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Arte

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Olimpico e demoniaco / Warburg e l’astrologia

Da anni l’opera e la figura di Aby Warburg (1866-1929) esercitano un’attrazione speciale e sempre crescente sulla cultura contemporanea, e non solo nel campo della storia dell’arte. Fenomeno che ha però anche un altro risvolto: Warburg è di moda. Citarlo, magari fuori luogo, è un modo per dimostrare di essere lungo la corrente giusta; a volte, invece, si ha l’impressione che evocare il suo nome serva per avvolgere le argomentazioni in una sorta di incenso nobilitante; poi, a non finire, ci si fa belli del suo motto (“Il buon Dio si nasconde nei particolari”), che non è suo: Ernst Gombrich ha smentito che la paternità sia sua, e ne ha rintracciato precedenti in ambito francese (e un’attribuzione a Flaubert). Del resto questa Warburg-moda non è cosa nuova: già Gertrude Bing (1892-1964), la sua più stretta collaboratrice, aveva scritto che la sua fama era “fondata più sul sentito dire che sulla conoscenza dei suoi scritti”, tanto che lo studioso amburghese ormai faceva parte di quella schiera di autori che “sono elogiati con più zelo di quanto siano letti”.     Ecco ora l’occasione per leggere di nuovo Aby Warburg: Maurizio Ghelardi, da anni suo attentissimo studioso, ha...

26 gennaio 1940 - 11 ottobre 2019 / Ettore Spalletti: dare voce al silenzio

Con Ettore Spalletti se ne va un caro amico, uno degli ultimi grandi artisti della nostra generazione che ha visto da Piero Manzoni a Giulio Paolini, da Pascali a Lo Savio, da Merz a Fabro, da Castellani a Cattelan, un numero impressionante di giganti: sicuramente il XX Secolo è stato per l’Italia uno dei più fertili e importanti. L’Italia non finisce mai di stupire. Sempre sul punto di affondare ma all’ultima curva, alla parabolica, spunta Lei, anzi lui, il nostro stivale, cui la forma attribuisce un carattere molto particolare. Sembra che un gigante si sia divertito a plasmarne le coste per farne un pezzo di terra con la forma di uno Stivale.   Una volta Luciano Fabro ha scritto (cito a memoria): “Amo chi ama la forma dell’Italia”. Mi chiedo: e se fosse stato Dio che, nei giorni della Creazione, stufo di tanto lavoro, si è divertito a fare l’Italia cosi? In fondo se ciò che si dice è vero, per lui era un gioco da ragazzi. Un po’ come Zeus, prendi un fulmine e zot! Fatto il Gargano. Altro fulmine e zac! Le Alpi spuntano a proteggerci dai venti gelidi. E così via. Poi certamente, osservando la Terra, Dio o forse Jahvè decide di prender casa e dove va? Ma a Roma, che diamine!...

De Chirico a Palazzo Reale / Joker e il Centauro morente

De Chirico a Palazzo Reale. L’ombra divorzia dalla prospettiva    Mia nonna materna viveva in una casetta costruita al margine di un fosso. In casa non c’era elettricità. All’imbrunire accendeva una lampada a petrolio che gettava ombre vive e tremolanti. Fuori si aggirava “el Salvaneo” e dei demonietti in forma di scintille fuggivano dal camino, spaventati dai colpi dell’attizzatoio. Era tutto ciò che restava di una mitologia antica e pagana andata in rovina: una mitologia minore e familiare che non superava il confine dei campi coltivati e alla sera ravvivava le fiamme domestiche proiettando un misterioso teatro d’ombre.      Le ombre che Giorgio de Chirico dipinge nelle sue opere sono altrettanto misteriose. Alla mitologia personale che l’artista elabora rivisitando il mito in chiave autobiografica, Luca Massimo Barbero dedica il saggio La nascita di una mitologia familiare, pubblicato nel catalogo della mostra De Chirico, in corso a Palazzo Reale (fino al 19 gennaio 2020), di cui Barbero è anche il curatore.  “Bisogna scoprire il dèmone in ogni cosa” scrive de Chirico in Zeusi l’esploratore, un testo in prosa pubblicato nel 1918. I suoi dèmoni...

