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Memoria

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Roberto Longhi e la cultura italiana / Con gli occhi di Artemisia

L’importanza di Roberto Longhi nella cultura italiana, non solo per la storia dell’arte ma per la letteratura e le sue intersezioni con altre forme di espressione, come fotografia, cinema e teatro, è stata da lungo tempo individuata e sancita; Gianfranco Contini e Cesare Garboli, due fra i più importanti critici del Novecento, hanno studiato la prosa longhiana, l’incredibile tensione stilistica che la innerva nel confronto con le opere d’arte e la sua capacità di traduzione fra codici diversi, visivo e verbale, che diventa atto conoscitivo.  Marco Antonio Bazzocchi nel bel libro Con gli occhi di Artemisia. Roberto Longhi e la cultura italiana, edito ora dal Mulino, amplia ulteriormente l’indagine sull’influenza longhiana e mostra attraverso l’analisi delle opere di alcuni scrittori, suoi allievi o a lui molto prossimi – Anna Banti, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bassani e Giovanni Testori – come il magistero di Longhi abbia innescato una riflessione ramificata e talora divergente sullo sguardo e sulle immagini nel loro rapporto con la parola scritta. Una ricchezza di esiti che dà conto non solo dell’incisività del pensiero longhiano, ma anche della peculiare stagione in cui...

“Tremita l’aria quando sorge amore”

L’ultima volta che ho visto Giuliano Scabia, il 5 maggio scorso, fiaccato dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte, gli ho chiesto di leggere il finale della Commedia Olimpica, rappresentata nel 2019 al teatro Olimpico di Vicenza (pubblicata da Laboratorio Olimpico/Atti). La poesia per Giuliano non era solo scrittura, ma era voce, corpo, immagine, pensiero profondo… È stata l’asse di tutto il suo lavoro artistico, un’interrogazione alle lingue del tempo, una trasposizione del presente nei sentieri dell’immaginazione, fuori dalle strade e dalle autostrade dei generi riconosciuti, in cerca delle profondità della foresta e degli sprazzi di luce delle radure.   Aveva appena finito di raccogliere tutta la sua opera poetica, da Padrone & Servo  del 1964 ai suoi ultimi versi, in Canzoniere mio, e aveva ultimato (credo in modo ancora provvisorio, da rimeditare, da risistemare), Chi sia la poesia (leggi su doppiozero), prologo alla raccolta, lettera a un’immaginaria interlocutrice, che sintetizzava però varie persone reali, confessando che non si trattava di un pensiero definitivo: “Mi sono sorte domande, dubbi – e qualche lume. Mi sembra di aver capito che le...

Un grande scrittore / Mircea Cartarescu, evadere dalla realtà

"Ci siamo ripresi lentamente, come da un viaggio mistico o eroinico, siamo crollati in noi stessi (...) consunti e devastati": potrebbe essere questa, rubata a Mircea Cartarescu, l'espressione giusta per descrivere il senso di stordimento che si prova alla fine delle novecentotrentasette pagine del suo romanzo Solenoide (Il Saggiatore, 2021). Lui la scrive quasi in fondo, dopo nove pagine scioccanti, che riportano solo la parola "aiuto!". Un grido unanime che sembrava "essere esploso da un milione di trachee, come dalle canne d'organo della sofferenza umana". Sfogliarle nove volte e leggere solo questa invocazione "aiuto!" fa l'effetto paradossale di un intervallo che, invece di dare tregua all'angoscia che il protagonista trasferisce implacabile sui lettori, la rende materiale, ripetendo duemilaquattrocentottanta volte "l'unica parola che accoglie in sé tutto il fallimento della nostra solitudine", un coro grandioso "che unificava in un pulsare unanime l'uomo e la donna, lo schiavo e l'uomo libero, il ricco e il povero, il creativo e l'inetto, l'onesto e l'infame, lo scrittore e il lettore". E leggerle, di seguito, come si leggerebbero le righe che raccontano la storia, invece di...

