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Primo Levi

(215 risultati)

Una mostra a Milano / L’ancipite Levi

Inaugurata a inizio dicembre come segno di resistenza culturale, c’è una mostra a Milano che merita d’essere visitata, sperando in una tregua d’apertura di musei e gallerie. Ha al centro lo scrittore italiano che più ha saputo testimoniare l’inferno realizzato della violenza e dell’odio, ma che ci ha anche insegnato a far durare e dare spazio, per dirla con Calvino, a ciò che inferno non è. Stiamo parlando di Primo Levi e della mostra Figure, una selezione delle sculture al filo di rame che lo scrittore ha intrecciato nel corso di tutta sua esistenza. Dei lari inquieti, potremmo definirli, dato che Levi li teneva nel proprio appartamento, abitanti di librerie, mobili o appesi alle pareti di casa.   Tartaruga   Dopo una prima assoluta a Torino, queste enigmatiche figure trovano ora ospitalità negli ambienti impregnati di memoria industriale della Centrale dell'Acqua di Milano, grazie al sapiente allestimento di Giancarlo Cavaglià e la cura di Fabio Levi e Guido Vaglio. Il museo ha anche raccolto un ricco apparato di video, che permettono di approfondire ogni figura esposta con le parole di un commentatore di vaglia – da Marco Belpoliti a Ernesto Ferrero, da Elena...

Luoghi, amici e storie / Marco Belpoliti. Pianura, eccetera

Una domanda che ci si può porre a proposito di Pianura, l’ultimo libro di Marco Belpoliti (Einaudi, pp. 280, € 19,50), riguarda il genere a cui appartiene. Che cos’è? Un libro di viaggi, di memorie, di descrizioni? Una raccolta di saggi, una galleria di ritratti, un’autobiografia? Un quaderno di appunti, un diario? D’altro canto, il titolo non contiene misteri. Tema dell’opera è la Val Padana, la pianura evocata dalla fotografia di Luigi Ghirri che illustra la sovracoperta: un albero che appena s’intravede nella nebbia, accanto a un’edicola sacra, di quelle che s’incontrano a tutti i crocicchi delle nostre campagne. La valle del Po, dunque, a partire dall’area emiliana dove si è svolta gran parte della vita dell’autore, nativo di Reggio Emilia, con importanti indugi sulla Romagna e sul delta del Po, e sporadiche incursioni verso l’Appennino, nonché nella Lombardia pedemontana (la Brianza), dove Belpoliti ha vissuto (molto meno presente la città di Milano, dove da tempo abita). Ad apertura di libro, una mappa disegnata dall’autore riproduce questo scenario geografico, e riporta i principali luoghi di cui si parlerà, a volte corredati da sommari appunti. Al centro Reggio, e poi...

Bestiario / Farfalle

Primo Levi visita nel 1981 una mostra dedicata alle farfalle a Torino nel Museo Regionale di Storia Naturale e ne scrive su un quotidiano (Le farfalle in L’altrui mestiere). I colori dei lepidotteri lo catturano. Si chiede: perché sono belle le farfalle? Non certo per piacere all’uomo, come ritenevano gli avversari di Darwin all’epoca delle pubblicazioni delle opere sull’evoluzione. S’interroga perciò sul concetto di bellezza che riconosce immediatamente come relativo e culturale, modellato nei secoli sulle farfalle, oltre che sulle montagne, sul mare e sulle stelle. Osserva che nella nostra civiltà sono “belli” i colori vivaci e la simmetria, al contrario di quanto avviene in altre culture: per questa ragione le farfalle ci colpiscono così tanto. La farfalla è una fabbrica di colori, continua l’autore di Se questo è un uomo, poiché “trasforma in pigmenti smaglianti i cibi che assorbe ed anche i suoi stessi prodotti di escrezione. Non solo: sa ottenere i suoi splendidi effetti metallici ed iridescenti con puri mezzi fisici, sfruttando soltanto gli effetti di interferenza che osserviamo nelle bolle di sapone e nei veli oleosi che galleggiano sull’acqua”. Ma c’è altro. Non bastano...