Tenere i tesori / I diari inediti di Jo van Gogh-Bonger

‘Oggi inizio il mio diario. Ridevo di quelli che ne tengono uno, è sciocco, sentimentale, così pensavo […]. Ma nella routine di tutti i giorni c’è così poco tempo per riflettere, e a volte i giorni passano senza che io li abbia vissuti veramente, giorni in cui la vita mi succede, questa cosa è terribile. Sarebbe tremendo dire alla fine della mia vita: “Ho vissuto invano, non ho raggiunto niente di grande o di nobile”’. È il 26 Marzo 1880, siamo ad Amsterdam, Jo Bonger ha diciassette anni e mezzo. Questa è la prima pagina del suo diario ‘Mijn Dagboek’, al quale affiderà i suoi pensieri, con varie interruzioni, fino al 1897. Per il frontespizio del primo quaderno sceglie e trascrive in inglese le parole del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, ‘agire e che ogni domani / ci trovi più oltre l’odierna giornata’.  Sarà il motto della sua vita.   Da sinistra: Jo Bonger, Diario n. 1 (1880-1881, 20,5 x 16,6 cm) © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam; Jo Bonger, ca. 1880-1882, Friedrich Carel Hisgen, fotografia, in Diario n.1, © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam. Poco conosciuta, ma molto influente: Johanna van Gogh-Bonger (1862-...

Galleria Il Ponte, Firenze / Rosa Foschi, o dello straniamento

All’inizio del Novecento, con il termine russo “otstranenie” – scritto con il refuso di una sola n anziché due –, lo scrittore e critico letterario Viktor Šklovskij definì quello che, a suo avviso, avrebbe dovuto essere il compito di ogni scrittore: liberare il lettore dall’automatismo della percezione, rendendo insolito l’oggetto, di volta in volta percepito, attraverso la presentazione di lati inediti di esso. Šklovskij giunse così a teorizzare il “dispositivo dello straniamento” (in Una teoria della prosa. L’arte come artificio. La costruzione del racconto e del romanzo [1917], trad. it. De Donato, Bari 1966).      Lo straniamento è dunque il processo attraverso cui ogni forma artistica (non solo letteraria, ma anche teatrale o relativa all’arte visiva) “stranea” ciò che per noi è usuale, presentandolo da un differente punto di vista. Per ottenerlo, è necessario inserire nella rappresentazione un “imprevisto”; ovvero un elemento e/o un’azione inaspettata e apparentemente incongrua, grazie alla quale la percezione usuale della realtà può essere alterata e i lati inediti del mondo attorno a noi possono essere portati in luce.  Secondo il parere di chi scrive...

Fotografia / Naviganti. Un viaggio dentro i cantieri San Lorenzo

La prua della nave come il muso di un pescecane a bocca spalancata, la carena simile a un oggetto spaziale da issare sulla rampa di lancio, una finestrella verticale che ricorda un quadro di Fontana, un elemento triangolare sospeso nel vuoto simile a una scultura dell’arte povera, l’elica come un vortice futurista al fermo immagine. Si potrebbe continuare descrivendo altre immagini che le fotografie rigorosamente in bianco e nero di Silvano Pupella evocano nello spettatore della mostra ai Tre Oci di Venezia, Naviganti. Un viaggio dentro i cantieri San Lorenzo (Sale De Maria, sino al 2 novembre). Questo lavoro rigoroso e ricco d’evocazioni richiama analoghe opere che hanno documentato il lavoro umano negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la modernità italiana stava affermandosi e la descrizione del connubio uomo-macchina era un tema consueto.    San Lorenzo, Metal Superyachts production.   San Lorenzo, Metal Superyachts production.   San Lorenzo, Metal Superyachts production.   San Lorenzo, Metal Superyachts production. Pupella ha dietro le sue spalle molti anni di attività come manager. Ha l’esperienza di chi sa guardare il lavoro umano nelle...

