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Antropologia

(295 risultati)

Biocapitalismo

Il capitalismo contemporaneo si caratterizza soprattutto perché tende a non accontentarsi di utilizzare i corpi degli esseri umani come semplici strumenti di lavoro. Cerca invece di estrarre valore economico da tutte le componenti biologiche e da tutte le dimensioni mentali, relazionali e affettive degli individui.   Ne deriva che si trasforma in quello che è stato chiamato da Vanni Codeluppi «biocapitalismo» nel libro omonimo. Si può sostenere infatti, che nel sistema capitalistico è recentemente comparso il «biocapitale», una nuova forma di capitale che si basa a sua volta su una nuova forma di valore economico – il «biovalore» – il quale può essere estratto dalle proprietà vitali delle creature viventi.   Il passaggio del capitalismo alla sua fase «bio» sta avvenendo anche perché le imprese non possono più accontentarsi di ricevere prestazioni funzionali dai corpi dei loro dipendenti, ma devono sfruttare in misura crescente le idee creative e i pensieri di questi. Devono sfruttare cioè il cervello, che però è strettamente legato...

Raffaele La Capria

«Dove comincia l’opera di La Capria?». Terminando la sua memorabile introduzione alla prima edizione del «Meridiano» di Raffaele La Capria, Silvio Perrella aveva trovato una risposta dal sapore vagamente taoista, privilegiando il movimento e la metamorfosi ai danni di un’idea tradizionale di «opera» lineare nel suo progresso e raggelata in una successione di titoli. L’opera di La Capria, infatti, a parere del critico, «comincia da dove finisce, e da lì riparte da capo».   Era il 2003, e il «Meridiano» in questione festeggiava degnamente gli ottant’anni appena compiuti dello scrittore napoletano. Tutto sommato, poteva sembrare una partita chiusa, e chiusa in bellezza. Non perché, ovviamente, non si possa scrivere ancora, e scrivere cose importanti, dopo gli ottant’anni e la pubblicazione di un «Meridiano». Si dice che Giorgio Caproni considerasse un segno di malaugurio la raccolta delle sue poesie complete. E rimise tutto in questione con un ultimo capolavoro, capace di modificare il senso di tutto quello che aveva fatto.   Ma il caso di La Capria, meno...

Slavoj Žižek, Srécko Horvat e Alexsis Tsipras / Europa: speculazione a tempo

Con Cosa vuole l’Europa? (2014) Ombre corte prosegue la pubblicazione di testi di Slavoj Žižek: se in Chiedere l’impossibile (a cura di Yong-june Park) uscito a fine 2013, era la riflessione di Žižek nel suo complesso l’oggetto esplorato, in Cosa vuole l’Europa?, scritto assieme al filosofo croato Srécko Horvat, il tema è più direttamente politico.   Sedici brevi interventi, otto a testa: un ping pong fra Žižek e Horvat nel quale gli autori tentano di mettere a nudo le contraddizioni economico-politiche che lacerano l’Europa odierna. Ciò che hanno in comune la bancarotta di Cipro, la necessità della Croazia per l’Europa, l’enigma (lo si insegna tuttora nelle scuole europee) dei Balcani, il caso dell’Islanda, oppure la «marcia turca» (pp. 73-77) è di essere focolai di contraddizione apparentemente marginali, ma in realtà profondamente intra-europei. Nell’impostazione mista tipicamente žižekiana, ossia materialistico-dialettica e psicoanalitica, tutti questi casi sono sia sintomi che reali centri-periferici di sofferenza europea. Ma, contemporaneamente, essi sono anche snodi virtualmente generatori di pensiero antagonista.   Per capire che cos’è l’Europa, l’altro (...

