letteratura italiana. Prima dell’anniversario ci siamo preparati perché per loro non è facile decifrare quelle parole, del resto così difficili e distanti anche per molti di noi. Eppure, mentre ascoltavo un ragazzo bengalese leggere a voce alta: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai / silenziosa luna?” o una ragazza ucraina: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, mi vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio, gemendo /il fior de’ tuoi gentili anni caduto…”, mi sono emozionato. Nel timbro di voce di questi adolescenti smarriti, che vivono accanto a noi, mi sembrava tornare a risplendere una luce oscurata. Absalem, fuggito dal regime dittatoriale imposto...