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Ridley Scott

(12 risultati)

Hyperfiction

Una delle caratteristiche dell’arte postmoderna, forse la principale o fondante, è l’utilizzo programmatico dell’autoconsapevolezza come strumento di riflessione culturale: l’autore si distacca dalla propria opera, sdoppiandosi nell’entità che crea e in quella che osserva l’atto della creazione all’interno del suo contesto. Così che in pressoché qualsiasi opera d’arte postmoderna (letteraria, cinematografica, architettonica) ci troviamo di fronte a due livelli paralleli, il racconto e il discorso-intorno-al-racconto: in molti casi questo doppio binario viene realizzato per mezzo dell’ironia, che enfatizza l’atto ludico (cioè mai completamente serio) implicito nella creazione dell’opera d’arte. Come dire, il mondo non è un foglio bianco sul quale tracciamo il percorso della nostra espressione individuale, ma un insieme di segni la cui combinatoria è (l’hanno dimostrato i membri dell’Oulipo negli anni Sessanta) a tutti gli effetti un gioco.   In questi ultimi vent’anni il postmoderno ha cominciato a morire di diverse malattie: rarefazione...

Sopravvissuto

Il buco nel ventre è sempre quello. Solo che stavolta, 36 anni dopo, venti, forse anche di più film dopo, con in mezzo una carriera intera e mille strade intraprese, abbandonate e poi riprese ancora, dal ventre che in Alien partoriva un mostro non esce più nulla di estraneo, ma, anzi, ciò che esce, sangue, acqua e aria, aiuta a tenere in vita nell’atmosfera irrespirabile di Marte. 36 anni dopo, con in mezzo pure un altro film di fantascienza, Prometheus, che della saga di Alien dovrebbe essere una spiegazione originaria, nel cinema di Ridley Scott un buco nella pancia si chiude e si cura. O meglio, si pinza, perché su Marte non ci si può permettere tutto ciò che serve, ma ci si deve in qualche modo arrangiare. Se si vuole sopravvivere, bisogna trovare un modo. E se si crede di essere soli, in realtà non lo si è, perché dentro di sé in realtà non lo si è mai, soli, ma a tenere compagnia ci sono le cose studiate, apprese, sperimentate, provate, applicate nel corso di una vita intera.     In Inside Out l’accumulo è di ricordi e di emozioni; in Sopravvissuto...

H.R. Giger. In memoriam

E così è morto anche H.R. Giger. Hans Rudolf "Ruedi" Giger. In Italia non si è mai capito se andasse pronunciato “Gaigher” o “Ghiger”. Un mistero che per molti rimarrà insoluto. Giger è conosciuto dal grande pubblico soprattutto per la creazione del mostro di Alien. Quando Ridley Scott nel 1978 si imbatté nella sua versione del Necronomicon – una ricerca visiva ossessionata nella terra desolata tra la magia nera e i culti dei Grandi Antichi di Lovecraft – forse capì di avere per le mani lo strumento definitivo per mettere la parola fine alle utopie residue degli anni '70. Una visione scura, gelida e paranoica del surrealismo, costruita in antitesi programmatica con la psichedelia in Colorama delle copertine degli Yes e dei Pink Floyd. Non c'erano campi di fiori nelle allucinazioni di Giger, non c'era nessuna luce alla fine del tunnel. Non c'era salvezza. Giger è stato l'anima nera degli esploratori dell'immaginario, sempre un passo oltre nell'estrudere i tentacoli gelatinosi della mente e allungarli verso una melma più densa: feconda, purulenta...

Cormac McCarthy. The Counselor

There is no such thing as life without bloodshed (Cormac McCarthy intervistato da Richard B. Woodward, 1992) La più bella pagina del libro di Brod su Kafka è (…) quella in cui Brod racconta come gli ascoltatori ridessero alla lettura del primo capitolo del Processo “di un riso irresistibile”. (Gilles Deleuze e Felix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, 1975) Per chi ha familiarità con le opere di Cormac McCarthy The Counselor/Il procuratore (buona la traduzione dall’inglese di Maurizia Balmelli, Einaudi 2013) potrebbe rappresentare una delusione. Quanto al film che ne ha tratto Ridley Scott, non aspettatevi Blade Runner, ma non mi pare giustificabile il massacro critico che ha subito.   McCarthy è uno degli scrittori statunitensi più “stra-ordinari” che siano mai esistiti. Non lo sostengo soltanto io, ma un’ampia schiera di critici e lettori, non ultimo Harold Bloom che lo ha collocato tra i “grandi” del Novecento. I suoi primi romanzi, Il guardiano del frutteto (The Orchard Keeper, 1965), Il buio fuori (Outer Dark, 1968) e Figlio di Dio (Child of God, 1973; ne è...

