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Arte

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Il teatro di domani / Per un live dei corpi a distanza

Il contesto in cui ci muoviamo oggi nella riflessione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo risente necessariamente del portato metaforico che il Covid-19 produce e che come ogni altra pandemia che abbiamo conosciuto rappresenta, come dice Susan Sontag della peste nel saggio Malattia come metafora (1978), un «sinonimo di catastrofe sociale e psichica». A questo si aggiunge che la condizione delle prime analisi emerse da parte di artisti, organizzatori, critici proviene da un lockdown emotivo, dettato dall’impossibilità di immaginare l’incontro dei corpi in scena e con gli spettatori. Si tratta insomma per lo più di considerazioni che schiacciano le prospettive future sulla condizione presente, estendendo quanto si prova ora (“avranno voglia gli spettatori di tornare a teatro?”) o l’abitudine alla condizione fisica più restrittiva (“come potranno gli artisti stare su un palco?”) all’immaginazione del domani. Partire dalla catastrofe richiede poi di immaginare tutti quei giusti elementi di tutela immediata e a medio termine di artisti, compagnie e lavoratori del mondo dello spettacolo dal vivo o di evidenziare come questa crisi mostri lucidamente la fragilità del sistema teatrale...

1940 - 2020 / Germano Celant, critico baby boomer

La morte non si addice a un baby boomer come Germano Celant, e per questo risulta più difficile scriverne quando il critico e curatore genovese è appena mancato. L’arte occidentale ha spesso colloquiato con il Dolore e l’Assenza, esortato alla Pietà, illustrato lo Smarrimento e la Costernazione. Ma niente di tutto questo è Arte povera, soprattutto nella comunicazione, politica, anzi più, politicistica che ne dà Celant agli inizi del movimento. Arte povera è per lui il contrario: certezza di sé e del proprio diritto, baldanza, vocalità, protesta. È adesso, per Celant, il tempo degli onori e delle esequie. E tuttavia, a distanza, diventerà sempre più chiaro che una valutazione della sua attività è inevitabilmente molteplice e complessa. Né possono mancare riserve, anche gravi, sulla sua attività di critico e "studioso".    Vogliamo parlare qui del Celant imprenditore di successo del brand Arte povera, che esclude o include autocraticamente, distribuisce royalties  e lascia fuori, per motivi mai chiariti, Gilardi e Piacentino, per tacere di Marisa Merz? O del Celant titolare di un immenso e inaccessibile archivio, che di fatto privatizza la memoria pubblica? Vogliamo...

Victor Stoichita, l’Europa in cornice

Victor Stoichita. Homo Europæus dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe, anche fisicamente Victor Ieronim Stoichita pare provenire da un altro tempo. Impeccabilmente, invidiabilmente parlante tutte le lingue del Continente (il suo italiano è stupefacente), è oggi fra i maestri assoluti di una disciplina, la storia dell’arte, che per sua natura abbraccia uno spazio al di là di tutte le lingue e tutte le frontiere. L’Europa in cui è nato (nel 1949 a Bucarest), quella in cui ha scritto (principalmente in francese) e insegnato (dal 1991 all’Università di Friburgo, in Svizzera) sono state, nel tempo della sua formazione e della sua maturità, per antonomasia il luogo dell’apertura e del dialogo. Lo ricorda lui stesso, in abbrivo alla bellissima conferenza (colla quale ha inaugurato nel 2018 il corso di Cultura Europea che è stato invitato a tenere al Collège de France) su Les Fileuses de Velázquez. Textes, textures, images (Fayard, pp. 52, € 12): l’etimologia di «Europa» viene da due parole greche, eurýs («largo, esteso in lontananza») e óps («sguardo, occhio»), sicché rinvia a uno sguardo esteso. L’Europa ha occhi vasti e profondi: proprio come quelli – abbaglianti di celeste...

