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25 novembre 1970 / Yukio Mishima nell'inferno delle forme

Se fosse possibile stabilire, in tutta la sua ampiezza, un canone della letteratura che ha preso le mosse dalla catastrofe delle due guerre mondiali, Yukio Mishima non sfigurerebbe affatto quale tardivo rappresentante di quella frangia di scrittori che si espressero sotto un segno – per riprendere una sua celebre sentenza su Hitler – cupo come il XX secolo. "Tardivo" e "cupo" poiché rispetto agli ideali della generazione di intellettuali alla quale egli apparteneva – Mishima era nato nel 1925 – la visione del Giappone del dopoguerra restituita dai suoi romanzi ricalca con precisione i modelli formali e stilistici dell'estetismo borghese europeo di matrice decadente, rievocando tematiche e atmosfere proprie dell'epoca della crisi che investì la cultura occidentale a seguito della Prima Guerra Mondiale. Il sentore di minaccia e di fine imminente, le laceranti scissioni dell'io, la visione idealizzata di un tempo perduto che promanano dalle sue opere, investono in pieno anche la sua figura, che oggi ricordiamo nel cinquantesimo anniversario della scomparsa.     Vi è in Mishima in effetti una coincidenza impressionante tra l'autore e l'opera sulla quale pesa in maniera...

Nella quiete del tempo / Olga Tokarczuk, o del movimento

La forza su cui si fonda la narrativa di Olga Tokarczuk è il movimento. Nel suo romanzo più noto, I vagabondi, pubblicato da Bompiani nel 2019 nella traduzione di Barbara Delfino, il principio di movimento si innerva in una costellazione – ama chiamarlo così, “romanzo-costellazione” – di storie, saggi e frammenti che celebrano la capacità di mutamento del mondo e degli esseri umani; storie che possono apparire slegate ma che a una vista d’insieme possiedono equilibrio compositivo e ampiezza di sguardo. Alla base della differenza d’impianto tra un romanzo tradizionale e un libro come I vagabondi, spiega Tokarczuk, c’è la differenza di visione e di sensibilità che passa tra un narratore dell’Est Europa e un narratore, poniamo, dell’Europa Occidentale. “Non ci fidiamo come voi della realtà. Adoro la capacità dei romanzi inglesi di scrivere senza paura di delicate questioni psicologiche. Noi non abbiamo questa pazienza, e la nostra narrazione non è mai lineare. Noi pensiamo in modo mitico, religioso”, spiega Tokarczuk in un’intervista.    Ecco perché I vagabondi include – senza paura di sconcertare il lettore – la storia della sorella di Chopin che portò il cuore del...

László Krasznahorkai / Guerra e guerra, Storia e romanzo

Bompiani traduce finalmente Guerra e guerra di László Krasznahorkai (1999), proseguendo nella scelta di offrire ai lettori italiani i libri più importanti di questo autore (sono già usciti Satantango, 1985, una nuova edizione di Melancolia della resistenza, 1989, precedentemente portata in Italia da Zandonai, Il ritorno del Barone Wenckheim, 2016). La scelta dei volumi non è casuale: Guerra e guerra era il volume mancante di una ricerca romanzesca che, ha dichiarato l’autore, «un unico libro che [ha] affrontato e cercato di riscrivere per ben quattro volte». Guerra e guerra riprende i grandi temi dell’autore ungherese, come l’inquietudine da “fine della storia” che affligge i paesi post-sovietici (e i protagonisti di Satantango) o l’atmosfera in bilico tra sogno e realtà di Melancolia della resistenza, l’isolamento e la separazione dal consesso umano che caratterizzano i due protagonisti del Ritorno del Barone Wenckheim. Come nelle altre opere citate, il tempo di Guerra e guerra è un tempo sospeso, incerto, che risulta ancora più aleatorio grazie al continuo andirivieni nel tempo storico. Se nel Barone il tono è dostoevskjiano, per l’afflato metafisico e spirituale dei due...

