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Gabriele Del Grande

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Bologna, Teatro dell’Argine / Futuri Maestri. Il teatro della pedagogia

Come quando si attende assiepati l'arrivo di una volata ciclistica, il rumore del gruppone arriva prima. Qualcosa nell'aria si muove e anticipa la vista. Qui sono i passi di un fiume di bambini, ragazze e ragazzi che entrano nella platea dell'Arena del Sole di Bologna, per l'occasione svuotata dalle poltrone e resa un grande unico vasto palcoscenico. Ne entrano una decina, poi altrettanti, saranno cinquanta, ne arrivano ancora e ancora, uno dietro l'altro ordinati con magliette scure, si dispongono di schiena al centro della scena. Due si voltano e si chiedono cosa debbano fare, si dicono che la cosa migliore forse è aspettare.   Futuri Maestri è stato un vasto progetto di teatro partecipato, firmato Teatro dell'Argine / Itc Teatro di San Lazzaro di Savena (Bologna), che ha coinvolto migliaia di giovani, costruito attraverso due anni di lavoro con laboratori di drammaturgia e recitazione che hanno portato a uno spettacolo replicato per nove sere dal 3 all'11 giugno 2017. In scena qualche centinaio di ragazzi e ragazzi, bambini e bambine dai tre ai vent'anni, guidati da una quindicina di adulti fra registi, coreografe, organizzatori, drammaturghi. Cinque lemmi sono stati...

Ridateci il nostro futuro / Gabriele Del Grande: fermate le guerre, non le persone

"Sarà domani o sarà tra vent'anni, ma un giorno tutto finirà. Solo allora, poco a poco, a milioni ritorneranno nelle loro case da tutto il mondo. E noi rimarremo qui intrappolati nelle nostre mappe e nei nostri egoismi. Stretti tra i muri che abbiamo costruito per tenerci al sicuro e di cui capiremo il significato profondo soltanto quando dall'altra parte del filo spinato ci saranno i nostri figli. Perché la storia è una ruota che gira e non sempre perdona". Gabriele Del Grande, 14 aprile 2016   "Quando hai visto la guerra, non è facile convivere con quello che sai. Non parlo di segreti o di scoop. Parlo di storie, di emozioni, di dolore. Alla fine devi fare qualcosa, prendere posizione. Forse più per te stesso, per non rimanere schiacciato dal peso di quel dolore. A maggior ragione se la guerra che hai conosciuto esce dai suoi confini e ti arriva in casa". Gabriele Del Grande, 18 settembre 2016   Avete presente la generazione precaria, o perduta, quella che ha visto la morte della propria innocenza al G8 di Genova, la generazione spesso disgustata dalla politica e dalla diplomazia? In questo momento a quella generazione, la nostra, manca una delle voci di cui ha più...

Cambiare la narrazione del mondo

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English Version   Credete che il cinema possa produrre un cambiamento reale? Uno spostamento di sguardo, di prospettiva? Noi di lettera27 siamo convinti che sia così. Crediamo nel cinema e nella sua potenza: ogni film ci fa fare esperienza di una realtà diversa o simile alla nostra ma attraverso altri occhi. Crediamo in quello che gli studiosi chiamano ‘meccanismo di immedesimazione’ e cioè che guardare un film vuol dire...

Changing the Narrative of the World

Why Africa?  For many years lettera27 has been dedicated to exploring various issues and debates around the African continent and with this new editorial column we would like to open a dialogue with cultural protagonists who deal with Africa. This will be the place to express opinions, tell their stories, stimulate the critical debate and suggest ideas to subvert multiple stereotypes surrounding this immense continent. With this new column we would like to open new perspectives: geographical, cultural, sociological. We would like the column to be a stimulus to learn, re-think, be inspired and share knowledge. For the opening piece we asked our partners, intellectuals and like-minded cultural protagonists from all over the world to answer one key question, which also happens to be the name of the column: "Why Africa?". We left the question deliberately open, inviting each of the contributors to give us their perspective on this topic from their own context. This first piece is a collection of some of the answers we received, which aims to open the conversation, pose more questions and hopefully find new answers.   Elena Korzhenevich, lettera27   Here...

E ne è valsa, dopotutto, la pena

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto. 
Ne sarebbe valsa la pena. Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia. Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento. 
E questo, e tante altre cose? - È impossibile dire ciò che intendo!
 Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
 ne sarebbe valsa la pena T.S. Eliot Un velo lunghissimo blocca la porta girevole dell’Excelsior, e tutti gli attori, i produttori, i registi, i trolley e i pass, le macchine fotografiche e i canapé all’aperitivo, le giovani e i giovani elegantissimi in cerca di fortuna vestiti da sera per incrociare la sorte tra il parquet e i lampadari rimangono bloccati nella hall, con i concierge che tentano in tutti i modi di capire come sia finito quel velo enorme ad impedire l’accesso al cuore pulsante del festival di Venezia. Non è accaduto, ma stava per accadere. Fortunatamente la porta d’ingresso girevole ha accanto una piccola porticina, che ha permesso al corteo di 80 spose di passare entrare, attraversare il lungo salone ed uscire lì, tra i leoni, sul mare...