Un’altra stagione / Il teatro, ritorni in sala

“A coloro che, innumerevolmente innumerevoli, non capiscono molto né della mancata apertura di alcuni teatri, né dei movimenti di protesta che li occupano, né di ciò che a loro si oppone, né di ciò che li unisce”. A tutti costoro il drammaturgo Wajdi Mouawad, direttore del Théâtre National de la Colline di Parigi, dedica il suo Manifesto pubblicato il 20 maggio 2021.  È trascorso un anno da quando, su queste pagine, riportando qualche pensiero sul diario di quarantena di Mouawad, scrivevo come la parola condivisa avrebbe potuto rappresentare la chiave della ripartenza delle scene teatrali e, più in generale, della condivisione culturale. Era quasi estate, siamo tornati nelle sale e nelle arene all’aperto, è stata questione di qualche mese, poi il virus ha fermato tutto, ancora. Questo altro anno di sospensione ci ha fatto supporre che la possibilità e forse il desiderio stesso della nostra compresenza potesse rappresentare, come una debolezza carnale qualunque, quella trappola che avrebbe reso necessario un nuovo confinamento. La sospensione si è installata sul teatro come una nebbia che nessuno riusciva a immaginare come e quando si sarebbe risollevata. Come scrive Mouawad,...

1871 - 2021: centocinquant'anni / Le Comunarde di Parigi

“Agiscono in coro, con voci singole”. Con questa semplice frase Federica Castelli trova il modo di sintetizzare con icastica efficacia la pluralità delle pratiche ribelli e sovversive che le donne di Parigi mettono in atto durante l’esperienza, prima esaltante e poi tragica, della Comune. Lo fa in un saggio, non voluminoso ma denso di concetti, intitolato Comunarde. Storie di donne sulle barricate (Armillaria, aprile 2021). A differenza di altre ricorrenze storiche, il centocinquantesimo anniversario della Comune, almeno qui in Italia, non ha suscitato il clamore o il dibattito pubblico che probabilmente avrebbe meritato, se si fa eccezione per qualche editoriale di spessore e qualche accorato appello a scorgere l’attualità di un fatto storico d’indubbia forza dirompente. In questo senso il lavoro di Federica Castelli colma, almeno parzialmente, un vuoto e lo fa adottando un punto di vista non consueto. La ricerca offre una chiave di lettura esplicitamente orientata in chiave femminista dei ruoli di genere all’interno dell’esperienza comunarda.    Giù dal piedistallo   Il libro evita con lucidità il rischio di soffermarsi solo su alcune biografie esemplari che...

Artpod / Atelier dell’Errore | Trofallassi

«La gomma da cancellare è bandita». Questo è il semplicissimo precetto cui si devono attenere i giovanissimi artisti dell’Atelier dell’errore. Grazie ad esso si ribadisce un antico modo di intendere l’arte: essa deve essere “imitazione” della natura. Se ci si asterrà dal cancellare, ad essere replicata fedelmente non sarà però la natura del “naturalismo”. Non sarà la natura-Forma, la natura-Idea, la natura-paterna (come insegna Platone, l’Idea, la Forma a dispetto della grammatica, appartengono all’ordine simbolico del Padre). Non sarà la natura espressione rassicurante di una razionalità superiore. Gli artisti dell’Atelier portano in scena un’altra natura. La loro natura è la natura naturans,  è la natura generante, quella che ha nel cambiamento, nella eterogeneità, nella disseminazione e nella proliferazione incontrollata, nella mancanza di scopi e di umane ragioni, e, infine, nella “mostruosità” il suo essere proprio. È la natura-evento, la natura madre-matrice di mostri, la natura virale.   L’opera che qui si commenta ne è testimonianza. Azzardiamone un’ekphrasis: sulla scena, faticosamente contenuta nel limite istituzionale della cornice, c’è il procedere di...

