Gruppo 70: poesia resistente agli urti

6 Febbraio 2026

“Un fantasma si aggira per l’Europa: è il fantasma dell’arte tecnologica. Personaggi illustri si mostrano inquieti, perdono la calma, come i soriani di razza assaliti dalle pulci”. Rielaborando l’incipit del Manifesto del Partito Comunista, Eugenio Miccini faceva su “Marcatré” il resoconto del secondo convegno promosso dal Gruppo 70, Arte e tecnologia, tenutosi nel giugno del 1964 al Forte del Belvedere di Firenze. Negli stessi mesi in cui alla Biennale di Venezia si assisteva alla consacrazione internazionale della Pop Art, con l’assegnazione del Gran Premio per la Pittura a Robert Rauschenberg, a Firenze un manipolo di giovani poeti, pittori, musicisti e intellettuali di diversa formazione provava a scuotere la città dal suo torpore e a confrontarsi con l’incalzante dibattito nazionale e internazionale sulla mass-culture e la civiltà dei consumi.

Miccini e Lamberto Pignotti sono in prima fila nel definire ragioni e obiettivi della nuova “arte tecnologica”. Il primo sostiene che alla letteratura contemporanea sia affidato il compito di operare un riscatto estetico dei simboli del presente, attingendo a tutti i materiali, verbali e non, dispersi dalla civiltà tecnologica: “all’istituto letterario non rimane che l’intelligenza con il nemico, o perire”, sostiene con una certa enfasi. Ma l’intelligenza con il nemico, nelle intenzioni degli esponenti del Gruppo 70, non si riduce a una presa d’atto o all’accettazione incondizionata della civiltà tecnologica, semmai il contrario. Lo spiega bene Pignotti, quando, nell’articolo La suggestione di Gordon Flash, afferma la necessità di appropriarsi dei nuovi linguaggi e canali della comunicazione di massa (trasmettendo poesie dagli altoparlanti negli intervalli delle partite di campionato o allestendo mostre di pittura sui bordi delle autostrade), per sovvertirli dall’interno, secondo la logica del Cavallo di Troia più volte menzionata negli scritti dell’autore.

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Eugenio Miccini, Il male oscuro, 1965, collage su carta, 50x50 cm.

L’arte tecnologica, nella visione del Gruppo 70, non vuole adeguarsi al gusto della massa, ma inserirsi attivamente in un contesto in cui l’espressione cultura di massa “significhi effettivamente cultura democratica”. Per far ciò gli autori del gruppo si ispirano alle teorie estetiche di Max Bense e attingono allo sconfinato bacino di immagini e slogan massmediatici, cambiandoli di segno. Quello del Gruppo 70 è, sin dagli esordi, un agire combattivo: “La nostra poesia è resistente agli urti”, dichiarano i poeti del gruppo. L’ironia, lo straniamento, la parodia, il calco, il rovesciamento e la contaminazione sono gli strumenti privilegiati di una guerriglia semiologica che, seguendo il solco tracciato dalle avanguardie storiche – in primis Dada e Futurismo – si apre all’interdisciplinarietà e all’interartisticità.

La partita del poeta visivo si gioca sul doppio fronte della ricerca formale e del rinnovamento dei contenuti: la critica del Gruppo 70 si muove “da sinistra, non da destra (in senso culturale s’intende)” e viene condotta sia attraverso sperimentazioni linguistiche – montaggi logo-iconici, cut-up cinematografici, performance nello spazio urbano, spettacoli multimediali, ecc. –, sia con azioni di antagonismo radicale nei confronti delle derive della cultura di massa e del capitalismo. Gli artisti del gruppo non mancano di confrontarsi con le dinamiche della globalizzazione e con le sfide poste dalla modernità, prendendo posizione contro eventi e fenomeni di portata epocale come la guerra in Vietnam, l’oppressione colonialista, le disuguaglianze di classe e di genere, lo sfruttamento ambientale.

Gli scritti raccolti in questo numero di “Riga” mirano a restituire la qualità militante del pensiero e delle pratiche del Gruppo 70, mostrando come le istanze politiche s’intreccino strettamente con l’urgenza di superare gli steccati disciplinari e aprirsi a una dimensione estetica collettiva e diffusa. La prima sezione, Scritti del Gruppo 70, propone un’ampia selezione di interventi firmati dagli esponenti del gruppo in occasione di dibattiti sulla Poesia Visiva e Tecnologica apparsi, dal 1963, su riviste di arte e letteratura (“Nuova Presenza”, “Letteratura”, “Arte Oggi”, “Bit” e altre) e nei cataloghi di mostre: ne emerge un quadro di grande coerenza, che rende chiara la necessità avvertita da questi autori di accompagnare la pratica artistica e l’attività espositiva con una aggiornata riflessione critica sul ruolo dell’artista nella civiltà dei consumi, sul suo rapporto con l’industria culturale e soprattutto con i cambiamenti sociali in atto.

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Ketty La Rocca, 1973, Craniologia n. 4, X-ray su plexiglass, cm 70x50 .

Significative, in tal senso, sono le parole di Lucia Marcucci in Appunti per una poetica, pubblicato nel 1965 su “Nuova Presenza”. Marcucci sottolinea l’insensatezza di vivere nel rimpianto dei bei tempi andati e l’urgenza di agire in senso critico e di schierarsi politicamente:

“Chiare, fresche e dolci acque”, “Ecco pel bosco un cavallier venire...”, “Silvia rimembri ancora”, le acque oggi purtroppo sono contaminate dalle schiume dei detersivi che non si degradano biologicamente, dai residui chimici delle industrie, e per i boschi circolano macchine e trattori e i disboscamenti frettolosi provocano frane, e ben per noi se troviamo qualche mora intatta, e di “Silvie”, per fortuna, non ce ne sono quasi più (…). Non resta quindi che operare in concomitanza e in concorrenza con tutti i meravigliosi mezzi tecnici e scientifici messi a nostra disposizione nell’attuale società (…). Operazione di trasposizione dei materiali per un riscatto artistico. Operazione di contestazione dei prodotti di persuasione occulta del mondo neocapitalistico per un riscatto critico. Infine Operazione ideologica.