Let my people go / Alda Espírito Santo, Alda Lara e Noémia de Sousa: poesia e decolonizzazione

Se canticchiamo mentalmente “Let my people go”, improvvisamente sembra suonare un pianoforte, accompagnato dalla voce graffiante di Paul Robeson. Per qualcuno di noi, ancora più familiare sarà l’evocazione della voce profonda di Louis Armstrong, che nel 1958 registrò una versione di Go down Moses cantando, anche lui: “Let my people go/ Oppressed so hard they could not stand”.    Quando scrisse la poesia Deixa passar o meu povo, nei sobborghi di una Lourenço Marques (oggi Maputo) ancora sotto dominio coloniale portoghese, la mozambicana Noémia de Sousa non poteva prevedere che il gigante del jazz avrebbe interpretato, quasi dieci anni più tardi, quel vecchio spiritual a New York, con arrangiamento di Melvin James Oliver. Noémia veniva da un posto in cui il tempo disponibile per la romanticizzazione dell’esperienza nera, africana, era poco. Le sfaccettature del secondo dopoguerra, lì, erano altre: così come l’Angola, Capo Verde, la Guinea Bissau e São Tomé e Principe, il Mozambico faceva parte delle colonie portoghesi, poi definite, a partire dal 1951, “Territori Ultramarini”.    Gli anni ’50 corrisposero con l’intensificazione del popolamento di massa di questi...

Guadalupe Nettel, La figlia unica

«La vita quotidiana è disseminata di casi e di accidenti che non nota quasi nessuno». Come reagiamo alle cose, qual è lo scarto minimo che sposta la nostra visione dall’accadimento alla sua conseguenza, quali sono le piccole azioni (delle quali quasi non ci accorgiamo) che sommate definiscono il nostro comportamento. Quanto e come siamo disposti a lasciarci travolgere dal caso, dall’evento traumatico, e quanto invece siamo in grado di indirizzarlo, di adeguarci al cambiamento, di cambiare di conseguenza. Quanto un fatto straordinario, ma naturale, come una nascita, una morte, un innamoramento è in grado di sconvolgerci e trasformarci, di rivelare cose di noi che non conoscevamo, o che facevamo finta di non conoscere. Quali e quanti sono i segnali esterni che possono farci capire che intorno a noi – perciò ai familiari, agli amici, ai conoscenti, a noi stessi – sta per capitare qualcosa di inaspettato. Ce lo svelerà una coppia di piccioni che farà il nido sul nostro balcone, ce lo può dire un bambino che urla e sbatte le cose dentro casa, una madre che non sa come reagire, un’altra che impara a farlo, un’altra che non vuole esserlo, un’altra ancora che si allontana dalla figlia per...

Arte popolare / Miguel Torga: l'universale è il locale meno i muri

Tutto iniziò quasi vent’anni fa. La strada che mi portò a esplorare più da vicino il Portogallo, la sua letteratura e, in particolare, l’opera di Miguel Torga, fu segnata dall’incontro con Keith Botsford, un grande spirito, per usare un’espressione obsoleta, impronunciabile nel nostro tempo, che ha fatto della rapida obsolescenza del significato delle parole un programma pedagogico.  All’epoca, a dire il vero, non ero completamento a digiuno di letteratura portoghese. Durante gli anni ottanta, mentre frequentavo l’università, ero stato testimone, dopo la pubblicazione de Il libro dell’inquietudine, della riscoperta di Pessoa e dei suoi eteronomi. Cosa che mi spinse a farmi un’idea del modernismo dello stesso Pessoa e dei suoi amici Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Santa-Rita Pintor.   Mi incuriosì anche la pittura di Amadeo de Souza-Cardoso. Poi, agli inizi degli anni novanta, mentre ero in Francia, mi appassionai ai romanzi di José Saramago (che preferivo a quelli di José Cardoso Pires e di António Lobo Antunes). Riuscii a conoscerlo e, per circa un decennio, tenemmo una relazione epistolare costellata da alcuni dialoghi che poi pubblicai. Sempre in Francia conobbi Nuno...

