Categorie

Elenco articoli con tag:

Joseph Conrad

(11 risultati)

Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l’inglese / Sapere di greco e di latino

“Il signor Vladimir, aggiustandosi la cravatta, osservò Verloc nello specchio sopra il camino. – Ho l’impressione lei conosca abbastanza bene il gergo socialrivoluzionario, – disse in tono sprezzante. - «Vox et»… Ma, il latino, l’ha mai studiato? – No, – ringhiò Verloc. – Pretendeva lo sapessi? Io appartengo alla massa. E chi sa il latino? Solo poche centinaia di imbecilli, incapaci di provvedere a se stessi”. È The Secret Agent di Joseph Conrad ed ecco balenarvi d’un tratto (e con forte connotazione sociale: erano appunto gli inizi del Novecento) il tema della lingua di Cicerone, in una coppia di ruvide battute. La chiusa suona tutt’altro che consolatoria per la maggioranza di coloro che, in questi mesi, si sono impegnati nel dibattito sul valore delle lingue classiche.  Come si sa, latino e greco antico sono infatti venuti inopinatamente di moda. Tutti a parlarne, molti a scriverne sui giornali, in rete o, addirittura, a dirne in televisione. In libreria, correlativamente, alcuni libri. Geniale il greco antico, bello il latino, inutili ambedue ma ovviamente solo per antifrasi e via invece con le apologie.   Forse non in tutti i loro dettagli, tali apologie sono...

27 gennaio. Ricordare / Una tregua oggi

Sono trascorsi dieci anni da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta. Dieci anni sono pochi nella vita di una nazione, moltissimi nella vita di un uomo. Eppure tutto sembra cambiato negli stati europei che avevo attraversato allora insieme a Davide Ferrario, alla troupe del film, agli interpreti e agli amici che ci raggiungevano di tappa in tappa. Scrivo nei giorni dell’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, che si annuncia come un terremoto geopolitico, non solo per i muri che dice di voler costruire, ma anche per il destino delle nazioni che si trovano tra le Alpi e gli Urali. Niente sarà più come prima. Ci ripetiamo questa frase dal 2001, dalla caduta delle Torri gemelle a New York, e ce la dobbiamo ridire ora. In Russia domina incontrastato Putin, autocrate e nuovo zar dell’ex impero sovietico; l’Ucraina, attraversata da noi nella stagione del post-comunismo, è un paese che ha conosciuto la guerra sui suoi confini, una guerra terribile con la Russia condotta attraverso milizie paramilitari; di oggi è poi la notizia che in Bulgaria e Moldavia sono stati eletti presidenti filorussi. Tutto cambierà ancora e in fretta. La tregua, la fragile tregua stabilita...

Suwałki, 6 marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016 / I démoni di Andzej Wajda

“Wer der Dichter vill verstehen Mus in dichters lande gehenn” (Chi vuol capire il poeta deve recarsi nel suo paese)               W. GOETHE   Autore di quaranta film e di quasi altrettante regie teatrali ANDRZEJ WAJDA (Suwałki, 6 marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016) è un artista difficilmente comprensibile senza conoscere la Polonia e la sua drammatica storia. Questo è il motivo per cui i suoi capolavori (come I dannati di Varsavia, 1957; Ceneri e diamanti, 1958; Tutto in vendita, 1968; Il bosco di betulle, 1970; Le nozze, 1970; Paesaggio dopo la battaglia, 1970; La terra della grande promessa, 1974; Le signorine di Wilko, 1974; L'uomo di marmo, 1976; Senza anestesia, 1978; Korczak, 1990; Katyn, 2007) sono stati apprezzati nel mondo soltanto per i loro valori formali e per la denuncia politica, ma non hanno mai avuto il successo di pubblico che avrebbero meritato. I film di Wajda attendono ancora di essere considerati nella loro complessa trama culturale, anzitutto letteraria. La metà dei suoi film infatti sono tratti da romanzi o racconti della letteratura polacca o russa e sono un'efficace fusione della...