K. Revue trans-européenne de philosophie et arts / Pinocchio o della fame

Di quel pezzo di legno destinato a diventare burattino, Collodi dice che era “come tutti gli altri”. Nessuno avrebbe potuto immaginare a prima vista che fosse un pezzo speciale. Tutt’al più, si dice nelle prime pagine del libro, sarà buono per il fuoco di cucina: “a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli...”. In questo passaggio non c’è ancora la fame, ma la sua ombra cupa, in forma di una pentola che ribolle tra sé e sé, mentre attorno tutti sono affaccendati nei loro mestieri. Attraverso questa cucina fumosa si allude a un’epoca in cui la fatalità di rovesciare la pentola per terra rappresenta una vera e propria disgrazia. In Pinocchio la fame è onnipresente o, più esattamente, Pinocchio è il romanzo dell’onnipresenza della fame.   Una fame tangibile, insensata, che prende tutte le membra del corpo, anche quello di legno del burattino. Il libro mette al suo centro un tema che oggi resta per lo più dimenticato come motivo nella coscienza dell’uomo bianco europeo, ma che in Pinocchio la scrittura tocca con mano a ogni giro di frase. Oggi, in maniera immaginaria e fondamentalmente rassicurante, la si allontana agli anni della guerra o a quelli...

Promemoria / Luciana Nissim e Primo Levi

Siamo nel salotto di un appartamento di Milano, l’ambiente è inondato di luce e sembra faccia caldo. Nell’inquadratura una signora di una certa età siede sul suo divano nell’angolo in cui di solito “legge libri gialli”. Indossa un vestito al ginocchio, blu scuro e comodo, giacca turchese e classico filo di perle a incorniciare un viso disegnato dal tempo, incredibilmente espressivo. Gli occhi sono intelligenti, mobili e vivaci, spesso affettuosamente irridenti. La voce dell’intervistatrice le chiede quale messaggio lascerebbe alle generazioni future e a suo figlio. La signora appare sorpresa per la domanda, in un primo momento ride: non è tipo da lasciare messaggi ai posteri. Poi si ferma e si fa di colpo pensierosa, lo sguardo si sposta di lato e sembra andare altrove. Lei è Luciana Nissim Momigliano, sopravvissuta ad Auschwitz che ha deciso di partecipare all’iniziativa della Shoah Foundation di Spielberg; è il 3 luglio del 1998 e in dicembre un tumore ne avrebbe spento la vita.    Dopo quel momento di impasse si ricompone, cambia posizione e risponde: “Il messaggio è questo: lavorare, darsi con devozione alle cose che si fanno, fare quello che si crede sia importante...

La giustizia necessaria / Wiesenthal, i limiti del perdono

Nel 1942, a Leopoli, un soldato delle SS rimasto gravemente ferito in combattimento chiese di poter parlare con un ebreo, uno qualsiasi. Sapeva che stava morendo, e aveva il rimorso di un crimine orrendo contro degli ebrei a cui aveva partecipato, nella città ucraina di Dnepropetrovsk, dove 400 tra uomini, donne e bambini erano stati rinchiusi in una casa poi data alle fiamme. Lui ed altri avevano avuto il compito di sparare a chi cercava di saltare dalle finestre. Aveva visto scene terribili, che lo tormentavano; in particolare il volo nel vuoto di un padre, con il fuoco già addosso e un bambino in braccio. Il tedesco morente voleva un ebreo cui chiedere perdono. Per caso venne scelto il prigioniero Simon Wiesenthal, che fu lasciato solo nella stanza con il ferito. Wiesenthal lo ascoltò a lungo, ma non lo perdonò: poteva perdonare una sofferenza inflitta a lui stesso, ma non il male, la tortura e la morte, inflitti ad altri. Non sarebbe stato giusto, non aveva il diritto di farlo. Né per quei 400, né per gli 89 famigliari uccisi negli anni del terrore nazista, né per i milioni di vittime dell’Olocausto.   Simon Wiesenthal è conosciuto come il più grande cacciatore di nazisti...