25 aprile / Piazzale Loreto. Immagini di una strage

La prima foto è stata scattata il 10 agosto del 1944 in Piazzale Loreto, a Milano. Si vedono degli uomini privi di vita, riversi sul marciapiede. Sono stati appena fucilati, qualcuno è caduto sul corpo dell'altro. Li circonda una folla di cittadini, qualcuno si sporge per vedere, altri distolgono lo sguardo. Chi erano? Quindici "comunisti e terroristi", fino a poche ore prima detenuti del carcere di San Vittore "senza alcuna imputazione di reati specifici", come precisa Silvio Bertoldi. Più semplicemente, degli antifascisti. Tra loro il più giovane è Renzo del Riccio, friulano di Udine, operaio di ventuno anni, e il più anziano è Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerina, maestro elementare, cinquantaduenne.      La fucilazione, eseguita da un plotone della brigata Muti e comandata dal capitano Pasquale Cardella, è una rappresaglia, un atto dimostrativo deciso dal comando nazista nelle persone del maggiore Rauff e del capitano Theodor Emil Saevecke, da allora chiamato il boia di Piazzale Loreto. È lui, negli uffici della Gestapo, a compilare la lista dei prigionieri che saranno prelevati dal carcere all'alba, trucidati in pubblica piazza e lì abbandonati...

Interventi / Il teatro di domani

Ormai lo sguardo di tutti è volto alla ripresa. C’è voglia di bruciare la lunga pausa di questi giorni. L’ultimo settore a riaprire, è stato variamente annunciato, sarà quello dello spettacolo dal vivo, uno dei più sconquassati da questa crisi, non sappiamo se in grado di riprendersi. Lo diceva già Artaud: il teatro è il luogo del contagio. Lui pensava a qualcosa che ti prendeva nel profondo di tutti i sensi e di tutte le facoltà e cambiava la vita. Noi siamo stati abbastanza stravolti da questa nuova peste e non sappiamo come rimettere insieme i pezzi di un mondo la cui precarietà è balzata agli occhi perfino di chi non voleva vedere. Un’altra cosa è diventata sempre più evidente: in tutti i discorsi sul paese e sulla sua ripresa pochissimi sono quelli che si interrogano sul futuro dello spettacolo e della cultura e su quello di artisti, tecnici, organizzatori e dei professionisti che si muovono in questi campi… Per provare a guardare nella sfera di cristallo siamo partiti dalla suggestione di una lettera aperta di Oberdan Forlenza, già capo gabinetto del Ministero dei beni e delle attività culturali, ora presidente della Fondazione Teatro Due di Parma, intitolata Teatro domani....

Speciale Fellini / Luci del varietà: una giostra d’amoooooor

Cento anni fa, il 20 gennaio 1920, nasceva a Rimini Federico Fellini. Lontano dalle celebrazioni, su doppiozero vogliamo raccontare un regista-antropologo che ha saputo penetrare come pochi altri l’identità (politica, storica, sessuale) italiana. Uno sguardo critico e al tempo stesso curioso, da “osservatore partecipante”, che si affianca a quello di tanti altri intellettuali e artisti (da Leopardi a Gramsci, da Salvemini a Bollati) che negli ultimi due secoli hanno cercato di spiegare quello strano oggetto chiamato Italia.  Abbiamo voluto raccontare Fellini attraverso i personaggi e i luoghi dei suoi film: dallo Sceicco Bianco a Casanova, da Gelsomina a Cabiria, da Sordi a Mastroianni, dalla Roma antica a quella contemporanea, passando ovviamente per la provincia profonda durante il Ventennio fascista. Una sorta di “album delle figurine” per aprire nuovi sguardi su un cineasta forse più amato (e odiato) che realmente studiato.   La canzoncina la sentiamo intonare da fuori del teatro, dove si avanza nella notte, piegato in due, un vecchio che guarda i manifesti dello spettacolo: “Ho trovato il mio pappagallo, / bello bello, bello bello/ verde e giallo e col becco a rollo...

Mostre virtuali / Raffaello in PDF

Ricomponendo le disiecta membra dell’arte classica Raffaello Sanzio fa rivivere l’antico nel presente, inaugurando la Maniera moderna. Ogni sguardo che il presente getta sul passato inevitabilmente lo ristruttura, lo ricompone, mentre il passato stesso illumina il presente e lo irradia da lontano. Raccontando a ritroso la vita dell’artista, la mostra Raffaello. 1520–1483 inverte la direzione del tempo disorientando, come la superficie del nastro di Möbius, che non ha un sotto e un sopra, un interno e un esterno, un inizio e una fine. Ad accogliere il visitatore all’inizio della mostra allestita alla Scuderie del Quirinale è infatti una fine: la riproduzione in scala 1:1 del monumento funebre dell’artista morto a 37 anni. A causa delle restrizioni imposte dalla pandemia la visita è solo virtuale: video-racconti, approfondimenti e incursioni nel backstage.    Fermo immagine tratto dal video Rematerialising the tomb of Raphael, in Raffaello oltre la mostra.   Fermo immagine tratto dal video Il backstage della mostra Raffaello 1520-1483, in Raffaello oltre la mostra. Il backstage della mostra RAFFAELLO 1520-1483 mostra il lavoro degli operai impegnati nel trasporto...

