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Arte

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Milano Leonardo 500 / La vera storia della Sala delle Asse

Milano celebra il quinto centenario della morte di Leonardo da Vinci (1452 - 1519) con una serie di eventi, dal titolo Milano Leonardo 500 (maggio 2019/gennaio 2020) che, oltre al Museo nazionale della scienza e della tecnologia a lui dedicato, investono i vari capolavori che l’artista ha lasciato alla città, alcuni dei quali amovibili, come, ad esempio, i disegni contenuti nel Codice Trivulziano e nel Codice Atlantico e il ritratto di musico dell’Ambrosiana, e altri inamovibili, quali le pitture murali del Cenacolo in Santa Maria delle Grazie e quelle della Sala delle Asse al Castello sforzesco. A proposito di quest’ultima, sono molte le storie interessanti che la riguardano, a partire da quella circa il suo nome. Nei documenti del Carteggio Visconteo Sforzesco (1282 - sec. XVII), conservato presso l’Archivio di Stato di Milano, essa è definita Camera Grande, per via delle sue dimensioni. Era infatti la stanza più ampia del castello, per tale ragione Ludovico il Moro (riscattandola dalla destinazione di Sala della Falconeria, voluta dal precedente duca, suo fratello Galeazzo Maria, appassionato di caccia al falcone) l’aveva adibita a sala delle udienze, in cui venivano...

Mappe e territorio / Dell’invisibile

L’altro giorno, a Brindisi, ho scoperto un mondo invisibile. Si tratta di una rovina imponente che si indovina appena da varie parti della città, ma che resta quasi totalmente sottratta alla vista. L’edificio in questione, il Collegio Tommaseo, ovvero l’Accademia Marinara dell’Opera Nazionale Balilla, è una realizzazione dell’architetto Gaetano Minucci. Edificato con la magna pompa tipica degli edifici di epoca fascista, l’insieme ha attraversato una lunga fase di decadenza. Oggi, chi si inoltra nella piccola giungla che lo circonda può scoprire un universo tarkovskiano, caratterizzato dalla rivincita della natura sugli artefatti umani, cioè dall’invasione della vegetazione sul corpo dell’immenso complesso abbandonato. La vera sorpresa, dopo una complicata deambulazione nella struttura, le cui innumerevoli finestre affacciano su un esterno quasi surreale, è data dal generoso cortile o “piazzale” del Collegio.     Sui muri pesantemente erosi dal tempo si intravedono segni strani. Graffi? Graffiti? Decorazioni? Pitture? Uno sguardo più acuto permette comunque di identificare questi segni di grandi dimensioni diventati inquietanti: si tratta di mappe che rappresentano – o...

L’estate dei festival / Odori, incroci, donne al Suq di Genova

La prima cosa è il suono. Sia che si arrivi da via San Lorenzo sia che si passi dall'Acquario, il ritmico e tribale martellare degli jambè accompagna l'ingresso al Porto Antico: il passo aumenta inseguendo il battito delle mani sui tamburi, difficile rimanere indifferenti.  Poi c'è la gente. Avvicinandosi alla tensostruttura sul mare e superati i primi musicisti di strada, grandi e coloratissime donne propongono ai passanti eclettiche acconciature. La folla aumenta: qualcuno chiacchiera animatamente seduto attorno a bassi tavolini su larghi e pesanti tappeti, c'è chi mangia accampato, c'è chi sfoglia libri sotto una tenda aperta e verde; qualcun altro osserva l'anziano signore che crea al tornio meravigliose stoviglie di argilla, di quelle che si comprano nei mercati marocchini.  E il profumo travolge i sensi. Una stratificazione di aromi e odori di spezie, condimenti, fiori secchi, incensi, profumi riempie le narici: siamo entrati nel grande mondo del Suq di Genova, aperto venerdì 14 giugno e che prosegue fino al 24 (festa patronale della città) per poi andare in trasferta, come ormai da tradizione, al Museo Preistorico dei Balzi Rossi di Ventimiglia il 27 giugno....