Appuntamento al caffé "I sognatori"

Squilla il cellulare. Sul display appare "Gabriele Del Grande". È un po' che non lo sento. Rispondo. Dice che è a Ventimiglia con alcuni amici. Sono stati a Grimaldi superiore, dall'amico Enzo Barnabà, e pure a "Case Gina", dove, al tempo dei tunisini a Ventimiglia, primavera 2011, lo avevo accompagnato insieme alla sua fidanzata che ancora non era diventata mamma della piccola Nefeli. Mi chiede di vederci: è in zona e mi vuole parlare. Ci incontriamo un'ora dopo al parcheggio del casello di Imperia Ovest e poi andiamo a prendere un caffè a "I sognatori". Nel locale, stranamente vuoto, mi parlano della folle idea di girare un documentario "on the road": il viaggio clandestino di alcuni profughi siriani verso la Svezia.   Come se non bastasse hanno pensato di camuffare il tutto da matrimonio per ridurre il rischio di controlli e anche perché... se follia deve essere... Non hanno ancora trovato la sposa, però. Gabriele mi chiede se mi andrebbe di accompagnare la troupe e il finto corteo nuziale a "Case Gina", i ruderi dove clandestini di molte epoche e tante provenienze hanno lasciato segni del...

Via con me

Via, via, vieni via di qui, niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri via, via, neanche questo tempo grigio pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti, It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderfoul good luck my babe Paolo Conte   Venerdì notte.   Siamo seduti in una specie di finta baita, legno chiaro ovunque, manca solo la signora in Dirndl a servirci. Ordiniamo una birra e qualche panino con bratwurst. Sembra una gita all’Octoberfest, invece siamo sempre noi, stremati dalle auto, in attesa di recuperare una delle vetture che si è persa. Siamo poco lontani da Koln; a Bochum, la nostra destinazione, manca un centinaio di chilometri. L’ultima volta che siamo scesi dalla macchina è stato vicino a Nancy, al confine con la Francia. E stamattina eravamo a Marsiglia, e ieri a Milano. E’ uno strano jet lag questo viaggio verso Nord, il  fuso orario è sempre quello, ma salendo ci dirigiamo veloci verso il crepuscolo che arriva sempre prima, a poco a poco, anticipando la notte e restringendo i giorni. Siamo devastati dalla stanchezza, ma al contempo sollevati. Eravamo...

Sono tempi duri, da dove vuoi che inizi?

Lasciatemi cantare, ho il cuore che scoppia! Le parole arriveranno e un microfono non basterà! Mc Manar   Lunedì. Milano. “Ena esmi Valeria, piacere”. “Vanilla!”. “No, Va-le-ria”. “Va-nil-la!”. A gesti mi spiega che è buona, che si mette nelle torte, ed è dolce. “Vanilla va benissimo”. Questo è il mio primo incontro con Alaa, detto Abu Manar (Abu significa padre) un uomo alto e baffuto, con l’occhio nerissimo che brilla, sempre in bilico tra l’ironia e la tristezza.  E’ passata una settimana da quando Marta, amica e coinquilina a Tunisi, mi ha scritto una mail con un oggetto che non poteva non stimolare la mia curiosità: “TOP SECRET MAIL URGENTE”. E’ il 2 novembre. “Sei abbastanza libera e abbastanza folle da viaggiare da Milano a Stoccolma in macchina inscenando un matrimonio a Stoccolma a portare dei siriani, servono abiti eleganti, ci sarà la banda e sarà una commedia-documentario... ”. Si è abbastanza liberi e abbastanza folli?   Perché la follia alla fine è facile, si...

Io sto con la sposa

“Ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti” Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri La questione della bontà delle nostre azioni e della cattiveria di quelle degli altri è una questione antica, ripresa da moltissimi pensatori e filosofi, non ultimo Friedrich Nietzsche  che in Umano, troppo umano spiegava come la continua attribuzione dell’immoralità agli altri (per essere noi i giusti e i dotati di bontà) fosse causa stessa di conflitto.   Susan Sontag aggiunge un pezzetto al ragionamento del filosofo: uno dei grandi strumenti di deresponsabilizzazione è la compassione. Se io soffro con te, non posso essere stata la causa del tuo dramma. E’ su questo meccanismo che si fonda il nostro rapporto con una delle più grandi tragedie silenti degli anni 2000: le morti di migranti nel tentativo di esercitare un diritto sacrosanto, ossia il diritto alla mobilità, e la possibilità di scegliere dove vivere, o più semplicemente dove andare. E’ di pochi giorni fa il video di Repubblica che...