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Poesia

(559 risultati)

Paesaggio con fratello rotto, una trilogia / Mariangela Gualtieri: aprirsi all’inatteso

“Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo / per questo disastro umano?”. Dopo una introduzione con l’entrata dei personaggi, in un silenzio carico di attesa accompagnato dall’organo, inizia con questi versi, con questa domanda, Paesaggio con fratello rotto, prima parte di una trilogia del 2004 del Teatro Valdoca. Ora di quel lavoro con la regia di Cesare Ronconi – una saga contemporanea con personaggi dolenti sovraccarichi di colore, un bianco funereo sui corpi seminudi, segnati con tratti neri e sbavature di rosso sangue, maschere animali, ali grandi di uccello, zimarre rituali – Einaudi pubblica i testi (pagine X-78, euro 10), scritti da Mariangela Gualtieri.      Sono sempre di sottili dimensioni le opere di questa poetessa che ci accompagnò nello sconforto del primo lockdown con il delicato ammonimento di Nove marzo duemilaventi: “Questo ti volevo dire / ci dovevamo fermare…”. I versi di Paesaggio con fratello rotto sembrano scavati nei corpi, nella disperazione che vorrebbe diventare la gioia che tutti sentiamo di vivere; sono parole incise con il bulino nello sguardo desolato a quello che riusciamo a distruggere di bello intorno a noi e...

10 ottobre 1921 - 10 ottobre 2021 / Zanzotto: una splendida ciacola siderale

Non è facile raccontare una grande personalità. Se ne può dire qualcosa a proposito delle sue manifestazioni esteriori (ci ho provato in Zanzotto decabrista), ma l’imponenza di un’esperienza intellettuale molto significativa non si presta molto alle piccole aneddotiche, ancorché non inconsistenti. D’altra parte c’è l’opera con il suo grande carico di studi dedicati. Su cui torneremo dopo. A me preme qui insistere sul fatto che quando la techne della poesia attraversa la terra della conoscenza, per così dire, significa che in quel momento lo strumento del poeta riesce a produrre una parte del reale mai esistita prima, vuole dire che con lui tutti facciamo un passo avanti e rosicchiamo qualcosa in più del mondo che prima, semplicemente, non eravamo riusciti a vedere. Dallo Swing al Bebop, ecco, Zanzotto come Thelonious Monk.   Ho sempre pensato che Andrea Zanzotto sia stato prima di tutto un grande uomo di pensiero che si è preoccupato delle sorti del mondo suo contemporaneo; ha saputo a suo modo mostrare le dinamiche profonde che legano l’essere umano a se stesso e agli altri uomini lavorando con il linguaggio sul linguaggio, ma proiettandosi oltre il linguaggio. La sua è una...

Radiogenie / Milk Wood, l'ultimo capolavoro di Dylan Thomas

«Il bosco gibboso degli amanti e dei conigli» evoca qualcosa di mitico.  Ci porta dritti a Llareggub, che forse è una cittadina gallese sul mare, ma è anche, se letta al contrario, un bugger all, espressione slang per esclamare in modo volgare un «nient’affatto» o «un c…!», sicuramente è uno dei più importanti luoghi fantastici nella mappa della letteratura novecentesca. All’ombra di questo bosco il mondo si ribalta: gli strambi appaiono sani di mente, i sogni indossano gli abiti della realtà e Capitan Gatto, uomo di mare, ormai cieco e addormentato nella cuccetta di una cabina, ci vede benissimo. Anche il giovane Robert Zimmerman, di fronte alla poesia di Dylan Thomas, rimase letteralmente stregato, tanto da presentarsi al suo pubblico, nel circuito di musica folk di Dinkytown, col nuovo nome di “Bob Dylan”.   Pubblicato da Einaudi, nella “Collezione di teatro”, è uscito da pochi mesi l’ultimo capolavoro di Dylan Thomas, Under Milk Wood con l’ottima traduzione di Enrico Testa, che segue la brillante, ma certo più datata, versione dell’anglista Carlo Izzo (edita da Guanda nel 1992, ma la traduzione è di una quarantina di anni precedente). La nuova traduzione di Testa è...