Uno sguardo psicoanalitico / Lessico da pandemia

La lingua registra ogni cambiamento sociale. Nel corso di eventi di portata storica come esplorazioni, scoperte scientifiche, crisi, guerre, epidemie, quando nella collettività circolano forti emozioni e nuove idee, si verifica il massimo di innovazioni linguistiche. Si importano vocaboli da altre lingue, si introducono neologismi, termini specialistici entrano nell’uso comune, vengono evocate metafore belliche e bibliche. Durante questo anno caratterizzato dalla pandemia sono avvenuti tutti questi mutamenti, descritti e analizzati da linguisti, sociologi, psicologi.    In questo ambito è nata l’espressione “…ai tempi del coronavirus” (o del Covid-19, o della pandemia, termini che qui vengono considerati equivalenti e non saranno più nominati). Tale locuzione, in combinazione con soggetti diversi, è entrata in uso per ridefinire ogni specie di attività, individuali e collettive, declinate nelle inedite forme consentite nel periodo della pandemia: “il trekking ai tempi del coronavirus” (giri di corsa intorno all’isolato), “l’amicizia ai tempi del coronavirus” (comunicazioni online e invio di foto e video in chat), “l’aperitivo ai tempi ecc.” (brindisi virtuali tra amici...

Verso Paradiso / Sulle orme di Dante: da Ravenna a Timisoara

L’ombrosa Zona dantesca (o Zona del Silenzio) attorno alla tomba del poeta e alla Basilica di San Francesco è diventata fin da subito il mio rifugio dal sole preferito durante le incantevoli visite a Ravenna. Naturalmente la tomba stessa è una meraviglia, un simbolo degli omaggi al Sommo Poeta di cui ricorre quest’anno il settecentenario dalla morte. Soltanto guardare il piccolo giardino a destra del monumento mi riempie di pace. Essendo cresciuta in Romania e avendo poi vissuto più della metà della mia vita in Austria, i versi della Divina Commedia non mi erano familiari. Inutile dire che conoscevo il contenuto del capolavoro dantesco, ma non lo avevo mai studiato a scuola, come per esempio il Faust di Goethe o La stella della sera di Mihai Eminescu, un poema narrativo in 98 strofe – che mia madre conosceva interamente a memoria.   Così è stato proprio a Ravenna che è cominciato il mio viaggio di approfondimento nel lavoro di Dante, grazie a Marco Martinelli e Ermanna Montanari. La loro scelta di versi dalla Divina Commedia mi ha invogliato a leggerla per intero. Ho sempre temuto che senza una guida, non ci sarei riuscita. Ma Marco e Ermanna si sono dimostrati due guide...

Niente di antico sotto il sole / Luigi Ghirri, né genius loci né postmoderno

Luigi Ghirri è in automobile in compagnia di un amico appena ritornato dall’Africa. Arrivati all’altezza di Luzzara, mentre il loro sguardo scorre sulla pianura, dove i colori della terra e degli alberi tendono a confondersi con quelli del cielo dell’autunno avanzato, Ghirri dice ad alta voce: “Però non mi dispiacerebbe abitare in questi luoghi”. L’amico gli risponde che invece a lui quei luoghi impauriscono più dell’Africa. Ghirri non replica e pensa stupito a questa reazione di timore e panico verso la distesa pianeggiante: i campi arati sono più inospitali dei deserti africani e i pioppeti più infidi e misteriosi della giungla? Sorride tra sé e sé alla reazione dell’amico, e pensa: forse l’imprevisto si è trasferito in queste strade di campagna? Alla fine, guardando con più attenzione all’intorno, si convince che l’Avventura abita veramente la carreggiata e il ciglio della strada, e che sono proprio questi i luoghi deputati per ogni sorta di avventura e sorpresa.      Questo breve episodio apre un testo di Luigi Ghirri intitolato Un cancello sul fiume pubblicato nel 1987 e raccolto nel volume Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste (Quodlibet, pp.347...

