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Michel Foucault

(118 risultati)

Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalistica / Giorgio Agamben. Le anarchie del potere

Se ne L’uso dei corpi (Neri Pozza 2014), il volume che logicamente chiude la serie Homo sacer, Giorgio Agamben, quasi in esordio, sosteneva che ogni opera «non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9), l’aver “abbandonato” il progetto in questione non è affatto coinciso con un abbandonare la pratica della scrittura da parte dell’autore. Agamben ha continuato, con una costanza sorprendente, a pubblicare una serie di libri, dall’oggetto apparentemente disparato, che però rappresentano a loro modo una continuazione coerente del suo percorso. Da un lato ci sono lavori che sviluppano e approfondiscono il tema della “forma-di-vita” (Autoritratto nello studio, Che cos’è reale?, Pulcinella), dall’altro una serie di testi, per lo più raccolte di saggi d’occasione, che approfondiscono il punto di vista dell’autore su temi centrali della sua opera. In questo senso vanno letti Che cos’è la filosofia? e Il fuoco e il racconto, quanto anche il recente Creazione e Anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, uscito da poco per i tipi Neri Pozza, che raccoglie cinque conferenze tenute tra il 2012 e il 2013 presso l’Accademia di...

Big Data Economy / Armi di distruzione matematica

Nell’ormai ben nota classificazione secondo Amber & Amber, Anatomy of automation, Prentice-Hall, 1962, esistono 10 gradi di automazione. Questi corrispondono a capacità umane che una macchina è in grado di sostituire: valutazione, apprendimento, ragionamento, creatività e dominio sono i gradi nei quali gli esseri umani saranno tra breve surclassati dagli automi. Ad esempio, con l’automazione “creativa” una macchina sarebbe in grado di creare manufatti originali. Con gli ultimi fatidici gradi 9 e 10, corrispondenti ad aspetti del “dominio”, tale macchina era stata ben rappresentata dall’occhio di HAL 9000 in 2001: Odissea nello Spazio e, infine, con la distruzione dell’umanità in The Matrix. Qui l’automa, prima fatto di bottoni, leve, bulloni e poi chip, infine, non esiste più: l’automa è una semplice “matrice di numeri” che ben oltre l’occhio di HAL che ci scruta, ci conosce, nei più intimi anfratti della nostra coscienza, ci sostituisce e diventa Noi. Proprio Zamjatin o Foucault hanno già causticamente rappresentato questo aspetto del potere, con l’Integrale e il matematico D-503 dello Stato Unico dedicato alla sua costruzione oppure il Panopticon ovvero quello “stato...

Piero Camporesi nel ventennale dalla scomparsa / Il corpo, Sant'Agostino e Marilyn Monroe

Via Broccaindosso è un’antica via di Bologna. Che dà a chi la percorre l’idea di infilarsi in un cunicolo stretto e lungo, una sorta di ventre scuro che conduce chissà dove. Qui abita Piero Camporesi, docente di letteratura italiana all’Università di Bologna, nonché autore di una decina tra saggi e volumi tutti dedicati all’immaginario premoderno, al corpo, al cibo e alla fame. Il luogo – questa via che mima l’ingresso di un ventre e la casa dall’indubbia impronta seicentesca – è il più adatto per incontrare il professor Camporesi.   Negli ultimi mesi sono usciti pressso Garzanti e il Mulino due volumi di questo studioso: Le officine dei sensi (Garzanti), dedicato all’anti cucina dei Padri del Deserto, al latte e alla mela come alimenti simbolici, all’anatomia, e Il paese della fame (Il Mulino), un saggio sul ventre e la fame, che attraversa il paese di Cuccagna, il Carnevale e l’Inferno dantesco. La scrittura di Camporesi è dotata di grandi capacità immaginative che trasformano questi libri di saggistica in appetitosi viaggi nel passato, attraverso ragioni umane oggi scomparse o eclissate, che tuttavia continuano ad abitare il sottosuolo della nostra immaginazione sociale....