Chiamare a giudizio i vivi e i morti / Zong! Poema di una nave negriera

Zong! sembra l’urlo di una guerra per gioco tra piccoli indiani o l’onomatopea per significare la caduta di qualcosa di molto ingombrante che pure rimbalza. Invece è il nome olandese di una nave negriera salpata dalle coste nordafricane nel 1781, otto anni prima della Rivoluzione francese e quasi due secoli prima di I have a dream. Il capitano della nave aveva fatto il chirurgo per tutta la vita, si chiamava Luke Collingwood, ed era molto malato. La nave era carica di centosettanta schiavi e doveva arrivare in Giamaica con un viaggio di nove settimane al massimo, ma impiegò quasi quattro mesi a causa di un’infilata di errori elementari di navigazione. Com’è ovvio le riserve di acqua e di cibo non bastavano per tutti quei giorni, così alcuni uomini del carico morirono di fame e di sete, ed altri centocinquanta furono buttati in mare.   La storia di Zong! probabilmente inizia qui, a furia di rileggere questa riga: “ed altri centocinquanta furono buttati dalla nave”. Il punto è che all’origine della sciagura della Zong non c’è una narrazione, ma una interpretazione piuttosto lineare del contratto con l’assicuratore da cui – secondo il buon Luke Collington e il suo secondo James...

Che il coito "fan vivace" / Capperi!

Se ne intende di capperi, la mia amica Toni. Lavora all’ortomercato e mi porta in dono quelli “super occhiellino”, i più piccoli e pregiati. Con leggiadra metafora sono chiamati anche “lacrimedde”, e i francesi li catalogano come nonpareilles, senza eguali, insomma. Perché anche i capperi, come le noci o le mele, hanno varie pezzature che ne determinano valore e prezzo. Vanno dal calibro minimo di sei-sette millimetri di diametro – i “super occhiellino”, appunto – ai mezzanelli o mezzani di 13 millimetri. Poi ci sono i cucunci, più grandi (fino a 20 millimetri), conservati con il picciolo e dal sapore meno intenso, che accompagnano i nostri aperitivi, ma questi non sono i boccioli del fiore bensì i frutti. I picciriddi che mi regala Toni vengono da Lipari, isola delle Eolie che, con Pantelleria e Salina, è vocata alla coltivazione della Capparis spinosa, pianta tanto buona quanto bella.     Si mostra con ciò accessoria la moda, lanciata da gourmets e chef stellati, di portare nel piatto fiori di piante più o meno note. Moda, come spesso accade, divenuta nel costume culinario dei comuni mortali così popolare, imitata e abusata, da risultare stucchevole. Inutile con...

Scarabocchi / Bello, bello, bello mondo

1.   Io sono dei vostri, alberi. Sono dei vostri animali eleganti, sono dei vostri. Credetelo. Ci separa un niente, colore, capello,  piccolo piccolo nome: l'impianto del respiro è solo apparente diverso. Ci guarderemo fraternamente. Ci capiremo con l'albero e col seme, capiremo l'insetto e la grandine.    Essere mondo, voglio. Sentirmi a casa nel cosmo. E le maree saranno la strada del gonfio cuore. Sarà d'amore  se cresco. Se avanzo o calo. Sarà d'amore. E luce voglio. Così m'impetalo, che mi spensiero, che rido mentre corro come la rondine, mi moltiplico a stelo, gocciolo, mi biforco, mi alzo e tramonto, mi slargo, mi infaldo, divento cima e svetto, mi innevo e frano.   Tutto questo io voglio, dolcemente, perché fuori dell'umano il dolore è uno sparo minimo e la più gran parte è ridere,  mi pare, e il grande canto.   Lo senti il firmamento? Come è sereno. Anche noi siamo dentro. Abbiamo polverine dentro il sangue antiche come il cielo, hanno dentro l'impronta d'un andare  semplice e grande, come le grandi sfere.  Abbiamo Vega nel sangue la stella prodigiosa, e istruzioni precise per il viaggio per l'appontaggio e coraggio...