Hsieh Tehching, la reclusione come arte / Il tempo in gabbia

La gabbia di legno, tre metri per tre e ottanta, per due metri e mezzo d'altezza, delimita un angolo del piccolo appartamento. Dentro c'è soltanto una brandina, un lavandino e un secchio. Disteso sulla brandina, un giovane dai tratti asiatici vestito di bianco, con un nome e due numeri stampigliati sul petto: Sam 93078, Hsieh 92979. Si direbbe un prigioniero in carcere, ma quella non è una prigione e il giovane non è stato arrestato.     Siamo a New York, nel 1978. L'appartamento è al piano terra, nel vecchio quartiere industriale a sud di Canal Street che solo da qualche anno aveva cominciato a essere chiamato Tribeca e ad attirare artisti squattrinati. Anche il giovane sulla brandina è un artista, o meglio: un aspirante artista, molto squattrinato e molto emarginato. È un immigrato illegale, un taiwanese arrivato nella Grande Mela clandestinamente quattro anni prima. Per sopravvivere, senza documenti e senza nemmeno conoscere la lingua, aveva fatto lo sguattero dodici ore al giorno in un ristorante di Soho. E in quei quattro anni a lavare piatti e passare lo spazzolone sul pavimento, aveva continuato a rimuginare su come realizzare il sogno per cui era arrivato lì,...

Un bambino tanti bambini / Gli orecchi dei Pinocchi

In tempi duri per gli umani, piovono burattini. Roma è invasa da Pinocchi. Pinocchi rinchiusi, Pinocchi che non ascoltano e, pertanto, si moltiplicano. I Pinocchi di Jim Dine, ad esempio: 11. Il Pinocchio di Codognotto al Mused (Museo della Scuola e dell’Educazione dell’Università Roma Tre), a pochi passi dalla mostra dell’artista statunitense a Palazzo delle Esposizioni. In un luogo ancora troppo poco conosciuto, eppure pubblico: in entrambi i casi uno spazio museale. I Pinocchi di Jim Dine sono come incantati: non inermi, ma fissati nell’atto di dire qualcosa, di dare qualcosa. Sulle pareti dell’ala in cui sono esposti Jim Dine ha anche dipinto alcune sue poesie: scriverle a caratteri cubitali ha sempre significato per lui l’opportunità, in quanto dislessico, di superare la difficoltà di lettura e, in qualche modo, anche di creazione. In fondo a destra c’è un Pinocchio con una sega: è legato a una struttura metallica per la testa. Forse l’artista intende fermare il creato che si fa creatore? Dine ha dichiarato: «L’idea di un pezzo di legno che parla e che diventa un ragazzo in carne e ossa è una metafora dell’arte». Accanto a un Pinocchio tanto ardito Dine dipinge questi versi:...

Scritture d’emergenza / Nel vuoto

In scena una donna giovane o molto giovane.   1. Eccomi sono qui io sono qui  in carne ossa sangue nervi  sono qui giovane essere umano  qui dietro il muro dello schermo  e parlo a te  a te che mi guardi  di là da questo muro tu mi guardi  e mi chiedi che cos’è questo vuoto  fino a quando durerà questo vuoto  questo vuoto intorno  questo spazio vuoto  questo spazio vuoto fra me e te  fratello amico   mio amante mio assassino  noi siamo qui  io di qua dal muro dello schermo  tu di là dal muro dello schermo  e tutti gli altri intorno  tutti davanti al muro dello schermo  tutti in ginocchio  davanti a un muro tutti in questo vuoto  questo vuoto fuori  questo spazio vuoto  questo vuoto intorno  questo vuoto fra noi  siamo qui ficcati in questo vuoto  questo vuoto del tempo e da questo vuoto del tempo  io ti parlo e dico:    2.  quello che viene dopo  non è la fine o la continuazione  quello che si è interrotto  non si può continuare  questa non è una pausa  non è l’intervallo  primo e secondo tempo...