Festival Short Theatre / Milo Rau, la crociata dei bambini

Liza è una tredicenne mulatta che sembra più grande della sua età, suo padre è camerunense, sua madre belga, in Africa la considerano bianca, in Belgio nera. Lei in realtà si chiamerebbe Elle, ma il nome suona troppo francese per l’orecchio fiammingo. Nell’audizione che apre i Five Easy Pieces di Milo Rau, in scena alla Pelanda per l’undicesima edizione del festival Short Theatre, l’unico adulto presente, che interpreta la parte del regista, le domanda cosa le piace fare. E lei risponde che le piace cantare, i suoi idoli sono Rihanna e John Lennon. Quando l’uomo le chiede di cantare qualcosa, lei si avvicina al microfono e intona Imagine. Ha una voce chiara e potente che si spande nell’aria, aumentando ulteriormente la prossimità con il pubblico che nella sala strapiena tracima fino ai bordi della scena, ma non si fa in tempo ad assaporare la fascinazione di quel momento da talent show che il regista, trincerato dietro un pc ma proiettato con mostruosa evidenza nel cielo di uno schermo che sovrasta il palco, bruscamente lo interrompe. “Va bene, va bene,” farfuglia sbrigativo, “ora torna al tuo posto”. Perché è così che funzionano i provini, con lo slancio spezzato dell’aspirante...

Cuore di tenebra

Mettiamo che abbiate un libro fotografico che si presenta in questo modo: in copertina un’immagine di una forma su fondo nero che potrebbe essere un fuoco d’artificio o un’esplosione nella notte, troppo filamentosa per far pensare a un’ameba e a molte altre cose in realtà, a me fa pensare anche a un occhio, a quello con lunghe ciglia di Man Ray, a quello tagliato da Buñuel nel Chien andalou con la nuvola che contemporaneamente attraversa la luna. Autore e titolo lo trovate solo sulla costa. L’autore facciamo che non lo conosciate, il titolo è It Seemed As Though the Mist Itself Had Screamed (Sembrò che la foschia stessa si fosse messa a urlare). Ha tutta l’aria di essere una citazione e infatti trovate facilmente che viene da Cuore di tenebra. Quindi non è un occhio, casomai un cuore – anche se la metafora si arricchirebbe dal mantenere tutt’e due i termini – e l’esplosione è un urlo.     Dico subito che la drammaticità della metafora conradiana è completamente opposta alla tonalità del libro che aprirete. Dentro vi troverete fotografie che sono...

Una corrispondenza etnografica. Primo Levi e Claude Lévi-Strauss

Febbraio 1985. Nelle librerie esce la prima raccolta di saggi di Primo Levi, un libro multiforme ed errabondo: L’altrui mestiere [Einaudi]. Dalla metà degli anni settanta, Levi aveva preso a scrivere con regolarità sulle colonne della “Stampa”, occupandosi solo in parte di attualità o di temi connessi alla memoria di Auschwitz; altri pezzi sconfinavano in territori diversi ed eterogenei, e furono proprio questi (insieme con alcune collaborazioni al “Giorno” risalenti agli anni sessanta) a confluire ne L’altrui mestiere. Cinquantuno «invasioni di campo», «bracconaggi in distretti di caccia altrui», come li definiva Levi nella premessa; scritti «d’una morale che parte sempre dall’osservazione», avrebbe detto Calvino recensendo la raccolta. Erano saggi che toccavano discipline per cui Levi nutriva da sempre una passione non troppo segreta, e di cui però si sentiva un cultore «disordinato, lacunoso e saputello»: linguistica, zoologia, astronomia, tecnica, letteratura. Le scorribande leviane in ambiti ulteriori riguardano anche, per sua stessa dichiarazione, l...

Salman Rushdie a Parigi

Presso l’auditorium del Louvre, è una platea impaziente quella che aspetta l’ospite d’onore della serata conclusiva della prima edizione del Festival des Ecrivains du Monde 2013 a Parigi, organizzato dalla sede francese della Columbia University e dalla Bibliothèque Nationale de France. A mettere fine alla prima tappa del festival, domenica 22 settembre, è Salman Rushdie, autore di origini indiane naturalizzato britannico, universalmente noto per i suoi libri e, purtroppo, per la fatwa che il 14 febbraio del 1989 l’ayatollah Khomeini scagliò contro la sua persona in seguito alla pubblicazione del libro I versetti satanici.   “Come ci si sente a essere condannato a morte?”, aveva chiesto a bruciapelo una giornalista della BBC il giorno della fatwa, al telefono di casa Rushdie. “Non è molto piacevole”, la risposta di un uomo ignaro di quello che sarebbe successo nei dieci anni a venire.     Il suo ultimo libro Joseph Anton è l’autobiografia degli anni più bui, fino al 24 settembre 1998, giorno in cui Mohammed Katami dichiara che avrebbe rinunciato ad...

