Primo Levi imprevedibile

1 Dicembre 2022

«Gli scrittori sono spesso degli esseri insicuri, nevrotici, egocentrici e autoreferenziali, vanitosi, esibizionisti, vittimisti, invidiosi delle fortune dei colleghi, queruli, eterni adolescenti che cercano una rivincita sulle proprie difficoltà esistenziali, e senza nemmeno saperlo praticano la scrittura come autoanalisi e come terapia. Primo era l’esatto contrario: riservato, paziente, di una modestia che sconfinava nell’autolesionismo, se non nel masochismo. Mai uno scatto, una parola fuori posto, un malumore, un’ombra di nervosismo. Quanto tempo c’è voluto per accorgerci che è uno dei massimi scrittori del Novecento». 

Così Ernesto Ferrero scrive di Primo Levi, nel medaglione che, insieme a quello dedicato a Calvino, apre Album di famiglia. Maestri del Novecento ritratti dal vivo (Einaudi, pp. 324, € 21). Il dittico forma la sezione iniziale, intitolata I prediletti: ne seguono altre nove, dai suggestivi titoli (I capotribù, I padri nobili, Gli zii sapienti, Le signore di ferro, Maghi e funamboli, Cari agli dèi, Gli inquieti, Compagni di banco, Mattatori). Scrittori e scrittrici, in massima parte, ma anche uomini e donne di editoria, nonché una figura inclassificabile, «un’opera d’arte vivente» (come la definì Francesca Serra), cioè Chichita Calvino. Una galleria di personaggi che forma un volume godibile come pochi, per la vivacità delle descrizioni, la chiarezza dei ricordi, la sobria eleganza della scrittura; e un repertorio di incontri e di occasioni che è anche, a suo modo, una raccolta di tasselli autobiografici, a complemento e integrazione di I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli 2005).  

Ma a proposito di Primo Levi, nell’anno che si sta per chiudere la casa editrice Einaudi gli ha dedicato due importanti uscite: una bibliografia completa degli scritti e una nuova edizione della raccolta di racconti Storie naturaliBibliografia di Primo Levi, ovvero Il primo Atlante, di Domenico Scarpa, uscito nella collana del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (pp. 334, € 26), è un libro che presenta connotati singolari per il genere al quale esplicitamente dichiara di appartenere (le bibliografie, appunto): a cominciare dalla seconda parte del titolo, che riprende quello di una poesia del 1980 (Il primo Atlante), costruita su anagrammi e giochi paronomastici («Abissina abissale, Irlanda iridata adirata», eccetera), con l’annesso bisticcio Primo/primo.

Non si tratta solo di un accurato, minuziosissimo censimento degli scritti di Primo Levi finora noti: 470 voci relative a scritti pubblicati in vita, oltre 100 relative a scritti postumi, oltre 300 fra conversazioni e interviste, più (dato sorprendente) 550 lettere private già edite. Questo libro – o «meta-libro» – vuol essere anche, come scrive Domenico Scarpa nell’ampia introduzione (pp. vii-l), «una scommessa scientifica e un prototipo editoriale». Le ragioni principali sono due. Innanzi tutto, perché ogni voce contiene informazioni accessorie, a volte assai rilevanti: ad esempio, notizie sulle testate dove appaiono gli scritti primoleviani (i più remoti, ma non solo).

Inoltre perché, ad esclusione delle semplici ristampe, ogni nuova apparizione di uno scritto costituisce una voce a sé, che comprende in forma abbreviata le versioni precedenti e quelle successive, così che «in qualsiasi punto del libro il lettore avrà sott’occhio il percorso completo, alfa-omega, del testo che ha cercato». Questo comporta inevitabili e non esigue ridondanze; ma non mancano, in compenso, le sorprese e le scoperte. Ad esempio, per quanto riguarda Se questo è un uomo, la collocazione della poesia-epigrafe ad apertura di libro, prima della prefazione in prosa, risale al 1972, quando la collana «Supercoralli» abbinò il libro di esordio alla Tregua, inaugurando una prassi destinata a durare quarant’anni anche nelle versioni dell’opera singola; la sequenza originaria è stata ripristinata solo nel 2012, con l’edizione curata da Alberto Cavaglion. 