Roma, 15 ottobre 1969 / Robert Smithson: “Let Asphalt Flow!”

Qui, nei paraggi di Roma, sembra estate sebbene il calendario segni 15 ottobre 1969. In cima a questa collina abbandonata fa caldo a causa delle macchine di cottura con le loro materie prime, i gas caldi e un fumo nero che incenerisce il cielo. La puzza di catrame è forte quanto il rumore prodotto dalla macinazione. Non si vede un granché da questo pendio brullo – un vero e proprio nonsite. Lontana è la Roma che ho visitato nel 1961, la Roma storica, la Roma dei monumenti dove storia ed eternità si rincorrono in un gorgo senza fine. L’idea di venire fin qui è stata del gallerista Fabio Sargentini, quando ha realizzato che dentro le mura cittadine non avremmo mai trovato uno spazio adatto alla mia idea, neanche nel suo garage, una galleria d’arte underground che ha chiamato L’Attico.  Il mio intervento si è chiarito poco a poco: all’inizio c’era giusto un’immagine, una colata di lava, un fluido viscoso e nero che scivola verso il basso. Qualcosa che cade e la cui conformazione finale è data solo dalla forza di gravità, in assenza di qualsiasi intervento umano. Una scultura che si fa da sola o meglio che è fatta dal – e assieme al – paesaggio. Ridotto al minimo è il mio...

Figure a colori / Visit The Holy Land

Disegnare, rispetto al fotografare, forse è un modo per fermare di più. Figure a colori è un tentativo di mettere insieme delle immagini di oggi con quello che mi porto dietro. Una specie di dossier.   Guarda anche: Flavio Favelli, Cose Afgane

Albe/Ariette / Non di solo pane e petrolio

«Pane o petrolio?», è la domanda che Stefano Pasquini del Teatro delle Ariette pone al pubblico raccolto attorno a un tavolo imbandito di tortelli, frutta, formaggio, vino e immancabilmente pane verso la fine dello spettacolo Pane e petrolio, co-prodotto con il contributo del Teatro delle Albe/Ravenna Teatro. Si tratta dell’unico momento del lavoro in cui l’attore e regista esce dalla partitura scritta per entrare in modalità improvvisativa pura, cercando di coinvolgere gli spettatori a prendere posizione in merito a questi beni. Albe/Ariette si espongono dunque all’ignoto e sottopongono il teatro alla prova del presente. In base alle reazioni del pubblico che è in quel momento coinvolto da una domanda diretta, fondamentale, si capirà dove una parte sia pur piccola ma viva dell’umanità individua il suo bene di riferimento: quello che risulta più rilevante per condurre la sua esistenza e, se possibile, per renderla anche felice.   Il dilemma morale e poetico del lavoro di Albe/Ariette sta dunque tutto qui, nella scelta di uno di tre possibili connettori tra le parole “pane” e “petrolio”. Potremmo avere un aut aut, quindi una presa di posizione esclusiva e decisa per uno solo...