Felini / La clessidra di Aarhus e il gatto della porta accanto

Qualche giorno fa girava su internet un breve video degli abitanti della città di Aarhus, in Danimarca, a passeggio nel 1902. La notizia stava nel colore: il video originariamente in bianco e nero, si può vedere adesso a colori. E questo cambia tutto. Perché gli abitanti di Aarhus diventano molto più simili a noi. A centoventi anni di distanza siamo sicuri che tutto ciò che in quel video si muoveva, adesso non lo fa più. Insomma, siamo sicuri che sono tutti finiti al cimitero. Dagli adulti ai ragazzi, fino ai neonati nelle carrozzine. Eppure allora erano vivi e frenetici come noi: la loro colorata somiglianza con ciò che possiamo vedere nelle nostre città, a parte il décor e l’abbigliamento diversi, ci colpisce come un messaggio insieme vitale e funebre. Sono tornate eccezionalmente vive, tutte quelle persone sconosciute, nel nostro presente. Mentre il loro passato, che per un attimo torna a colorarsi, è come se ci afferrasse per i capelli dicendoci: tra poco toccherà anche a voi.      Ma quello che mi interessa, in quel video, è l’irruzione a un certo punto di un cane. L’inquadratura filma i passanti che camminano verso la cinepresa fissa, prima in lontananza,...

La pozza del Felice / Il tempo immobile della montagna

Per la maggior parte dei lettori un libro di narrativa è riconoscibile nella misura in cui semplicemente racconta storie, qualunque sia il genere.  Una storia e poi un paesaggio: che sia stanza, città, paese o foresta ma occorre un paesaggio per dare una concreta fisicità al muoversi della storia. E naturalmente, come sottofondo imprescindibile, un romanzo o un racconto sono sempre anche una scansione del tempo. Che sia ad esempio la forma dilatata e sensoriale secondo l’eccellenza proustiana o quella metafisica, labirintica e folgorante della lezione borgesiana con in mezzo e di lato tutte le possibili varianti, è lungo la scansione del tempo che si muovono le storie, i protagonisti e le comparse... che si muovono le parole.   È lo sviluppo temporale, un minuto, un’ora, un secolo che regge la trama, che racchiude un inizio e una fine. È il tempo che scandisce e dilata la narrativa, è sempre la dimensione temporale il convitato silenzioso presente in ogni pagina. Questo almeno da un punto di vista generale, visto cioè attraverso le aspettative e le abitudini del lettore. Eppure tra i diversi possibili generi, la narrativa di montagna sembra essere qualcosa che pur...

Contro l'impegno / Walter Siti, il Bene in letteratura

L’ultimo libro di Walter Siti, di cui Paolo Landi ha già parlato su queste pagine, ha avuto un notevole riscontro, come del resto lasciava presagire la provocatoria titolazione Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli). Benché composto da una serie di articoli già editi, l’insieme ha la coerenza di un intervento organico: un pamphlet che ha come bersaglio la concezione «riparativa» della letteratura, la letteratura intesa come rimedio o farmaco contro i mali della società, che di questi tempi sembra conoscere una certa fortuna. Molti scrittori si comportano come se il fine del loro scrivere fosse la diffusione di buoni principî, la denuncia delle ingiustizie, la promozione dei diritti dei deboli e degli oppressi, il Bene, appunto; e il valore letterario, di conseguenza, verrebbe ad essere misurato dall’efficacia pratica, terapeutica, dei libri. Tale, secondo Siti, il «neo-impegno» che circola in questi anni. Ma la letteratura è un’altra cosa.    Difficile dargli torto. E vale la pena di notare il modo in cui Siti argomenta: se l’impianto del discorso è programmaticamente polemico, si tratta però di una polemica rispettosa, in cui non si ravvisa...