Venezia / Biennale: contraddizioni latinoamericane

Opera illustre del genio modernista di Carlo Scarpa inaugurata nel 1956, il padiglione del Venezuela si presentava durante la vernice della 58esima Biennale di Venezia con l’ingresso sbarrato e ingombro di spazzatura, in apparente stato di abbandono. I visitatori, ignari della chiusura, si avvicinavano chiedendosi se quei rifiuti non fossero proprio l’opera in mostra, magari un tributo a una certa estetica poverista che sembra non passare mai di moda. Sono state invece le agitazioni politiche che tormentano il paese sudamericano e l’agonia del regime chavista capeggiato da Nicolás Maduro ad aver ritardato l’apertura del padiglione curato da Oscar Sotillo, poi inaugurato il 19 maggio con i lavori degli artisti Natalie Rocha Capiello, Ricardo Garcia, Gabriel López and Nelson Rangelosky. L’assenza temporanea del Venezuela è diventata così paradossalmente lo statement politico più forte tra i padiglioni latinoamericani, che in questa edizione della Biennale curata da Ralph Rugoff peccano per la mancanza di spessore sia dei temi trattati che degli allestimenti, in cui la molteplicità di rimandi intertestuali “affatica” le opere in mostra. L’inevitabile confusione linguistica che ne...

Al Mudec di Milano / Roy Lichtenstein: la creatività nel grande acquario dei cliché

Perché un'altra mostra su Roy Lichtenstein? Perché per il grande pubblico è la Pop Art per antonomasia: facile, colorata, divertente, positiva, spettacolare, popolare. E non importa se per i critici apocalittici rimane il caso più paradigmatico di «predazione generale sfrenata delle immagini della cultura pop commerciale e pubblicitaria americana» (Marc Fumaroli, Paris-New York e ritorno, Adelphi, 2011). Questa è un'arte ancora oggi di successo e di facile richiamo, un'arte che i mercanti d'aura hanno osannato e l'immaginario collettivo ha fagocitato con voracità. Quei fumetti e quei frammenti di immagini pubblicitarie ingigantiti e dipinti in modo freddo e distaccato, ce li ricordiamo bene. E non c'è niente da capire. Eppure ci sarebbe molto da capire, perché Lichtenstein ci ha spiattellato davanti agli occhi, e quindi nascosto nel modo più subdolo, una questione che riguarda da vicino la nostra cultura e il senso dell'arte in essa: noi viviamo letteralmente immersi nei cliché. Come si fa ad essere artisti in un mondo di cliché? C'è davvero differenza tra le immagini prodotte da un grafico “creativo” e quelle prodotte da un artista “creatore”? E se sì, qual è?    Nei...

Un festival in Calabria / Venti anni di Primavera

È appena calato il sipario su Primavera dei Teatri, festival sui nuovi linguaggi della scena contemporanea giunto quest’anno alla sua ventesima edizione. Ideato nel 1999 dalla compagnia Scena Verticale, sotto la direzione artistica di Dario De Luca e Saverio La Ruina e la supervisione organizzativa di Settimio Pisano, Primavera dei Teatri è nato e continua a crescere caparbiamente a Castrovillari, nel cuore del versante calabro del parco nazionale del Pollino, un entroterra escluso dal tradizionale circuito dei festival teatrali, scomodo da raggiungere perché la ferrovia non vi passa, lontano dal turismo costiero. Eppure questo festival è diventato uno dei luoghi di elezione della scena contemporanea, facendo della cittadina calabrese un polo di riferimento nevralgico per la sperimentazione teatrale, un luogo di accoglienza e di confronto per nuovi gruppi e artisti, regionali e nazionali, molti dei quali hanno ricevuto proprio lì il loro fortunato battesimo. Primavera dei Teatri rappresenta un atto d’amore della compagnia per la propria terra e l’espressione più autentica di un ostinato radicamento nel territorio, di una precisa volontà di costruzione di una fisionomia forte e...