Silvia Ballestra. Amiche mie

Maria Prophetissa, leggendaria alchimista del I secolo d.c., affermava le proprietà mistiche e magiche del numero 4, che per secoli verrà offuscato dal 3, numero trinitario, maschile, concluso, lineare. Il 4 è invece numero alchemico, materico, femminino, ciclico, aperto alla rigenerazione.   Silvia Ballestra decide di utilizzare un modulo quaternario per organizzare il suo nuovo romanzo Amiche mie (Mondadori, 2014), probabilmente ignara di tali implicazioni esoteriche, ma che sembrano in un certo modo significative, visto che le protagoniste sono quattro donne alle prese con la materialità del quotidiano, materia oscura in cui devono necessariamente immergersi per risolvere piccoli e grandi problemi che la Milano degli anni duemiladieci impone loro.   Anche il tempo del racconto è scandito in quattro fasi, della durata di un mese o poco più ciascuna; non si tratta di stagioni, ma di periodi che si impongono come conchiusi, perché ritmati dai vissuti di ciascuna delle protagoniste; di ognuna l’autrice registra eventi esteriori e riverberi interiori, riallacciando delicatamente tali segmenti temporali al tempo...

Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

Straniamento è parola filosofica. Anzi, per certi aspetti può essere considerata cifra essenziale dell'atteggiamento filosofico. Si filosofa sul serio solo se si opera un'azione straniante – rispetto al mondo, al senso comune, alla doxa, alle tradizioni, all'autorità, alle credenze. Di più: solo quando ci si torce fino al limite estremo del domandare – perché qualcosa e non il nulla? perché sono qui? chi sono? donde viene quel chi che domanda? – solo allora l'avventura filosofica assumerà un senso (drammatico) di vita vissuta.   Di questo tipo di torsioni è costellata la storia della filosofia (dalla periagoghé platonica all'epoché fenomenologica), ma soltanto di recente lo straniamento ha potuto raggiungere ulteriori livelli di consapevolezza e drammaticità. La “detective-story” filosofica che Jim Holt conduce con arguzia nella propria indagine ontologica intitolata Perché il mondo esiste? [di cui abbiamo scritto qui NdR], non sarebbe forse stata possibile senza la cosmologia novecentesca (ma anche senza le turbe...

La forza anonima del rifiuto

Nelle strade in fiamme di Atene, nell’inverno del 2008, qualcuno dipinse con rabbia: “Fuck May ’68. Fight now!”. Nelle mobilitazioni a Barcellona contro la riforma universitaria europea (“Piano Bologna”), un professore disse in diretta alla televisione, mentre la polizia caricava brutalmente i manifestanti: “Siamo una minoranza e non cambieremo il mondo. E allora?”.   Quelle del nostro tempo sono rivolte effimere che riescono appena a modulare la propria voce e il cui rifiuto lascia soltanto segni invisibili sulla pelle del mondo. Il mondo globale, insediato in una nuova “morte politica”, ci dichiara incapaci di fare qualsiasi cosa che sorpassi l’ambito della gestione della nostra vita personale e di apportare qualsiasi soluzione al mondo. Con le sue minacce permanenti (di guerra, di crisi, di malattie, d’inquinamento…) ci invita a proteggerci, a rassicurarci, a isolarci nell’indifferenza verso tutto e nella distanza di comunicazioni immateriali e personalizzabili. Da questa prospettiva, che senso può avere per noi oggi esporci?   Per rispondere a questa domanda, ci pu...

Uwe Johnson. I giorni e gli anni

La tetralogia come forma di articolazione della grande arte è probabilmente una passione tedesca. Inevitabile pensare, tra gli esempi più alti, al Ring wagneriano, tetralogia si direbbe per antonomasia, oppure, passando al Novecento, alle storie di Giuseppe e i suoi fratelli firmate da Thomas Mann. Testi, o quantomeno titoli, notissimi. – Accanto a loro, si segnala per importanza, e forse non per notorietà presso il grande pubblico, un’altra tetralogia, di vocazione ed esiti profondamente diversi: si tratta del capolavoro di Uwe Johnson (1934-1984) I giorni e gli anni, opera schiva e profonda che rivela sin nel sottotitolo – «dalla vita di Gesine Cresspahl» – la predilezione dell’autore per la prosa documentaria e per una forma di letteratura in grado di leggere e far leggere nelle microstorie individuali scenari epocali di portata planetaria ancorati a date fortemente evocative.   Di quest’opera è da poco uscito in italiano, a trent’anni dalla scomparsa dell’autore, il terzo volume, quello che sonda la biografia della protagonista dal «20 aprile 1968» al «19 giugno...