Esplicito è qui il nesso tra ricerca artistica e dissenso, tra il détournement dei nuovi linguaggi tecnologici e l’opposizione alla società neocapitalista e ai desideri indotti dalla comunicazione pubblicitaria (con riferimento al fortunato saggio di Vance Packard).

A seguire, nell’Antologia della critica, vengono proposti alcuni scritti di critici, storici dell’arte e della letteratura che hanno seguito da vicino l’esperienza del Gruppo 70, rintracciandone le radici nell’humus culturale di Primo Novecento e inquadrandone la vicenda nel contesto della frastagliata costellazione di ricerche verbo-visive emerse nel secondo dopoguerra in Italia e all’estero. A questi contributi, scritti da fiancheggiatori della prima ora come Gillo Dorfles e Filiberto Menna o da studiosi appartenenti alle generazioni successive, come Federico Fastelli, Francesco Muzzioli, Lucillà Saccà, Marco Senaldi o Giorgio Zanchetti, va il merito di avere compreso l’importanza di questa esperienza rimasta in parte ai margini dell’ufficialità del dibattito storiografico (specie se paragonata al successo del coevo Gruppo 63) e di avere contribuito alla sua affermazione e storicizzazione.

A questi scritti si affiancano quelli della sezione Interventi, composta da articoli pensati appositamente per questo numero di “Riga” da studiose e studiosi con competenze trasversali, dalla storia dell’arte alla letteratura, dal cinema all’estetica. Questi autori – Alessandra Acocella, Daniel Borselli, Dalila Colucci, Lara Conte, Bruno Di Marino, Francesca Gallo, Luigi Gaspare Marcone, Nicolas Martino, Maria Elena Minuto, Sara Molho, Raffaella Perna e Chiara Portesine – sono stati invitati a rileggere l’opera del Gruppo 70 da nuove angolazioni, secondo i propri rispettivi ambiti di ricerca. Le prospettive teoriche aperte dai gender studies, dagli studi post e decoloniali, da quelli sulla performance e sull’ecologia sono servite per tornare a riflettere sul lavoro del gruppo a partire da interrogativi diversi, e a seguire piste di ricerca ancora poco battute, che contribuiscono a inserire l’esperienza di questo movimento entro l’attuale dibattito storico-critico.

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Luciano Ori, 1965, Infedeltà coniugale del dirigente, collage plastificato, 70x100 cm.

Oltre a proporre l’analisi di opere e documenti poco noti o inediti, questi saggi offrono interpretazioni utili per comprendere l’attualità del Gruppo 70 e per verificare, a distanza di oltre sessant’anni, il carattere innovativo della sua attività. L’affrancarsi dalla dimensione gutemberghiana della pagina, la fuoriuscita dagli spazi deputati dell’arte, l’adozione di pratiche performative, smaterializzate e multidisciplinari, la capacità di formare reti dal basso e di animare il panorama dell’esoeditoria e della controcultura sono solo alcuni degli aspetti che connotano ab origine l’esperienza del Gruppo 70, favorendone l’odierna e crescente fortuna critica. Riprendendo le riflessioni da Nicolas Martino contenute nel numero, si può sostenere che gli autori del Gruppo 70 abbiano assorbito con formidabile lucidità l’insegnamento degli studi massmediologici del Novecento, “comprendendo la relazione strutturale tra mezzi e forme della cultura e intuendo che una nuova grande trasformazione stava iniziando a investire il nostro mondo”. Da questa consapevolezza discende un modo di intendere la pratica estetica come disobbedienza diffusa, che aprirà la strada all’avanguardia di massa del movimento del ’77.

Per stabilire un ponte con l’oggi il numero si chiude con la sezione Galleria che presenta due nuove opere: L’origine du monde di Claire Fontaine e Armed Body di Elena Bellantoni. In entrambi i casi siamo di fronte a lavori che si pongono in relazione con l’esperienza estetica e politica maturata dalle neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta, confrontandosi con il potere delle immagini e del linguaggio per sfidare il carattere stereotipato e violento delle rappresentazioni dei corpi delle donne e la tradizione sessista della cultura visiva.

Nell’incontro tra poesia, immagine e tensione etica, in questo incrocio tra politica, linguaggio e azione, la poesia visiva del Gruppo 70 lascia la sua eredità più fertile e necessaria, a testimonianza di una pratica estetica ancora attuale, in grado di interrogare il presente e di indicare possibili strade per un’arte partecipata e consapevole. Una forza, quella del Gruppo 70, che ha origine, per dirla con le parole di Miccini, “dalla sua utopia, dalla sua previsione ideologica di una nuova dimensione antropologica, dal tentativo, quindi, di riavvicinare e ricongiungere – agendo sulla coscienza dell’uomo – l’estetica e la vita”.

Book Talk, programma di conversazioni di Arte Fiera dedicato esclusivamente ai libri d’arte. Quartiere Fieristico di Bologna, Padiglioni 25 e 26 - Ingresso Costituzione

Partecipano la curatrice del volume, Marco Belpoliti (saggista e scrittore), Elio Grazioli (critico d'arte contemporanea, docente di Storia dell'arte contemporanea dell'Università degli studi di Bergamo in quiescenza) e Nicolas Martino (critico, docente di Estetica all'Accademia di Belle Arti di Sassari e in NABA).

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