Il caos da cui veniamo e L'estate che sciolse ogni cosa / Tiffany McDaniel, la serie Tv fatta romanzo

Prendi una buona quantità di trascendentalismo, aggiungi una dose di puritanesimo, cospargi sopra della genuina wilderness che negli Usa sta bene su tutto e spruzza un po’ di realismo magico di marca latinoamericana: ecco Tiffany McDaniel, astro emergente dell’Ohio (quindi America profonda: della provincia ad avanzamento ridotto) che in Italia osserviamo meglio con la lente del “gotico rurale”, dal titolo di un libro di Eraldo Baldini che ha fatto da apripista a un genere al quale contenuto e specificazione hanno anche dato Niccolò Ammaniti e la “scuola di Bologna”, da Carlo Lucarelli in avanti. La formula è sempre quella: il bosco dei misteri arcani, il remoto villaggio delle coscienze ottuse e in mezzo tanto sangue di vittime innocenti e sacrificali. Se poi il modello integra elementi razziali, magari virati dal lato dei pellerossa, che non a caso nella McDaniel diventano dalla pelle scura, il prodotto noir e splatter è completo anche dei fattori tipici della cultura americana. O quasi, giacché manca ancora il più classico degli eccipienti: il demoniaco.   È un fatto che all’orizzonte di un autore americano si stagli a diverse distanze il campanile di Salem, attorno al...

Altri mondi / Quando la Terra aveva due lune

Difficile mantenere uno slancio prometeico dopo aver letto Quando la Terra aveva due Lune di Erik Asphaug. Per quanto si possa coltivare, denunciare o magari giustificare la hybris di homo sapiens, l’avventura in questa “storia dimenticata del cielo notturno” eccede ogni possibile scala nella percezione del tempo e dello spazio. È tremenda e terribile, nel senso dell’epica e delle tragedie antiche.  Si pensi al Sole, una stella benigna, come la racconta Asphaug, che "durante i suoi primi milioni di anni" ebbe sporadici eccessi di iperattività e che poi, molto convenzionalmente, "ha continuato ad emettere la luce e il calore a un tasso relativamente costante per 4,5 miliardi di anni". Ma non sarà benigna per sempre. "Tra cinque, sette miliardi di anni" inizierà il Ragnarok, il caos finale. Il Sole diventerà una gigante rossa e nell’arco di qualche milione di anni si espanderà inghiottendo Mercurio, Venere e forse la Terra, quindi collassando e perdendo nello spazio metà della sua massa. A quel momento (!) la Nube di Oort festeggerà la sua personale liberazione e si ricongiungerà con le comete sorelle. E già, perché il sistema solare esterno, quello oltre l’orbita di Giove, è...

23 maggio 1956 / Andrea Pazienza torna a Bologna

La casa dove abitava Andrea Pazienza è sulla via Emilia, nella periferia ovest di Bologna. Rispetto a come l’aveva disegnata lui, in una tavola de Gli ultimi giorni di Pompeo, diverse cose sono cambiate: al posto del bar sotto casa c’è un centro estetico, e dove una volta c’era un cinema (a luci rosse) ora c’è una banca, una delle tre che circondano l’edificio. Il traffico che sfreccia sulla strada forse è un po’ meno frenetico, ma siamo pur sempre sulla via Emilia. Da qualche anno il Comune ha messo una targa per ricordare che qui visse l’artista Andrea Pazienza, ma siamo troppo lontani dal centro perché questo luogo possa diventare una meta per turisti o per aficionados del fumettista. Del resto non c’è molto da vedere. Ecco perché la mostra Andrea Pazienza. Fino all’estremo, che si svolge dal 7 maggio al 26 settembre a Palazzo Albergati, nella centrale via Saragozza, è un po’ un ritorno per il fumettista che legò il suo nome al capoluogo emiliano fin dal suo esordio, Le straordinarie avventure di Pentothal, una specie di cronaca onirica della Bologna del ’77.   La locandina della mostra. La mostra arriva in un momento particolare per la città. Non solo perché è una...