Il modo (verbale) del tempo / Sarà

Non c’è sortita comunicativa pubblica, oggi, che linguisticamente non sia marcata e qualificata da verbi al futuro. Per formulare presagi fausti o più spesso infausti, in ogni campo della comunicazione e per qualsivoglia tema, come si trattasse di un’erba infestante (e di un’erba infestante in verità si tratta), è tutto un rampollare di “si produrrà”, “succederà”, “appariranno”, “crescerà”, “diminuirà”, “finirà”, “arriveranno”, “sparirà”, “aggiungeremo”, “servirà”, “scenderanno”, “avremo”, “saranno”, “diventerà”, “sapremo”, “costringerà”, “vivremo”, “si chiuderanno”, “capiremo”, “verrà”, “si esauriranno”, “si innalzerà”, “mancheranno”, “abbandoneremo”, “esporrà”, “bruceranno”, “colpirà”, “salirà”, “elimineranno”, “creerà”, “toglierà”, “tratteremo”, “spingerà”, “seguiranno”, “potremo”, “dovranno”, “organizzeranno”, “manterranno”, “esisteranno”, “escluderà”, “distruggerà”, “assicureranno”, “si aprirà”, “eleverà”, “forniranno”, “sfuggiremo”, “fuggiranno”, “fermerà”, “estenderemo”, “giungerà”...    Intorno a tali predicazioni e alle mille e mille altre comuni metta ciascuno gli argomenti che preferisce, ad libitum. Avrà così ampia prova, sempre che voglia, che non c’è niente...

Letto in un’altra lingua / Danilo Kiš, La lezione di anatomia

Una questione scandalosa, soggettivamente   Non c’è, nel gioco radicalmente inutile della letteratura, scandalo più preciso e ridicolo dello scrittore allo specchio, intrappolato nella contemplazione della propria immagine. Perché proprio io?, si chiede lo scrittore in questione – esausto, disgustato dallo spettacolo che non può fare a meno di giudicare (lo spettacolo non riguarda la propria immagine allo specchio, ma il suo stesso sguardo tenuto ad osservarla). Perché questo dramma?, si chiede di nuovo. È confuso: rapito dall’intensità del momento, dimentica due fattori essenziali: questo non è il suo dramma ma il dramma di tutti; riflessa allo specchio non c’è la sua immagine, ma la sua opera. La sua immagine non conta niente.    Così, in questo ciclico esercizio di ossequio e obliterazione della vanità si consuma, in condizioni normali, la relazione del nostro scrittore (che è appunto tutti gli scrittori) con la propria opera. Tuttavia le condizioni da cui viene fuori, nel 1978, Čas anatomije (“La lezione di anatomia”,  ancora inedito in Italia), di Danilo Kiš, non hanno niente di normale: lo scherno e la diffamazione, le accuse di plagio (più improprie che...

Delusione americana / Offutt, Il fratello buono

“La luce della luna si stendeva sulla terra scura. Virgil si ricordò delle sere che era rimasto con Boyd sulla veranda, cercando di seguire l’arrivo del buio. Boyd pensava che ogni molecola d’aria diventasse più scura, e, come quando si guarda la neve che si accumula, fosse possibile assistere in diretta al cielo che diventava nero”. Chris Offutt ha più volte dichiarato la sua ammirazione per Cesare Pavese, lo considera un maestro e fonte d’ispirazione, essendo un lettore di entrambi (nessun paragone tra i due, si capisce) ho cercato nelle storie dello scrittore del Kentucky qualche riferimento pavesiano e, qualche volta, mi è parso d’averlo trovato. Le descrizioni, pressoché perfette, dei paesaggi collinari, dei boschi, e poi, naturalmente, le poche parole e le solitudini di questi personaggi malinconici e cupi che saltano fuori dai racconti, dai romanzi, fino al memoir sul padre; in tutto questo c’è qualcosa di Pavese mista alla cattiveria del racconto americano. Ma è nel romanzo appena uscito in Italia, Il fratello buono (minimum fax 2020, traduzione di Roberto Serrai) che ho visto delineati alcuni meccanismi di Pavese.  “Quando il sonno lo colse fu come se annegasse”....