La quarta rivoluzione / L’infosfera sta trasformando il mondo

Descrivere le trasformazioni del presente è sempre un’attività particolarmente complessa. Lo è perché siamo immersi all’interno della mutazione, perché siamo parte di quell’evoluzione che caratterizzerà il nostro futuro. Ma lo è anche perché ci mancano spesso le parole per descrivere la trasformazione e quelle che usiamo si riferiscono a una semantica costruita sul tempo passato che tenta di afferrare “ciò che sarà” in tutta la sua inadeguatezza. E non si tratta di gettare la basi per la futurologia ma di avere gli strumenti per leggere e dire quello che ci sta attorno, per descrivere come le tecnologie della comunicazione e dell’informazione ci stanno cambiando, così in profondità da produrre un modo diverso di pensare a noi stessi.   Il libro di Luciano Floridi – filosofo all’Oxford Internet Institute – La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (Raffaello Cortina Editore) rappresenta uno strumento di costruzione di una semantica nuova, di una vera e propria “ontologia della connessione”, una riflessione sistematica in cui ci si interroga sul senso delle ICT (Information and Communication Technologies) e i modi in cui sono diventate vere e proprie...

Compulsion di Meyer Levin / Uccidere senza un perché

Sono innumerevoli le vicende processuali che hanno meritato e meritano anche oggi l’attenzione degli scrittori, da Buzzati e Moravia tra gli italiani, a Gide e Truman Capote per citare gli esempi più noti. Perché allora leggere questo libro? Meyer Levin non è uno scrittore affermato. Ha scritto alcuni libri poco noti tra cui Compulsion (Adelphi, 2017), uscito nel 1956 senza particolare successo. In Italia viene tradotto dopo qualche anno con il titolo Gli ossessi, ma poco se ne parla. È portato sullo schermo nel 1958 con il titolo Frenesia del delitto e con un titanico Orson Welles, ma rimane in bassa classifica. Nei primi anni novanta ispira il trascurabile Swoon.  In realtà il libro nasce per una casualità. Nel 1924 Levin ha avuto in sorte di seguire, come giornalista giovane e dinamico, una vicenda giudiziaria che all’epoca ha suscitato molto interesse e la descrive nel libro. Di cosa si trattava?    I protagonisti, assassini poi confessi, sono due minorenni, rampolli vezzeggiati di ricche famiglie cui nulla manca, annoiati e alla ricerca di emozioni, legati tra loro da un vincolo stretto e sessualmente ambiguo. Una coppia che diviene criminale, così per i...

Sette malattie del potere / Critica della ragione manageriale

Come può succedere che lo stesso uomo sia considerato il padre della più limpida e celebrata democrazia della storia, un tiranno liberticida, un suadente mistificatore, o un benefattore del popolo? Basterebbero queste domande che Vincent Azoulay si pone a proposito di Pericle per avere un quadro, ancorché parziale, della complessità del potere e delle sue dinamiche, delle sue degenerazioni patologiche e delle sue possibilità.   Si può anche comprendere qualcosa di più del sospetto che il potere suscita e delle ragioni delle cattive forme nel suo esercizio, connesse all’attivazione intensiva di paura e desiderio, spesso in modi incontrollabili e incontrollati. Di Pericle emergono i complessi meccanismi della leadership e della costruzione del consenso nel contesto conflittuale di Atene; è possibile riconoscere le vie e il valore delle sue riforme istituzionali che fornirono un modello di democrazia che ancora oggi è di riferimento. Accanto alla capacità di realizzare il massimo grado possibile di democrazia diretta e di partecipazione pubblica, Pericle domina da solo la vita politica ateniese con una concentrazione altissima di potere nelle proprie mani. Non solo, ma mentre...

Identità, sessualità, spiritualità / Erotico vs. sessuale. Una conversazione

Questa conversazione è un estratto dal nuovo numero della rivista aut aut Prove di spiritualità politica.   L'idea di questo fascicolo nasce dal desiderio di condividere una riflessione sul rapporto tra “io” e “noi”: esiste un nesso tra la dimensione soggettiva e quella collettiva? Tra i processi di trasformazione personale e quelli in cui ci si raccoglie e si avanza insieme per provare a cambiare il mondo? Si tratta senz’altro – in ogni caso è l’ipotesi da cui siamo partiti – di uno dei problemi più acuti e sensibili del nostro tempo. Se provassimo per esempio a chiederci se, per fare filosofia e fare politica, sia davvero sufficiente “parlare” o “scrivere” di filosofia e di politica? È così che abbiamo deciso di provarci, cercando di condividere il più possibile questo esercizio attraverso le pagine di “aut aut”. Le prove cui si fa riferimento nel titolo del fascicolo hanno il sapore impreciso, balbettante, precario degli esercizi che precedono l’andata in scena; ma sono anche l’esperienza stessa del provarci, di averci provato o di stare magari ancora lì a provarci. Pur rivisitando alcuni “luoghi” della ricerca foucaultiana, nel fascicolo la presenza di Foucault è una...

