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Stefan Zweig

(8 risultati)

Gesualdo da Venosa / Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono

Detto molto all’ingrosso, chi si accinge a raccontare una storia ha davanti a sé tre alternative. La prima è parlare della propria vita; la seconda è ispirarsi a fatti realmente accaduti ad estranei; la terza è inventare un intreccio di sana pianta. Ovviamente sono possibili numerose gradazioni e combinazioni. Un romanzo può trarre ispirazione da un episodio di cronaca; un resoconto storico o biografico può includere dettagli immaginari o elementi non documentabili; una narrazione memoriale può discostarsi dalla veridicità e muovere verso il dominio della fiction. Di qui una serie di forme miste (o avvertite come tali), per le quali sono state escogitate apposite, composite definizioni: dal romanzo autobiografico al non-fiction novel, dalla biografia romanzata all’autofiction.    Se gettiamo uno sguardo sulla produzione narrativa italiana di questi anni, possiamo constatare che l’autobiografismo conosce una notevole fortuna: molti sono gli scrittori che attingono in maniera diretta alla propria esperienza. La variabile principale, poi, sarà l’importanza relativa attribuita alla personalità del protagonista, che può essere tanto il nocciolo della rappresentazione, quanto...

È morta Esther Judith Singer / Chichita Calvino. «Vuoi un po’ di conversazione?»

All’anagrafe si chiamava Esther. Esther Judith Singer, per la precisione; ma tutti la chiamavano Chichita, fin dai tempi dell’infanzia argentina. Scarse le tracce delle origini russe; poco più forte l’impronta ebraica. Cresciuta nell’ambiente della borghesia colta di Buenos Aires, cominciò prestissimo ad avere contatti con il mondo dell’arte e della letteratura. Qualche anno fa, chiacchierando non ricordo più per quale motivo del centenario della Grande Guerra, mi è capitato di citare Stefan Zweig. Chichita non solo sapeva bene chi era Zweig (ovviamente), ma mi disse di averlo conosciuto di persona (lo scrittore austriaco, esule dopo il ’38 e naturalizzato britannico, nel ’42 viaggiò in Sud America, per poi togliersi la vita nella città brasiliana di Petrópolis). Ma ecco, senza volerlo sono già scivolato sull’aneddoto. Era inevitabile. Chichita era una miniera, un giacimento di aneddoti. Ed era una formidabile narratrice orale, avvincente, avvolgente, imprevedibile. Non avendo io conosciuto Calvino di persona, mi sono fatto l’idea che per molti aspetti ne fosse l’esatto contrario. Lui introverso, taciturno, quasi afasico («anche un po’ autistico», mi disse una volta Chichita...

Giuseppe Longo / La gerarchia di Ackermann

“L'età d'oro della sicurezza”, la chiamava Stefan Zweig e spiegava che “nella nostra monarchia austriaca, quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità.” Dopo la prima guerra mondiale quell’edificio fatto di tradizione, di buone regole e di pacifiche gerarchie sociali andò irrimediabilmente in frantumi. La monarchia danubiana sparì, ma a preservarne la memoria e le tracce ancora visibili e soprattutto a conservarne le voci, gli stili, l’arte della conversazione, l’identità culinaria e la nostalgia per una felicità che sembrava infinita s’incaricò la letteratura che diede rappresentazione al crollo di quell’epoca. Una fine apparentemente inattesa ma in realtà preparata quasi con cura nelle pieghe della follia della macchina burocratica, nella gigantesca rimozione collettiva del disastro politico che si stava apparecchiando e di cui erano visibili, a chi li voleva vedere, gli indizi. Quel mondo che improvvisamente diventò passato, quella Welt von gestern, come s’intitola il celebre libro di Stefan Zweig, costituisce la filigrana nascosta del romanzo di Giuseppe O. Longo La gerarchia di Ackermann, già uscito in una prima...

L'interluogo di Augé. La vecchiaia non esiste

Anche Marc Augé ha deciso di proporci la sua lettura della vecchiaia con un piccolo libro intitolato Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste (Raffaello Cortina, Milano 2014). La sua è una vecchiaia considerata come una sorta di – lo dico impudentemente alla maniera di Marc Augé – interluogo tra il tempo e l’età, una zona dai contorni sfumati nella quale ciascuno di noi, a seconda della sua indole e delle circostanze della sua vita, è più o meno libero di scegliere se propendere più dalla parte del tempo o dalla parte dell’età.     Ma prima di addentrarci tra gli argomenti del libro vorrei marcare il fatto che ancora una volta le riflessioni sulla vecchiaia provengono da fuori, dagli altri, dai paesi dove il problema non si pone con l’evidenza quantitativa con cui, invece, l’Italia deve confrontarsi. Uno dei due paesi più vecchi del mondo (l’altro è il Giappone) mostra ancora di non sapersi dare una consistenza critico-teorica sul fenomeno che ne sta fortemente condizionando i destini economici, sociali e culturali. E’ così da molto...