La lettura di Riccardo Panattoni / Gli amori immaginari di Kim Ki-duk

Lo scorso gennaio, durante la cerimonia dei Golden Globe, Bong Joon-ho ha esortato il pubblico americano a «superare la barriera dei sottotitoli» per scoprire il meglio del cinema straniero, con parole che possono essere lette come un invito a sorpassare una soglia testuale, sede di differenze (e diffidenze) linguistiche ma anche culturali, oltre la quale l’esperienza della visione rivela la sua essenza universale: «I think we use only just one language: the cinema». Sulla rivista britannica Sight and Sound, commentando la scelta di affidare a Bong Joon-ho il ruolo di guest editor del numero di marzo, l’editoriale di Mike Williams richiama proprio questo concetto, e si riferisce al regista coreano come a uno dei «visionari più creativi» del cinema contemporaneo. Bong Joon-ho, dal canto suo, ha compilato una lista di venti registi emergenti intitolata “20/20 Vision”, introdotta da un’affermazione sorprendente: «Già nel vedere il secondo film di Wong Kar-wai, Days of Being Wild (1990), abbiamo forse potuto sognare nelle nostre menti In the Mood for Love (2000)».   La stessa intuizione può essere verificata su Bong Joon-ho, ad esempio sulla scorta dei ben tre episodi che in...

… e oltre / Sostegno al lavoro culturale durante Covid-19

Mai come in questi giorni ci stiamo rendendo conto di quanto le nostre vite siano legate a doppio filo al mondo dell’arte e della cultura: quanta musica in più stiamo ascoltando, quanti libri in più leggendo o quanti film in più vedendo? Giornali e riviste stanno registrando numeri sorprendenti: Doppiozero ha toccato gli 89.000 lettori il 9 marzo, proprio il giorno in cui Mariangela Gualtieri ci ha fatto dono di una meravigliosa poesia. Le iniziative di tour virtuali gratuiti nei musei sono molto diffuse e hanno risultati strepitosi; la Pinacoteca di Brera, uno dei primi musei a promuovere la sua attività digitale durante la crisi ha raggiunto picchi di un milione di visitatori; in questi giorni, i prestiti di libri digitali presso le biblioteche sono più che raddoppiati.    L’altra faccia della medaglia, però, ci rivela un quadro molto meno roseo: se alcuni consumi culturali sembrano aumentare, i settori culturali rischiano complessivamente di uscire stremati dal’attuale crisi sanitaria. La totalità degli eventi artistici e culturali live è stata annullata o, quando va bene, riprogrammata; le nuove produzioni cinematografiche e televisive sospese. Inoltre, gli stessi...

Modernità, epidemia, e il corpo inaccessibile / Senza mano nella tua mano

E d’un tratto un gesto è venuto a mancare nel nostro lessico quotidiano. Disperso nello spazio tra i corpi, non ne resta che una traccia sospesa. Non si stringono più le mani, incontrandosi. Sebbene di rado, fuori ci si incontra ancora, chi per lavoro, per quei lavori rimasti aperti, chi nelle uscite fugaci dalla tana, per le provviste e le necessità. Ma il movimento della mano, che pure si protende in saluto verso l’altro come per moto proprio, si frena a mezz’aria, esita, poi si prolunga solo nell’intenzione, e fisicamente recede.   Umberto Boccioni, Stati d'animo - quelli che vanno (1911)   La stretta di mano è il primo ingresso nella sfera di un altro corpo, in quell’involucro invisibile ma pulsante che lo circonda, in certi casi appena più trasparente, soffuso di luce fioca. È diventato un gesto formale, quello della diplomazia, degli incontri al vertice, degli affari conclusi, della parola data, della liturgia. Ma conserva intatta la sua semplicità antichissima. Certo, non siamo nell’ordine dell’automatismo istintivo ma del linguaggio. Molte culture non prevedono che ci si tocchi nell’incontrarsi, ma che si saluti, per esempio, con un inchino, a volte con le mani...

