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Jacques Le Goff

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L'Alunno perfetto / Agostino, l’ego e la disputa

Ma davvero, prof, lei ci sta dicendo che tutti i filosofi che faremo adesso se ne fregheranno della vita? Risposta: ma…sai…non è proprio così…forse è più complesso...NO! Più complesso no, non devo usare questa espressione, non me la posso cavare anch’io così! Negli incubi di un insegnante di filosofia, razionale e ragionevole certo, ma pur sempre gravato dalle ansie proprie della sua spoglia mortale, c’è un fantasma che aleggia ogni mattina, o almeno tutte le volte che ci si trova sul punto di affermare qualcosa che non è pienamente indubitabile: l’Alunno perfetto. Questa sorta di infido spettro, che esiste quanto l’onniscienza, che si manifesta concretamente quanto la felicità eterna e che alzando la mano dice: “Scusi se mi permetto, ma che l’orfismo non abbia anche una fisionomia cosmologica è smentito dal Papiro di Derveni. Che, tra l’altro, leggiamo dal 1962.” L’improbabilità di un evento del genere, avvalorata dal ricordo indelebile di quell’altro alunno che, alle medie, non sapeva quali fossero le vocali dell’alfabeto, non dovrebbe diminuirne il peso, perché certi stati emotivi, anche quelli dei professori di filosofia, non sentono ragioni. Uno al mattino si ritrova davanti...

Slavoj Žižek, Srécko Horvat e Alexsis Tsipras / Europa: speculazione a tempo

Con Cosa vuole l’Europa? (2014) Ombre corte prosegue la pubblicazione di testi di Slavoj Žižek: se in Chiedere l’impossibile (a cura di Yong-june Park) uscito a fine 2013, era la riflessione di Žižek nel suo complesso l’oggetto esplorato, in Cosa vuole l’Europa?, scritto assieme al filosofo croato Srécko Horvat, il tema è più direttamente politico.   Sedici brevi interventi, otto a testa: un ping pong fra Žižek e Horvat nel quale gli autori tentano di mettere a nudo le contraddizioni economico-politiche che lacerano l’Europa odierna. Ciò che hanno in comune la bancarotta di Cipro, la necessità della Croazia per l’Europa, l’enigma (lo si insegna tuttora nelle scuole europee) dei Balcani, il caso dell’Islanda, oppure la «marcia turca» (pp. 73-77) è di essere focolai di contraddizione apparentemente marginali, ma in realtà profondamente intra-europei. Nell’impostazione mista tipicamente žižekiana, ossia materialistico-dialettica e psicoanalitica, tutti questi casi sono sia sintomi che reali centri-periferici di sofferenza europea. Ma, contemporaneamente, essi sono anche snodi virtualmente generatori di pensiero antagonista.   Per capire che cos’è l’Europa, l’altro (...

Le Goff: un maestro unico e caro

A San Gregorio degli Armeni a Napoli non vendono soltanto statuette del presepe. C’è chi richiede le anime  del Purgatorio. A mezzo busto, avvolte da fiamme rosse e oro,  alzano le braccia invocando una sollecita liberazione: il sacerdote, il frate, la donna lussuriosa e mezza nuda e tutta scarmigliata, il carabiniere con il suo cappello, e potrei continuare con una lunga esemplificazione.   Chiedono preghiere ai loro devoti per salire presto in Paradiso ma perché peccatori  a metà, non incalliti o perversi, in fondo simili ai parenti e agli amici ancora in vita, e perchè ormai prossimi al Cielo, godono essi stessi di un  culto particolare, già investiti di quell’aura di santità che stanno per raggiungere,  quasi santi  minori. A Napoli, nelle case, sono loro dedicati altarini e lungo le vie sono spesso composte, queste statuette dal volto sereno, in piccoli consessi allietati da fiori freschi.   Jacques Le Goff non conosceva la loro esistenza ed  era stato molto contento di riceverne una degna rappresentanza. Gliele mandai mentre scriveva uno dei suoi libri più...

Anni '70: la regola del silenzio

Che succede quando tua figlia comincia a farti domande sugli anni ‘70? Puoi chiedere consiglio a qualche coetaneo che c’è passato prima di te; può anche capitare di trovarti in mezzo a delle discussioni, che so, d’estate, dopo qualche buon bicchiere, quando l’intimità fra vecchi amici aiuta ad affrontare argomenti del genere e c’è sempre qualcuno più generoso di te pronto a distillare parole più sagge delle tue.     Credo che saranno centinaia di migliaia i genitori che hanno vissuto quegli anni italiani con il cuore in fiamme e che potrebbero essersi trovati alle prese con simili domande: almeno uno su quattro, diciamo, fra quanti hanno avuto allora vent’anni, all’inizio o alla fine di quel decennio. La faccenda poi si complica se nella vita hai finito per fare un mestiere che ti costringe a fare i conti con la memoria, magari scrivi, fai teatro o cinema, oppure insegni. E anche lì, sarei pronto a scommettere che stiamo parlando di migliaia di concittadini, padri e madri di famiglia. Tutta gente che avrà fatto molta fatica di fronte al difficile compito della...

Zakhor. La memoria ebraica

Il libro di Yosef Hayim Yerushalmi, Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, è uscito in prima edizione in America nel 1982, e prontamente tradotto dalle edizioni Pratiche l’anno seguente. Ora viene finalmente ristampato da Giuntina (pp. 175, € 14), e sarà in libreria tra qualche giorno; la nuova edizione comprende una notevole prefazione di Harold Bloom, e un saggio di Yerushalmi dedicato all’oblio. Si tratta di un libro straordinario che risponde a una domanda: che cosa gli ebrei hanno scelto di ricordare del proprio passato e in che modo hanno preservato, trasmesso e rivissuto questo passato.   Il popolo ebreo è il popolo della memoria per eccellenza. Nell’Antico Testamento, in particolare nel Deuteronomio, si richiama il popolo al dovere del ricordo e della memoria. Essa significa prima di tutto essere riconoscenti a Yahweh, non dimenticando ciò che egli ha fatto per il suo popolo. L’ebraismo è dunque una “religione del ricordo” in quanto gli atti divini di salvezza, come ha scritto Jacques Le Goff, sono situati nel passato e formano il contenuto della fede e l’oggetto di culto, ma...

Giorgio Boatti intervista Massimo Montanari

 “L'uomo è ciò che mangia”: l'affermazione del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach conosce da quasi due secoli un grande successo. Massimo Montanari - professore medievalista all'università di Bologna ma, anche, il più autorevole storico dell'alimentazione del nostro Paese, autore di opere di solido spessore e di vasto successo, come La fame e l'abbondanza che, con la prefazione di Jacques Le Goff, è stata tradotta in tutta Europa - sottolinea però un fatto. La frase di Feuerbach è piaciuta così tanto da far scordare una cosa non irrilevante: “Mann ist, was er isst”, nella sua versione originale, contiene una doppia suggestione. In tedesco “ist”, con una sola s, vuol dire “è”. “Isst”, invece, con due esse, significa “mangia”. Questo se lo si legge. Nel parlato però, per la pronuncia pressoché identica di “ist” e di “isst”, “l'uomo è ciò che mangia” pare potersi trasformare. Scambiarsi. Diventa “L'uomo mangia ciò che è”. Ovvero...