Il potere destituente

In una conferenza tenuta ad Atene il 16 novembre 2013 (ma non si tratta di un hapax) Giorgio Agamben, il filosofo dell’inoperosità, introduce, nella sua costellazione teorica, in maniera forse sorprendente, ma probabilmente necessaria, per uscire dall’angolo in cui si era chiuso con le stesse mani (in particolare, con i suoi ultimi lavori più ambiziosi, Altissima povertà e Opus dei, sembrava aver imboccato un vicolo cieco in cui appariva difficile intravedere un margine per l’azione), la nozione di potere destituente.   Per noi, è bene essere chiari, Agamben, per la sua capacità di tenere insieme Benjamin, Aristotele, Foucault, Heidegger, è un punto di riferimento ontologico. In effetti, la nozione di potere destituente, ben prima che Agamben la impiegasse esplicitamente, rintraccia nella grammatica della sacertà un terreno ontologico fertile nel quale radicarsi. Per questa ragione l’ultima posizione di Agamben ci stimola a tentare di presentare alcuni dei nostri materiali di lavoro che, da qualche anno, e con una certa, caparbia, disordinata sistematicità, accumuliamo intorno al tema del potere...

Cosa è l'umano?

Aut Aut è una rivista di prestigio internazionale e pur presentando argomenti filosofici, ha trattato argomenti molteplici, dalla sociologia, alla linguistica, fino ad alcune puntate nell'arte. La cura del numero 361 sul Post Umano, è stata affidata a Giovanni Leghissa, che pone la questione se disponiamo di definizioni dell'umano per arrivare a chiedere se siamo sicuri di sapere che cosa sia l'umano?   Il punto di partenza è un ripensamento della tradizione dell'umanesimo. Come sostiene Rosi Braidotti (Braidotti, 2014)[i] l'umanesimo, sta di fronte a noi con la sua autorevolezza oggi aumentata dalle nuove forze gravitazionali del senso: l'eurocentrismo è un sistema normativo ed egemonico, tutti gli umanesimi sono stati imperialisti, e questo paradigma eurocentrico implica una dialettica binaria tra il sé e l'altro. Vi è quindi l'urgenza di progettare ulteriori schemi sociali, etici e discorsivi della formazione del soggetto per affrontare i profondi cambiamenti cui andiamo incontro (Ibidem).   Da qui scaturisce il mio personale interesse per l'altro differente da me, che mi ha portato a...

Walter Nardon. Sibber

Walter Nardon lo conosco abbastanza bene. Una decina d’anni fa abbiamo fondato, assieme a Massimo Rizzante, il Seminario Internazionale sul Romanzo all’Università di Trento. Ho curato con lui alcuni di libri di taglio più o meno accademico prima di prendere le distanze da un mondo universitario che si ostinava a non darmi da vivere.   Ho letto vari suoi lavori critici, dai saggi contenuti in quei volumi alla sua tesi di dottorato, dedicata alle poetiche di Gianni Celati e Milan Kundera. Ho presente anche il suo primo libro di racconti, Il ritardo, la sua lingua sorvegliata, l’incedere esatto. Sono stato più volte a casa sua, in un paesino a 666 metri di altitudine tutt’altro che diabolici, in una ubertosa valle del Trentino in cui si producono ottimi vini bianchi. Fui persino ospite al suo matrimonio e potrei dirvi quale genere di film predilige sua moglie.   Per tutte queste ragioni dovrei forse astenermi dal riflettere in pubblico sul suo ultimo libro, che è anche il suo primo romanzo. Se contravvengo a questa etichetta, è perché mi sembra l’unico modo per completarne la lettura e, al tempo...