Scarpa sostiene che ciascuna delle voci è «un racconto implicito, una porta socchiusa»; e che, a maggior ragione, come un racconto si può leggere l’intero libro. Tesi e invito assai ambiziosi; ma meno esagerati di quanto possa sembrare d’acchito. Un ruolo decisivo è svolto dall’impaginazione, più ariosa e varia di quanto normalmente non avvenga nelle bibliografie, a maggior gloria della casa dello Struzzo. E se a questo aggiungiamo la circostanza, tutt’altro che banale, che stiamo parlando di una bibliografia su carta, pubblicata in un’epoca in cui tutti gli elenchi sistematici tendono a essere trasposti o elaborati in formato digitale, possiamo concludere che questo Primo Atlante è, fra le altre cose, un devoto omaggio alla galassia Gutenberg, o per dir meglio, alla civiltà della tipografia.

Di cui lo studioso di letteratura, specie se attempato, non potrà che rallegrarsi, e compiacersi; ma non senza quel tanto di disagio che nasce dalla consapevolezza che fra le giovani generazioni è assai diffusa l’abitudine di leggere su supporto elettronico gli stessi testi letterari, non che gli strumenti di consultazione o di analisi. Di qui la luce chiara e calda, ma soavemente autunnale, che investe l’intera operazione. 

Non facile è poi seguire Scarpa quando, toccando un punto sensibile degli studi su Primo Levi, si spinge ad affermare che «l’inaccessibilità di un archivio di autore può tornare a vantaggio della ricerca stessa». Francamente, un’idea azzardata. Pur fermo restando che di un autore quello che conta sono le opere, e che le opere sono innanzi tutto ciò che egli ha scelto di pubblicare, quella che Gianfranco Contini ebbe a chiamare (riprendendo una liquidatoria formula di Croce) la «critica degli scartafacci» può dire molto del complesso di intenzioni e strategie che presiedono alla genesi delle opere, e quindi del modo di lavorare di un autore, del suo temperamento intellettuale e stilistico, del suo itinerario creativo.

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Del tutto condivisibile invece – ma, si badi, per le identiche ragioni – è l’importanza attribuita agli scritti dispersi sfuggiti all’attenzione della critica, qui battezzati il «terzo settore» («l’edito ignoto, l’edito sommerso»). Certo si è che con questa impresa Domenico Scarpa ha inteso suggellare la scelta di mettere al servizio della ricerca documentaria un genuino talento critico: a suo modo, la Bibliografia è un libro d’autore. E una menzione non secondaria spetta a Daniela Muraca, curatrice degli indici – nomi, titoli, testate, per un totale di oltre quaranta pagine. 

Passiamo ora a Storie naturali, a cura di Martina Mengoni e Domenico Scarpa (Einaudi, pp. 276, € 20), nuova edizione del terzo libro di Primo Levi, notoriamente pubblicato con lo pseudonimo di Damiano Malabaila. L’apparato consiste in una sintetica Prefazione, seguita dalle Notizie sui testi (pp. v-xiv) e in una più distesa Postfazione, intitolata (con una citazione di secondo grado) Se non ci credete non me ne importa (pp. 231-276). La Prefazione rende giustizia alla collaboratrice dell’«Avanti!» Maria Grazia Leoprizzi, che in un articolo del 6 luglio 1965 (Pause fantastiche di Primo Levi) richiamava l’attenzione del pubblico e della critica sui racconti d’invenzione dell’autore di Se questo è un uomo, usciti in sparse sedi negli anni precedenti.