Di chi mi devo fidare? / Lino Aldani, 37 gradi di temperatura corporea

Con il rispetto per i morti e per le forze impegnate contro il virus che in questi mesi ha cambiato la nostra vita, questa epoca avrà tra i suoi simboli il termometro.  In passato il nemico era riconoscibile come avversario, questo invece è impalpabile, inafferrabile, etereo, misterioso, non ideologico, immerso nella natura. Di qui il ricorso a chi ne sa di più, all’esperto, alle sue conoscenze e ai suoi ferri del mestiere, e a strategie di ogni genere, inclusi semplici mezzi della tradizione per rilevare il primo segno di pericolo attraverso la febbre, come appunto i termometri.  Cambiano le fogge ma è sempre lui, il termometro a misurare la temperatura e controllare la salute del corpo. È una situazione curiosa in cui l’antico viene in aiuto del moderno, soprattutto in un periodo in cui il dato sanitario programma la vita collettiva. Una situazione che la fantascienza aveva contemplato già in passato, in particolae ad opera di uno scrittore italiano tra i maggiori, Lino Aldani. Nato nei pressi di Pavia, Aldani si trasferisce presto a Roma dove si impegna in diversi mestieri (operaio, barista, bancario, professore di filosofia) prima di insegnare matematica nella scuola...

Insetti 6 / Calvino, Levi e le formiche tagliafoglie

“Noi non lo sapevamo, delle formiche, quando venimmo a stabilirci qui”. Così inizia La formica argentina racconto lungo di Italo Calvino, pubblicato per la prima volta nel 1952. Una coppia di giovani sposi con un figlio s’insedia in una località della Riviera Ligure e scopre che è invasa dalle formiche; entrano dappertutto fino a ricoprire anche il loro bambino che dorme. Così i due adulti ingaggiano una strenua lotta contro l’insetto. Si tratta della Linepithema humile, una specie originaria del Sud America, e per questa chiamata comunemente argentina (non per il suo colore). Grazie alle piante e agli oggetti trasportati in giro per il mondo nel corso del Novecento la formica argentina si è diffusa in America del Nord, nell’Europa meridionale, in Africa, in Giappone, e persino in Oceania. Una specie molto invasiva, che è classificata tra le cento più dannose esistenti sul Pianeta. Nel sito della Bayer, che produce trattamenti contro gli insetti, è specificato che la più grande colonia al mondo di Linepithema humile s’estende per 6000 chilometri lungo le coste del Mediterraneo. Una enormità. Con ogni probabilità è stato il padre di Italo, Mario Calvino, agronomo, a portare in...

Coleotteri / Ernst Jünger, Primo Levi e gli eredi del pianeta

Tutto comincia con un regalo del padre. Ernst e il fratello Friedrich Georg ricevono nell’ordine: una rete, vari aghi, una bottiglia per contenere la preda, una cesta rivestita di torba sul fondo e foderata di carta lucida all’interno. Così potranno agire con maggior perizia e abilità nei dintorni della loro casa di famiglia a Rehburg, in Germania, posta all’interno di un distretto forestale. Da questo momento sono diventati dei “cacciatori sottili” e andranno inseguendo insetti e altri animali per boschi e prati. Sono aspiranti entomologi. Secondo quanto scriverà decenni dopo Ernst diventato sessantenne, essere cacciati, poiché chi osserva è a sua volta osservato. Nella caccia, scrive, la domanda sul senso dell’inseguimento è sempre d’obbligo.      Ernst non è altro che Ernst Jünger. Sta raccontando la storia della sua passione per gli insetti in un libro, Cacce sottili, publicato in Germania nel 1980, magnificamente tradotto da Alessandra Iadicicco per Guanda nel 1997, oggi purtroppo introvabile. Jünger è il celeberrimo autore di Nelle tempeste d’acciaio (1920), uno dei testi fondamentali sulla Prima guerra mondiale, e della Mobilitazione totale (1930), una delle...