Silent University a Bamako-sur-Seine

A Montreuil piove. È una grigia mattinata di fine maggio e alle porte di Parigi inizia un lunedì come tutti gli altri. Montreuil, periferia a est della capitale, conta il 20% di stranieri su una popolazione di poco più di 100.000 abitanti.   L’altissima concentrazione di maliani le ha valso il soprannome di “Bamako-sur-Seine” tra gli autoctoni. Ci sono almeno 112 nazionalità diverse, tra cui almeno 31 paesi africani, e il 50% dei bambini è straniero. Un melting pot effervescente sostenuto da una rete associativa capillare che a Montreuil si occupa, in maniera più o meno efficace, d’integrazione, al quale si aggiunge un nuovo fenomeno demografico che, di recente, ha fatto di Montreuil una delle cittadine prese di mira dalle giovani coppie, stanche forse dei ritmi parigini, ma non così tanto da rinunciare alla metropolitana vicina, e sedotte dalla possibilità di affittare un appartamento di 60 metri quadri con giardino a una cifra, forse, inferiore ai 1000 euro. Montreuil, cittadina “bobo” e rifugio d’immigrati.   È in questo variegato tessuto sociale che ha messo...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

“Stop killing blacks”

La rivolta dei migranti di Rosarno del 7 gennaio 2010 è passata alle cronache come un evento inspiegabile, una fiammata di follia, l'ennesima conferma dell'emergenza immigrazione. In un mondo in cui molte cose sembrano quello che non sono, senza rispetto per una verità sfuggente ma per la vaghezza portata a sistema di conoscenza del mondo, anche in questo caso abbiamo letto e sentito un elenco di luoghi comuni e di menzogne.   Dal 1990 nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, a lavorare nei boschi di aranci ci sono i primi ragazzi immigrati in Italia. Inizia così lo sfruttamento di manodopera a bassissimo costo per la raccolta delle arance calabresi. Con lo sfruttamento inizia la violenza della 'ndrangheta che controlla anche il settore agroalimentare. L'elenco dei ragazzi africani feriti o uccisi negli agrumeti di Rosarno dal 1990 al 2010, l'anno della rivolta, è impressionante. La 'ndrangheta spara per mantenere il controllo, per spaventare, per fare capire che una volta finito il lavoro è meglio che gli immigrati se ne vadano altrove.   Il 10 settembre 1990 non è una di quelle date che si ricordano...

Dubai: Disneyland per adulti

Solo qualche giorno fa il Guardian ha pubblicato una classifica delle città globali in base alla potenza del loro brand. Nella valutazione sono stati considerati due aspetti fondamentali: la dotazione di “assets” (attrazioni ed infrastrutture, soprattutto trasporti) e il “buzz” che coincide con la popolarità del brand nella rete. L’aspetto più interessante dello studio è la conferma dell’ascesa delle cosiddette “world class city” e in particolare Dubai, piazzatasi al decimo posto.   Il modello adottato da queste amministrazioni consiste nell’attrarre l’interesse dei cittadini globali (investitori ma anche turisti) ricorrendo a specifici dispositivi spaziali: un sistema di trasporti che garantisca un alto livello di connettività globale; uno skyline riconoscibile; uno spazio pubblico in cui siano assenti segni visibili di povertà. La pianificazione delle “world-class cities” sembra essere dettata più dall’obiettivo di primeggiare in graduatorie come quella pubblicata dal Guardian che dall’intenzione di soddisfare i bisogni di chi le abita....