Diario (5) / Il furto delle ossa di Dante

Chi la conosce la storia delle ossa di Dante? Di come furono abilmente trafugate e nascoste dai frati della basilica ravennate di San Francesco, in una notte del 1519, per non consegnarle alla delegazione del papa Leone X e dei fiorentini che volevano riportarle in patria? La vicenda ha il sapore di un thriller politico-religioso, con risvolti burleschi: i francescani contro il Vaticano! I francescani ladri delle ossa! Delle “brave persone”, così li definiva sogghignando mio padre, divertendosi e divertendomi nel raccontarmene la storia, quando ero poco più che un bambino.    Storia che cominciava così: a metà del Trecento, Firenze e Ravenna nutrono verso il poeta sentimenti opposti, per la prima Dante rimane un fuorilegge, la seconda lo venera come lo scrittore che ha onorato la città con la sua presenza. Le copie della Commedia circolano ormai in tutta Italia, e sono diverse le famiglie fiorentine che apprendono di avere un amico o un parente relegato “all’inferno” da quel nemico della patria. Come perdonarlo? Si tenta di cancellare la memoria del “traditore”, ma invano. La fama di Dante cresce: a 40 anni dalla morte, Boccaccio scrive il Trattatello in laude di Dante,...

Atlante dei luoghi con storie dimenticate. Foglio 01 / Il bambino conficcato nella neve

“Vergine Santa! Dov’è il bambino?”. Il carro avanza in silenzio nella neve che attutisce i rumori. Una luce plumbea lo avvolge illuminando le prime case di Gozzano e il colle sul quale sorge la basilica di San Giuliano, dove padrino e madrina portano il neonato dei coniugi Alliata per il battesimo. Il bambino in fasce è adagiato su un cuscino cerimoniale stretto ai lati da un nastro, come si usava nella seconda metà dell’Ottocento. Dopo la cerimonia il gruppo fa ritorno, sostando ogni tanto nelle osterie del paese per scaldarsi e festeggiare. Tornati a casa, padrino e madrina si accorgono che il bambino non è più nel cuscino. Disperati tornano sui loro passi e lo ritrovano conficcato verticalmente nella neve. Era scivolato cadendo in piedi. Nel punto esatto in cui era caduto nella neve gli Alliata erigono una cappella votiva per grazia ricevuta.   Edicola Alliata a margine della Strada Provinciale 229 (coordinate GPS 45.73968664506187, 8.438756199242874). L’infiggersi verticale nel cielo dal quale proviene la neve e al tempo stesso nella terra sulla quale si è steso il suo manto è un’immagine rara e insolita di un mito diffuso a ogni latitudine: la proiezione del cielo...

Una conversazione con Jamil Hilal / Che cosa sta succedendo in Palestina?

Maria Nadotti: Che cosa sta succedendo esattamente in Palestina? I media occidentali, prigionieri di uno schema interpretativo ‘prudente’ e a dir poco obsoleto, ripetono luoghi comuni che non fanno luce sul presente e non si sbilanciano sul futuro.   Jamil Hilal: Quello che succede oggi in Palestina, e con questo intendo l’intera Palestina, quale esisteva ed era così chiamata prima della fondazione di Israele nel 1948 sul 78% di quel territorio, è, in parole povere, un’insurrezione contro un regime coloniale e di apartheid. La rivolta è iniziata all’inizio di questo mese con la protesta di alcune famiglie contro lo sfratto forzato dalle loro case a Gerusalemme (Shieck Jarrah). A queste si sono aggiunti coloro il cui il diritto di preghiera nella moschea di Alqsa era stato interdetto dall’esercito e dai coloni israeliani. I palestinesi che abitano in Israele (e hanno cittadinanza israeliana) si sono uniti alla rivolta in solidarietà, quando coloni e fanatici ebreo-israeliani di estrema destra hanno incominciato ad attaccarli per il semplice fatto di essere palestinesi. L’insurrezione si è estesa all’intera Cisgiordania (West Bank), che è attualmente colonizzata da più di 750...