È lei la destinataria della lettera di Levi largamente citata nel risvolto (anonimo, ma di Calvino) del volume che vedrà la luce nel 1966. La Postfazione propone invece una ricostruzione ragionata della composizione del volume, a partire dal primo racconto, I mnemagoghi, uscito sull’«Italia Socialista» nel 1948. Particolare attenzione è riservata alla rete di relazioni intertestuali. La parte del leone spetta, com’è giusto, a François Rabelais: «Si ne le croyez, je ne m’en soucie» è l’inizio del lungo brano del Gargantua posto da Levi in epigrafe. Ma molto notevoli sono anche i riferimenti al Mondo nuovo di Aldous Huxley («Il soma come la versamina, i feelies come il Torec?»), al Queneau della Piccola cosmogonia portatile, agli spunti offerti dal «Scientific American», a tacere del mosaico di citazioni classiche di Quaestio de centauris, sortito dai colloqui con gli amici Giorgio Lattes e Livio Norzi.

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Questa somma di riferimenti illumina la complessa struttura di un libro per più riguardi eccezionale, capace di fondere anticipazione scientifica, riflessione filosofica, distopia e divertissement, trasformando le invenzioni fantastiche in esperimenti morali. Né mancano considerazioni critiche puntuali, come il «vocabolo-avanguardia» del Versificatore che anticipa La chiave a stella (la «brossa»), o l’idea degli «elettrodomestici per maschi», o ancora la strana coincidenza tra i finali del primo e dell’ultimo racconto: «un pensionato che chiude il mondo fuori dalla porta», da una parte il dottor Montesano, che ha voluto racchiudere l’identità olfattiva delle persone in una provetta, dall’altro il signor Simpson, sfiancato e consunto dall’alienante ordigno che consente di vivere infinite esperienze virtuali, morte inclusa. 

A questo proposito, peraltro, io sono convinto da tempo che proprio il personaggio di Simpson – protagonista di cinque racconti su quindici – rappresenti un elemento di debolezza del libro: troppo diversa risulta nei vari casi la sua caratterizzazione, dall’efficiente piazzista del Versificatore all’uomo prudente e pieno di scrupoli dell’Ordine a buon mercato, dallo spregiudicato commerciante della Misura della bellezza all’ingegnoso inventore di Pieno impiego, fino alla figura tragica di Trattamento di quiescenza. Il punto è che Levi ragiona per singoli racconti, più che concepire una raccolta coesa.

Ogni testo va quindi considerato soprattutto a sé, anche se rimane valido il principio (qui cito di nuovo dall’Introduzione alla Bibliografia) che «partendo da un qualsiasi punto si finirà con l’attraversare tutta l’opera di Primo Levi». Per parte mia, mi sentirei infine di suggerire un paio di considerazioni di dettaglio. Se è vero che l’acronimo mai sciolto della società per cui Simpson lavora, la NATCA, ricorda sia la NATO sia la NASA, a me pare inevitabile anche l’associazione, di gusto rabelaisiano, con «natica» (bisillabo in piemontese: salvo errore, naja).

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In secondo luogo, e sempre in termini di evocazioni foniche, non può essere un caso l’affinità tra il nome dell’autore e quello di due scienziati tedeschi dal genio ambiguo, non immemore del mito di Faust, Kleber e Leeb: l’uno inventore di un farmaco che trasforma il dolore in piacere (Versamina), l’altro preso dal progetto di sviluppare le potenzialità dell’uomo in quanto specie neotenica (Angelica farfalla). Varrà in primis l’evocazione della radice di leben, «vivere» (paradossale, vista l’atmosfera funebre di entrambi i racconti), ma nemmeno «Levi» è troppo lontano: ogni ricerca del sapere, e quindi del potere, ha un lato oscuro. Del resto, alle potenzialità del progresso tecnico-scientifico Levi guarda con un misto di fascinazione e di allarme (solo in Vizio di forma l’allarme prevarrà).     

Come scrive Ernesto Ferrero, «Levi è molto più imprevedibile dell’immagine “buonista” che ci siamo fatti per comodità. Spietato con se stesso e con gli inganni della memoria, maestro di ossimori, affascinato e angosciato dalle asimmetrie che sembrano governare il cosmo, lo studioso di vortici non offre conclusioni tranquillizzanti e catartiche, ma semmai vuole tenerci svegli, allarmati, dubitosi, reattivi». È anche per questo che, a dispetto degli anni, non ci stanchiamo di leggerlo e rileggerlo. 

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Levi - Foto di Giovanna Borgese
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