Il problema dei tre corpi / Liu Cixin e la fantascienza cinese

La fantascienza cinese è una delle nuove realtà del momento, letterarie ed editoriali. Autori cinesi vincono prestigiosi premi americani come l’Hugo, vendono nel mondo migliaia di copie, si affermano con traduzioni dirette dai testi originari. In Italia, dopo timide apparizioni (ad esempio Onda misteriosa, Urania 1311 del 2006 e Shi Kong, Urania 1564 del 2010), escono raccolte quali Nebula nel 2017 (Iannuzzi, “FantAsia. Fantascienza sino giapponese in Italia”, doppiozero) ed ora “Sinosfera” nel 2018, entrambe per i tipi di Fiction Future di Roma. La sensazione è che questa dimensione abbia acquistato una sua autonomia allorché si è liberata dai lacci politici che l’avevano imbrigliata. A partire dagli anni Novanta ha acquisito un suo spazio che ne ha favorito lo sviluppo, presentandosi come un riflesso del mondo e una riflessione sul mondo. Ovviamente sempre e soltanto il “suo” mondo, cioè la Cina (N. Pesaro, “Il futuro è dietro di noi”, sito Sinosfere.com, 2018). Pur nella varietà di stili e contenuti, il fuoco di interesse è la rappresentazione dei sogni e degli incubi generati dalla turbinosa modernizzazione degli ultimi decenni e dalla prodigiosa crescita economica. Questa...

Marlowe / Raymond Chandler. Il crimine ama Los Angeles

I detective privati e non, letterari, cinematografici, a fumetti e dintorni, amano Los Angeles. La città è lo sfondo perfetto per storie affollate di poliziotti corrotti, criminali incalliti, signorine senza scrupoli, che si muovono in trame pervase di romanticismo e perversione, luci e ombre, fama e frenesia, artificio e immoralità, amore e odio.  Amore e odio, ecco, è esattamente ciò che provava, per Los Angeles, Raymond Chandler (1888-1959), lo scrittore che più di ogni altro ha mitizzato questa città facendola diventare co-protagonista delle avventure poliziesche di Philip Marlowe, il detective letterario con cui ogni autore, così come ogni appassionato di detective story che si rispetti – lettore o autore, sceneggiatore o spettatore – finisce, prima o poi, per confrontarsi.  Dopo Marlowe, la cui immagine cinematografica indelebile è quella di Humphrey Bogart in Il grande sonno, è infatti impossibile immaginare un qualsiasi investigatore privato senza radici ben piantate nella città in cui vive e indaga. «Non si può essere veramente chandleriani», nota Dennis Lehane, ex docente di scrittura creativa a Harvard e sceneggiatore di thriller molto amati dal cinema (da...

Futuro / Hao Jingfang, Pechino pieghevole

Leggendo Pechino pieghevole, novella che apre l’omonima raccolta di racconti di Hao Jingfang – Add Editore, traduzione di Silvia Pozzi – davanti all’impressionante dispiegamento e ripiegamento di enormi volumi edificati, non ho potuto che pensare al tesseract. Il tesseract, o tesseratto, è un oggetto geometrico ipotetico a quattro dimensioni: aprendolo nella realtà tridimensionale a noi conosciuta si ottiene un manufatto formato da otto cubi disposti a croce, analogamente a quel che succede a un cubo, oggetto tridimensionale, quando le sue facce vengono aperte e distese su una pagina a formare una croce di sei quadrati, bidimensionale. La casa nuova è un racconto di fantascienza scritto negli anni cinquanta da Robert Heinlein, inserito in quella splendida antologia Le meraviglie del possibile che mi aprì le porte, ero giovanetto, della fantascienza. L’architetto e i suoi committenti entrano in visita alla villa appena costruita come un tesseract, quando un terremoto la scuote e l’edificio si richiude su se stesso, imprigionandoli nella quarta dimensione, ma i nostri eroi torneranno infine al mondo che conosciamo. Nella Pechino pieghevole di Hao Jingfang a intervalli regolari...