Tre libri sui ghiacci / Polar Body Apocalypse

Per alcune culture native del Grande Nord americano i sogni ricorrenti hanno a che fare con il luogo della propria morte. Una roccia prominente, una sorgente, un angolo di foresta: non li hai mai visti prima, poi, all’improvviso, quello spazio ignoto comincia a sembrarti famigliare, c’è qualcosa di intimo, ecco sì, adesso lo riconosci, e proprio in quel momento muori. Da quando l’ho appreso so che il luogo della mia morte sarà una proda artica, sabbiosa, lambita da acque increspate dal vento, l’erbacotone che ondeggia, non c’è nessuno lì con me, non c’è quasi niente se non i colori desaturati della terra, del mare, e il rumore del vento nell’abisso di un mondo senza Dio. Se dovessi ammalarmi vedo quel luogo come la migliore eutanasia. Se dovessi salire verso l’Artico per scrivere un libro o anche solo per andare a vedere, so che sarebbe un viaggio di sola andata, riconoscerei quella spiaggia che ho sognato così tante volte, e morirei. Così non ci vado per il momento e, come è accaduto e accade a milioni di altre persone, mi lascio violare dalla febbre del ghiaccio in modi più domestici e metonimici, come una camminata sotto i seracchi della Tribolazione a Valnontey, o contemplando...

Il Čechov di Morganti / Festino in tempo di peste

“Tutto era musica, il modo di alzare e posare i piedi, certi movimenti, il modo di correre e di star fermi, di aggrupparsi, le loro combinazioni di danza quando, per esempio, uno posava le zampe anteriori sulla schiena dell'altro e poi si allineavano (…) o quando strisciando col ventre quasi per terra formavano figure intrecciate e non sbagliavano mai.” Così scriveva Franz Kafka in uno dei suoi ultimi racconti, Indagini di un cane, nato dall'impressione che gli aveva suscitato il grande e povero teatro della compagnia yiddish guidata da Jinizchak Löwy. Tutto è musica, quasi nello stesso modo – cani a parte – in Le nozze di Čechov che Claudio Morganti ha portato in scena al Fabbricone di Prato con gli attori del Gruppo di Lavoro Artistico del Met; e lo è fin dal primo momento, quando, facendo scricchiolare il silenzio come la giuntura di un vecchio armadio, Roberto Abbiati si presenta sul proscenio, gli occhi sgranati, il volto lunare da clown esposto al pubblico, e ingaggia con un malandato contrabbasso a cui è rimasta solo una corda uno dei suoi dialoghi borbottati alla Mac Ronay. Poi sale sul podio sistemato sulla destra della scena, rassegnato one man band chiamato a...

Artpod / Exploring materials | Evgeny Antufiev

“Ero ancora un piccolo feto nel ventre di mia madre quando le persone paurose cominciarono a chiedere di me: tutti i figli partoriti da mamma fino a quel momento erano di traverso ed erano venuti al mondo morti. Non appena mamma si rese conto di aspettare un bambino, quel bambino che un giorno sarei stato io, disse a coloro che abitavano con lei: “Ora porto di nuovo in grembo un feto che non diventerà una persona”. Chi parla è Aua, lo sciamano della tribù degli Iglulingmiut di Iglulik. Le sue parole sono state raccolte da Knud Rasmussen, esploratore delle zone artiche, all’inizio degli anni Venti del Novecento. Lo sciamano assume su di sé il compito di mediare tra la tribù e gli spiriti che presiedono alle attività venatorie. Per fare questo deve superare una serie di prove iniziatiche. Una delle più importanti consiste nel separarsi dal proprio corpo, liberarsi della carne e vedere lo scheletro al di fuori di sé. Solo così potrà rinascere e ritornare in possesso dell’identità di uomo e salvare chi è malato o in pericolo. Se si guardano i personaggi di stoffa allestiti da Evegeny Antufiev, e in particolare quello assiso in cima a un mucchio di stoffe adagiate in un angolo della...