Giorgio Agamben. Il fuoco e il racconto

Parola di filosofo: le classifiche dei libri più venduti sono «infami» («sì, infami», ribadisce). Osservate dalle alture spirituali che sono la dimora abituale di Giorgio Agamben, molte altre cose, com’è facile intuire, potranno apparire ancora più detestabili ed inutili. Tacciabile d’infamia è soprattutto quell’immane e universale degradazione che ha trasformato l’arte, la letteratura, la religione e la stessa filosofia in «spettacoli culturali» privi di ogni «efficacia storica».   Per non parlare, aggiungo io, di una critica letteraria capace di risultare, con eccezioni sempre più rare, nello stesso tempo vacua ed asfissiante, e cronicamente incapace di intuizione. Anche per questo la lettura dei saggi raccolti in Il fuoco e il racconto equivale a un atto salutare di liberazione. Ebbene sì, proprio perché sappiamo che la vita è breve, e i suoi possibili significati sempre incerti e caduchi, tanto vale concedere a se stessi le maggiori ambizioni, e puntare dritto nella direzione delle cose supreme.     Si può non essere d’accordo su molti singoli giudizi, certamente, ma la fiducia che volentieri si concede alle argomentazioni di Agamben discende dal fatto che, per...

Davide Monteleone. Spasibo

Quanto costa abbattere il muro del silenzio? Moltissimo, ci ha insegnato la storia. Moltissimo, ci dimostra ancora una volta la terribile notizia di quanto successo il 24 maggio al fotoreporter italiano Andy Rocchelli, ucciso a colpi di mortaio in Ucraina. Eppure se non ci fossero persone come lui, le verità scomode resterebbero solamente un dolore represso a pesare sul cuore di chi le vive. Una ferita senza nome sulla pelle delle generazioni a venire.   È con questa consapevolezza che si dovrebbe visitare Spasibo, l’esposizione di fotografie di Davide Monteleone, vincitore della quarta edizione del Carmignac Gestion Photojournalism Award. Il progetto, che prevede diverse tappe, è in mostra a Milano dal 24 maggio (fino al 21 giugno), presso lo Studio Museo Francesco Messina. Spasibo significa “grazie” in lingua cecena. Dopo decenni di sanguinosi conflitti, la Cecenia sta vivendo oggi un momento di pace: ufficialmente Repubblica autonoma della Federazione Russa, è protagonista di anni di veloce ricostruzione. Lusso e monumentalità costituiscono la nuova immagine della capitale Grozny, costellata di palazzi scintillanti...

Cinquant'anni di Bella ciao

Come uno di quei nodi della storia culturale in cui le energie – politiche, intellettuali, artistiche – di numerosi attori sembrano raccogliersi e improvvisamente deflagrare, Bella ciao a Spoleto cambiò il corso della canzone italiana. A testimonianza – parziale – di una spinta politica in avanti che non ha ancora esaurito la sua inerzia, basterebbe ricordare le polemiche che accompagnano ogni esecuzione pubblica della canzone che a quello spettacolo di Nuovo Canzoniere Italiano diede il titolo.    All’inizio degli anni Sessanta, alcuni intellettuali di sinistra cominciano a dedicarsi alla raccolta di canti popolari italiani, anche ispirati dalle esperienze di Alan Lomax e da quelle di Cantacronache a Torino. I nomi che gravitano e graviteranno attorno a quel gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano (che nasce come rivista e “canzoniere d’uso” nel gennaio del 1963) sono molti, fra polemici abbandoni e dibattito costante: Gianni Bosio e Roberto Leydi, prima di tutto; poi i torinesi Michele Straniero e Fausto Amodei; e poi, prima o dopo, Filippo Crivelli, Cesare Bermani, Giovanna Marini, Sandra Mantovani, Caterina Bueno...