Sciarà / Mancùsu

Aggettivo che in alcuni dialetti irpini indica un luogo esposto a settentrione, al riparo dal sole. Una terra mancosa è una terra povera, che dà pochi frutti. Ma è anche una terra dove trovare refrigerio nelle ore più calde. Il termine, che sulle prime parrebbe avere la stessa radice di mancare, deriva in realtà dal fatto che il nord è situato a sinistra, dunque a manca, del sole quando sorge.

Lo stato di sospetto / Messico: il governo non esiste, è tutta colpa del governo

Vivo a Città del Messico da sei anni. Da sei anni risiedo nello stesso condominio, al primo piano di Calle Prosperidad angolo Progreso. In questo lasso di tempo relativamente breve, il nostro appartamento è stato svaligiato due volte. La prima poche settimane dopo il mio arrivo, nel 2014. Era il weekend del día de muertos e il palazzo era completamente vuoto. In pieno giorno, i ladri sono riusciti ad aprire il portone principale, e da lì hanno tranquillamente svuotato i primi tre appartamenti che hanno incontrato, tra cui il nostro. Sono quindi usciti indisturbati nello stesso modo in cui erano entrati.  Dopo un primo shock, la conseguenza principale è stata una forte stretta nelle misure di sicurezza, con una porta interna a proteggere le scale e un giro di vite alla distribuzione delle chiavi del portone ai condomini. Solo due per appartamento. E in caso un inquilino ne volesse una terza, la richiesta va fatta direttamente all’amministrazione condominiale. Il messaggio era chiaro: una copia doveva essere sfuggita di mano arrivando, chissà attraverso quali canali, alle persone sbagliate. Il sospetto cadde rapidamente sul portinaio, un’ombra che, da quel giorno e fino al suo...

Costanti / Adorno e il nuovo radicalismo di destra

La ragione principale per cui Aspetti del nuovo radicalismo di destra vale la pena di essere letto non sta nella supposta preveggenza di Theodor Wiesengrund Adorno o in chissà quale ‘attualità’ spicciola del suo pensiero politico. La sua forza sta nel visualizzare un elemento che percorre il senso della politica e con cui la Germania, ma certo non solo essa, ha dovuto fare i conti prima, durante e anche dopo la Seconda Guerra Mondiale: Adorno lo chiama il demonico. Non lo dice espressamente, ma usando questo concetto come decisivo della sua diagnosi sui risorgenti movimenti di destra in Germania mobilita una categoria goethiana. Si tratta del dubbio che dietro alle costruzioni razionali, per esempio il problem solving razional-strumentale che si adopera nella politica o in economia e certamente anche nelle arti, o che si suppone governi l’ordine della natura si nasconda un sostrato irrazionale fatto di paure ancestrali, di visioni paranoiche, di pulsioni violente e di emotività fuori controllo.   L’analisi delle cause profonde dei comportamenti politici irrazionali, che caratterizzarono i movimenti della nuova destra tedesca all’altezza degli anni Sessanta del secolo scorso,...