Un grande film di Hu Bo / L'infelicità regna in Cina

Qualcuno cita su facebook un film di Hu Bo, pseudonimo di Hu Qiao, me l’ero perso. An elephant sitting still è di quattro anni fa, bello, ci trovo una Cina allo sbando. Un ragazzo e l’impossibilità di vivere in famiglia con un padre pessimo, al capo opposto un anziano che il genero vuole portare in una residenza assistita: vendendo la sua casa ne compreranno una più piccola in un quartiere emergente, la nipotina andrà a una scuola prestigiosa. Sullo sfondo una Cina in costruzione e decostruzione, o in manutenzione endemica, tra calcinacci, grattacieli e ascensori pericolosamente in degrado. Quando il ragazzo se ne va di casa viene attaccato da un bullo a scuola, e si viene a sapere che la scuola chiuderà: finirete a vendere frutta e verdura per strada, profetizza il direttore. Avanza glaciale, disperato più degli altri, il devastato capo banda, la tragedia di un amico è causa sua, e siamo solo agli inizi di un film straordinario di tre ore e quarantaquattro che dalle nostre parti sarebbe stato una miniserie, tanti personaggi che si alternano e quelli che vengono abbandonati già ci mancano, e sappiamo che finiranno per incrociarsi, dal trentesimo piano si butta l’uomo che trova la...

Sociologia del futuro / 2050, un anno dopo Blade Runner II

L’uscita di Blade Runner 2049 di D. Villenueve (2017) ha mobilitato studiosi e appassionati che si sono pronunciati sulle virtù e sui difetti del sequel: dalla presunta misoginia che si manifesta in ruoli femminili degradanti, al razzismo di sottofondo che farebbe incetta di atmosfere asiatiche, sganciate dalla rappresentazione degli abitanti di quei luoghi. Al di là di questioni stilistiche e contenutistiche, può essere utile riflettere sui motivi del fallimento di una narrazione gloriosa come quella di Blade Runner, che ha svolto un ruolo centrale non solo nel cinema degli ultimi trent’anni ma anche del modo stesso di ripensare il futuro da parte della fantascienza. Il destino dei figli d’arte e dei sequel permane identico: prodotti secondari, talvolta di scarto, quasi geneticamente difettosi, e in parte addirittura in ritardo su altri film come Her di S. Jonze, quasi plagiato nella scena di sesso “phygital”. Se il primo Blade Runner è stato quintessenzialmente postmoderno, nel suo sovrapporre stili, generi ed epoche diverse – come disse Ted Polhemus gli anni Trenta di Rachael, i Cinquanta di Deckard, gli Ottanta dei replicanti post-punk ecc. – il suo...

Un libro di Giovanni Spadaccini / Compro libri, anche in grandi quantità

Da dove arrivano i libri che troviamo nei negozi di seconda mano? Che viaggio hanno fatto per arrivare fin lì? E che storie nascondono fra le loro pagine? Ce lo racconta Giovanni Spadaccini nel suo volume, appena pubblicato da UTET, Compro libri, anche in grandi quantità (pp. 184, E.16).  E chi meglio di lui potrebbe raccontarlo dal momento che è proprio sulla compravendita di libri usati che ha impostato la sua attività lavorativa, dopo essersi laureato in filosofia e aver conseguito il dottorato in antropologia. Spadaccini gestisce infatti una libreria a Reggio, in una traversa della via Emilia, poco trafficata se non da qualche gruppo sporadico di giovinastri, nonostante essa si trovi in una zona centrale della città, di fronte al parcheggio multipiano di un ristorante ricavato dalla ristrutturazione di un cinema che nei bei tempi andati alternava proiezioni di film d’essai come Blow Up a pellicole di scarso valore “vietate ai minori di 18 anni” (o di 14) ad altre coi cartoni animati della Disney.   E forse un po’ di questa promiscuità di generi Spadaccini l’ha fatta sua in questo libro, che ho appositamente chiamato volume, dato che lo si potrebbe definire in vari...