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Zhu Wen

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Censura / Hong Kong e letteratura

Il primo autore cinese portato in Italia da Metropoli d’Asia fu Zhu Wen. Di lui negli ambienti letterari cinesi resta oggi una traccia flebile perché Zhu Wen, un paio di decenni fa, smise di scrivere: si era stufato. Si era stufato di consegnare racconti alle riviste o alle case editrici e vederli poi pubblicati monchi, pagine su pagine espunte dal testo, righe intere letteralmente riscritte: da un editor, da un burocrate censore, da un poliziotto? Non era dato saperlo. Zhu Wen mi mise in contatto con il gruppo dei suoi vecchi amici, tutti da Nanchino, la vecchia guardia che aveva orbitato intorno alla rivista “Tamen”, fanzine non autorizzata, tirata al ciclostile, che dopo l’89 di piazza Tian an Men riuscì a continuare le pubblicazioni per tutti gli anni novanta: chiuse per esaurimento del progetto, per stanchezza. Non è per la sua storia civile che pubblicai Zhu Wen, ma solo perché mi erano piaciuti i suoi racconti nella traduzione inglese di Penguin. Riusciva, a mio parere, a offrire uno spaccato della brutalità e del nonsense dei rapporti tra le persone nella Cina di quegli anni, forse proprio per la libertà che si concedeva nella scrittura. Non fu censurato a causa di un...

Come si può fare letteratura dopo piazza Tian’an men / Zhu Wen lascia

Zhu Wen: stralci da un’intervista. Parole sue in viva voce, in quell’inglese approssimativo. Traducendole in italiano fatico a riprodurre un’intonazione, la cantilena personale. Vengono frasi un po’ afone: ma tant’è. Casa sua è Nanchino, la sua giovinezza nella seconda metà dei dorati anni ottanta promessa di riforme, di maggiore libertà, di vento nuovo. Finita e archiviata la Rivoluzione Culturale, riabilitate molte tra le vittime.  Niente studi letterari: la famiglia gli impone la facoltà di ingegneria per irreggimentarlo. Fin da bambino, dice, “ero pieno di talento e quindi considerato una testa calda: attenti, dicevano gli insegnanti ai miei genitori. Sa pensare con la sua testa”. Sa usare le parole, sa esprimersi, è il migliore quando scrive articoli per il giornale della scuola. Me lo racconta Zhu Wen, tutto questo: è la sua versione. Si è seduto tranquillo, abbandonato sullo schienale. Nessun nervosismo, nessuna urgenza di sottolineare passaggi importanti. Racconta, e chissà quante volte già gli hanno chiesto di raccontare se stesso. Ho letto alcune interviste, oggi mi sembra – o è una mia speranza – che ripercorra le proprie tappe con più libertà, come se stesse...

Han Dong non è d'accordo

Han Dong non è d'accordo, a dir poco: è questa la cifra della conversazione.   Ci siamo visti più volte in questi due giorni, questa è l'ultima sera a Nanchino. Mi porta a cena in una ristorante autenticamente nanchinese: ieri è stata cucina dello Yunnan, la migliore forse, e sopratutto quella che viene dallo stato dove lui, come altri scrittori, artisti, registi e poeti vuole prima o poi trasferirsi. Foresta semitropicale e campagna in altura: la meta è Dali, nel nordovest, un'eterna primavera, non lontano dal confine con il Laos. La Toscana dei cinesi.   Cucina di Nanchino: sì, le specialità ci sono, il ristorante è annunciato da file di lampade di carta gialla: epperò uguale uguale a quello dove mi capita di pranzare in un centro commerciale  di Pechino. Diverse postazioni tutt'intorno, ciascuna ha la sua specialità, sia carne o pesce, o ravioli o verdura o noodles. Ci si siede nel grande salone, tavolini bassi  e sgabelli, e quando la pietanza è pronta i cuochi levano alte grida a richiamare i camerieri vestiti in costume tradizionale.   Lo stile...

Generazioni, eredità letterarie, fatiche

Tempo di fare il punto, dunque. Molti gli scrittori incontrati nelle ultime settimane, qualche giornalista e critico. Lunghe conversazioni, ripetute poi a distanza di giorni per il necessario approfondimento. Voglia di capire e, con mio piacere, voglia di essere capiti espressa dalla maggior parte di questi uomini e donne, pochissimi tra loro mi sono apparsi restii, tutti invece aperti alla discussione. La voglia di parlare c’è, anche la voglia di confrontarsi con noi europei: diciamo che le curiosità erano reciproche, e il saluto che molti di loro mi hanno rivolto negli ultimi giorni - “ora siamo amici” - non è di maniera, non solo cortesia alla cinese, ma la presa d’atto che sì, il contatto c’è stato. Got it.   Credo, in questo, di essere stato favorito dalla difficoltà in Cina di dibattere a viso aperto. Il ruolo dello scrittore, la Cina che cambia, il mercato e il partito, l’editoria e le associazioni statalizzate degli scrittori, la libertà di espressione e la censura. La chiacchierata informale con me, che tutti sapevano non sarebbe mai stata trascritta in intervista vera e...

Middle class, middle class?

E si ha un bel dire middle class, a Pechino. La visione stessa del ceto medio, a me, giunge distorta: dal fatto che vivo esclusivamente dentro al recinto. Sono circondato dalla middle class (isolato, quasi, dal resto del mondo), certo più in Cina che non in Italia, dove invece ho molte occasioni per prendere l’ascensore e farmi un tour verso il basso (a dir la verità: ho solide frequentazioni fin dall’infanzia, e me le tengo strette. Valgono oro. E poi basta entrare al bar, parlare con il ragazzo che ti fa il caffè, o con chi ti fa le pulizie in casa, chi viene a tirarti giù una pianta morta in giardino: se decidi di parlarci, certo). È ovvio, il basso in Italia non è mica come il basso in Cina, o peggio in India o in altra Asia: ma la differenza di ceto in Italia c’è, si vede, e chi non la vede ha solo bambagia sugli occhi.   In Asia vedo (intravedo): ma finisco per restare ancorato al livello superiore. A Pechino, il confine che separa quest’alto dal basso è quasi introvabile, pensi che sia più in là (si usa dire: a cinquanta chilometri dal centro comincia il terzo mondo), ma...

Mo Yan, e poi gli altri

L’attualità, si sa, è lontana dalla letteratura. Ne è nemica. Avevo in programma giusto per oggi di raccontare un paio di incontri con scrittori più giovani (A Yi, anni 36, cupo come la pece, Yan Ge, anni 25, solare come la sua età). Poi a cena (mentre in Italia si pranzava) vengo letteralmente sommerso da sms su Mo Yan, dall’Italia. Rispondo: bene; grande; sì! Ma anche per troncare in fretta, lo scambio di messaggi.   Davanti a me c’era Zhu Wen, scrittore atipico, poco noto in Cina e fuori, regista cinematografico piuttosto (a far quel lavoro lì sei sicuro che c’è un budget per te) premiato a Venezia e Berlino, che non si scompone più che tanto: mi dice: sì, lui è il mainstream (stiamo parlando in inglese), l’accademia. Comunque è un bene per la Cina, aggiunge. Zhu Wen mi dice che, percorrendo l’Europa poco tempo fa, ha avvertito un cambio di scenario: i suoi interlocutori sapevano che la Cina esisteva. Detta così suona un po’ forte, ma noi, per esempio, noi editori di autori asiatici, aspettiamo da tempo che l’Asia e la Cina si...

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