È uscito il nuovo volume della collana Riga / Blanchot e il superamento del libro

Maurice Blanchot è certamente uno dei massimi teorici novecenteschi della letteratura, dunque anche di quella lunghissima «civiltà del libro» che si estende dai greci fino agli scrittori suoi contemporanei. Tuttavia un esame più ravvicinato del modo in cui egli si rapporta alla nozione di libro può rivelare una serie di inquietudini e di intuizioni anticipatrici. Vale dunque, per quest’ambito tematico ristretto, qualcosa di simile rispetto a ciò che Foucault affermava a proposito del più generale rapporto con lo spazio letterario: «Se Blanchot si rivolge a tutte le grandi opere della letteratura mondiale e le intesse nel nostro linguaggio, lo fa proprio per dimostrare che queste opere non si possono mai rendere immanenti, che esse esistono al di fuori, che sono nate al di fuori e che, se esistono fuori di noi, noi siamo a nostra volta fuori di esse. E se manteniamo un certo rapporto con queste opere è a causa di una necessità che ci costringe a dimenticarle e a lasciarle cadere fuori di noi; è, in certo modo, sotto la forma di un’enigmatica dispersione, e non di un’immanenza compatta».   Un primo esempio di problematizzazione dell’idea di libro, da parte di Blanchot, può...

Un libro, due voci / Il futuro del sesso?

Due voci contrastanti su uno stesso libro.   Anita Romanello:   Quando ho letto il saggio di Emily Witt mi sono sentita tirata in causa. Non perché io concordi con tutto ciò che l’autrice sostiene (ammesso che sostenga davvero qualcosa), ma perché in Future sex si parla davvero della mia generazione. Lo stile è limpido e brillante, ironico senza eccedere, mai banale. Pensare che Future sex sia un saggio sulla sessualità è limitante. È la nostra società l'indiscussa protagonista di queste pagine. Il sesso è solo un filtro attraverso cui guardarla, un filtro che offre molti spunti.    Da bambini obbedienti degli anni Ottanta e Novanta eravamo consapevoli dei fallimenti della controcultura, era una lezione implicita tramandata dai nostri genitori, e così eravamo rimasti in ostaggio di medie scolastiche, leggi antidroga, assicurazioni sanitarie, debiti contratti per studiare, ammissioni al college, lauree, tirocini, preservativi, creme protettive per la pelle, antidepressivi, aree fumatori separate, espressioni politicamente corrette, chiusure antibambino, abbonamenti in palestra, piani telefonici, caschi per andare in bici, esami preventivi contro il cancro, rate...

Dalla "scoperta dell'infanzia" all'infanzia oggi / Pedofilia

Confesso di aver paura di scrivere o parlare di pedofilia – oggi, è come attraversare un campo minato. Il vespaio provocato dal romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, il cui protagonista è un prete che desidera i bambini ma casto, mostra bene che la pedofilia tocca certi nostri nervi scoperti. Siti in un’intervista (“Il caso Siti”, La Repubblica, 20 aprile 2017) si è sbagliato quando ha detto che desiderare i bambini senza farci nulla non è reato. Invece, si incrimina qualcuno anche solamente per aver visitato siti pedopornografici. Non solo gli atti pedofili, ma il desiderio pedofilo in sé oggi è criminalizzato. Come il decimo comandamento, il solo che proibisca un desiderio – dei beni altrui, compresa la donna altrui.   Anni fa una rivista di psicoanalisi mi chiese un intervento sulla pedofilia, e io scrissi un saggio in cui esaminavo alcuni casi di pedofilia presi dalla letteratura clinica. Con mia sorpresa il saggio fu rifiutato; il compianto amico Pietro Barcellona, membro della redazione, mi disse che quel mio scritto era apparso una lancia spezzata a favore dei pedofili. Caddi dalle nuvole. Il mio pezzo, almeno così credevo, era un’analisi scientifica, cioè distaccata...

