Categorie

Elenco articoli con tag:

Poesia

(517 risultati)

Aromi / Il mirto e il suo mito

Milano, zona Lazzaretto. Pacata festa in terrazza della buona borghesia meneghina. Un sentore di mirto mi prende e mi porta lontano, in un’isola mediterranea o lungo una costa del sud. Il disagio di trovarmi tra estranei si scioglie davanti alle fioriere lussureggianti dell’arbusto sacro alla dea dell’amore. Inattesa – a volte questi milanesi ci san fare con l’arredo green – quella macchia di mirto all’ultimo piano di un palazzo signorile fu un oggetto d’osservazione straniante a sufficienza da consentirmi una via di fuga verso pensieri e ambienti più confortevoli. Mi prese anche un poco d’invidia: quei gradi in più che il termometro registra nell’inquinato capoluogo lombardo consentono ciò che sul mio bricco è impresa improba.   Col mirto non ho avuto buona sorte, due tentativi di dimora in piena terra entrambi falliti: nemmeno i ripari l’hanno salvato dal freddo. Mi soccorre l’alloro – qui cresce florido, fin troppo – per un inverno odoroso e un verde ravvivante il nudo rameggio delle latifoglie. Non che l’uno valga l’altro, ma con serti d’alloro e di mirto nella Roma antica si cingevano le fronti vittoriose di eroi e poeti. Potrei, certo, accontentarmi anch’io di tenerlo...

1919 - 2021 / Lawrence Ferlinghetti: una vita e un ricordo

Duecento anni dopo Keats, come per una ponderata simmetria, se ne va Lawrence Ferlinghetti. Me lo immagino il quartiere di North Beach, a San Francisco, che piange il suo ospite più amato. Mi immagino il Caffè Trieste, all’angolo tra la Columbus e la Vallejo, il juke box silenzioso, neanche le tazze di caffè si permettono di fare rumore. I poeti con lo sguardo basso, l’inchiostro asciutto.  Lawrence Ferlinghetti ha attraversato la storia del Novecento usando la poesia come arma per comunicare bellezza attraverso il caos. Dopo aver vissuto lo sbarco in Normandia, dopo aver visto i paesaggi di Hiroshima e Nagasaki, dopo aver testimoniato un’Europa che usciva dalle macerie della guerra, nel 1953 a San Francisco fonda la City Lights, libreria e casa editrice, insieme all’amico Peter Dean Martin, col quale comincia a pubblicare poesia in edizioni economiche.   Il luogo diventa presto centro culturale e ritrovo di tutti quei giovani poeti che erano arrivati a San Francisco attratti dalla rinascenza poetica in corso. Nel 1955 durante un famoso reading alla Six Gallery (che Kerouac ricorda nelle prime pagine de I vagabondi del Darma), Ferlinghetti conosce Allen Ginsberg, a cui...

L'ultimo turno di guardia / Alberto Rollo, il paziente milanese

Leggendo L’ultimo turno di guardia di Alberto Rollo (Manni 2020) ho pensato al Paziente inglese di Michael Ondaatje (1992) e all’omonimo film di Anthony Minghella (1996). Rollo è già autore del romanzo-memoir Un’educazione milanese (Manni 2016), arrivato dopo una lunga carriera (tutt’altro che conclusa, peraltro) di direttore editoriale e consulente per grandi case editrici. Ha detto molti sì, molti no e molti forse a un’infinità di autori, ma deve averli detti anche a se stesso, altrimenti né il libro precedente né questo sarebbero usciti dopo gestazioni così lunghe. Venticinque anni ci sono voluti per scriverlo, senza la terribile fretta dei poeti che vogliono essere pubblicati subito. Siccome il suo eroe (ogni poema deve avere un eroe) è un “malato di tempo”, un paziente chiuso nella sua stanza di degente in cima a una torre, dalla quale fa cadere le sue parole sul mondo, bisognava che il suo autore lasciasse che fosse il tempo stesso a comporre i versi. Bisognava insomma essere un paziente milanese e un milanese paziente.    Un’educazione milanese era la ricognizione di un territorio “dopo la battaglia” (degli anni, delle ideologie, dei lutti). L’ho letto seguendone...