Lo spazio (s)fin(i)to

Esiste Ascoli Piceno? Ricordo di averla visitata in una esistenza che, per molti indizi, dovrei considerare precedente; quello che non ho potuto stabilire è se Ascoli Piceno esiste ora… nessun ricordo dà la certezza che qualcosa sia veramente accaduto… Giorgio Manganelli, La favola pitagorica   Una volta io stesso avevo visto un volumetto con il mio nome in cima, ma mi trovavo alla stazione, dovevo prendere un treno che scalpitava sui binari, e non ebbi il tempo di vedere di che si trattava. In realtà, so che non si tratta di un caso di omonimia – che sposterebbe il problema, ma non lo risolverebbe – ma di un caso di pseudonimia quadratica, che, come tutti sanno, consiste di usare uno pseudonimo identico al nome autentico. In questo caso, il nome resta falso e sviante, oltre che protettivo, sebbene sia autentico e inoppugnabile.   Giorgio Manganelli, La notte   Per una volta ha ragione lo strillo in controcopertina. Davvero è «il romanzo autobiografico di una generazione» – una generazione che è anche la mia – Un amore dell’altro mondo: opera terza di Tommaso Pincio...

The Grand Budapest Hotel

Se nel giudicare un regista avesse ancora senso appellarsi alla “coerenza autoriale” (tematica e stilistica), Wes Anderson avrebbe tutte le carte in regola per essere considerato uno dei maggiori cineasti viventi. Allo stesso modo, nel panorama del cinema mainstream contemporaneo, il regista texano è fra coloro che meno possono sottrarsi all'accusa di “fare sempre lo stesso film”. Le due constatazioni potrebbero riproporsi per l'ennesima volta di fronte a quest'ultimo The Grand Budapest Hotel (Gran Premio della giuria alla Berlinale 2014): capolavoro di coerenza espressiva per gli uni, esausta riproposizione di clichés per gli altri. Era impensabile tuttavia che dopo un film come Moonrise Kingdom – il quale da un lato radicalizzava lo “stile-Anderson” e insieme apriva improvvisi squarci di sofferenza autentica in quel mondo bidimensionale – tutto rimanesse uguale a prima. Certo, ci sono ancora i colori pastello, la cura maniacale del dettaglio, l'ortogonalità dei movimenti di macchina: insomma, la “firma” andersoniana. Ma ormai anche i più irriducibili avversari del Nostro dovrebbero aver capito che non di vezzi si tratta, ma di elementi sostanziali del suo cinema. Allo stesso...

Momenti fatali a Madrid

 È da qualche tempo che andando per librerie si trova sul banco delle novità una grande abbondanza di riedizioni di Stefan Zweig. Corredate dalle fascette rosse con la scritta 12ª edizione, 7ª edizione, 5ª edizione, se si va a cercare l’anno di stampa, si legge 2011, 2012, 2013. Mi faceva pigrizia in questi momenti riprendere i titoli abbandonati sugli scaffali delle case dei genitori, di quando eravamo adolescenti e cercavamo invece i nostri autori e ci rifiutavamo di leggere i loro autori dei nostri, o quelli dei nonni. Ma presa dalla curiosità, e superato il sospetto che queste “novità” si dovessero solo all’opportunismo editoriale di evitare il pagamento dei diritti una volta superato il periodo legale dopo la morte di un autore, sono andata – non senza la dovuta nostalgia – a cercare tra i vecchi libri della vecchia casa.     Leggere per ore senza uscire di casa è una scelta che assume sempre più forza da tanto tempo, qui da noi, e poi in questi giorni non è bello andare in giro per le strade del centro, dove il pattume dilaga per mancanza di una...

Le ultime lettere di Nicola & Bart

Sono trascorsi pochi minuti dalla mezzanotte, quando, il 23 agosto 1927, nel braccio della morte di Cherry Hill, le luci che illuminano gli ambienti claustrofobici del penitenziario di stato del Massachusetts tremolano.   Per alcuni interminabili secondi sembrano prossime a spegnersi. Poi si riprendono. Una, due, tre volte. E’ il segno che la sedia elettrica è all’opera: viene eseguita la sentenza contro gli anarchici Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, accusati di aver ucciso due persone nel corso di una rapina avvenuta, nella primavera del 1920, a South Braintree, nei dintorni di Boston.     Sin dall’arresto, il 5 maggio 1920, i due italiani si sono dichiarati innocenti. Contro la sentenza capitale che li colpisce sono state raccolte, in tutto il mondo, 50 milioni di firme. E figure di spicco di ogni schieramento, dentro e fuori gli Stati Uniti – da John Dewey a Romain Rolland, da Stefan Zweig a Maksim Gorkij, da Benedetto Croce a Bertrand Russel -  hanno chiesto ripetutamente che il processo a loro carico venisse rifatto, acquisendo le rilevanti prove in grado di scagionarli. Non ultima la confessione del giovane...