Teoria del tutto / Natura, il nuovo film di Artavazd Pelešjan

“Una nascita senza genitori. Immaginate un mostro che divora chi gli ha dato la vita. O ancora un processo in cui, gli uni, morendo, non sanno a chi danno la vita, gli altri, nascendo, ignorano a chi l’hanno tolta”.    A scriverlo è il cineasta armeno Artavadz Pelešjan (Leninakan, oggi Gyumri, 1938), oggetto di culto di generazioni di cinefili in tutto il mondo, inventore di quello che ha definito “montaggio a distanza”, contrapponendo al montaggio lineare e simbolico di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e al cine-occhio di Dziga Vertov, suoi genitori/maestri, la fluida, torrenziale circolarità di un tempo-spazio cinematografico che, come la realtà, sfugge a ogni evidenza cronologica e contesta il principio della sequenzialità.   Fino ad oggi, oltre ai primi lavori realizzati negli anni di studio presso il VGIK (Vserossijskij Gosudarstvenn’ìj Institut Kinematografii) di Mosca, Pelešjan aveva congedato poco meno di tre ore di cinema (Il principio, 1967; Noi, 1969; Gli abitanti, 1970; Le stagioni, 1972; Il nostro secolo, 1982-1990; Vita, 1993; Fine, 1994) e un libro, Moë Kino, pubblicato in Armenia nel 1988. Con che sorpresa dunque, il 29 maggio scorso, a conclusione di...

Mi agito quindi penso / L’Umanesimo secondo Massimo Cacciari

L’ultima fatica di Massimo Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo (Einaudi, Torino 2019), è un saggio che ha lo scopo di ripensare l’Umanesimo del Quattrocento. Ripensarlo per riconoscergli la piena dignità di pensiero filosofico che finora gli è stata negata. In modo intenso e originale, il filosofo veneziano compie la sua raffinata meditatio in omaggio a chi, come Eugenio Garin, lo ha illuminato e avviato sul rovesciamento di un canone o, sarebbe il caso di dire, stereotipo interpretativo, che ha sempre ricondotto la rilevanza dell’esperienza culturale dell’Umanesimo, in quanto sprovvisto di un’identità filosofica, all’ambito artistico-letterario e alla pratica erudita e filologica degli studia humanitatis. Non si tratta, allora, solo di recuperare, seguendo le indicazioni di Garin, la filosofia depositata proprio nella filologia, nella pittura, nell’architettura, nella storia, degli umanisti e il modo vivificante in cui essa le innerva, ma di allontanare l’ombra di eclettismo sulle stesse dispute e sui sincretismi filosofici di quel tempo, considerandoli, invece, in stretto rapporto con l’autocoscienza della crisi della cristianità, e quindi dell’Europa, e della...

Intervista ad Alessandro Calabrese / Tutto quel nero

Tutte le immagini che abbiamo ospitato nei nostri occhi, da quando siamo nati, si sono accumulate, giustapposte, sovraimpresse, assorbite, sovrapposte, mescolate nella memoria della nostra retina, delle cellule recettoriali o nel nostro cervello? E le immagini di rango superiore cosa hanno mosso nel nostro processo evolutivo? Molte sono state volutamente rimosse, dimenticate, perdute? Anche le idee che arrivano dall’esterno e le questioni concettuali rimangono impigliate nella visione retinica? Immaginiamo un riavvolgimento a ritroso per ripercorrere il loro passaggio in noi. Probabilmente questo viaggio nel sedimentato figurativo dà luogo a una narrazione o a una serie di collegamenti o a una riattivazione di ricordi e di emozioni, o solo a un miscuglio di cose. Oppure, e forse dipende dalla velocità del percorso au rebours, il risultato di queste immagini sovrapposte suggerisce un indecifrabile buco nero o forme astratte. Figuriamoci allora un lento fermo immagine ritmico, una scansione in grado di innescare un’azione catartica. Oppure – visto l’epoca che viviamo in cui la proliferazione su larga scala di materiale visivo disponibile in rete e l’iperproduzione di immagini ci...

MEIS, Ferrara, fino al 15 settembre / Il Rinascimento parla ebraico

“Il Rinascimento italiano non esisterebbe senza l’ebraismo” sostiene Giulio Busi, uno dei due curatori della mostra Il Rinascimento parla ebraico allestita al MEIS – Museo Nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara (fino al 15 settembre). La mostra ricostruisce il confronto fra cultura ebraica e cristiana in età rinascimentale attraverso oggetti, documenti e opere d’arte. Particolare rilievo è assegnato all’inserimento di testi in ebraico nelle opere d’arte sacra, in alcuni casi riprodotte con rielaborazioni grafiche e movimenti di camera simulati da software di ultima generazione. La Madonna in trono della pala Roverella, dipinta dal ferrarese Cosmè Tura nel 1474, sparisce in dissolvenza dallo schermo insieme al suo trono, per dare risalto alle due tavole dei comandamenti scritti in ebraico poste ai lati dello scomparto. La Disputa del SS. Sacramento dipinta da Raffaello nel 1509 slitta lateralmente mentre una transizione porta l’attenzione su un dettaglio.    Veduta parziale della mostra con riproduzione della Madonna in trono dipinta da Cosmè Tura nel 1474. La “coinvolgente scenografia concepita dai progettisti dello studio GTRF di Brescia”...