Il trend mortifero della sinistra radicale / Macron e i disastri del radicalismo politico

Le principali forze tradizionali francesi, destra e sinistra, le forze politiche che hanno perso le elezioni per questo prossimo turno presidenziale, hanno dato indicazione di voto al nuovo raggruppamento di Macron. Dobbiamo riconoscere che le parole di Fillon, uomo di destra, sono state le più chiare. Esiste ancora, nella destra francese, a differenza che nella destra italiana, una chiara marca di distinzione tra fascismo e antifascismo. L'indicazione di voto per Macron da parte di Fillon è, in primo luogo, contro Le Pen e la sua forza fascista, razzista, violenta. Insomma la destra democratica francese non si fa imbrogliare dalle moderate prese di distanza di Le Pen dal padre fascista. I socialisti, che si sono ridotti a netta minoranza, hanno fatto, con meno chiarezza, lo stesso discorso. La minor chiarezza è caratteristica di una sinistra vecchia e perdente, in uno stato di forte depressione, incapace di rinnovarsi, che scambia la complessità sociale con l'astrusità dei ragionamenti. Diversamente è stato per Mélenchon, leader di una forza politica di estrema sinistra che ha ottenuto un cospicuo numero di elettori. Mélenchon, come il Duca di Mantova nel Rigoletto, ha detto: “...

La sottomissione dell'apparire all'essere / Gli inganni della trasparenza

Ci sono pochi dubbi sul fatto che la trasparenza sia la retorica dominante di questo primo scorcio di Nuovo Millennio. Numerosi gli studi che hanno affrontato tale questione, pressoché infiniti gli esempi offerti dalla quotidianità politica e cronachistica a sostegno di questa tesi. Parlamento come casa di vetro, riunioni in streaming, accesso diretto ai dati, quantificazione compulsiva delle informazioni, imprescindibili esigenze confessionali: ecco un piccolo ventaglio della mania di trasparenza che irrora i discorsi sociali. Ma questa visibilità virtualmente illimitata non rischia di essere anche una trappola, come ammoniva Michel Foucault più di quarant'anni fa nella pagine di Sorvegliare e punire? Il filtro invisibile della perfetta trasparenza, denegando la sua stessa presenza, non finisce per essere nient'altro che un trompe-l'oeil, inganno insieme sensoriale e cognitivo?   Laurent Grasso, Visibility is a Trap, 2012.    Questi pensieri si rincorrono mentre sfoglio le pagine che compongono La trasparenza inganna (Luca Sossella Edizioni, 2015), una raccolta di interventi curati da Maria Albergamo, corredati da un interessante apparato iconografico che...

Conversazione con Jonathan Simon / Pericolo, crimine e diritti

Questa conversazione - tradotta da Giovanni Vezzani - è un estratto dal nuovo numero della rivista aut aut, di cui riportiamo la prefazione scritta da Mario Colucci e Pier Aldo Rovatti.   Questo fascicolo prosegue l’indagine sulla pericolosità avviata nel n. 370, mantenendone il titolo e ampliando i diversi percorsi collegati o collegabili a una questione che riteniamo attuale e decisiva. Il passaggio dall’individuo pericoloso alla società a rischio viene inizialmente sviluppato attraverso alcuni materiali: un’inedita conversazione che Michel Foucault tenne negli Stati Uniti nel 1983, la ricostruzione di Bernard Harcourt di come si è imposto il concetto di analisi attuariale e due interventi della scuola belga di criminologia a firma di Fabienne Brion e Christophe Adam. Ma il fascicolo apre anche una serie di altri fronti che vanno dal terreno giuridico e dal problema del carcere all’emergenza sociale e politica del “pericolo” immigrati, oggi molto dibattuto in Italia e in Europa, a quella della violenza sulle donne, indagata dalla prospettiva della psicoanalisi. Siamo una rivista che cerca di mettere alla prova ogni volta il pensiero critico: l’allargamento della...

Si può vivere senza, ma mica tanto bene / Ironia: non aderire alle convinzioni

“Non c'è da meravigliarsi se l'ironia presenta alcuni pericoli, sia per l'ironista che per le sue vittime. La manovra è arrischiata, e come ogni gioco dialettico, riesce solo di stretta misura: un millimetro in meno, - e l'ironista diventa lo zimbello degli ipocriti; un millimetro in più, - e persino lui si inganna insieme alle proprie vittime; far causa comune con i lupi è pura acrobazia e può costar caro a chi è maldestro. L'ironia, pena il naufragio, deve così bordeggiare pericolosamente tra la Cariddi del gioco e la Scilla della serietà: la prima di queste trappole è lo slittamento dell'ironico nel ludico, la seconda la ricaduta dell'allegoria in tautegoria ingenua; talvolta l'ironia cede alla vertigine dell'ambiguità, e l'andirivieni fra gramma e pneuma finisce col farla impazzire del tutto; talaltra aderisce alla lettera della grammatica rinunciando all'equivoco con una scelta univoca. D'altronde a che ci serve una simile prova di abilità? A liberarci, dicono, dalle illusioni... Ma le illusioni sono così funeste che, per distruggerle, dobbiamo arrampicarci su questo trapezio volante?”    La domanda di Vladimir Jankélévitch, dal suo libro "L'ironia", rimane tutta...