Le teorie politiche dell’ambiente / Zecca, brigante di strada

“Fra tutti gli animali sono proprio i parassiti quelli che dovremmo ammirare per l’originalità delle invenzioni scritte nella loro anatomia, nella loro fisiologia e nelle loro abitudini. Non li ammiriamo perché sono fastidiosi o nocivi, ma una volta superato questo preconcetto ci si apre un campo in cui, veramente, la realtà scavalca la fantasia”. Così scrive Primo Levi in Il salto della pulce. Si tratta di una riflessione che sino a qualche decennio fa era patrimonio solo di chi studiava, o praticava, discipline come la biologia, la chimica o l’etologia, perché l’antropocentrismo spingeva tutti gli altri a vedere l’uomo al vertice del sistema naturale, signore e padrone del Pianeta, eterno e incontrollato sfruttatore. Da quando con l’ecologia, nata come idea condivisa da milioni di persone solo nella seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, e con l’avvento della visione dell’Antropocene, divulgata dall’anno 2000 dal premio Nobel Paul Crutzen per la chimica atmosferica, si è cominciato a guardare in modo diverso il sistema-Terra e a considerare in modo differente il mondo degli insetti.   Levi possedeva di sicuro questo sguardo che lo ha portato, da appassionato di...

Una conversazione con Mario Barenghi / Otto domande sui nostri Poetici primati

Il tuo libro ha come sottotitolo Letteratura e evoluzione, ma l’impressione è che parli molto più di evoluzione che non di letteratura, anzi qualcuno ti obiettato questo, che tu, nonostante sia un eccellente critico letterario, ti sia soffermato su un campo non tuo. Vero. Le ragioni sono diverse. In primo luogo, sentivo la necessità di mettere in chiaro alcuni problemi fondamentali riguardo a un terreno di studi, l’evoluzione appunto, che non rientra nelle mie competenze. Ci sono alcuni punti fermi raggiunti dalla paleontologia che mi pare abbiano un grande rilievo culturale, cioè che possano incidere sulla nostra visione del mondo, come il fatto che svariate specie ominidi siano coesistite fino a un passato relativamente recente. In particolare, poi, mi sembrava indispensabile mettere un po’ d’ordine – nella mia testa, intendo – nel dibattito sulle origini del linguaggio, che mi pare di estremo interesse. Quando, per quali motivi, attraverso quali momenti e passaggi, gli umani abbiano sviluppato una forma articolata di comunicazione verbale: ecco un complesso di questioni che interessano tutte le scienze umane e sociali, e hanno importanti ripercussioni in ciascuna. Si parte...

Il circo delle pulci

Uno dei più bei libri sui parassiti domestici l’ha scritto Karl von Frisch ed è stato pubblicato in Germania nel 1976 quando l’autore aveva già novant’anni, essendo nato nel 1886 a Vienna. S’intitola Dodici piccoli coinquilini; e con ogni probabilità fa il verso al famoso romanzo di Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, uscito in volume nel 1939. Lo zoologo austriaco, vissuto gran parte della sua vita a Monaco, nel 1973 aveva vinto il Premio Nobel per le sue scoperte sul linguaggio delle api, e per questo è ricordato ancora oggi nei libri scolastici. Ma non è stato solo uno specialista di questo particolare insetto così amato per la produzione di miele e di cera. Nel 1923, quando aveva trentasette anni, von Frisch si era applicato allo studio dei pesci e aveva dimostrato che possiedono l’udito ed emettono anche suoni. Aveva addestrato in un acquario un pesce gatto cieco a uscire dal suo rifugio e a correre in superficie appena sentiva un preciso fischio. Il saggio fu pubblicato su una rivista scientifica con un titolo ben poco accademico: Di un pesce gatto che accorre quando si fischia.     Il libro sui “coinquilini” è stato tradotto in italiano nel 1981 da...