Un verso, la poesia su doppiozero / Friedrich Hölderlin. Chi pensa il più profondo, ama il più vivo

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso di Friedrich Hölderlin  (Wer das Tiefste gedacht, liebt das Lebendigste), che sopra riporto nella traduzione di Giorgio Vigolo, in un’altra traduzione, per dir così più esplicativa, quella proposta da Luigi Reitani nel “Meridiano” dedicato al grande poeta tedesco, suona...

MAXXI Roma / Paola Pivi. World record

Anche se veloce e sommaria, una visita del sito web di Paola Pivi (Milano, 1971), consente di cogliere immediatamente una delle principali particolarità che caratterizza il suo lavoro. Al centro della nivea homepage, compare semplicemente il suo nome scritto in stampatello, e il menù della pagina è realizzato con disegni e balloon fumettistici. Infatti, sin dagli inizi della sua attività artistica, in modo quasi inconfondibile, l’aspetto gioioso e delicato attraversa tutte le sue opere, fatte di elementi comuni in contesti inediti, con ribaltamenti di dimensioni e situazioni. Per questo, del lavoro di Paola Pivi, si è sempre parlato di “realismo magico”, di un mondo bizzarro e singolare. Quell’aspetto, pressoché infantile, che rende possibile l’impossibile, l’incredibile credibile, che trasforma in reali delle candide fantasie, calandole nella vita vera e riconosciute, senza incertezza, come certe e concrete.    Ph Attilio Maranzano. Quell’innocente immaginazione che le ha fatto mettere il cacciabombardiere ricognitore Fiat G-91 (che vinse il concorso NATO, nel 1953, per la sua leggerezza, ed in seguito fu utilizzato dalle nostre Frecce Tricolore) a pancia in su, come...

Ritratto 6 / La casa di Levi

Quando nel 1985 il fotografo svizzero René Burri va a trovare Primo Levi per ritrarlo, è membro della agenzia Magnum da venticinque anni. Ha fotografato Che Guevara, Alberto Giacometti, Le Corbusier e altri personaggi della cultura e della politica internazionale. Sceglie di coglierlo in casa sua, nel suo ambiente domestico. Quello stesso anno, in febbraio, è uscita un’opera dello scrittore torinese, L’altrui mestiere. Burri possiede uno sguardo empatico con i soggetti che ritrae, perlopiù persone. Probabilmente non ha letto quel volume. L’altrui mestiere si apre con un testo dedicato all’abitazione dello scrittore: La mia casa. Vi dichiara la sua appartenenza a uno spazio preciso: “Abito da sempre (con involontarie interruzioni) nella casa in cui sono nato”. Si paragona a certi molluschi, le patelle, che dopo un breve stadio larvale, in cui si muovono liberamente, finiscono per fissarsi a uno scoglio, secernono il proprio guscio e non si muovono da lì per tutto il corso della loro vita. Un autoritratto inconsueto, che include anche la descrizione della casa, sia all’esterno che all’interno. Alcuni spazi dell’appartamento gli sollecitano ricordi famigliari: la porta d’ingesso, un...