Goethe Institut Torino / Siamo cambiati dalle immagini

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Riccardo Panattoni per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Durante un’intervista rilasciata a Claude Bonnefoy alla fine degli anni sessanta, soffermandosi sul rapporto tra il suo fare filosofia e la propria scrittura, Michel Foucault dichiara in primo luogo di non sentirsi un interprete, di non avere l’ambizione di riportare alla luce cose sepolte o di rendere evidente il segreto che si nasconde dietro a ciò che è stato detto da altri. Non si sente neppure coinvolto in una ricerca rivolta a evidenziare il senso dissimulato nelle cose o nei discorsi: gli preme innanzitutto rendere conto di ciò che è immediatamente presente, perché in realtà, a guardarlo bene, rischia di rimanere avvolto in una sorta di invisibilità....

A 10 anni dalla sua scomparsa / “Vita di Baudrillard”

Perché tra virgolette? Le virgolette, come a suo tempo aveva osservato Umberto Eco, sono la cifra del postmoderno. L’indice di un atteggiamento che consiste nel non prendere sul serio, di petto, frontalmente, gli enunciati o le grandi narrazioni del Moderno. Una posizione di enunciazione laterale, disimpegnata, e che in fondo secondo i suoi critici tradurrebbe l’impotenza o la noia per la serietà delle ossessioni di fondazione. Una predilezione per le superfici, una strategia da cover che presuppone la sfiducia nell’originale, il gusto di tradire la verità, la storia. Si capisce che il grande scrittore del postmoderno sia stato Borges, con la sua passione per il falso e il simulacro. “Questo libro nasce da un testo di Borges, dal riso che la sua lettura provoca (…) facendo vacillare e rendendo a lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro”: così comincia Le parole e le cose, di Michel Foucault, uno dei libri-emblema di questa epoca.   Certo Baudrillard ha partecipato a questa gigantesca opera di irrisione. Chi c’era più postmoderno di lui, così compiaciuto da concedersi alla ribalta mediatica internazionale mentre ne stigmatizzava la distanza dal...

Da Foucault a Eco / Fino a che punto possiamo interpretare?

Cinquant’anni fa uscivano in Francia gli atti del Colloquio di Royaumont, svoltosi tre anni prima, che avrebbero segnato i destini della filosofia “continentale” all’insegna della Nietzsche-Renaissance: una rinascita dell’interesse per la figura e l’opera di Nietzsche, definitivamente riscattato dalle strumentalizzazioni naziste, preparata anche dalla pubblicazione nel 1961 del poderoso corso di Heidegger e, soprattutto, dall’edizione critica nel 1964 delle opere di Nietzsche, curata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Tra gli interventi di quel convegno, quello di Michel Foucault, che, ricordiamolo, poco prima di morire sulle pagine di Les Nouvelles littéraires dichiarerà di essere sempre stato “semplicemente un nietzschiano”, presenta una singolarità. Nietzsche, nel saggio, è in compagnia degli altri “maestri del sospetto”, Marx e Freud, che, a differenza di Ricoeur, non sono visti da Foucault tanto come coloro che dubitano della coscienza trasparente a se stessa, di cartesiana memoria, e l’allargano demistificandone i pregiudizi o i condizionamenti che su di essa operano l’ideologia borghese, le pulsioni libidiche o i valori della tradizione morale e metafisica. Gli autori...

Anniversari. Una conferenza radiofonica sul corpo utopico / Di quale corpo ci parla Foucault?