Un quadro / La Resurrezione di Piero della Francesca

C‘è quest’uomo in piedi in un sepolcro, con in mano il vessillo dei crociati e un piede sul bordo del sarcofago scoperchiato, e poi quattro soldati che dormono in diverse posture, e sullo sfondo una campagna che ti dà l’atmosfera e l’ambiente ma sulla quale al momento non ti soffermi. La rappresentazione è leggermente di sotto in su, accentuata, per lo spettatore dal suo stagliarsi sopra la sua testa, così che anche lo sguardo dell’uomo nel sepolcro, dritto, che si rivolge lontano e sembra non guardare niente per avere già visto tutto, gli passa sopra la testa, si dirige oltre di lui ma insieme lo comprende, nel senso che lo capisce e lo tiene nel suo spazio visuale, ma non gli si rivolge direttamente. Semmai sarà il suo, di sguardo, a essere attratto e non potersi distogliere da lui e dalla sua figura per un tempo incalcolabile, prima di vedere il resto. Ma può anche essere che lo spettatore distolga subito lo sguardo, spaventato, per placarsi perdendosi nel resto, sugli altri protagonisti, nel mondo sullo sfondo, prima di potervi tornare e affrontarlo.   La scena è silenziosa, quasi incantata, come un attimo sottratto al tempo, in lontananze infinite, eppure qui davanti a...

Pasqua / Il Cristo Pantocrator: l'ultima parola è risurrezione

Il Cristo Pantocrator (Signore del mondo), icona bizantina proveniente da Costantinopoli e conservata nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, è una delle più antiche raffigurazioni del volto di Cristo risorto – risale al VI-VII secolo – sfuggita alla furia iconoclasta abbattutasi, tra l'VIII secolo e la prima metà del IX, sul mondo cristiano come effetto delle dispute teologiche sulla vera natura di Gesù: solo umana, solo divina o divino-umana? Ed è quest'ultima natura che emerge, come fede e come dottrina, dal ritratto del Pantocrator di Santa Caterina (e di tutti quelli successivi che da questo derivano). Per me questa icona è una delle più essenziali ed efficaci raffigurazioni della risurrezione di Gesù. Nessun pittore, per quanto grande (come non ricordare la splendida Risurrezione di Piero della Francesca?), è mai riuscito a ritrarre, ricorrendo alla propria immaginazione, qualcosa di tanto incredibile, sconvolgente, trascendente e alieno come il volto di un uomo entrato nella morte e uscitone non come il morto vivente, il super eroe o il fantasma che la letteratura e il cinema propongono sempre, ma come lo stesso uomo di prima eppure diverso perché entrato in una...

Navi / Wiligelmo e l’arca

La prima imbarcazione della tradizione ebraico-cristiana non è una nave: è l’arca di Noè. Agli inizi del XII secolo, sulla facciata del duomo di Modena, uno dei più grandi artisti del Romanico – Wiligelmo – deve fare i conti con il singolare racconto che ne fa la Genesi, il primo libro della Bibbia: scolpisce infatti una struttura che non assomiglia per niente a una nave.      Disgustato dalla cattiveria degli uomini – racconta la Genesi – Dio ordina a Noè di costruire un’arca in cui ospitare la moglie, i figli e le rispettive mogli, e tutte le specie animali; qui potranno rifugiarsi e sfuggire al tremendo diluvio che cancellerà ogni cosa sulla Terra (Genesi, 6.14-16): “Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore”. Una costruzione gigantesca e a più piani, eppure il termine usato nella versione greca della Bibbia è kibotós, cioè “scrigno”, “...

Un delitto efferato / Bob Dylan. Murder Most Foul

Con un messaggio sul suo sito www.bobdylan.com e poi su vari social media, Bob Dylan ha annunciato l’uscita di questa sua canzone, Murder Most Foul, dedicata all’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Texas il 22 novembre 1963. La canzone, postata su youtube e ripresa da vari siti, è la prima in otto anni firmata da Dylan (dall’uscita di Tempest, 2012) e stando alla voce e dall’arrangiamento sembra registrata non più di cinque anni fa. “Murder most foul”, il delitto più efferato, è una citazione dall’Amleto di Shakespeare (Atto I, Scena 5; lo spettro del padre descrive la sua morte ad Amleto) e tutta la canzone, come è nello stile di Dylan, contiene moltissime citazioni da canzoni e film, riferimenti letterari e storici, in particolare relativi all’assassinio di Kennedy il riferimento alla “collinetta erbosa” o grassy knoll verrà immediatamente compreso da chi è convinto che proprio dietro quella collinetta della Dealey Plaza di Dallas si celasse un tiratore scelto) ma non solo. L’ultima parte è una vera e propria litania, in cui Dylan invoca il disc jockey Wolfman Jack (Robert Preston Smith, 1938-1995) perché suoni, come lamento funebre per il presidente...