Ridley Scott. The Counselor

Lo dice il Jefe, l’autorità messicana rassicurante e spaventosa alla quale si rivolge l’avvocato protagonista di The Counselor (l’avvocato, per l’appunto, visto che poi nel doppiaggio italiano il procuratore del titolo non viene mai citato) per salvare la moglie sequestrata: «quando il mondo cede il passo alle tenebre diventa sempre più difficile negare la consapevolezza che di fatto il mondo sei tu». Non c’è film, non c’è genere, che possa prescindere da questa frase, da questa consapevolezza: sono i personaggi le uniche realtà di un racconto, oltre la trama, oltre le concatenazioni di eventi, oltre la radice di un male che sta alla base di ogni noir. Sono i personaggi, fallibili, inutili, malvagi, innocenti, a cadere vittime della trama di cui sono i principali artefici.     Lo dice il Jefe, e lo scrive Cormac McCarthy, qui alla sua prima sceneggiatura per il cinema, pubblicata in Italia da Einaudi con la traduzione della sempre impeccabile Maurizia Balmelli: ed è puro stile lapidario alla McCarthy, in grado di dare la vita o impartire la morte come diceva Bellow, con...

Interfacce: da Brunelleschi a iOS8

Un'importante riflessione contemporanea è come la tecnologia, e più specificamente le interfacce, possa dare forma alle nostre modalità di percezione e interazione, e quindi alla nostra realtà quotidiana, attraverso le proprie narrative e forme di rappresentazione. È un tema vasto, e questo breve articolo si concentrerà sulla evoluzione della GUI (Graphic User Interface) della Apple confrontandola con l’evoluzione della rappresentazione dello spazio tridimensionale nell’arte occidentale per derivarne alcune conclusioni – e anche porre alcune domande.   Nel 1984 Apple lanciò il primo personal computer Macintosh dotato di Graphic User Interface, e con esso, il primo sistema operativo reclamizzato in una pubblicità di Ridley Scott ispirata al romanzo di George Orwell 1984:     Il sistema operativo includeva la ora onnipresente metafora della scrivania: una narrativa che costruisce la finzione del computer come continuazione della scrivania “materiale”, nella quale gli utenti hanno cartelle in cui tenere i documenti, un cestino per buttare via la spazzatura, e cos...

Il dolore di un robot

Dottor Gall: I Robot quasi non avvertono i dolori fisici. Ciò non ha dato buoni risultati. Dobbiamo introdurre la sofferenza. Helena: E sono più felici se sentono il dolore? Dottor Gall: Al contrario. Però sono tecnicamente più perfetti. (Karel Čapek, R.U.R.)     L’evoluzione dei robot   Le leggi di Asimov hanno a che fare con il comportamento dei robot nei nostri confronti: ma c’è anche l’altra faccia della roboetica, quella che concerne il nostro comportamento verso i robot. Negli ultimi tempi si è acuita in molti Paesi la sensibilità nei confronti degli animali superiori, come le scimmie e gli animali domestici, ma non solo. Ne sono prova la nascita di associazioni animaliste e di movimenti antivivisezione, la diffusione dell’alimentazione vegetariana e il crescente rifiuto di pellicce, avorio e altri “prodotti” animali.   Questa maggior sensibilità è forse legata a un progressivo affrancamento degli animali dal ruolo di schiavi, di forza lavoro e di riserva di materiali utili cui sono stati a lungo relegati, ruolo che si...

#140 cine: da venerdì 14 settembre al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 14 settembre in sala: Pietà di Kim Ki-duk (Pieta, Corea del sud 2012) #140cine Il Leone d’oro di Venezia, incredibilmente già in sala: violento, tormentato, in cerca di redenzione. Prometheus di Ridley Scott (id., Usa 2012) #140cine Ne abbiamo parlato così tanto, quando qui da noi il film non usciva, che ora non interessa più a nessuno. Ed è pure brutto. È stato il figlio di Daniele Ciprì (Italia 2012) #140cine I siciliani sono una macchietta, ok, ma la riflessione sulle colpe dei padri pagate dai figli è potente. Gli equilibristi di Ivano De Matteo (Italia 2012) #140cine Un padre separato fa di tutto per mantenere i suoi, cioè Mastandrea che si sbatte all'infinito per salvare il film. Che cosa aspettarsi quando si aspetta di Joshua Marston (What to Expect When You’re Expecting, Usa 2012) #140cine Cosa aspettarsi quando si aspetta? Di sicuro non sta...