“Posso andarmene in capo al mondo, nascondermi sotto le coperte la mattina, farmi il più piccolo possibile, posso pure liquefarmi al sole su una spiaggia, lui sarà sempre là dove sono io”. Chi è questo compagno assiduo che anticipa e mette sotto scacco ogni mio tentativo di separarmene? Chi o cos’è questa presenza con cui sono condannato a condividere sempre il mio spazio, le mie destinazioni, i miei soggiorni, persino i miei nascondigli? Chi o cosa non m’impedisce di cambiare posto, di andare altrove, eppure mi rende impossibile prenderne congedo? La risposta che Michel Foucault dà in una delle due conferenze radiofoniche sugli “spazi altri”, trasmesse nel dicembre 1966 (Le corps utopique – Les hétérotopies, Éditions Lignes, trad. it. Utopie. Eterotopie, Cronopio 2004 ) e poi riprese in un intervento presso il Cercle d’études architecturales nel marzo 1967, è semplice, facilmente intuibile, ma è anche l’ingresso nella prima di tante piccole e sorprendenti stanze di un testo tra i più belli, nonché tra i più trascurati, di un autore che pure annovera, come pochi, una bibliografia smisurata su quasi ogni pagina della sua variegatissima produzione. La risposta è: il “mio” corpo....

Anonimi, pseudonimi e identità misteriose / I libri senza nome

Vari secoli fa, non era insolito il fatto che opere letterarie e filosofiche, talora anche importanti, venissero pubblicate in forma anonima. Ciò accadeva o per una certa indifferenza, nei lettori di quelle epoche, riguardo ad un’attribuzione sicura dei testi, oppure per una precauzione adottata dagli autori medesimi, specie quando intendevano sostenere tesi che rischiavano di esporli a biasimi (o peggio, a condanne e persecuzioni) da parte delle autorità politiche o religiose. Ma nei secoli più vicini a noi la presenza di opere anonime è divenuta percentualmente assai rara. Tutt’al più lo scrittore, se per un qualsiasi motivo preferisce evitare di collegare la propria identità anagrafica al libro che pubblica, si accontenta di ricorrere a un nom de plume. Tuttavia, anche nell’Ottocento e nel Novecento ci sono stati alcuni letterati o filosofi che hanno osato pronunciarsi a favore dell’anonimato dei libri. Può dunque risultare interessante vedere, pur limitandoci a pochi esempi, a quali argomenti essi abbiano fatto ricorso per motivare il loro punto di vista. Partiamo da un aforisma di Nietzsche, in cui si legge: «Che il nome dell’autore appaia sul libro è oggi a dir vero costume...

Un’apocalisse integrata / Psicopolitica di Byung-Chul Han

«La libertà sarà stata un episodio» (p. 9). Con questa sentenza lapidaria si apre l’ultimo libro tradotto in italiano del filosofo coreano di lingua tedesca Byung-Chul Han, Psicopolitica.  Il libro di Han, poco più di 100 pagine, diviso minuziosamente in 13 sottoparagrafi, si pone come una disamina del tema della psicopolitica, che ad avviso dell’autore sarebbe l’impensato delle politiche che – dall’inizio dell’età moderna, secondo il dettato di Foucault – nel mondo contemporaneo fanno dei corpi degli uomini il loro oggetto principale, e che sono state chiamate dagli interpreti “biopolitiche”. Per prima cosa Han sottolinea come, nel regime neoliberale, si sia attuato un superamento del paradigma individuato da Marx, secondo cui – riducendo – ci sarebbe una classe di sfruttatori e una di sfruttati: per Han nel neoliberismo «ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa» (p. 14): non averlo capito sarebbe il grande errore di teorici come Toni Negri, che sarebbero, secondo Han, rimasti attaccati a un paradigma descrittivo delle modalità di produzione vecchio e non più al passo coi tempi: «Le attuali forme di produzione non sono determinate dalla “...

Come sull’orlo del mare un volto di sabbia / A cinquant’anni da Le parole e le cose di Foucault

Pubblicato nel 1966, con l’editore Gallimard di Parigi, Les mots et les choses. Une archéologie des sciences humaines (Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane) di Michel Foucault non è solo l’opera che canonizza definitivamente un nuovo maître à penser sulla scena intellettuale francese, ma anche l’evento editoriale di quell’anno. Anno nel quale lo strutturalismo tocca il suo apogeo e assume i contorni di un vero diluvio che inesorabilmente travolge e fa invecchiare agli occhi delle nuove generazioni, in particolare, le stelle del firmamento filosofico del secondo dopoguerra, come Sartre o Merleau-Ponty, padri nobili in Francia della fenomenologia, dell’esistenzialismo e dell’engagement civile e politico. Contraddistinto da uno stile virtuosistico e avvolgente, si può dire, alla stregua di quelli che lo procedono e che lo seguiranno, un libro “scritto con la spada, con la lama, da un samurai secco come selce, il cui sangue freddo e orgoglio erano senza limiti”, per riprendere le parole dell’amico personale e storico dell’Antichità Paul Veyne (P. Veyne, Foucault. Il pensiero e l’uomo, Garzanti 2010. Le Monde lo saluta come “un’opera impressionante”, sebbene non di...

