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Lazzaro Spallanzani

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Veleni scientifici / L’affaire Spallanzani

Per tutti noi, oggi e da almeno un anno o anche più, Spallanzani è il nome di un ospedale di Roma; anzi, per essere precisi, è il nome dell'Istituto Nazionale di Malattie Infettive, assurto ai fasti della cronaca quotidiana a causa della ben nota, o tristemente nota, pandemia che tanto ci affligge. Ma chi era questo Lazzaro Spallanzani che dà il nome al nosocomio romano così spesso citato da giornali e telegiornali? Un'ottima ed esauriente riposta al quesito è fornita da un avvincente volume appena uscito per i tipi di Bollati Boringhieri, L'intrigo Spallanzani, di cui è autore Paolo Mazzarello, professore di Storia della Medicina all'Università di Pavia. Si tratta di un “saggio narrativo” o “romanzo con citazioni” secondo la definizione dell'autore stesso (nel Post scriptum). La narrazione, documentatissima e puntellata da un corposo apparato di note, inizia in medias res.  Spallanzani, professore di Storia Naturale dell'Università di Pavia, sta per raggiungere Costantinopoli, al seguito del bailo (ambasciatore) veneziano Zulian. È il 31 ottobre del 1785. Il professore, a differenza di certi suoi colleghi, non è un uomo sedentario, un topo di laboratorio; appena può...

Bestiario / I nostri antenati: delfini e balene

A vederlo non ci si crede. Uno dei primi antenati del delfino è un mammifero con il muso simile a un topo, quattro gambe e una lunga coda, e le unghie come un cervo. Si chiama Indohyus. Prove molecolari ci dicono che sarebbe il precursore dei cetacei, e perciò anche delle balene. Apparteneva alla famiglia degli artiodattili, animali con un numero di dita pari, nota come Raoellidae. Quando veniva minacciato si gettava in acqua sulle coste della Tetide, l’oceano che esisteva a quel tempo, 48 milioni di anni fa, di cui restano secondo alcuni studiosi delle vestigia nel mar Caspio e nel Mediterraneo. Allora un comune gruppo di antenati terrestri viveva in zone paludose con canali fluviali, prima di passare definitivamente al mare. Se vogliamo andare più indietro, a 53 milioni di anni, nell’Eocene, ci sono i pakicetidi. Tutte le particolarità di questi animali si ritrovano oggi nei delfini: nuotatori provetti, narici a fessura, struttura delle ossa dell’orecchio e i denti triangolari e seghettati. Qualche anno fa in Pakistan sono stati reperiti dei resti fossili di un mammifero che è un incrocio con un coccodrillo, Ambulocetus. Insomma i nostri delfini attuali sono gli eredi di animali...

Speranza e immaginazione / Se una zolla è rapita dal mare

In questi giorni sono salito in Appennino ma l’Appennino non c’era più. Tutto era lì, identico a prima. Le faggete, i denti di arenaria, le nevi residuali. Ma l’Appennino non era più lì perché qualcosa mi impediva di stabilire un ponte tra quello che avevo sotto gli occhi e quello che in più di quarant’anni si è raccolto, tra desiderio e memoria, nel mio paesaggio mentale. Le cucine delle osterie erano ancora calde, le piste tra i cuscini di foglie erano identiche a quelle che percorrevano i manipoli celtici o le brigate partigiane, l’odore del fumo dai comignoli era quello di mio padre e di mio nonno. Ma l’Appennino era scomparso. Non potevo più contare su di lui, vaporizzato. Dall’alto del Crinale guardavo giù la cappa lenticolare su Modena, sul polo ceramico, sulla Pianura padana. Ma non era solo la nube delle polveri sottili e delle zattere di CO2 alla deriva sopra cervelli e polmoni. Era come il 1962, come se una nuova Rachel Carson collettiva avesse scoperchiato il vaso di Pandora su una verità inconfutabile: non c’è angolo della Terra che sia salvo. Ieri erano le molecole di DDT, oggi è il virus pandemico, che sta impattando come un iceberg di panna contro il Titanic di...