3 / La tenacia del parassita

Uno degli aspetti più rilevanti della rivoluzione pasteuriana, spiega Bruno Latour in I microbi, è l’immediata connessione fra il momento della ricerca e quello delle applicazioni, senza le abituali mediazioni imposte da industriali o militari. Sulla Revue scientifique, nata negli anni Sessanta dell’Ottocento, si comincia a invocare la necessità di sfuggire alla degenerescenza (il termine francese ha il pregio di evidenziare il differenziale del mutamento). Bisogna affidarsi alla medicina, soprattutto a quella preventiva, per garantire il progresso nell’ordine e attenuare il conflitto fra salute e ricchezza (health e wealth): la seconda è minacciata dalla prima, le malattie rallentano la produzione, frenano il commercio. Le periferie sono pericolosi serbatoi microbici, da cui il morbo può dilagare anche nei palazzi delle classi agiate e del potere economico-politico. Dopo la disfatta di Sedan del 1870 si fanno pressanti le invocazioni per la resurrezione della nazione francese: alla medicina si chiede salute e salvezza, luoghi di lavoro sanificati, soldati robusti per la revanche. Non a caso nel ciclo dei Rougon-Macquart, composti a partire dagli anni Settanta e ambientati al...

Patto tra generazioni / Che memoria nell'era della post-memoria?

C’è una pietra scolpita nella casa che fu di Nuto Revelli, ora diventata Fondazione: a lungo è stata seminascosta sul ciglio in legno del divano a fiori del luminoso soggiorno. Riporta i versi che Primo Levi vi aveva scolpito, dedicandola agli amici Mario Rigoni Stern e a Nuto stesso, a suggello della comune drammatica esperienza negli anni del fascismo:                                                     A Mario e a Nuto   Ho due fratelli con molta vita alle spalle / nati all’ombra delle montagne. / Hanno imparato l’indignazione / nella neve di un Paese lontano, / e hanno scritto libri non inutili. / Come me hanno tollerato la vista / di Medusa, che non li ha impietriti. / Non si sono lasciati impietrire / dalla lenta nevicata dei giorni.   Quelle parole, scolpite non casualmente nella pietra, alludono con forza a un patto di memoria tra chi non ha dimenticato, essendo sopravvissuto allo sguardo pietrificante di Medusa ad Auschwitz come nella maledetta campagna di Russia. Non era scontato, infatti, il contraccolpo...

Incorruttibile / Plexiglass: dal Terzo Reich alle aule scolastiche

Se ancora non ci siamo impratichiti con il Plexiglass, tra poco lo dovremo fare, poiché sembra proprio che entreremo in contatto, se nel frattempo non è già avvenuto, con questo materiale plastico essenziale per garantire quel distanziamento sociale che ci difende dal Covid-19: fabbriche, negozi, bar, ristoranti, e presto anche le aule scolastiche. Il suo inventore è un chimico tedesco, che era anche farmacista, Otto Röhm. Nel 1901 creò un primo materiale cui diede nome di Acrylkautshuk partendo dalla sua dissertazione in cui discuteva il processo di polimerizzazione. Röhm è uno di quei chimici che interessavano a Primo Levi, non solo per via del medesimo mestiere, ma perché uomo dai mille talenti, un inventore che ottenne i suoi primi successi dedicandosi alla conceria. Isolò infatti gli enzimi che servivano nel processo di mordenzatura nell’industria del cuoio, utilizzando escrementi animali, in particolare le feci di cane. Un aspetto non così strano, se si pensa che ancora nel 1946, al ritorno dal Lager, lo stesso Levi insieme all’amico chimico Alberto Salomoni si dedica a realizzare un rossetto per un cliente nel loro laboratorio chimico utilizzando, racconta in Il sistema...