Lucca / Ganzo Bao

Riduttive le sue accezioni “ganzissimo”, “è veramente divertente”.  Sintetizza una lunga frase – tipo: ‘meglio non c’è per sentirsi bene insieme godendoci la vita’ – che spinge a diventare ganzo anche chi la dice. Vale per un gioco, un piatto, un viaggio, una lettura, un vernacolo.   “Parlà lucchese è ganzo bao” è il motto di un gruppo che si propone di tenere in vita usi e costumi della Lucchesia.  Ma, essendo “ganzo bao”, si ritrova anche in periodici appuntamenti dal vivo per godere delle tradizioni gastronomiche locali. “Ganzo”, utilizzato da solo – oltre alla versione peccaminosa di amante, in toscano – significa “intelligente, divertente, scafato, eccezionale, incredibile”. Bao è rafforzativo. Si impiega anche in modo generico, tipo “è caro bao” = “è carissimo”, “è brutto bao” quindi “è bruttissimo”.

Idioletto famigliare / Barnasc

Le mie origini sono miste, ma come dico sempre io, sono austroungariche... I miei nonni: veneti al confine con il Trentino da parte di padre, friulana di Udine la nonna materna e milanese doc il nonno... Una parola a me cara è Barnasc... che era la paletta per raccogliere il carbone da mettere nella stufa. Un aneddoto a tal proposito riguarda mio nonno che parlava quasi solo milanese: un giorno disse a mia madre: "dam el barnasc" (dammi la paletta). Mia nonna lo apostrofò dicendo: " parla in italian cun la tus " e mio nonno... “Cina (chiamavano così mia mamma, diminutivo di Vincenzina) per piesè portami il" barnaccio".

Dialetto basso-mantovano / Sùfil

sùfil (ma che sùfil che sei!)   con questo termine veniva indicata una persona schizzinosa, oppure noiosa, ma sempre in termine dispregiativo. Deriva probabilmente dal termine “zu viel”, ampiamente orecchiato dai soldati tedeschi acquartierati nel paese durante la guerra.

Un grande scrittore ungherese / Darvasi, La leggenda dei giocolieri di lacrime

Da poco edito per il Saggiatore con la traduzione di Dóra Várnai, La leggenda dei giocolieri di lacrime segna l’arrivo in Italia della forma lunga di László Darvasi (1962), poeta, romanziere e drammaturgo considerato tra i più importanti autori ungheresi contemporanei. La Leggenda non è solo la storia di cinque demoniaci giocolieri, né il loro frenetico inseguimento in un’Ungheria seicentesca fatta di terra e di sangue: è la smaniosa attesa che le lacrime impongano una nuova svolta obbligata a un cammino che non ci è dato conoscere. Inscrivendo la frammentarietà che già contraddistingueva i racconti di Mattina d’inverno con cadavere (il Saggiatore, 2018, trad. D. Várnai) in una dimensione narrativa più ampia, Darvasi porta al parossismo l’entrelacement medievale e ariostesco e il continuo intrecciarsi di storie apparentemente sconnesse, in un mondo in cui «la logica è la caricatura di sé stessa», trasforma le oltre 650 pagine del romanzo in un groviglio avviluppante di guerre, gemiti e preghiere. In comune con le altre leggende, quella dei giocolieri di lacrime ha l’intoccabile malleabilità: non ci è dato sapere cosa sia esistito e come sia stato manipolato nel corso dei secoli,...

Dialetto lombardo / Balabiótt

Balordo, perdigiorno, lazzarone. Etimologicamente: ‘colui che si mette in ridicolo ballando nudo’.   Una storia milanese: Nel 1820 Villa Simonetta, costruita da Gualtiero Bascapè, camerario di Ludovico il Moro, alla fine del 1400, poi passata a Ferrante Gonzaga e quindi alla famiglia Simonetta, venne ribattezzata la "Villa dei balabiott". Era lì, infatti, che il ricchissimo barone Gaetano Ciani, alias Baron Bontempo, capo della celebre "Compagnia della Teppa", organizzava le gozzoviglie della sua banda, che, secondo la leggenda, spesso degeneravano in orge e persino in omicidi. Quella della Teppa era "una compagnia di giovinastri, prepotenti e crudeli che fanno il male per amore del male e per smania di sbevazzare" (F. Angiolini, Vocabolario Milanese-Italiano, 1897). Costoro, quasi tutti di ottima famiglia, si riunivano inizialmente nelle gallerie sotto il Castello Sforzesco, che erano umide e piene di muschio, nel dialetto lombardo detto "tèpa", termine da cui discende il loro nome. Poiché facevano scherzi che finivano spesso con atti di violenza, Giuseppe Rovani, nel suo romanzo storico Cento anni (1859-1864), li definì "teppisti". Altro che balabiott!    Una...