Una conversazione / Chandra Candiani. Questo immenso non sapere

“Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre”. Ho aperto Questo immenso non sapere nelle sue prime pagine e davanti a me un inchino: fronte verso terra e fili d’erba da guardare, un mondo che sempre si rinnova, esercizio di incanto.  Risuonano, queste parole, con la certezza di Etty Hillesum che “esisterà sempre un pezzetto di cielo da poter guardare”. Importa poco se ci sia da guardare verso l’alto o da ricoprirsi di terra e polvere: pregare è indicare, è conoscere una vista periferica, sentire di esser parte di un mondo più grande, anche se ci sfuggono ordine e significato.    Questo immenso non sapere riprende la prosa frammentaria – ricordi, pensieri, riflessioni e scene – che già Chandra Candiani ci aveva fatto incontrare con Il silenzio è cosa viva. È popolato di animali e alberi, come se avesse chiamato a raccolta, per presentarceli, gli “abitanti della meraviglia” che abbiamo imparato, nei versi, ad ascoltare, riconoscere, seguire; a non guardarli troppo negli occhi e a non provare a capirli. Animali che salvano e che ammazzano. E poi l’erba, i fiori del melo, il ciliegio selvatico, le leggi di inquietudine. C...

A quarant'anni dalla scomparsa / Sergio Solmi: letteratura e destino

Il 7 ottobre 1981, esattamente quarant'anni fa, moriva a Milano, all'età di 81 anni, Sergio Solmi. Fu un critico letterario (leopardista, contemporaneista, francesista), un critico d'arte, un poeta, un memorialista, un appassionato cultore di science fiction.  Le sue pagine, di qualunque argomento trattino, posseggono sempre un profondo valore conoscitivo e sono non di rado stilisticamente splendide. Era forse un professore? Un accademico? Un giornalista culturale? No: di mestiere faceva l'avvocato (il “leguleio per mezzo secolo” come ebbe a esprimersi lui nel 1974). Era, per la precisione, a capo dell'Ufficio Legale della Banca Commerciale Italiana. L'insonnia lo aiutò molto. Le sue opere sono state ripubblicate, a cura di Giovanni Pacchiano, dal 1983 al 2011, per l'editore Adelphi, in sei volumi per complessivi nove tomi. Noi qui cercheremo di delineare alcuni aspetti di un'opera così varia e così vasta. Partiremo dalla poesia. Solmi stesso scrisse nel 1952 che ci sono sostanzialmente “due modi per seppellire i poeti”: uno è l'oblio, l'altro è quello dell’“imprigionamento in una formula”. La formula insistentemente usata per imbalsamare Solmi è quella del “poeta minore”, o...

Claudia Losi, Voce a vento / Tessere il canto, tessere i luoghi

Esiste nella pratica artistica delle donne una frequentazione con le pratiche relazionali, con l’immateriale del canto, con gli spazi umili e lungamente non visti del quotidiano e con il recupero di un sapere manuale parzialmente dimenticato, un sapere troppo spesso relegato al folklore e alla sottocategoria dell’artigianato, con tutti i malintesi che la divisione tra arte alta e bassa ha lungamente comportato.  Claudia Losi esplora da sempre questi ambiti e il verbo esplorare descrive con accuratezza il suo andare alla ricerca di ciò che non si conosce – un andare metaforico e fisico, perché il suo lavoro si compone anche di cammini –, la sua relazione profonda con il paesaggio e il suo farsi addentro ai luoghi. Losi declina la geografia attraverso l’arte, la trasforma e ne restituisce il senso lungamente smarrito, frainteso dalla didattica scolastica e dalla frattura che ha pericolosamente separato natura e cultura.  Come un ecosistema, il lavoro dell’artista piacentina si sviluppa seguendo tempi che contraddicono le regole del mercato dell’arte: si dedica a progetti decennali, riprende ciclicamente l’indagine verso nuclei tematici già approcciati, procede seguendo un...