Tutti gli usi della parola a tutti / Rodari, Einaudi e i Lucumoni

Ha scritto Italo Calvino ricordando Gianni Rodari in occasione della sua morte (1980): “Poche esistenze furono illuminate da un umore più gaio e generoso e luminoso e costante della sua”. Temo che Rodari, di cui attendiamo a settembre il “Meridiano” curato amorevolmente da Daniela Marcheschi, non si sia mai potuto concedere il lusso di essere gaio, così come spesso i grandi umoristi soffrono di umori malinconici e depressivi (metto tra quelli che anche Gadda, che quando rileggo l’Adalgisa e o il Pasticciaccio mi strappa ancora delle risate; e lo stesso Primo Levi, che umorista era stato acutamente definitivo da Massimo Mila nel suo necrologio). No, tutto quello che ha ottenuto Rodari se lo è sudato palmo a palmo, lavorando come un metalmeccanico alla catena di montaggio delle parole, lottando contro il grigiore burocratico del suo stesso partito, contro le distrazioni del suo editore, Einaudi, che negli anni ’60, al culmine del potere culturale che si era conquistato sul campo, aveva troppe cose cui badare, troppi grandi autori da seguire, e dedicava una qualche attenzione ai libri per ragazzi principalmente per la passione del suo leggendario redattore capo, il mite, onnipresente...

Minneapolis, giugno 2020 / La passione del razzismo

Abbiamo a lungo pensato che l’idea di un tempo ciclico fosse cosa da “primitivi”, da selvaggi, a cui contrapporre il nostro tempo lineare, una linea retta, che corre in avanti verso un futuro sempre più radioso. Invece no, tristemente sembra che cose già viste e che speravamo dimenticate, ritornino ad affacciarsi. Così la Minneapolis del giugno 2020, sembra la Selma del 1965, ancora violenze della polizia su individui dalla pelle scura, ancora discriminazioni. Possibile che nulla sia cambiato? Sì, è possibile. «È accaduto, potrebbe accadere ancora» aveva scritto Primo Levi e infatti accade. E non si tratta solo di un episodio, del gesto folle di un poliziotto criminale, ma di uno stillicidio di violenze contro gli afroamericani, che si perpetuano da sempre. Una segregazione che la legge non ha cancellato, che passa attraverso gli sguardi, il rifiuto di un lavoro, di un alloggio, nella diffidenza delle forze dell’ordine. «Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro strana: colpisce i bianchi, ma fa fuori i neri» ha detto Albert Einstein. Una malattia che ha radici profonde e antiche, capace di mutare continuamente, di assumere volti diversi e diverse declinazioni, ma sempre...

Montagne / L’epica dello scavo del Monte Bianco

Fronte di scavo, pubblicato a febbraio da Einaudi, è un libro che intreccia l’evento epocale del traforo del Monte Bianco, con le vicende umane dei protagonisti. L’epica di quell’impresa era già nei fatti, grandi per obiettivi e riuscita: procedere dai due fronti opposti della montagna, sino al loro congiungimento. Un cammino materiale e morale, individuale e collettivo, narrato dall’autrice, Sara Loffredi, con scrittura limpida, con stile essenziale, preciso, tecnico dove necessario. Quando fu inaugurato, era il tunnel stradale più lungo d’Europa, 11 chilometri e 600 metri; per realizzarlo occorsero 1.500 tonnellate di esplosivo, 200mila metri cubi di calcestruzzo e 235mila bulloni: collegò Courmayeur e Chamonix, l’Italia e la Francia. Vi persero la vita ventitré uomini, quattordici operai sul versante italiano, sette sul versante francese, e due guide italiane, scomparse tra le cime durante le attività preliminari di triangolazione.  I lavori iniziarono nel 1959 e i due fronti di scavo si fusero nell’agosto del 1962. Si avverò così la profezia di Horace-Bénédict de Saussure, lo scienziato e alpinista che giunse in vetta al Monte Bianco nel 1787, un anno dopo i primi...

Peste / Cosa c’entra Manzoni con il Covid?