Il caso Prometheus e il cinema in rete

Nel mondo del cinema che viaggia su internet, quello degli appassionati che gestiscono blog indipendenti e anche senza Megaupload sanno come rintracciare qualsiasi film rintracciabile, da qualche settimana è scoppiato il caso Prometheus. Il nuovo film di fantascienza di Ridley Scott, che dicono essere la risposta ad Avatar e che nelle intenzioni degli autori va all’origine della saga di Alien e forse della vita stessa, il filmone dell’anno di cui Roger Ebert ha parlato benissimo e qualche altro un po’ meno, uscito nelle scorse settimane negli Stati Uniti e nel resto del mondo, in Italia, ormai lo sanno anche i sassi, arriverà solamente il 19 ottobre. Se uno guarda su Imbd la lista dei paesi in cui il film verrà proiettato, siamo all’ultimo posto con la Svizzera italiana: nemmeno nella classifica Onu sulla libertà di stampa!   E allora è partita la polemica più o meno ovunque, e soprattutto su Twitter e Facebook, con la pagina della Fox Italia, distributrice del film, invasa da messaggi che invocano un’uscita adeguata al resto del mondo. Ma niente da fare: a meno di improvvisi cambiamenti o di...

Blade Runner

La storia di Blade Runner è quella di un testo fisso e mobile, impiantato, come i ricordi dei replicanti protagonisti, nel corpo degli anni ottanta e, allo stesso tempo, risoluto ad assicurarsi una vita più lunga. Ridley Scott, seguendo la duplice spinta delle sue aspirazioni e del mercato, continua a riprenderlo e cambiarlo: dal Director’s Cut del 1992 al Final Cut del 2007, ha trasformato un film sui replicanti in un film replicante, dotato della stessa natura dei suoi personaggi e desideroso, come loro, di infrangere le barriere della mortalità. Così il testo si è espanso a raggiera, coinvolgendo una quantità infinita di internauti che, novelli filologi, discutono sulle varianti, sui dettagli, sulla voice over della prima versione o sulle immagini oniriche di Deckard (il blade runner) nella seconda, sull’happy ending del 1982 o sul finale ambiguo del 1992 e 2007. Inserirsi in questi dibattiti è come entrare dentro un romanzo, il cui fascino sta proprio nella continua tessitura, nell’apertura delle interpretazioni possibili e in una discorsività che pare priva di sponde.     Il testo...

Citazione

È negli anni ottanta che la pratica della citazione diventa predominante nella produzione culturale occidentale. Dall’architettura alla letteratura, dall’arte visiva al design, dal cinema alla musica - in un percorso che vede i suoi sicuri precursori in autori come E. L. Doctorow (Ragtime, 1975; Loon Lake, 1979), Thomas Pynchon (V., 1963; The Crying of Lot 49, 1966; Gravity’s Rainbow, 1973) e Donald Barthelme (Snow White, 1967; City Life, 1970; The Dead Father, 1974) da una parte, Bernardo Bertolucci (Il Conformista, 1970), Francis Ford Coppola (The Godfather, 1972; The Godfather, part II, 1974), Brian De Palma (The Phantom of the Paradise, 1974; Dressed to Kill, 1980; Blow Out, 1981; Scarface, 1983) e George Lucas (American Graffiti, 1972; Star Wars, 1977-83) dall’altra - gli oggetti culturali del decennio si inseriscono in un sistema molto coerente anche se i rimandi si dirigono nelle direzioni più disparate.                   Così, tra fine anni settanta e ottanta gruppi musicali si rifanno nel nome e nel look ad esperienze artistiche ben localizzate (Cabaret...

Personal computer

“S-a-l-v-e p-r-o-f-e-s-s-o-r F-a-l-k-e-n”. La voce, metallica e monocorde, si diffonde nella stanza da un piccolo altoparlante dalle forme talmente retrò che oggi si potrebbe trovarlo facilmente in un negozio di design. Alla scrivania, un giovanissimo Matthew Broderick guarda preoccupato l’oggetto che ha davanti e comincia a digitare su una tastiera. Nessun codice particolare, solo parole del linguaggio comune con cui il piccolo genio dell’informatica dialoga con il potente mainframe del Pentagono, cercando di dissuaderlo dal proseguire un “gioco” cominciato qualche sera prima che risponde all’inquietante nome di “Guerra termonucleare globale”. Il punto è che il computer, da brava macchina, ha preso molto seriamente la cosa, portando effettivamente il mondo sulla soglia di un vero conflitto. È il 1983, e la scena che abbiamo descritto è una di quelle del film WarGames. Se abbiamo deciso di aprire questo articolo evocandola, non è perché negli anni Ottanta prospettare che un computer intervenisse sulla realtà, pilotasse dei missili o si connettesse a un altro calcolatore fosse...