Un quadro / Georges de La Tour, San Sebastiano curato da Irene

Contro le pestilenze il santo più invocato è sempre stato San Rocco, a cui sono dedicate numerosissime chiese, chiesette, cappelle e edicole nei borghi e nelle aperte campagne devastate nei secoli da ogni genere di epidemia. A volte vere e proprie meraviglie, come la Scuola Grande di Venezia, con i capolavori di Tintoretto. Ma subito dopo San Rocco il protettore più invocato contro le pestilenze è sempre stato San Sebastiano, che in genere viene rappresentato come un bel giovane legato a una colonna, trafitto da uno o più strali, dal fisico perfetto (era il minimo, per un capo della guardia imperiale quale lui era) con solo il ventre coperto da un perizoma a volte succinto in modo sospetto, e lo sguardo variamente declinato dalla serenità alla forza interiore, allo stoicismo e in certi casi persino con una sfumatura di estasi. A essere rappresentata è quasi sempre la scena del supplizio, che tutti hanno presente per averla vista spesso riprodotta o direttamente in qualche chiesa o museo, che ha dato occasione a tanti capolavori, su cui non è il momento di insistere.   Meno nota invece è la scena successiva, quando il corpo del futuro santo crivellato di frecce, creduto senza...

Figure a colori / Via del Corso

L’ultima volta che vidi un Papa fu il 18 aprile 1982, avevo 15 anni, ero appena uscito dalla stazione dei treni di Bologna, di ritorno da Firenze e l’auto col Santo Padre poco dopo passò dai viali. Furono stampate delle cartoline fra cui una bizzarra, ora introvabile, un fotomontaggio con Wojtyla sopra il Palazzo dei Notai che saluta Piazza Maggiore, come un grande Godzilla. Mia nonna, solitamente abbottonata, in quei giorni si lasciò andare a un Evviva il papa!. Il Papa è sempre in chiesa o alla finestra o su un aereo o in piazza San Pietro fra la folla. Non si era mai visto un Papa da solo, per la strada, sul marciapiede. 

L’oscurità luminosa / Miss Rosselli

L’11 febbraio del 1996 moriva Amelia Rosselli, un grande poeta del Novecento. Si gettò dalla finestra della sua mansarda di via del Corallo lo stesso giorno e mese di una poetessa che aveva molto amato e tradotto, Sylvia Plath. Da anni ormai non scriveva più: “Prima avevo la poesia. Ho scelto di non sposarmi per non distrarmi da lei. Ma ora che la scrittura mi ha abbandonata non ho più nulla”, aveva detto in un’intervista a Sandra Petrignani. D’altra parte i suoi disturbi, sia fisici che psichici, le impedivano di concentrarsi; sentiva le voci, era convinta di essere perseguitata dalla CIA, e contro il nemico rappresentato dalla CIA combatteva da anni, chiedendo aiuto a chiunque e diffidando sempre. Chiunque poteva essere un nemico, un complice di quei fascisti che avevano assassinato suo padre e suo zio, Carlo e Nello Rosselli, nel ’37 a Bagnoles de l’Orne. Da quel momento la storia di Amelia Rosselli è una storia di peregrinazioni e inutili tentativi di sfuggire al trauma che ha marchiato in modo definitivo la sua e la nostra storia.   Alla fine degli anni ‘40 si trasferisce a Roma; si dedica alla musica e poi alla poesia. A Roma trova molti amici, vive di collaborazioni,...

Resistenza e rinascita / Albert Uderzo, il padre di Asterix

Per capire la grandezza di Albert Uderzo, il disegnatore francese scomparso martedì all’età di 92 anni, non servono molte parole. Basta prendere una pagina qualsiasi di un albo di Asterix – la serie creata insieme a René Goscinny più di sessant'anni fa, si stima ce ne siano 375 milioni di copie in giro per le case del mondo – e cercare i molti disegni dove compaia un personaggio, apparentemente secondario, che non parla mai. Un cagnolino bianco, con la punta delle orecchie nere, inserito per scherzo in un’avventura del 1965, e che d’allora non ha più lasciato la coppia comica più nota del fumetto europeo. Quel minuscolo cane in genere occupa appena un angolo del disegno, di poco sporgente sopra lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra, eppure la sua presenza ha la capacità di illuminare l’intera tavola. Poche e precise linee lo caratterizzano, rendendolo estremamente mosso, espressivo e soprattutto necessario, un piccolo mimo, un coro in miniatura che accompagna l’azione.   Sono partito da Idefix non solo perché i miei occhi di lettore bambino cadevano come calamitati su di lui, mentre seguivo rapito le avventure del piccolo grande guerriero gallico e del suo enorme e...