Meteorologia napoletana / Strizzicheia

Meteorologie napoletane:   Strizzicheia: pioggerellina fitta che sembra innocua ma che, alla fine, altroche’ se bagna. Tiemp’ bbafuogn: aria afosa, pregna di umidità che non riesce a trasformarsi in pioggia, appiccicosa. Arb e nunn’arb: momento che precede la levata del sole in un momento ancora essenzialmente buio.

SHIFT

Gli accadde dunque di spirare, morire come tutti, dopo una di quelle solite lunghe vite che si possono definire “senza costrutto”. E, con tutto il tempo che aveva avuto a disposizione, non era neppure riuscito a capire il perché delle gioie e dei dolori, della salute e della malattia. Concluso l’ultimo rantolo, svaniti i rimorsi e le vergogne di sé che tanto importunano i vecchi, si infilò anche lui nel Nulla. Se lo aspettava, ma non ebbe la possibilità di prenderne atto perché nel Nulla non c’è compiacimento né raccapriccio. Tutto lì. O meglio, nulla lì.   La morte, come si sa, è l’esperienza che tutti fanno, ma, contrariamente a quel che si pensa, si può addirittura raccontare proprio come esperienza soggettiva, sicché, tutto sommato, è quasi banale sperimentarla. Sono molte le esperienze di morte con ritorno. A parte il coma nei suoi vari gradi, il sonno senza sogni, gli svenimenti, chi nella vita non è stato anestetizzato almeno una volta? Mentre il librium o il pentotal, o qualche altra molecola, entra piano piano nella vena del braccio – e il medico si abbandona a vane chiacchiere da barbiere mentre chi sta per andare sotto i ferri, buono buono, si limita a guardargli...

Crinale tosco-emiliano / Fnide

(Kaputt)   Fnide, nel mio dialetto, sta apparentemente per finito, terminato, con una minima differenza grafica e fonetica rispetto all’italiano.  Sul crinale tosco emiliano lato Emilia, esposizione nord verso la Pianura Padana: a mille metri d’altezza un paese che fino agli anni del boom economico era indietro di cinquant’anni.  In quegli anni, tra le conseguenze non cercate delle lunghe vacanze estive ogni anno c’era l’incontro con un altro mondo e un’altra pagina della storia. In quegli anni, lontano dai luccichii della città, incredibilmente si potevano avvertire i sentori profondi dell’epoca preindustriale.  Fnide è parola che sarebbe sbagliato ridurre semplicemente all’aggettivo finito, terminato; in realtà il suo significato va altrove.    Una sera ricordo l’espressione pronunciata da mio padre quando, con una pietà conclusiva, riassumeva a mia madre l’incontro inaspettato con un amico ammalato: “l’homme l’è fnide...”. È più o meno quello che Primo Levi ci racconta nel quarto capitolo di Se questo è un uomo, quando un internato lo apostrofa con “Du Jude kaputt. Du schnell Krematorium fertig (Tu ebreo spacciato. Tu presto crematorio, finito”)....

Trieste / Sgaio

Specie di koiné veneto-giuliana parlata fra Muggia, Trieste, Monfalcone, Gorizia, Grado (più o meno).    Si tratta di un aggettivo, e serve a designare un concetto che è molto di moda, in questo periodo. Indica una qualità che è una via di mezzo fra "furbo" e "intelligente". Che io sappia, in italiano non esiste un aggettivo che sia una via di mezzo fra "furbo" e "intelligente". Ora è di moda, in questi casi, usare la parola "smart". Che però non è italiana!