Comunità / Manifesto del Futurismo Rurale

All’interno dei dibattiti politici ed ecologici contemporanei, la ruralità emerge come elemento in costante oscillazione fra “alterità” e “identità”: non un semplice spazio geografico, quindi, ma una sorta di “posizione” anche di tipo politico. In questo scenario di tensione interpretativa, è comunque possibile accostarsi al concetto di ruralità in senso critico, provando ad immaginare altri futuri per le comunità, i territori e i luoghi, al di là della stringente dicotomia “alterità/identità” e al di qua di una serie di discorsi che tendono a considerare la ruralità stessa come una componente marginale del mondo contemporaneo.   Manifesto for Rural Futurism 13, Ph Daniela Darielli. Il Manifesto del Futurismo Rurale, documento elaborato recentemente dai curatori e ricercatori campani Leandro Pisano e Beatrice Ferrara, è un tentativo in questa direzione: una prospettiva in cui i molteplici punti di vista e di ascolto forniti dall’arte, ed in particolare dalle tecnoculture, mettono in discussione i termini manichei sui quali si costruiscono i discorsi attuali sulla ruralità: autenticità e utopia, anacronismo e provincialismo, tradizione e senso di stabilità, appartenenza ed...

La collezione del marchese Campana in mostra / Hermitage. Lenin e Le avventure di Cipollino

Dopo l’autopsia, nel corpo del compagno Lenin (Vladimir Il'ič Ul'janov) furono iniettati attraverso l’aorta sei litri di formolo, alcool e glicerina, ma gran parte dei liquidi fuoriuscirono e sui tessuti apparvero evidenti segni di necrosi. Si tentò inutilmente il congelamento finché, a due mesi di distanza dalla morte dello statista, il suo corpo venne immerso in una soluzione a base di glicerina e acetato di potassio, che dette gli esiti sperati. Le tecniche messe a punto dagli anatomopatologi sovietici sono ancora oggi utilizzate nel laboratorio allestito per la conservazione della salma di Lenin, al quale la società Ritual Service Moscow commissiona dei servizi. Creata dopo la caduta dell’URSS dall’ex sindaco di Mosca Jurij Michajlovič Lužkov per sopperire al taglio drastico dei finanziamenti riservati alla cura del corpo di Lenin, la società si occupa anche di preparare le salme dei “nuovi ricchi”, inclusi i mafiosi russi morti ammazzati nei conflitti fra cosche criminali: “dai 1500 dollari nel caso di una testa che non sia stata colpita da pallottole ai 10mila per ricomporre le parti di un corpo dilaniato da una bomba”, racconta Il’ja Zbarskij, figlio del medico e biochimico...

Infinito e oltre / Leopardi a Lapedona: traduzione e anagrammi

È curioso dover parlare di traduzione a Lapedona su invito di Fabio Pedone. È ancora più curioso se poi si scopre che fra gli organizzatori ci sono anche Maria Pedonesi e Andrea Pedonesi. Ma imbarazzante, oltre che curioso, per un non marchigiano, parlare di Leopardi a Lapedona, dove c’è tra l’altro una piazza dedicata al poeta. Fra Pedone, Pedonesi e Lapedona il gioco è evidente, ma anche tra Leopardi e Lapedona ci sono molte affinità, a parte la piazza: Lapedona è quasi un anagramma del cognome del poeta.  Sei lettere su otto. Un caso? Certo.    Come forse è un caso che un anagramma di Leopardi sia L’opera di: L’opera di Leopardi. Una specie di immagine specchiata, in cui però i singoli componenti nell’immagine riflessa sono mescolati. Pensate a un traduttore che debba tradurre il semplice sintagma nominale “L’opera di Leopardi” sapendo che dentro c’è anche un anagramma e magari con l’intenzione di rispettare quel vincolo… Un bel problema.   Ecco altri anagrammi di Leopardi: Deplorai, Lapiderò, Le parodi, L’adoperi, Lo predai… Volendo si potrebbe cercare di metterli assieme in un brevissimo dialogo traduttologico a più voci:    Molti sosterranno,...