Per una filosofia e una politica oltre l’individuo / Non si dà vita vera se non nella falsa

Fin dal sottotitolo La vita comune. Per una filosofia e una politica oltre l’individuo (DeriveApprodi, Roma 2016, pp. 106) di Paolo Godani si presenta come un pamphlet propositivo di un intreccio indissolubile tra pensiero filosofico e azione politica e, come ogni pamphlet, parte da una presa di posizione radicale e traccia le linee introduttive di una teoria e una pratica da fare. Il riferimento più costante del testo, quello da cui prende le mosse e con cui non si abbandonerà mai il confronto, è senza dubbio il frammento di Walter Benjamin che prende il nome di Capitalismo come religione.   In esso Godani trova gli strumenti d’analisi per rendere conto della situazione esistenziale contemporanea segnata da un’atomizzazione atta a formare degli individui in solitudine e del tutto incapaci di una vera comunicazione, anche se occupati tutti nelle stesse attività, da un lato; e dall’altro la totalizzazione di un senso della vita individuale che trova in un compimento destinale e teleologico la propria conclusione. Entrambi questi aspetti, che sono strettamente legati, presentano un correlato al contempo genealogico ed esistenziale rispettivamente in ciò che Benjamin chiama «le...

Lubitz, Breivik, Mohamed Lahouij Bouhlel / La strage di Nizza e l'età psicotica

Siamo in epoca psicotica, non è la prima e non sarà l'ultima, nessuna apocalisse. Cos'è un'epoca psicotica? Come insegna Paul-Claude Racamier (1924-1996), la psicosi – tra gli altri sintomi familiari - è la negazione di qualsiasi tipo di conflitto. Nei sistemi psicotici “conflitto”, per definizione, significa “distruzione”. Bisogna far sempre finta che tutto vada bene. Nei momenti in cui il conflitto “si mostra” - come direbbe Wittgenstein - si mostra in termini distruttivi, unica sua possibilità, giacché il resto deve essere “dialogo”. Sintassi dei sistemi psicotici.   Non è questo ciò che i politici chiamano totalitarismo? Sembra che i sistemi psicotici e il totalitarismo siano un unico soggetto visto da dentro e da fuori. Quando, di fronte a un conflitto, anziché aprire una discussione, ci si rivolge a un'istanza superiore, preposta, nella mente di chi lo fa, ad annientare la parte “altra” del conflitto, allora siamo ai capi scala della Germania Democratica, alla buca delle delazioni. Questo soggetto collettivo esiste e non è quel soggetto collettivo romantico che libererà l'umanità da ogni male. È narcisista e sadico. Però, questo soggetto, non è struttura patologica...

Definire la guerra

“Gli uomini sono nati per uccidere, ma portano il distintivo della pace in testa”, dice il soldato Joker in Full Metal Jacket di Kubrick, indicando icasticamente il duplice e paradossale ingrediente che sembra connotare la natura e la storia dell’umanità fino ad oggi: aggressività e solidarietà, violenza e tolleranza, civiltà e barbarie, guerra e pace. In nome della famosa “legge di Hume”, ovviamente, constatare per l’ennesima volta che sia così, non significa che debba essere così o che non possa non continuare ad essere così. Nulla ci autorizza a scivolare dal piano della descrizione a quello della previsione e addirittura della prescrizione, magari fornendo una giustificazione ad atteggiamenti fatalistici, cinici o pseudo-realistici. Può essere utile, invece, come ci aiuta a fare Giangiuseppe Pili,  con il suo prezioso e corposo lavoro, appena dato alle stampe (G. Pili, Filosofia pura della guerra, Aracne, Roma 2015), reinquadrare, con un approccio filosofico, una serie di questioni che tornano ad assillarci: come definire la guerra?   La guerra è una possibilità, che quindi l’uomo può non scegliere, o è inevitabile? Cosa causa una guerra? Cosa fa aumentare le...