Abitare senza appartenere / Margherita Moscardini. Abitare senza appartenere

Il Parco Cervi di Reggio Emilia è affollato da un capannello di persone riunite attorno a un’“isola” di marmo, disposta in maniera obliqua rispetto al terreno. Una targa informa i visitatori che la fontana sarà attiva in una precisa fascia temporale durante la settimana. Tra i visitatori giunti appositamente per assistere all’inaugurazione del nuovo progetto dell’artista Margherita Moscardini, patrocinato dalla Collezione Maramotti, si mescolano curiosi, addetti ai lavori e cittadini. Tra questi, una signora con un volpino ben pettinato si tiene in disparte rispetto al capannello dei presenti e osserva l’opera, per poi sbottare in un’espressione salace che condensa tutto il suo disappunto. Prima che io possa aprire bocca, la signora si volta stizzita e se ne va, trascinandosi dietro il volpino. Rimango interdetta di fronte al giudizio apodittico, figlio di uno sguardo distratto, sputato per respingere un oggetto che ai suoi occhi ha la colpa di essere uno “spreco di soldi”. L’idea che un’opera d’arte possa ancora creare disagio in uno spettatore mi appare, un attimo dopo, un merito, soprattutto nella misura in cui il lavoro di Margherita Moscardini non presenta alcun carattere...

Paulownia tomentosa, l’albero della Principessa

Le quattro di Place de Furstenberg, a Parigi, le più stuporose. In piena fioritura, paiono grandi candelabri lilla, che tendono i bracci fino ai piani alti dei fortunati edifici affacciati sull’isola tonda che le alberga. Più che una piazza, uno slargo in mezzo alla via omonima, un raccolto cortile pubblico assai charmant nell’area dell’antica abbazia di Saint Germain des Prés, scelto da Eugène Delacroix come sua ultima dimora, oggi casa-museo.  Ci capitai per caso un maggio di molti anni or sono, quando le quattro paulonie erano di eguale età e grandezza, e fu uno spettacolo da togliere il fiato. Ora, una sola delle originarie sopravvive, e l’asimmetria con le più giovani sostitute riduce l’effetto di magie étonnante. Chissà in Cina, da dove provengono, quali e quante venerabili sorelle offriranno vedute ancor più incantevoli.  La Paulownia tomentosa fu introdotta in Europa a inizio Ottocento dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, e così battezzata in omaggio ad Anna Pavlovna, figlia dello zar Paolo I, poi moglie di Guglielmo II dei Paesi Bassi. L’aggettivo se l’è guadagnato invece per la peluria che ricopre foglie racemi e frutti (se ne sarà adontata la...

Dipingere le parole / Jacqueline Duhême, l’imagière

“Nella mia vita ho conosciuto molti”, potrebbe affermare con buona ragione facendo il verso a un celebre motto di Snoopy Jacqueline Duhême (1927), alla quale Parigi, la sua città d’elezione, rende omaggio in questi giorni con una mostra intitolata: "Jacqueline Duhême, une vie en couleurs: de Matisse à Prévert". Infatti, è stata amica di Matisse, di Picasso, di Louis Aragon, di Colette, di Marc Chagall, di Robert Doisneau, di Man Ray, di Raymond Queneau, di Henry Miller, di Jack Kerouac e di molti altri artisti e intellettuali. È stata inoltre la compagna di Paul Éluard e i due si sarebbero sicuramente sposati se il PCF, all’indomani della Liberazione, non si fosse strenuamente opposto, così almeno ha rivelato l’interessata in un’intervista rilasciata alcuni anni or sono a Paris Match, narrando poi più diffusamente i dettagli della vicenda nella sua autobiografia: Une vie en crobards (Gallimard, 2014), in cui racconta di come la sua vita straordinaria sia stata intimamente legata alla storia artistica e letteraria del XX secolo. Paul e Jacqueline si erano innamorati non appena si erano conosciuti, lei aveva vent’anni e lui cinquantuno. Ma questa differenza d’età evidentemente era...

Brecht nell’occhio del ciclone / Georges Didi-Huberman prende posizione

La figura è una Madonna con Bambino, e insieme una Pietà. Lei, inquadrata leggermente dall’altro, Lo sorregge ma anche Lo ostende, Lo mostra a chi Le sta davanti. I Loro sguardi divergono: quello di Lei si piega verso l’alto invocando appunto Pietà, mentre quello di Lui è sereno, curioso, forse divertito. In calce alla fotografia, quattro versi: «E molti di noi affondarono nei pressi / delle coste, dopo lunga notte, alla prima aurora. / Verrebbero, dicevamo, se solo sapessero. / Che sapevano, noi non lo sapevamo ancora». Alla pagina a fianco, una didascalia traduce quella che figura in fondo al ritaglio stampa: «Rifugiati senza rifugio. Questa madre ebrea e il suo bambino sono stati ripescati dal mare insieme con 180 altre persone, che cercavano rifugio in Palestina. Ma 200 sono annegate quando il Salvador si sfracellò contro le coste rocciose della Turchia. Il Salvador non era la prima nave. La Patria esplose con a bordo 1771 persone […]. La Pacific fu costretta, con 1062 profughi, a proseguire il viaggio senza sbarcare in Palestina […]. A parte l’odissea dei 500 ebrei su una nave che fu rimandata di porto in porto per quattro mesi. Vengono da tutte le parti d’Europa, ammassati...