11 luglio 1949 – 2 settembre 2021 / Daniele Del Giudice: quando ti perdi nel vuoto

Qualcuno vi leggerà un disegno o un destino, nel lento scomparire di Daniele Del Giudice, perché la scomparsa, l’assenza, il silenzio sono sempre stati tra i suoi temi portanti. Fin dallo Stadio di Wimbledon che aveva al centro uno scrittore non scrittore, l’autore di Note senza testo, una gravitazione attorno al silenzio; poi in Staccando l’ombra da terra, dove il volo solitario faceva perdere le tracce sulla Terra; fino a Orizzonte mobile, esplorazione dei sovrumani silenzi dell’Antartide.   Qualcuno vi leggerà un disegno o un destino, nella descrizione della malattia di Nel museo di Reims, il cui protagonista, Barnaba, è condannato alla cecità:   «tutto mi appare dall'interno, come durante le visite dei miei amici all'epoca dei primi disturbi, quando non potevo dirmi in compagnia nemmeno con loro: dopo un po' se ne sarebbero andati e io sarei rimasto di nuovo per mio conto, [...] e finivo per essere solo anche mentre loro erano lì, separato e diviso da un cristallo che rimandava me a me stesso con la scritta: “Questa malattia è tutta per te, solo per te”».   A scoprirlo, nel 1983 fu Italo Calvino, ed è facile richiamare la leggerezza di cui parlava nelle Lezioni...

Clorofilla / Dalie, gli ultimi fuochi d’agosto

Che si diano casi di body shaming pure per i fiori? State a sentire:   Cortigiana dal seno duro, dall'occhio opaco e bruno che lentamente si apre come quello di un bue, il tuo gran torso splende come un marmo nuovo. Fiore grasso e ricco, nessun aroma fluttua intorno a te, e la serena bellezza del tuo corpo svolge, opaca, i suoi accordi impeccabili. Non odori neppure di carne, quel sapore che almeno emanano le donne che rivoltano il fieno, e troneggi, Idolo insensibile all'incenso. – Così la Dalia, regina vestita di splendore, solleva senza orgoglio la sua testa inodore, irritante tra i provocanti gelsomini!   Non proprio dei complimenti. Se fossi una dalia mi offenderei. Questo Verlaine screanzato, che le dà della grassa cortigiana, poteva almeno apprezzare il suo contributo ai giardini quando l’estate declina verso l’autunno.  Certo, la dice anche «regina vestita di splendore», ma entro una rete di epiteti tutti giocati sul contrasto ossimorico. Fin da quell’«opaco» dell’occhio bovino in evidenza al primo verso – aggettivo poi ribattuto al centro del componimento – cui poco giova lo splendere del marmoreo torso. E il tono, poi, sempre sul crinale dell’insolenza!...

Un classico di Antonio Prete / Il pensiero poetante di Leopardi

Presentandosi al pubblico all’inizio dell’Enrico IV (Parte seconda, scena 2) Falstaff dice di essere il più arguto di tutti perché non è soltanto arguto in se stesso, ma provoca arguzia negli altri. Rispondere e riprendere Leopardi è partecipare alle sue idee che, come quelle dell’eroe shakespeariano, si articolano attraverso quello che siamo noi. Il libro di Antonio Prete sul pensiero poetante, parte da qui, dal modo in cui le sue idee continuano a moltiplicarsi in noi. Antonio Prete è poeta, scrittore, ma soprattutto accoglie la compagnia di Falstaff, è un buon amico di Leopardi. La grande qualità di Il pensiero poetante (riedito da Mimesis, consolidando un suo luogo nel discorso leopardiano che è iniziato per questo libro nel 1979) è di tenere presente quanto sia facile sconfinare, soprattutto con Leopardi ma in realtà con tutto quel che viene scritto, in una posizione non originale, che riverbera invece di dire, che sostituisce al reale svolgersi del pensiero un’idea astratta e oggettiva della storia, mentre quello che accade attraversa gli umani in modo molto più complicato, non solo per le strutturazioni consce e inconsce della psicologia, ma perché ci sono i miti, le...

