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James Foley

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Goethe Institut Turin / Il terrore contemporaneo

Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Maurizio Guerri per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Nelle ultime settimane le immagini che hanno aperto tutti gli organi di informazione sono quelle relative ai brutali sgozzamenti di James Foley, Steven Sotloff e David Cawthorne Haines da parte dei membri dell'Isis in una zona imprecisata tra Iran, Iraq e Siria. Questi video e le immagini estrapolate coinvolgono gli organi di informazione di tutto il mondo, con particolare incidenza, ovviamente, per gli Stati Uniti, l'Europa, il Medio Oriente. È facile intuire che le immagini scelte dai giornali e telegiornali, dalle riviste, dalle testate on-line per aprire la prima pagina sono particolarmente significative dell'importanza che più...

Goethe Institut Turin / La morte in piano sequenza

  Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Alessia Cervini per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Missive che arrivano da lontano a porci ancora una volta delle domande sulla violenza e sulla sua messa in immagine: è da qui che dobbiamo partire. Sono numerosissimi i video a firma IS che nelle ultime settimane hanno popolato il web. Fra di essi quelli che mostrano le decapitazioni dei giornalisti James Foley, Steven Sotloff e David Haines costituiscono un corpus unitario e compatto.   Su questi ultimi nello specifico soffermerò la mia attenzione, cercando anzitutto di considerarli parte di una storia che ha avuto inizio più di dieci anni fa, dopo l’attacco alle Torri Gemelle: la storia di una guerra che è passata anche...

Goethe Institut Turin / Testimoni del terrore

  Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Massimiliano Coviello per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Dagli autoscatti ad Abu Ghraib alle video-decapitazioni dell’IS: una “carrellata” delle principali immagini della guerra al terrore che dal 2001 sta affollando i nostri schermi, accompagnata da alcune riflessioni sulle modalità di coinvolgimento dello spettatore nella circolazione di queste immagini all’interno di un sistema di riproduzione sempre più inter e crossmediale.   A febbraio del 2004 Mark Zuckerberg e i suoi compagni universitari di Harvard lanciano Facebook, a oggi il social network più frequentato. L’anno successivo viene fondata YouTube, la più vasta e visitata piattaforma di video sharing. Un biennio...

Goethe Institut Turin / I video dell’IS. E se provassimo ad usarli?

  Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un testo di Pietro Montani per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Molte cose sono state scritte e dette, a proposito dei filmati delle decapitazioni diffusi in rete dalle maestranze – i tecnici e i boia – dell’autoproclamato Islamic State. Per lo più cose giuste e condivisibili. Talvolta acute e illuminanti. Talvolta utili a capire meglio i fatti e a capire meglio le nostre reazioni, spesso disorientate e confuse. Altre cose, invece, sono state fatte. Nella sostanza due: la rimozione di molti filmati dai principali canali di diffusione e alcune azioni di guerra, forse da collegare alla rimozione stessa secondo la modalità nota in psicoanalisi come acting out. In realtà la parola rimozione nel...

Orrore

Il primo è stato il fotoreporter americano James Foley. Poi nell’arco di un mese sono stati decapitati il reporter statunitense, Steven Sotoff, e il cooperante scozzese David Haines. Il rito pressoché identico prevede che il condannato sia vestito di un camicione arancione, mentre il boia è in nero, con il capo e il viso occultati. Tiene in mano un coltello esibito come strumento di morte. La decapitazione ha generato un immediato senso di orrore lasciando attonita e stupefatta l’intera platea televisiva occidentale e il popolo del web. Le immagini della decollazione sono state viste da milioni di persone e commentate da giornali, televisioni, siti internet. Un commando di Talebani entra in una scuola in Pakistan, a Peshwar e uccide a freddo 132 bambini e i loro insegnanti, come a Beslan, per poi essere ucciso a sua volta dalle forze di sicurezza. Non è finita lì. Da vari mesi è un susseguirsi di sgozzamenti, decapitazioni, eccidi. Altri bambini la cui colpa era di aver assistito a una partita di calcio. L’ISIS, lo stato islamico, o Califfato, come si è autoproclamato, continua imperterrito la strage. Fino al...

Tagliare teste

Abbiamo visto nel video diffuso online del taglio della testa del fotoreporter americano James Foley la ferocia dell’Isis, Islamic State of Iraq and al-Sham (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante). Nell’arco di un mese sono seguite le decapitazioni del reporter americano Steven Sotloff e del cooperante scozzese David Haines. E non è passato giorno che non ci siamo chiesti le ragioni profonde di questa barbarie, riempiendo colonne di quotidiani e servizi televisivi di immagini che non volevamo vedere, gridando il nostro sdegno all’interno di status su Facebook e Twitter, partecipando a costruire quell’attenzione e quella notorietà che l’azione di PsyOps dell’ISIS sta conducendo.   Lo scenario in cui collocare il senso di queste decapitazioni è, infatti, quello di una guerra psicologica che, per la prima volta, utilizza in modo così evidente e consapevole i social media e le possibilità di ricaduta sui media tradizionali. Il messaggio dell’ISIS ha la funzione di marcare una distinzione forte del tipo noi/loro, e su quella distinzione costruire proselitismo, da una parte, ed estrema visibilità dettata dall’eccesso di notiziabilità, dall’altra. Si tratta, certo, del...

Nei video di Isis

In pubblicità esiste una cosa chiamata call to action. È un esplicito invito ad agire rivolto al pubblico. Di solito è verbalizzato con l'imperativo dei vari scopri, vai, clicca, gusta, non perderti, lasciati tentare eccetera. Bastano, questi imperativi, perché l'azione desiderata si compia? Certamente no, ma pronunciarli tranquillizza gli autori. Di sicuro i vai e fai sottintendono una visione statica del proprio spettatore, quasi fosse un sacco di patate da animare, di norma incerto sul da farsi ma adesso dotato di uno scopo.   I video diffusi dalla propaganda ISIS sono dei potenti inviti ad agire. Fissando dall'inizio il proprio interlocutore (A message to America, A message to the allies of America) ne rendono quasi obbligata la reazione militare. ISIS sa che la passiva, straziante visione di ostaggi minacciati col coltello e poi decapitati davvero non può che produrre nei governi occidentali la necessità di un intervento. In questo senso la sua è un'infallibile call to action.   Se però quei corpi usati come materia comunicativa, così come quelli dei torturati di Abu Ghraib, stanno ampliando il vocabolario del corpo sottomesso in guerra, e del corpo del nemico...