Alice Rohrwacher. Le meraviglie

Per comprendere un film come Le meraviglie di Alice Rohrwacher bisogna innanzitutto collocarlo all’interno del processo storico e sociale che gli fa da sfondo. Ne parla la regista in un articolo molto significativo per la comprensione del film pubblicato sull’ultimo numero de Lo straniero. La campagna, le attività agricole, gli spazi rurali di cui il nostro paese è ancora estremamente ricco, hanno subito negli ultimi anni un doppio processo che solo all’apparenza è contradditorio.     Da un lato si è visto un progressivo spopolamento e abbandono dei luoghi che si trovavano lontani dalle città: i piccoli paesi di montagna o quei posti che hanno più difficoltà di accesso alla rete infrastrutturale, sono stati progressivamente abbandonati; chiusi i cinema, così come le attività imprenditoriali e culturali, diradata la presenza di scuole e ospedali. Dall’altro lato però ha preso sempre più piede una tendenza culturale – a volte una pura e semplice moda – che invece ha elevato la ruralità a oggetto del desiderio: il cibo tipico, gli agriturismi, un sempre più insistito richiamo anche a sinistra a termini come “comunità” e “tradizione” che in passato erano stati appannaggio...

Una storia del rumore

"Ovunque siamo, quello che ascoltiamo è soprattutto rumore. Quando lo ignoriamo, ci disturba. Quando ci mettiamo ad ascoltarlo, ci affascina". (John Cage, 1937)   Primi di marzo. Marrakech. Sto entrando per la prima volta in una delle piazze più grandi del mondo, Jamaa el Fna. Arrivandoci da uno degli stretti vicoli della Medina, affollati dal rumore di motorini e radioline dei negozi, vengo improvvisamente invaso da un paesaggio sonoro inedito e abbacinante, composto di zoccoli di cavalli, flauti di addomesticatori di serpenti, canti di narratori locali, urla, muezzin, venditori. Ancora oggi, a distanza di settimane, è il suono di quella piazza quello che mi rimane più in testa. Così come di Istanbul ricordo subito i canti che si innalzavano assieme dalle tante moschee della città.   Tutti noi, se ci pensate bene, conserviamo un ricordo sonoro dei luoghi in cui siamo stati o in cui siamo cresciuti, quello che il teorico dei media Rudolf Arnheim chiamava l' “immagine acustica” di un luogo e che il musicologo canadese Raymond Murray Schafer chiama il “paesaggio sonoro”.   Siamo...

L'estetizzazione

Nella nostra tradizione culturale, l’ambito dell’estetica è stato generalmente fatto coincidere con quello artistico. Negli ultimi decenni però l’arte ha smesso di essere il principale centro generatore della bellezza e la nostra concezione dell’estetica è notevolmente cambiata. Si è generata infatti una moltiplicazione delle fonti di esperienza estetica e, soprattutto, è progressivamente cresciuta l’importanza sociale del design degli oggetti industriali. Il mondo è andato dunque sempre più estetizzandosi attraverso gli oggetti collettivi (cioè i prodotti), che hanno preso il posto degli oggetti unici (ovvero le opere d’arte), e, conseguentemente, l’estetica è stata sempre più intesa come aisthesis, cioè come sensibilità in senso lato, come forma di conoscenza della realtà che passa attraverso i sensi.   Il primo autore a mettere in evidenza le conseguenze sociali derivanti dal processo di estetizzazione è stato, alla fine dell’Ottocento, Georg Simmel, il quale era convinto che solamente comprendendo pienamente la sfera sociale...

Audit versus Automation University

UGenea raccoglie/incrocia le riflessioni di studiosi, artisti, ricercatori che, grazie ad un particolare modo di osservare, indagare, rappresentare, raccontare, contribuiscono alla formulazione di un approccio GENEALOGICO alla conoscenza che, in questo primo caso, riguarda l’Università. Trasversalmente alle discipline, incontreremo autori noti e meno noti, del presente, passato recente o più remoto, che guardano criticamente alla modernità, mettendone in luce limiti e potenzialità attraverso una narrazione originale, che si fa palestra per il pensiero sul futuro: Friedrich W. Nietzsche e Michel Foucault, Friz Lang, Agota Kristof, Antonio Caronia, Edgard Morin, Humberto Maturana, Bruno Latour, Marshall McLuhan, James G. Ballard, Michael Power, Laura Maran, Francesco Monico, Alessandro Monti, Pier Luigi Capucci, Alberto Melucci, Patrizia Moschella, Paola Rebughini. E ancora Maurice Benayoun, Alexandre Joly, Rebecca Allen, Cristiano Ceccato, Golan Levin, John Maeda, Max Weber, Francisco Varela, Ignacio Matte Blanco, Galileo, Franz Kafka, Buckminster Fuller, Bertold Brecht, Ivan Illich, Rainer Werner Fassbinder, Giovanni Leghissa, Derrick de...