“Corpi dogmatici, letali dettami di bellezza” / Sulla scultura nazista

In un testo poco noto di Furio Jesi, Sopravvivenze mitiche nell’esoterismo nazista (ora in Mito, Aragno, 2009) il critico torinese scrive: «nel suo discorso conclusivo di autodifesa dinanzi al Tribunale di Norimberga, il generale SS Otto Ohlendorf [...] giustificò il comportamento proprio e quello dei suoi compagni affermando che la sua generazione si era trovata nel vuoto causato dall’insterilirsi e dalla morte del cristianesimo, e aveva quindi visto nel nazismo un nuovo ordine salvatore, fondato su valori puramente spirituali, e garante di chiarezza, di legge di verità affermate senza esitazione». Non si insisterà mai abbastanza sul tratto sostitutivo della religiosità che l'ideologia nazista ha assunto, con un tratto paradossalmente iper-morale, redentivo e, in ultima istanza, mitologico. Jesi, studioso di cultura tedesca e di mondo antico, è stato pioniere per l'interpretazione «delle “grandi narrazioni nazionali” nell’ambito di una narrazione sulla statualità, in direzione della cultura di destra e della radicalizzazione politica» (Bidussa), e ha inteso la storia delle idee come un crocevia tra diverse discipline, tra cui storia delle mentalità, storia dell’arte, del pensiero...

Festival Contemporanea Prato / La trasformazione. La forma del dolore

Gli Alveari e Phia Ménard    L'ultimo giorno del nuovo Alveare è introdotto dal gesto-soglia di Katia Giuliani, che con The Walk occupa per intero il corridoio-foyer del Magnolfi: una lunga striscia bianca che si tinge progressivamente di segni neri a partire dai passi e dai gesti della performer, costringendo gli spettatori sui due lati dello spazio, a stare vicini – fra loro e al lavoro – e comunque a cambiare posizione, prospettiva, postura. È questo uno dei tratti che distingue e connette Alveare rispetto alla programmazione di Contemporanea, nelle sue edizioni passate e in quella presente. È così nella lettura-dialogo con cui Chiara Lagani, dopo l'impegno spettacolare su L'amica geniale, torna su Elena Ferrante insieme alla studiosa Tiziana de Rogatis per indagarne frontalmente il metodo di “scavo” della realtà, a partire dalla raccolta di articoli L'invenzione occasionale, 52 frammenti pubblicati settimanalmente per un anno sul “Guardian” e ora editi per E/O, con cui l'autrice, sempre incline a sottrarre la propria identità dallo spazio pubblico, ha invece voluto esporsi sul piano personale e teorico. Il cambio di prospettiva torna anche in Once I forget to be a...

Sei domande a... / Gabriella Giandelli: il disegno della scrittura

C’era un’atmosfera festosa all’inaugurazione di Gabriella Giandelli/ Il disegno della scrittura/ works 1984-2019 (28 settembre-13 ottobre 2019, Fondazione Benetton, Treviso, nell'ambito di Treviso Comic Book Festival) e non solo perché l’artista milanese spargeva il suo evidente buon umore tra seguaci, il petit monde del fumetto e dell’illustrazione, amici e curiosi, ma perché la mostra, a cura di Giovanna Durì, è proprio bellissima e rende conto di un percorso coerente ma sempre aperto a nuove suggestioni.     Chi la visita non trova solo illustrazioni, storie inedite, albi, disegni, ma anche le collaborazioni col mondo del cinema, gli arazzi, che dimostrano la disponibilità della Giandelli a sperimentare, a mettere a confronto la sua disciplina quasi maniacale con altri mondi. Non turbava l’atmosfera festosa il fatto che il mondo dell’illustrazione e del fumetto italiano, ora consacrato internazionalmente, fatichi sempre più a trovare spazio nei nostri media, così come c’è il rimpianto che Milano non abbia ancora ospitato una grande mostra di un’artista così urbana, così legata all’eredità culturale (la moda, il design, il cinema “alla milanese”) della sua città...