Nell'anniversario della morte di Ibsen / Casa di bambola. Per amare Nora

Ho studiato di recente l’opera celeberrima, Casa di bambola (1879), di Henrik Ibsen. Fortuna ha voluto che leggessi nello stesso periodo un libro pregevole, L’amore del pensiero di Gianni Carchia, prematuramente scomparso nel 2000. Il libro, già pubblicato da Quodlibet nel 2000, sarà presto riproposto insieme a tutti gli altri scritti di Carchia dallo stesso editore, in una collana dedicata. Parlo di fortuna perché l’ampio orizzonte in cui si muove Carchia, fornendo un’interpretazione aggiornata delle opere dello spirito e in particolare dell’arte, è prezioso per una rilettura per certi versi sorprendente di un quadro come di un capolavoro drammaturgico, ma alla fine di noi stessi, del nostro mondo, del modo in cui pensiamo e sentiamo.   Casa di bambola si impernia sul segreto di Nora, sulla sua drammatica e imprevista irruzione sulla scena. Improvvisamente minaccia di rivelarsi agli occhi di tutti qualcosa che doveva restare nel buio e nel silenzio nella vita di una famiglia della media borghesia, alla vigilia di una tappa importante, una promozione sul lavoro del marito Torvald. Essa è attesa con trepidazione perché rappresenta la fine di restrizioni finanziarie della...

Demoni e gli angeli della narrazione / I racconti di Walter Benjamin

Benjamin è un narratore consapevole che l’arte del raccontare è da tempo al tramonto. La ragione di questo declino è la caduta dell’oralità, dei rituali che l’accompagnavano, e insieme la perdita di un’attitudine, quella di scambiarsi esperienze. Nelle Considerazioni sull’opera di Leskov Benjamin evoca le due figure “arcaiche” che hanno alimentato la narrazione orale: l’agricoltore sedentario, che nella sua stanzialità custodisce e tramanda tradizioni e storie della propria terra, e il mercante navigatore, che venendo da lontano ha molto da raccontare. Da queste figure si generano due forme del narrare, una incline a raccogliere memorie, l’altra intenta a rievocare avventure di terre lontane. Due linee che già in epoca medievale si compenetrano: l’artigianato, il sistema delle arti, la bottega permettono di preservare e trasmettere un universo complesso di storie. La narrazione orale, osserva ancora Benjamin, è diffusa in una società nella quale è forte il senso dell’ascolto, la sapienza dell’ascolto. Anche questa disposizione è da tempo in declino.    È nel cerchio di questa consapevolezza intorno al declino dell’oralità e dell’ascolto che prende forma la scrittura...

Il dentro e il fuori / Legami. Intimità, relazioni, nuovi mondi

Se negli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale il neorealismo si occupò di illustrare una nazione in ginocchio nella crudezza un po’ romantica delle sue condizioni di estrema povertà e arretratezza, il movimento artistico degli anni Settanta esplorò invece, in modo quasi esasperante, la condizione intellettuale del Paese, ponendo il pubblico dinanzi a sollecitazioni visive e sensoriali mai percorse prima. Fu una rivoluzione per l’ambito del costume borghese dell’epoca tanto incisiva quanto quella del movimento del ’68, forse anche di più. Erano gli anni in cui l’emergente artista serba Marina Abramović e l’artista tedesco Ulay, attraverso l’opera icona dell’arte performativa Imponderabilia (Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, 1977), tanto per citare una delle più forti performance per il cattolico pubblico italiano, misero in evidenza una questione tanto intima quanto pubblica: l’interazione dell’individuo con il “corpo”, il proprio e quello dell’altro: il privato con il pubblico, il dentro con il fuori.    Nuove figure in un interno, la mostra in corso allo CSAC di Parma, curata da Paolo Barbaro, Cristina Casero e Claudia Cavatorta nell’...