La logica dell'autoinganno

L'insetto stecco (nome scientifico Phasmatodea, ordine dei fasmidi) esiste da almeno 50 milioni di anni. Questa particolare forma di vita ha dedicato migliaia di millenni a uno scopo: mentire. Fingersi altro da ciò che è. Nel corso del tempo ha sviluppato sembianze simili a quelle di 3000 specie di steli e fuscelli e di 30 varietà di foglie. La somiglianza con i modelli imitati è impressionante. Appaiono come bastoncini o foglie, sono insetti. La forma attuale è il risultato di una forte pressione evolutiva a favore di un corpo lungo e a sottile. Per far stare gli organi interni in uno spazio sempre più piccolo, spesso un elemento di una coppia di organi è stato sacrificato, lasciando un solo rene, un solo ovaio, un solo testicolo. Chi glielo ha fatto fare? La potenza dell'inganno. Una forza in grado di modificare le apparenze esterne di un organismo. A costo di rimodellare anche ciò che si trova all'interno.   (Chi volesse cercare conferme più vicine a noi sulla persistenza dell'inganno, ha a disposizione l'ultimo Almanacco Guanda, intitolato appunto La bugia. Non si parla di artropodi ma...

Il sabotaggio dell'empatia

«Tutta una nuvola di filosofia si condensa in una gocciolina di prassi simbolica». Basterebbe questo ellittico inciso di Ludwig Wittgenstein per riassumere lo spirito dell’ultimo libro di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per un’antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013, pp. 203) dedicato interamente al dispiegamento della costellazione linguistico-antropologica che si nasconde dietro alla più inappariscente e dimessa delle particelle grammaticali del nostro linguaggio: la negazione. Descrivere gli usi e le prerogative del segno ‘non’ significa qui rivelare alcuni tratti distintivi della forma di vita della nostra specie: la capacità di prendere le distanze dagli avvenimenti circostanti, dalle pulsioni psichiche o dalle prescrizioni del proprio corredo istintuale, il bisogno di riti e istituzioni o l’ambivalenza degli affetti. La comune facoltà di dire come non stanno le cose cela precise implicazioni etiche e politiche sull’indole pubblica della nostra mente e descrive la singolare discontinuità tra il fondamento biologico della socialità e i suoi sviluppi linguistici.   Sull...

Sfuggire al capitalismo neo-liberale

Con una piccola esagerazione (tale solo a causa dei giganti che ci accingiamo a portare come pietre di paragone) si potrebbe sostenere che uno dei più interessanti eredi del pensiero critico francese, dopo la morte di Deleuze, Debord e Baudrillard, sia un italiano, Maurizio Lazzarato. Dopo La fabbrica dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013), Lazzarato continua la sua indagine sui modelli filosofici e antropologici sottesi alla nostra attuale condizione di “uomini indebitati”. Il lavoro precedente del filosofo e sociologo post-operaista da anni emigrato in Francia, era incentrato – a partire da Nietzsche e Deleuze – sulla ricostruzione di un modello antropologico che potrebbe essere definito come quello dell’ “uomo indebitato”: di quel particolare tipo di soggettività che gli apparati mediatici e di potere promulgano a viva voce quotidianamente a partire dallo scoppio della bolla economica degli immobili negli USA. Rispetto a quel testo i saggi che formano Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista /DeriveApprodi, 2013) rappresentano sicuramente un passo in avanti, per lo meno dal...