I settembrini / Gli astri di Virgilio

Vaporosi nuvoli velano i giardini d’autunno: trascolorano dai rosa ai cilestri, si sfrangiano nel bianco e nel porpora, nel violetto o nell’indaco, fin quasi ad esaurire tutte le sfumature del sereno, dall’alba al tramonto. Sono gli Astri Settembrini a dare alcune delle ultime pennellate di una tavolozza che tra poco tenderà ai bruni e ai grigi invernali. Nella gloriosa e innumere famiglia delle Compositae sono preziosi in questo scorcio d’anno quanto gli anemoni giapponesi, i crisantemi e le graminacee, con cui bene si accompagnano. Si tratta qui non delle varietà annuali, come il pur amabile Callistephus chinensis (alias Aster sinensis) dal grande fiore solitario, ma delle erbacee perenni, rizomatose, dai fusti eretti e ramificati, con foglie alterne, lanceolate, e brevi capolini florali le cui stelle, a seconda delle varietà, s’aprono in apice con un giro semplice, semidoppio (ma negli ibridi anche doppio o stradoppio) di ligule e un centro di fiori tubolosi gialli o aranciati.      Facili e di poche pretese, gli Aster sono una risorsa per chi non può occuparsi con costanza del verde di casa. Certo, prediligono la mezz’ombra, terreni freschi e leggeri, ma ben si...

Alessandro Carrera / Il colore del buio

La Rothko Chapel è uno dei piccoli-grandi monumenti di Huston. Voluta dai collezionisti e mecenati John e Dominique de Menil e contigua all’omonima collezione d’arte surrealista e novecentesca, l’opera è la summa del grande pittore americano e uno dei vertici dell’arte del secondo novecento. Alessandro Carrera, professore di Italian Studies e di World Cultures and Literature all’università di Houston in Texas, non solo visita spesso la Cappella per conto suo ma vi accompagna ospiti, amici, colleghi ogni volta che può. Il libro che vi ha dedicato, Il colore del buio (Il Mulino, 2019) è frutto di quelle numerose visite non meno che di uno studio attento all’ultima fase della pittura di Mark Rothko. Le indicazioni topografiche che l’autore fornisce fin dall’incipit su come arrivare alla cappella non sono un vezzo, piuttosto un invito alla visita, e a un approccio al contesto che l’opera crea e in cui si inserisce. Non si tratta infatti di andare a vedere quadri appesi alle pareti; Carrera parafrasando Derrida afferma: “l’arte di Rothko è la fine del quadro e l’inizio della pittura”.   La Rothko Chapel è un luogo dove architettura e pittura hanno trovato una convivenza...

Quegli anni / Il “folle” Della Mea e la sua Nave

I dischi di Ivan Della Mea (Lucca 1940-Milano 2009) li ho ascoltati fin da ragazzino; sono stato non so quante volte ai suoi concerti, ho cantato le sue canzoni quando avevo appena imparato a strimpellare la chitarra. Più tardi, quando ho cominciato a suonare un po’ più sul serio e a comporre i primi pezzi, l’ho anche frequentato di persona. Ricordo le riunioni a Milano in via Melzo, alla sede del Nuovo Canzoniere, i caffè al bar Picchio, l’intransigenza, la simpatia, l’affabilità di Ivan… E ricordo quello che raccontava di lui Renato Rivolta, suo incontenibile polistrumentista e in seguito anche nostro (degli Stormy Six). Insomma, dovrei conoscerlo abbastanza bene.    In realtà, leggendo la biografia scritta da Alessio Lega, La nave dei folli. Vita e canti di Ivan Della Mea, uscita da Agenzia X, mi rendo conto di non avere mai saputo molto di lui. Quando avevo 18-19 anni, Della Mea era un mio idolo. La metto così, tanto per capirci, perché è difficile dire cosa rappresentasse veramente. Alla fine degli anni ’60, i veri idoli erano altri: John Lennon, Mick Jagger, Bob Dylan (suoi coetanei). Ma per chi – come me – si era formato anche sui Dischi del Sole, sui canti del...