Lo sguardo infinito / Lo sguardo fenomenologico di Leonardo

L’occhio nelle debite distanzie e debiti mezzi meno s’inganna nel suo uffizio che nessun altro senso.   Non avrebbe nessun senso commisurare l’eccezionalità dello sguardo di Leonardo alla giustezza delle sue descrizioni del funzionamento dell’occhio e alla precisione delle sue componenti anatomiche: queste mancanze, come abbiamo già accennato in precedenza, sono da ascrivere allo stato delle conoscenze scientifiche del momento e ai limiti degli strumenti d’indagine di cui si poteva disporre all’epoca. Nonostante queste oggettive difficoltà il Vinciano ha comunque tentato, con ammirevole ostinazione, di elaborare una spiegazione coerente del funzionamento dell’occhio, seppure basata su inesattezze anatomiche relative alla forma e alla posizione effettiva del cristallino. La fisiologia, in quanto scienza indipendente dall’anatomia, non era ancora nata. Al tempo di Leonardo non esisteva nemmeno il vocabolo, nato poi nel XVIII secolo con Albrecht von Haller (1708-77), autore degli Elementa Physiologiae, e con Lazzaro Spallanzani (1729-99) e le sue opere sul cuore e sulla circolazione. Leonardo ha dato un rilevante contributo alla conoscenza dei meccanismi visivi e delle strutture...

Il silenzio dei mari / L'anguilla e l'antropocene

Tutti conoscono le anguille per averle viste almeno una volta in un acquario, oppure offerte sul banco di un pescivendolo o addirittura per averle mangiate. Le anguille sono pesci che non lasciano indifferenti per la loro forma e colore. Nessun animale è così misterioso come loro. Patrik Svensson, scrittore svedese, ha scritto sull’anguilla un intero libro, Nel segno dell’anguilla (tr. di Monica Corbetta, Guanda, pp.281), che unisce i suoi ricordi di giovane ragazzo iniziato alla pesca dell’anguilla dal padre con una approfondita ricerca intorno a questo animale, di cui si sono occupati molti scienziati e filosofi a partire da Aristotele, padre della scienza antica. Un libro con due passi narrativi diversi, in cui si alternano le storie del genitore ai capitoli in cui Svensson ci racconta i segreti dell’anguilla. Un vero e proprio romanzo di formazione sia umana che intellettuale. Ma andiamo con ordine.      Cominciamo dal luogo da dove vengono le anguille: il Mar dei Sargassi. Nome arcinoto, ma se chiedete a qualcuno di dirvi dove si trova non avrete sempre la risposta esatta. Del resto questo è un mare senza confini precisi, delimitato solo da correnti e non da...

Carnet geoanarchico 12 / Appennino imprendibile

La domanda è semplice: esiste una letteratura appenninica come esiste una letteratura ligure o lombarda, o come si sente parlare di letteratura insulare e alpina? Direi proprio di no. L’Appennino è refrattario alle produzioni dell’immaginario, funziona più come ingombro geografico che come luogo della mente. E non dico che non esistano testi letterari sull’Appennino, voglio dire che per lo più si tratta di testi in transito, scritture che, prima o poi, vanno altrove. Prendiamo ad esempio l’Appennino settentrionale attorno alla sua cima maggiore, il monte Cimone. Siamo nel Modenese, tra il Bolognese e il Reggiano. Includendo il Parmense e il Piacentino è un blocco piuttosto omogeneo da un punto di vista geologico, culturale e paesaggistico, una vera Bioregione Nord-Appenninica, ma si tratta anche di una terra che, pensando alla letteratura, viene sbirciata quasi sempre da lontano. Rutilio Namaziano un accenno, Dante al volo sulla Pietra di Bismantova, Boccaccio un po’ più diffusamente sul Lago Scaffaiolo, una manciata di versi tra Shelley e Heine, un po’ Carducci, un po’ Pascoli.   Certamente abbiamo alcuni autori che riconoscono l’Appennino settentrionale come un luogo a...