Manzoni, ovvero della peste. Appena si profila un’epidemia, in Italia si pensa istintivamente all’autore dei Promessi sposi; e così è successo anche questa volta. A maggior ragione, potremmo aggiungere, perché si trattava – si tratta – dell’epidemia più allarmante che abbia mai colpito il mondo industrializzato. Ma oggi, a svariati mesi dalla prima notizia del misterioso nuovo coronavirus in Cina, e a dieci settimane dalla scoperta dei primi focolai sul nostro territorio, possiamo dire che don Lisander, dopo tutto, non è il caso di scomodarlo. Da noi, almeno. E per ora. Gli aspetti salienti della peste manzoniana sono infatti due. Agli esordi del contagio, la stupefacente sottovalutazione del pericolo, per cui sia la popolazione sia (cosa ben più grave) l’autorità politica si ostinano a negare l’evidenza; in seconda battuta, dopo l’esplosione del morbo, il delirio collettivo sull’esistenza degli untori, causa del clamoroso processo analizzato nella Storia della Colonna infame, una fra le pagine più buie della storia giudiziaria nazionale. Dunque, due questioni distinte: da un lato l’incomprensione della gravità del fenomeno, dall’altro la pretestuosa ricerca di un capro espiatorio...

Memoria costruita, memoria conservata, memoria in progress / A proposito di Primo Levi e della memoria

Alla fine del dialogo tra Giuseppe, il coppiere e il panettiere del faraone in cui Giuseppe interpreta i loro sogni, si legge:    “Nel terzo giorno, giorno del suo compleanno, Il faraone fece un banchetto a tutti i suoi ministri nel numero dei quali dovevano essere annoverati il capo dei coppieri e il capo dei panettieri. Restituì nel suo ufficio il capo dei coppieri, sì che tornò a porgere la coppa al faraone; e impiccò il capo dei panettieri, secondo l'interpretazione che Giuseppe aveva dato dei loro sogni. Il capo dei coppieri non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.”  [Gn, §.40, vv. 20-23].   Nel testo biblico, per convenzione si dice che laddove si incontra una ripetizione (linguistica o concettuale) è perché il testo vuol sollecitare a una interpretazione diversa.  Dove sta la distinzione tra “dimenticare” e “non ricordare”? Non bastava dire che lo dimenticò? Perché è scritto anche “non si ricordò”?  La risposta che propongo è questa: l’oblio non è mai solo l’effetto di un processo naturale (“lo dimenticò”), ma anche di un atto volontario (“non si ricordò”). Così anche per la memoria: non è solo ciò che non dimentichiamo, ma anche ciò che...

Radiogenie / Primo Levi, chimico della radio

Continua "Radiogenie", una nuova rubrica a cura di Tiziano Bonini e Rodolfo Sacchettini, uno spazio dedicato alla cultura dell'ascolto, ai suoi autori, alla rinascita dei contenuti sonori e dei generi radiofonici su altri supporti (smartphone, podcasting). Qui il primo e il secondo contributo.   Da oltreoceano, agli inizi del 1964, arriva a casa di Primo Levi un pacchettino, con dentro un nastro magnetico. Sopra c’è scritto If This Is a Man ed è la versione radiofonica in lingua inglese, appena registrata, di Se questo è un uomo, prodotta dalla CBC, la radio canadese. Dura centoquaranta minuti. Levi aveva fornito qualche consiglio durante la stesura del copione, ma adesso non sa bene cosa aspettarsi. Certo non è la lettura del libro. Si tratta proprio di un adattamento. E per Levi – parole sue – è un’«autentica rivelazione»: «gli autori avevano capito tutto del libro, e anche qualcosa in più». Erano riusciti a realizzare per la radio «una ‘meditazione’ parlata, di alto livello tecnico e drammatico ed insieme puntigliosamente fedele alla realtà quale era stata» (Opere, a c, di M. Belpoliti, Einaudi, 2016, vol. I).   L’abile adattatore del testo si chiama George Whalley....