Novara, da oggi fino a domenica! / Gli scarabocchi di Leonardo

Uno dei significati che solitamente viene attribuito al termine scarabocchio è quello di disegno non riuscito o eseguito male, in modo maldestro, “scarabocchiato” appunto; composto da un groviglio di linee inutili e sbagliate, tali da rendere incomprensibile ciò che raffigurano. Queste definizioni ci portano a supporre che a scarabocchiare siano generalmente, se non esclusivamente, soggetti che non sanno disegnare o che non praticano il disegno come una attività professionale. Connessa a questo ordine di considerazioni è anche la convinzione che, di converso, i pittori, gli scultori, gli architetti, i grafici, gli illustratori e tutti i disegnatori di professione non dovrebbero essere adusi alla pratica intenzionale dello scarabocchio.   Leonardo Da Vinci, Madonna con bambino e Giovanni, 1778. È del tutto evidente, invece, la fallacia di questa convinzione: lo scarabocchio rappresenta un genere di disegno autonomo, universalmente esercitato da qualsiasi soggetto, indipendentemente dalle capacità disegnative e dall’età. Le funzioni che svolge possono essere molteplici, tra le quali quella di rivelare le condizioni mentali del soggetto nel momento in cui lo pratica, il suo...

Una conversazione / Tomaso Montanari: arte e politica culturale

Daniela Brogi: Qualche mese fa sono usciti per Einaudi due tuoi libri: Velázquez e il ritratto barocco, e L’ora d’arte, un volume in cui sono raccolti cento testi preparati per la rubrica che curi sul “Venerdì”. Vorrei ragionare con te di arte, politica culturale e valori civili proprio risfogliando questo secondo lavoro. Che tanto per cominciare ha un titolo che si presta a varie letture, perché “l’ora d’arte” è l’ora di storia dell’arte che via via si tenta di eliminare dai programmi scolastici; ma è pure, come tu stesso hai spiegato, l’ora della settimana che scegli di dedicare a un dialogo con i lettori di un settimanale, parlando di arte, magari anche attraverso questioni politiche, e viceversa. In questo senso, l’ora d’arte diventa anche “l’ora d’aria”, lo spazio di libertà dentro un sistema politico sempre più ostile al confronto. La parola “aria”, dunque, e in quarta istanza, non precisa solo uno spazio temporale, ma, attraverso l’assonanza con “arte” compone uno scambio simbolico. L’arte, proprio come l’aria, entra nella vita di tutti, riguarda la collettività.       Tomaso Montanari: Ora d’arte/ora d’aria è un gioco di parole che ho sempre avuto in...

Novara 20-22 settembre 2019 / Quando uno disegna una pecora. Sul Piccolo Principe

Scrivere a proposito del Piccolo Principe è impresa complessa. Incluso fra i libri più venduti della storia (200 milioni di copie fra cartaceo, DVD, CD, 400 milioni di lettori stimati), pubblicato in più di 300 di lingue, diventato una serie tv in 80 episodi venduta in 50 paesi, sostenuto da un merchandising che spazia dalle tazze agli ombrelli, dalle agende ai posacenere, dai peluche alla biancheria, dagli orologi alle lampade alle immancabili magliette – in Francia gli è stato dedicato un parco a tema, in Corea un villaggio, in Giappone un museo, e a Parigi c’è Le Petit Prince Store, a cui fa capo lo store online ufficiale che vende plotoni di pecore, rose, aeroplanini e volpi – nel tempo da libro si è trasformato in caso editoriale e quindi in fenomeno culturale, come confermano la banconota da 50 franchi con cui nel 1997 la Francia ha omaggiato libro e autore, e le numerose serie di francobolli dedicate dalla Repubblica Francese allo scrittore e al libro.            Dal primo gennaio 2015, inoltre, in tutto il mondo (eccetto che in Francia dove i diritti sussisteranno fino al 2032), essendo trascorsi 70 anni dalla morte dell’autore, Il Piccolo...