Poesie e racconti di Kolyma / Varlam Šalamov: scrivere dai gulag, scrivere nei gulag

Varlam Šalamov (1907-1982) viene arrestato il 19 febbraio del 1929, a soli ventidue anni, per i suoi rapporti con alcuni attivisti politici dell’opposizione leninista-trockista e per avere scritto e diffuso il Testamento di Lenin, una lettera apocrifa in cui l’ormai defunto padre della Rivoluzione russa esprime, con la voce dello scrittore, pesanti riserve sulla successione di Stalin. Lo scrittore è incriminato in base a un articolo del Codice penale della Repubblica socialista che punisce la propaganda sovversiva di appelli destinati a danneggiare o indebolire il potere sovietico. Viene rinchiuso per tre anni nel carcere giudiziario di Butirki, sugli Urali. Scontata la pena, nel 1931 torna a Mosca.   Scrive su alcune riviste, si sposa, ha una figlia, ma su di lui pende una condanna a tre anni di confino che nessuno gli aveva notificato. Arrestato per la seconda volta nel 1937, viene internato in Siberia, nei campi di lavoro della Kolyma. Processato cinque anni dopo, è condannato a dieci anni di lavori forzati e a cinque di privazione dei diritti civili per propaganda antisovietica. Rilasciato alla morte di Stalin, vive ancora per quasi trent’anni tormentato da patologie...

Cosa chiediamo a un poeta? / Kae Tempest: sopravvivere all’amore

Cosa chiediamo a un poeta? Maestria letteraria, certo. Ma se non si spende nella sua verità, se non si spoglia di ogni dissimulazione, se si nasconde come un romanziere dietro una storia ben strutturata, ci delude. La “lirica” sarebbe il “canto”, un gorgheggiare di sentimenti condivisibili, una lettura, un ascolto in cui il poeta è capace di relazionare, di affabulare ciò che il lettore non sa dirsi. Alla poesia si chiede molto, e richiede molto, in un’era in cui la lettura stessa diventa una opzione sempre più difficile, lontana dalla frammentazione dell’attenzione digitale. Uscendo dalla parola muta, negli anni Sessanta la Beat Generation ha gettato il corpo del poeta nei reading dei club di San Francisco, nel sudore di ormoni astanti, spesso contrastanti, tracciando l’unica strada contemporanea per la poesia: il ritorno alle origini greche, ancestrali della parola cantata o detta dal vivo ad alta voce. Un reading non può essere una tormentosa esportazione sonora di un testo concepito nella bolla asettica della letteratura scritta. Deve ridarsi al teatro, e alla musica, alla prossemica, alla qualità performante di una voce speciale, allenata a tutto il pentagramma dei volumi e...

Storia, esilio, terrore / Charles Simic, un poeta fortunato

Non so come uomo, ma come poeta, Charles Simic è fortunato. Sono pochi i riconoscimenti che non ha ancora avuto. Nato a Belgrado nel 1938, emigrato a Parigi nei primi anni ’60 insieme alla famiglia, e da lì negli Stati Uniti, a Chicago, ha scelto l’inglese come lingua della sua poesia, ma ha anche tradotto assiduamente i poeti dell’allora Jugoslavia. Ha pubblicato la prima raccolta nel 1967, destando quasi subito l’attenzione della critica, che da allora non gli è mai mancata. Anche in Italia ha trovato un’accoglienza superiore a quella di molti suoi contemporanei, con testi e antologie ottimamente tradotti e usciti per Adelphi, Donzelli ed Elliot. A questi ora si aggiunge il recente Come Closer and Listen (2019), pubblicato in italiano come Avvicinati e ascolta (Tlon, 184 pagine), traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan. Simic è un poeta e saggista prolifico. Lo aiuta la scelta di lavorare su scene di vita quotidiana, versi brevi, a volte segnati da un punto ad ogni fine di verso. Non accade di frequente che le sue poesie siano più lunghe di una pagina. La sua voce consiste nell’alzarla pochissimo, la voce.   Le sue pagine sono tutte un brusio, dove ogni cosa si mescola...