Costruire la vita con le immagini: Lee Miller e Inge Morath

In apparenza non c’è alcun legame fra Lee Miller e Inge Morath, se non che alle due fotografe, nate a distanza di circa vent’anni, l’una austriaca cresciuta in una famiglia di scienziati e l’altra americana con la passione per Parigi, sono dedicate due mostre, la prima a Bologna, a Palazzo Pallavicini (Surrealist Lee Miller), l’altra a Treviso presso la Casa dei Carraresi (Inge Morath, La vita. La fotografia). Non sono le uniche mostre, in Italia, in cui protagoniste sono delle fotografe: Berenice Abbott a Lecco, Eve Arnold ad Abano Terme, Tina Modotti (conclusa una mostra da poco a Parma, se ne aprirà un’altra a Jesi), mentre a Milano, presso i Frigoriferi Milanesi, “Il soggetto imprevisto” celebra un periodo in cui l’arte e il femminismo dialogano intensamente; il Brescia Photo Festival è interamente dedicato alle donne, mentre a Venezia Letizia Battaglia viene celebrata, finalmente, non più solo come fotografa della mafia.   Cosa sta accadendo? Si tratta soltanto di una tendenza à la page, o la domanda che si pose nel 1971 Linda Nochlin, “perché non ci sono state grandi artiste?”, torna ad abitare i dubbi di critici e curatori? Le risposte meriterebbero uno spazio a sé....

2 luglio 1935 – 19 maggio 2019 / Nanni Balestrini, o del passare bruciando

Dell’implacabile remixatore che è stato Balestrini, delle sue stesse parole oltre che di quelle di tutti gli altri, la poesia forse più rappresentativa non sta dentro nessuno dei suoi libri. Figura infatti solo sulla copertina di un suo libro, fatto di altri suoi libri (l’autoantologia Poesie pratiche, uscita nel 1976 nella “Bianca” Einaudi), quella che recita: «con gli occhi del linguaggio / non la riproduzione / dietro la pagina / un vuoto incolmabile / non mima niente / nel paesaggio verbale / l’arte dell’impazienza / sovrappone un’altra immagine / mentre passiamo bruciando» (l’auto-cut-up proviene da Ma noi facciamone un’altra, la seconda raccolta poetica fatta uscire, con l’infallibile senso della tempestività che lo contraddistingueva, in un attimo climaterico – e in tutti i sensi bruciante – come il ’68). E bruciata tutta in un attimo, davvero, ci appare oggi la parabola da lui tracciata – fra letteratura, arte e politica – per più di sessant’anni. Ci si ricorda di un altro spirito sessantottesco, quello di Guy Debord e del suo in girum imus nocte et consumimur igni; e magari soprattutto – pensando al sorriso che dalle labbra di Nanni, anche nei momenti più duri, mai s’è...

Due festival modenesi / Morte e decentramento dell’umano

Accarezzare l’eterno: Trasparenze Festival 2019   Muovere Utopie è il titolo dell’edizione 2019 del festival Trasparenze di Modena, a cura del Teatro dei Venti. Si viene però a sapere, a seguito dell’incontro con Giulio Sonno sullo spettacolo Moby Dick della stessa compagnia, che originariamente la rassegna artistica si sarebbe dovuta chiamare Crepa. La parola gioca in modo voluto su un doppio senso che suggerisce qualcosa di stimolante e al tempo stesso di sinistro sulla natura del teatro. Quest’arte genera appunto una crepa nelle menti di artisti, spettatori e operatori che contribuiscono, ciascuno a suo modo, alla realizzazione di uno spettacolo. Chi si dedica al teatro è costantemente messo in discussione nelle proprie apparenti certezze, nella sua postura e nei suoi movimenti più intimi, o in generale nel suo atteggiamento verso quella cosa misteriosa e pazza che si chiama “vita”. Ma il teatro è anche un’arte che sussurra nel cuore di chi ha la fortuna e la sventura di frequentarla: crepa, devi morire, lascia tempo e spazio a qualcosa che è più importante di te. La bellezza è infatti amara, diceva Rimbaud, e – potremmo aggiungere – non ammette di essere toccata dai...