Doni / Emma Dante: lessico dei giorni di crisi

Emma Dante è regista molto amata e apprezzata in Italia e all’estero. Nei suoi spettacoli, come Misericordia che ha debuttato in gennaio al Piccolo Teatro di Milano, è capace come pochi di scavare nella marginalità e nel dolore, nell’oppressione e nella voglia di alzare il capo:  – Proviamo, Emma, a raccontare questi giorni con un lessico, dall’A alla Z? – Proviamo.   Cenerentola, di Gioachino Rossini, Teatro dell’Opera di Roma (2016), ph. Yasuko Kageyama. A come #acasa A casa adesso per me significa il mondo. La mia casa diventa piena di vie, di piazze, di vicoli, di incroci; mi sposto nelle stanze con l’illusione di camminare, di continuare a girare all’aperto, nelle città. A casa significa nel mondo: è un modo per salvaguardare il mondo. Non è una prigione: è uno stare chiusi per il bene di tutti.   B come Brescia Mio fratello sta a Brescia. È preoccupazione. Ansia. Brescia è una città che sta nei miei pensieri, per quello che sta succedendo là, per mio fratello. Ha scelto di non tornare a casa, in Sicilia, perché abbiamo un padre anziano. È solo, non ha famiglia. Se gli succede qualcosa non c’è neppure chi gli va a fare la spesa.   C come corona Corona...

Contro / La fatica del lavoro: essere Jim Dine – artista

È come se dipingessi con la sinistra (essendo mancino), mentre la destra la trattiene, diceva in un’intervista televisiva del 1966, quando, moglie e tre figli, conduceva una vita molto borghese a New York City. «Disagio» era la sua parola-chiave, per esprimere quel senso di fastidio che prova chi, educato al culto puritano della repressione, vede nel piacere un pericolo da combattere: cinquant’anni dopo non molto è cambiato, perché nelle sue tele e istallazioni, quasi tutte di grandi dimensioni, si sente sempre la fatica del lavoro. Il suo studio è come il negozio di un ferramenta: una collezione di oggetti che prima o poi finiscono nelle sue tele e nelle sue istallazioni, dove l’arte è sempre ribellione alla vita, alle sue strutture, alle sue regole e alla sua disciplina. Perché, appunto, la vita di un puritano è rigore morale, senso di colpa e paura del godimento, mentre l’arte apre la strada (agonisticamente e angosciosamente) a ciò che il super-io ha soffocato.      È uno spazio interiore, necessariamente autobiografico dice lui, che ha la capacità di diventare il suo accappatoio, un’ascia conficcata in un tronco o un paio di stivali di pelle da motociclista:...

“I enjoy being the most unknown among renowned artists” / Frank Uwe Laysiepen: Ulay

Il 2 marzo ci ha lasciati, Frank Uwe Laysiepen, l’artista tedesco noto come Ulay, a pochi mesi dall’inaugurazione, a novembre 2020, di una grande retrospettiva del suo lavoro allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Si conclude un percorso umano e artistico iniziato nel 1943 a Sollingen, mentre infuriava la seconda guerra mondiale, sviluppato nella Amsterdam anarchica dei Provo (la sua città d’adozione), per poi scorrere girovagando nomade, tra Parigi, Roma, Berlino, Londra, allargando l’orizzonte fino a New York, il Marocco, l’India, il Nepal, il Medio Oriente, la Cina, l’Australia, e la Patagonia terminando a Ljubljana dove aveva preso moglie e dimora negli ultimi anni.    Adesso tocca a noi riscoprirne l’opera: poliedrica, fuori dagli schemi, libera da ogni logica mercantile e intransigentemente radicale. Ulay è stato un pioniere della fotografia Polaroid e del concetto di fotografia performativa, esponente di spicco della Performance Art e Body Art europea degli anni ‘70, precursore della militanza ecologica attraverso l’arte e del ruolo dell’artista come scardinatore del concetto di identità (nazionale, sessuale, politica). Eppure, anche tra “addetti ai lavori” è noto...