Clorofilla / Gigli, a piene mani!

Stan bene «sugli altari e in processione» i gigli, scriveva Corrado Govoni (Dove stanno bene i fiori). Difficile, in effetti, toglier loro quel sentore misto d’incenso, quella dolcezza molle, un po’ guasta, intrisa d’umidor di chiesa, con cui s’accampano nel nostro immaginario. S’aggiunga poi – e il guaio è fatto – l’iconografia cimiteriale del fiore spezzato sugli avelli di giovani vittime, cadute troppo presto sotto l’impietosa roncola della signora morte, nostra sorella, certo, ma che si preferirebbe abbracciare non dico mai, però almeno dopo una lunga e piena vita. Proprio un giglio schiantato al mezzo del gambo era inciso a rilievo sul marmo chiaro della lapide della mia omonima, fidanzata di papà e sorella maggiore di mamma, falciata poco prima delle nozze da un pirata della strada rimasto impunito. Capirete che questa storia famigliare, dai tratti pascoliani, che gettò tutti i componenti del clan in un lutto insuperato, anzi, tenuto vivo con quotidiane e obbligate visite al camposanto anche di noi figlie incolpevoli della mala sorte, capirete – dicevo – che ci mise del suo ad alienarmi la bulbosa in questione.      Nemmeno l’inflazione di trombe immacolate o...

Applausi nel cassetto / Ana Blandiana: scrittrici e spie

La Securitate voleva fare di Herta Müller una spia. La delatrice perfetta, di cui nessuno avrebbe mai sospettato. Ma la futura Premio Nobel per la letteratura, ogni volta che la convocavano al posto di polizia, si aggrappava alla poesia per trovare il coraggio di dire no. Recitava i versi degli autori amati, a bassa voce, come fossero giaculatorie. E non cedeva nemmeno quando la chiamavano cagna, puttana. O la irridevano minacciandola: “Racconteremo a tutti delle orge che fai con i tuoi amici”.      Herta Müller, però, non aveva fatto i conti con quelli che Michel Foucault, nel suo libro Sorvegliare e punire, chiama “i mezzi del buon addestramento”. Ovvero, gli strumenti che il Potere usa per piegare al proprio volere chi si ostina a pensare liberamente. Infatti, quando molto tempo dopo riuscì ad abbandonare la Romania e a espatriare in Germania, si trovò di nuovo al centro di sospetti infamanti. I tedeschi vociferavano che la scrittrice fosse una spia della Securitate mascherata da dissidente. Non si fidavano di quella donna venuta da Bucarest, figlia di un nazista morto a 50 anni bruciato dal troppo alcol.      Adesso, non era più il regime...

Prima traduzione integrale / Anne Sexton, Il libro della follia

«Bella e dannata, sexy e infantile, sposata e sciupamaschi, indifesa ed esibizionista, plurisuicida con un incrollabile senso dell’umorismo, fragile ma carismatica, autodidatta e docente universitaria, atea e religiosa benestante, signora drogata di torazin e alcolizzata»: così in Love Poems (Le Lettere, 1996), Rosaria Lo Russo descrive Anne Sexton. La stessa Lo Russo cura oggi la prima traduzione integrale di The Book of Folly (Il libro della follia, La Nave di Teseo, 2021), pubblicato per la prima volta nel 1972. Il libro è diviso in tre parti: 1. “Trenta poesie”; 2. Tre racconti, “Ballare la giga”, “Il Balletto del Buffone”, “Cala le ciocche”; e una sezione poetica finale, “Carte di Gesù”.   La prima poesia, “L’uccello ambizioso”, recita così: «Eccola, arriva / – l’insonnia delle 3.15 – / all’orologio s’inceppa il motore // come se a una rana sulla meridiana / le prendesse un colpo apoplettico / proprio al quarto d’ora. // Trafficare con le parole mi tiene sveglia. / Bevo una cioccolata / calda mamma marrone» (LDF, p. 15). Se le parole sono maschere, Anne Sexton le usa in modo scandaloso, blasfemo, antilirico, frantumando il paesaggio conciliante di una scrittura...