Figure a colori / Cose afgane

Disegnare, rispetto al fotografare, forse è un modo per fermare di più. Figure a colori è un tentativo di mettere insieme delle immagini di oggi con quello che mi porto dietro. Una specie di dossier.   Mesi fa è apparsa una fotografia sui giornali: appena vinto le elezioni comunali a Ferrara col loro candidato, sostenitori della Lega hanno messo la bandiera del partito sullo scalone del municipio, dove era appeso lo striscione di Amnesty International Verità per Giulio Regeni, coprendolo in parte; l’immagine appariva come una specie di censura, un effetto simile alle soprastampe dei francobolli del passato, dove un ente occupante si appropriava dell’immagine timbrandovi sopra una propria. Il giorno dopo l’ho disegnata su un cartoncino nero con delle matite colorate e un titolo: Chi di spada perisce, di spada perisce. Non ho mai reagito con un’opera a un evento in modo così immediato.  L’impulso che mi ha spinto a pensare un disegno è il desiderio di fermare quell’immagine complessa in un’opera, perché è un’immagine composta che unisce loghi, simboli e significati in modo inedito e molto simile al mio modo di operare con collage, accostamenti e assemblaggi. 

Centro Teatrale Santacristina / Il filo del presente: teatro, memoria, realtà

Il legame tra la realtà e la memoria è forse uno dei nessi concettuali più scivolosi. Secondo la concezione ordinaria dei termini, l’una consiste nella totalità o somma di ciò che esiste, è esistito ed esisterà nell’universo, mentre l’altra denota una facoltà interiore di registrare, conservare e interpretare gli eventi che si sono verificati in passato. Ci troviamo, apparentemente, di fronte a un confronto tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva, o meglio tra un esterno tanto enorme quanto insondabile e un interno che filtra/seleziona gli accadimenti più rilevanti dell’esperienza di un individuo o di una comunità. Il legame tra la realtà e la memoria può poi essere a sua volta paragonato a un sottile filo, dove è facile si creino aggrovigliamenti. Gli eventi reali sono la base dell’elaborazione dei nostri ricordi. Nello stesso tempo, la memoria è una facoltà che ci fa orientare nella realtà e ci influenza nelle nostre ricerche, scelte, previsioni di quanto potrebbe un domani accadere. Orientarsi nel meandro di ciò che esiste e di ciò che ricordiamo è dunque un’impresa difficile, che richiede studio e pazienza. Le due giornate del convegno Il filo del presente. Il teatro...

La tavolozza dei colori fantasiati di Lino di Lallo / Un nuovo alfabeto cromatico

«I problemi filosofici sorgono infatti quando il linguaggio fa vacanza»: è una citazione da Wittgenstein che l’artista, architetto, scrittore e pittore, Lino Di Lallo riporta a pag. 172 del primo volume di Tavolozza d’autore. Il grande libro dei colori fantasiati, edito da Il Formichiere di Foligno e presentato da una bella e poetica introduzione di Carlo Ossola. La pagina è bianca, in alto vi è solo una frase, una domanda: «Questa pagina è color…??», in fondo alla pagina la citazione dalle Ricerche filosofiche. Che il linguaggio faccia vacanza (feiert, fa festa) vuol dire che non è trasparente, perspicuo, che non rimanda a un oggetto preciso del mondo delle cose, che la logica e la grammatica del colore sono piene di paradossi e di enigmi che il filosofo austriaco ha cercato di scardinare lungo tutta la sua vita, fino agli ultimi appunti sul colore. In modo, per certi versi, simile anche per Di Lallo il linguaggio fa vacanza e non solo nel senso che manca al suo scopo semantico, ma anche nel senso più lieve, che è libero e si diverte in un gioco poetico con il mondo. Questa nuova e sorprendente storia dei colori è una silloge di citazioni, inframezzata da interventi ludici e...