Ipotiposi / Foresta 2

Nell’immaginario letterario medioevale, la foresta è sempre oscura, perigliosa e vasta; ciò che connota quel luogo-non luogo è la vaghezza, spazio dell’incerto in cui tutto può accadere e suscitare emozioni contrastanti. L’epiteto gast, da cui proviene il germanico Wald, ha origine dal latino vastum, enorme, smisurato, ma anche incolto: la foresta è un vuoto che deve essere colmato, un indefinito a cui dare limite. Gaston Bachelard ha osservato che “vasto” è l’aggettivo a cui Baudelaire ricorre preferibilmente quando la grandiosità dei fenomeni del mondo apre risonanze intime; nella rêverie del poeta la vastità si connette alla profondità ed all’intensità dell’universo interiore. Mentre lo spirito del romanziere compone i frammenti della sua analisi, “l’anima lirica compie passi vasti come sintesi”, procede unificando: la vastità unisce ricchezze disordinate, tiene insieme i contrari, in essa la meditazione poetica scopre l’unità profonda delle cose, mette in “corrispondenza” le impressioni che giungono da tutti i sensi. È grazie all’azione sintetica dello spirito poetico che i versi di Correspondances accolgono l’immensità del mondo: “La Natura è un / tempio dove colonne viventi...

Incorruttibile / Plastica: un nuovo materiale

Il nome di John Wesley Hyatt non dice molto alla maggior parte delle persone, eppure senza questo americano, che lavorava in una baracca insieme al fratello, non avremmo le plastiche sintetiche.  Il termine “plastica” (“che ha molti parti”), coniato da un chimico svedese dell’inizio dell’Ottocento, Jöns Jacob Berzelius, indica una gamma molto vasta di materiali organici, ovvero formati da un gruppo di composti fondati sul carbonio, solidi e plasmabili. Come racconta un ingegnere dei materiali dall’indubbio talento narrativo, Mark Miodownik, in un libro godibile, La sostanza delle cose (tr.it. di A. Asioli, Bollati Boringhieri, pp. 249, € 20), tutto comincia con un annuncio pubblicitario sul “New York Times”: diecimila dollari a chi inventa un nuovo materiale per le palle di bigliardo. Le palle di avorio in uso all’epoca erano troppo costose e impedivano di fatto la diffusione dei bigliardi nei locali e bar, fondamentali per attrarre la clientela. Siamo nel 1869 e Hyatt, con il sostegno economico di un ex generale della guerra civile, Marshal Lefferts, crea la celluloide, la prima plastica plasmabile per uso commerciale. Ma nel 1861 Alexander Parkers, inventore inglese...

Galleria d'Arte Moderna (GAM), Torino / Primo Levi. Figure

A oltre trent'anni dalla sua morte e a cento dalla sua nascita, Primo Levi continua a stupirci. In questo momento drammatico per l'ondata di antisemitismo e di odio razzista che, come in un passato che sembrava fino a poco tempo fa un incubo lontano, sembra colpire in ugual misura i giovani, gli inermi e le anziane dignitose, le celebrazioni del centenario di Levi danno un piccolo segnale prezioso di un altro modo di vivere e di interagire con il mondo. E al di là delle cerimonie e degli eventi pubblici, i convegni e le premiazioni per celebrare questa straordinaria figura “poliedrica” del Novecento, per dirla con Marco Belpoliti, forse colpisce più di qualsiasi altra iniziativa la piccola mostra aperta in una stanza della Galleria d'Arte Moderna (GAM) a Torino (fino al 26 gennaio 2020), intitolata modestamente Figure, a cura di Fabio Levi e Guido Vaglio. Colpisce innanzitutto perché aggiunge un tassello nuovo, inedito, al ritratto di Levi che conosciamo, ma anche perché trasforma in materiali concreti, in oggetti proiettati nello spazio tri-dimensionale quell'ethos congiunto tra l'homo faber e l'homo ludens che Levi ha fatto suo altrove, attraverso la parola e la scrittura. Qui...