Diario (10) / Dante: dal tramonto all'alba

Sono le 6.12 del mattino di sabato 26 giugno. L’attraversamento della notte di verso Paradiso è appena terminato, dopo essere iniziato ieri sera alle 20.45 nei giardini pubblici di Ravenna. Ho ancora un po’ di sangue nelle vene e di energia nel cervello. Spero di non collassare. Ma devo spedire questo ultimo diario alla redazione di doppiozero, in modo da permetterle di organizzare l’uscita del pezzo per domani. Della giornata di prova del 24 avevo già scritto ieri, diciamo che mi ero fatto avanti, così. “La “generale” è andata. Generale? Si chiama così l’ultima prova prima del debutto, ma quella di oggi è stata in realtà l’unica prova che abbiamo fatto tutti insieme. Tutti e settanta, contando solo le attrici e gli attori impegnati. Quindi una “generale” e un soldato semplice insieme, un comandante e l’esercito intero.   Che bellezza, questo avvicendarsi di volti sul palco, davanti alla facciata della Loggetta Lombardesca! Due mesi fa avevamo chiamato le attrici e gli attori di Ravenna a leggere i 33 canti del Paradiso. Alcuni, come Agata Tomšič e Maurizio Lupinelli, Elena Bucci e Ivano Marescotti, erano già impegnati, e dispiaciuti non avevano potuto dirci di sì. Ma gli...

Clorofilla / Orchidee, ma selvatiche

C’è un posto che tiene la cima della mia memoria familiare. Sul dorso di una collina morenica, a contornare una radura magra d’erbe c’era un piccolo roccolo, un’architettura d’alberi, inganno per gli uccelli. Proprietà del nonno era poi passato in eredità alle figlie. A inizio primavera, lì e solo lì, tra la breccia, mai viste altrove nei dintorni, fiorivano le pulsatille (Pulsatilla montana), anemoni campanulati, singolari per la fitta peluria argentea che li ricopre. I tepali, dondolanti sul peduncolo ricurvo, nascondono nel viola profondo della pagina interna un tesoro giallo di stami.  Ma a inizio estate vi sbocciavano anche l’Ophrys apifera e l’Orchis simia, orchidee selvatiche da osservare e non cogliere, tantomeno estirpare, perché protette. Fiera di questa flora speciale raggiungevo il roccolo per seguirne la crescita e, munita di lente, ne studiavo le forme e le livree singolari con cui asserviscono al loro scopo gli insetti impollinatori.    La prima, come le molte del genere delle Ofridi (circa cinquanta specie distribuite per lo più nell’areale mediterraneo), è una piantina che, a seconda delle condizioni climatico-ambientali, s’alza dai quindici ai...

Il nostro saluto / Gli ultimi pasticcini con Giulia Niccolai

Oggi ho saputo che Giulia Niccolai se n’è andata. Ho guardato fuori dalla finestra di casa, per fissare nella mia memoria il colore del cielo. Era quasi giallo. La luce sembrava avvolgere tutto: gli alberi, il lago, le montagne sullo sfondo. Tutto mi è parso immobile. Forse ho capito cosa significa quando il tempo si ferma per un istante. Mi ha avvisata Nicoletta, una cara amica di Giulia. Non sono riuscita a farle molte domande, non ero preparata. Ho ascoltato le sue parole, quasi incredula, incerta se fosse davvero successo. Nicoletta stava in treno. Credo che a quella luce chiara del cielo, assocerò per sempre lo sferragliare del treno. Il primo giorno d’estate è un buon momento per sgusciare via. E poi, a pensarci, la luce ed i treni mi sono sempre piaciuti. Forse anche questo è un regalo, il suo modo di salutarmi come faceva quando andavo da lei a Milano.   Ho conosciuto Giulia perché mi interesso di fotografia e lei per una parte della sua vita ha fatto la fotografa. È stato due anni fa. Non ho molto riflettuto su come fare per conoscerla, forse sapevo che con lei non sarebbe stato troppo difficile. Ricordo che la nostra prima chiacchierata la facemmo a Ravenna, sedute...