Raccontare una storia di guerra

Come si racconta una vera storia di guerra? Esiste uno scrittore che ha tentato di rispondere alla domanda. Si chiama Tim O'Brien, ha vinto il National Book Award in America, ha pubblicato un racconto che si intitola proprio Come raccontare una vera storia di guerra e poi l'ha inserito in una raccolta incentrata sul Vietnam, Quanto pesano i fantasmi.   Tim O'Brien è tra i pochi autori viventi ad aver scritto che "la guerra è anche bellezza" e non l'ha fatto per provocare, ma perché secondo lui una vera storia di guerra non deve generalizzare. Chi dice "la guerra è un inferno" lo convince poi fino a un certo punto: "Come affermazione morale, l'antico truismo sembra perfettamente vero, eppure nella misura in cui si tratta di un'astrazione, di una generalizzazione, non riesco a crederci con la pancia. Dentro non mi si muove niente. Tutto si riduce a un istinto viscerale. La vera storia di guerra, se raccontata con verità, fa sì che la pancia ci creda".   Tim O'Brien Come raccontare una vera storia di guerra e Quanto pesano i fantasmi hanno solo storie cos...

Il comico come strategia in Gianni Celati

L’ultimo numero della rivista Nuova prosa, Le strategie del comico in Gianni Celati & co, raccoglie gli atti del convegno di Copenaghen dedicato a Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni.     Lo presentiamo attraverso un’intervista di Aurora Capretti a Gianni Celati ed un breve video, di Gianni Canali, in cui Nunzia Palmieri introduce il volume. Nuova prosa è edita da Greco&Greco (info@grecoegrecoeditori.it) che ringraziamo per averci concesso di pubblicare l'intervista a Gianni Celati.     Negli anni Sessanta inizia a collaborare e a scrivere su una serie di riviste; tra queste, molte delle quali vicino alla Neoavanguardia, anche “il Caffè” diretta da Giambattista Vicari. Può parlarmi della sua esperienza a riguardo?   L’avanguardia aveva uno sfondo ideologico, anche se questa tendenza era evitata da molti, oppure astratto-fenomenologico, con tendenze abbastanza accademiche. Nelle poche volte che ho avuto a che fare con i suoi promotori, mi sono trovato a disagio. “Il Caffè”era invece una nave in mezzo al mare, senza dottrine, veramente anarchica...

Gianni Celati. Conversazioni del vento volatore

Dalle coste romagnole devastate da una mareggiata si vola all’Africa misteriosa dei romanzi di Conrad e da lì in un campus universitario americano degli anni Settanta, poi al British Museum, fra gli scaffali di una biblioteca, e poi nell’oriente favoloso dei novellatori, fino ad arrivare a gran velocità in un pianeta abitato dagli alieni, e sempre, sullo sfondo, il deserto come vuoto fondativo di ogni possibile immaginare.   La prima impressione che lascia la lettura delle Conversazioni del vento volatore di Gianni Celati, libro da poco uscito per la casa editrice Quodlibet, nella collana Compagnia Extra diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon, è proprio il senso degli orizzonti vasti, di uno sguardo che osserva i dettagli per alzarsi subito in volo a cercare un punto più alto da cui guardare le cose. I discorsi su argomenti diversi che troviamo qui raccolti, storie di viaggi, di libri, di passioni cinematografiche, di ricordi autobiografici, di osservazioni sul mondo che cambia, di pensieri sulla scrittura e sul  tempo presente, seguono l’andamento fluido delle conversazioni a quattr’occhi: “Scrivere...

Quando è che una cosa diventa un’altra?

Nel 1840 Hippolyte Bayard scelse di fotografare se stesso come annegato, intitolando l'opera Autoportrait en noyé. In un bagno di luce paglierina il corpo esposto sembra impercettibilmente (già) corroso, il viso è calmo, posato vicino a un cappello rotondo di paglia.   Le fotografie dell’esposizione di Roni Horn del 1999 alla Tate Gallery di Londra (intitolata Still water),avevano come oggetto le acque del Tamigi. Ogni foto era stata scattata a distanza ravvicinata e mostrava solo il fiume. Niente sponde, niente presenze umane, solo le acque catturate dallo sguardo di notte, all’alba, nel pomeriggio, con tempi atmosferici diversi. Le acque erano ora trasparenti, ora oleose, ora nere e dense, ora solide e grigie, ora verde chiaro o verde giallo. A volte assomigliavano a una piscina, altre al grasso della balena. Ogni foto era disseminata di numeri che sembravano una schiuma fluttuante sulla superficie dell’acqua, una galassia di costellazioni. I numeri in realtà rimandavano a note a pié di pagina, dove informazioni tecnico-scientifiche sugli annegati si intrecciavano a citazioni letterarie da Emily Dickinson,...