21 dicembre 1934 – 22 giugno 2021 / Le tante vite di Giulia Niccolai

Con Giulia Niccolai se ne va uno dei personaggi più straordinari della cultura italiana, uno dei meno noti e appariscenti, ma certamente uno dei più originali e curiosi. Giulia è stata fotografa, scrittrice, poetessa, monaca buddista, traduttrice, saggista, biografa di sé stessa, voce singolare e unica nel panorama letterario italiano dominato da poeti e scrittori per lo più maschi. La sua vita si è svolta tutta in punta di piedi e sui margini della società letteraria. Figlia di un italiano e di un’americana, era nata a Milano nel 1934. Inizia a fotografare giovanissima legandosi al circolo che si ritrovava al bar Jamaica a Milano: Ugo Mulas, Mario Dondero, Alfa Castaldi, ovvero i fotografi che hanno fatto la fotografia italiana del secondo dopoguerra, legati ad artisti come Piero Manzoni, Roberto Crippa, e a scrittori come Luciano Bianciardi, Germano Lombardi, Nanni Balestrini. Ha diciotto anni e se ne va in giro per l’Italia con una macchina fotografica e su un’autovettura; scende dal Nord al Sud per comporre un ritratto del Paese che è appena uscito dalla guerra. Sono fotografie pubblicate da aziende e industrie legate al padre, una possibilità che diventa un’occasione unica...

Letteratura e politica / Dante abusato

Durante il primo confinamento causato dall’epidemia di Covid-19, a farci “sentire italiani” è stata, per così dire, l’epidemia stessa, l’angoscia che un evento così terribile e inatteso aveva suscitato: tricolori sui balconi, canti dalle finestre e inevitabili, sovrabbondanti dosi di retorica (“andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori di prima” e così via). Un anno dopo, agli italiani fiaccati da mesi di pandemia, ripiombati in zona rossa, non poteva bastare il repertorio dei mesi precedenti, ormai inevitabilmente usurato: occorreva affidarsi a un eroe nazionale senza macchia, evocare un grande nume patrio, attorno al quale la nazione, assai provata, potesse ritrovarsi. Chi, allora, se non il sempre caro e austero padre Dante?   La prima edizione della giornata celebrativa dedicata ad Alighieri, nel 2020 era occorsa proprio pochi giorni dopo l’inizio del primo lockdown e aveva colto tutti piuttosto impreparati: annullate molte delle iniziative previste, la ricorrenza era trascorsa senza troppi clamori tanto che i fondati timori che Stefano Jossa aveva espresso per tempo in un articolo su Doppiozero sembravano fugati. In questo 2021, invece, grazie soprattutto al fatto che il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Gaspara Stampa. Signor, io so che ‘n me non son più viva

Un verso di Gaspara Stampa: dalle sue Rime, che furono in gran parte rime d’amore. I poeti del Cinquecento italiano, rimodulando e reinventando le rime di Petrarca, maestro d’amore, consegnarono ai lettori una meditazione sull’amore che toccò un arco estesissimo di temi e sperimentò un ventaglio amplissimo di registri espressivi: al punto che se volessimo oggi dire del desiderio, delle sue forme, delle sue radici, della sua lingua, basterebbe raccogliere da quei lontani versi figure e motivi, e avremmo un compiuto trattato appunto sul desiderio, sorprendentemente in dialogo con le odierne idee  sul nesso tra desiderio e mancanza, e sulla fisicità e corporeità del desiderio.   Nella stessa epoca numerosi Trattati d’amore e Dialoghi sull’amore (quelli del Tasso, tra i primi) fecero da controcanto ragionativo e analitico alla poesia d’amore. Michelangelo Buonarroti e Gaspara Stampa furono tra i poeti che con più vigore immaginativo affidarono al verso un pensiero dell’amore annodato intorno all’idea di mancanza, di privazione, di vuoto, e con una tensione tutta fisica che allo stesso tempo dialogava, nella finitudine, con la vertigine dell’oltre, dell’impossibile, dell’...