Un libro di Pietro De Marchi / Con il foglio sulle ginocchia

Le raccolte di scritti sono, per così dire, libri postumi, anche nel caso in cui l’autore è in vita e gode di buona salute. Vale anche Con il foglio sulle ginocchia (Edizioni Casagrande) di Pietro De Marchi che mette insieme una serie di saggi e divagazioni, editi e inediti, degli ultimi vent’anni. Docente di letteratura italiana nelle università di Zurigo e Berna, autore di libri di poesia, in ultimo Le carte delle arance (Casagrande, 2016), De Marchi è meno noto come autore di prosa ma, quando avviene, la singola parola ha un peso specifico elevato e De Marchi si iscrive nella tradizione dei tanti poeti italiani che sono stati ottimi prosatori e critici letterari. L’autore appartiene a una geografia letteraria che ha i suoi estremi tra Zurigo, a nord, e Pavia, a sud, e un possibile punto mediano a Giubiasco, il paese, ma ormai è una conurbazione, alle porte di Bellinzona. È lì che De Marchi posa l’occhio sulla scritta TENDE DA SOLE, LAMELLE, ROLLADEN. Nello spiegarci che “rolladen” significa “tapparelle”, in quella mescolanza fantastica tra italiano e tedesco che rende quella terra un nostro primo possibile esotico, nota che il cartellone pubblicitario è un “endecasillabo già...

Sono apparse in mezzo ai viburni/ le farfalle crepuscolari. / Viburni d’inverno

Buona la neve, perfetta la neve. Così la canta Zanzotto nella Beltà (La perfezione della neve). Ma.  Persino il poeta si chiedeva «che sarà del giardino»? E, ancora, se stessero bene i pini «tutti uscenti dalla neve»: «i pini come stanno, stanno bene?» (Sì, ancora la neve). Qui in collina, la gran nevicata di metà dicembre, più che per i miei pini neri sostegno delle rose Banksia, mi ha impensierito per come stessero gli arbusti che tendo a non potare un po’ per poetica giardinieresca, un po’ per negligenza. Danni, la neve, ne ha fatti, per lo più rimediabili. Eccetto che per il Loropetalo (Loropetalum chinense): me l’ha scalcagnato per bene e dovrò tagliarlo pressoché al piede: la prossima estate, niente rosa acceso tra le foglie brune. Temevo anche per il Viburno Tino (Viburnum tinus) che avevo lasciato libero di innalzarsi oltre i quattro metri e che la coltre bianca aveva reclinato fino a terra. Invece, il ragazzaccio s’è scrollato di dosso il pesante manto senza fare un plissé, ed erge di nuovo la sua densa chioma a celare l’angolo del compost. Una messa alla prova perfetta dell’etimo: pare derivi dal latino “viēre”, che vale “intrecciare”. D’altronde anche il nome...

Tre libri di Alessandro Vanoli / Si passano le stagioni e si aspetta l’estate

Faremo come le lumache di Prévert che si misero in cammino per andare al funerale delle foglie (Jacques Prévert, Chanson des escargots qui vont à l’enterrement, in Paroles, 1945, Paris, Gallimard, 1972). Partono una bella sera d’autunno e arrivano però che «hélas... c’est déjà le printemps». Le foglie erano morte ma adesso sono tutte resuscitate.    Anche noi partiamo una bella sera d’autunno, non per andare a un funerale però, bensì per parlare di autunno in autunno partendo da un libro sull’autunno (Alessandro Vanoli, Autunno. Il tempo del ritorno, Bologna, il Mulino, 2020). E come le lumache di Prévert, attraverseremo l’inverno (Id., Inverno. Il racconto dell’attesa, 2018) per arrivare alla primavera (Id., Primavera. La stagione inquieta, 2020). Dovrebbe seguire l’estate ma non è ancora stato pubblicato il libro che completa il quatuor, e quindi faremo ancora come le lumache di Prévert: ci metteremo a cantare la canzone dell’estate, a bere e a trincare e a cantare a squarciagola, perché si potrà tornare a cantare, e poi torneremo a casa, molto lentamente, e la luna veglierà su di noi.     Partiamo in autunno e dall’autunno con Vanoli, di cui apprendiamo nel...

Poesia / Chandra Livia Candiani, La domanda della sete

I lettori di “Doppiozero”, e ormai i lettori italiani di poesia in generale, non hanno bisogno di molte informazioni preliminari su Chandra Livia Candiani. Conoscono la sua figura e le sue parole «che non si danno arie», «leggere eppure capaci di sfamare e dissetare», «parole disobbedienti ma anche candide», «parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso». Soprattutto – anche attraverso un acuto articolo di Moreno Montanari (“Doppiozero”, 20 febbraio 2019) conoscono la sua peculiare capacità di percepire la realtà con uno sguardo che sorprende e con un pensiero che, tenendosi appena un passo indietro allo sguardo, ma pronto a scavalcarlo, ci fa riflettere su «L’io e il corpo, le relazioni e il male, l’universo e gli oggetti», ovvero sulle principali questioni della filosofia contemporanea occidentale (nonché della nostra vita), con una angolazione diversa e spesso spiazzante, regalandoci cioè «un’altra vista» (così G. Morale, “La nazione indiana”) che magari credevamo di non avere o di non avere più, offuscata dall’eccesso di stimoli che caratterizza il nostro comune modo di stare al mondo.    Nel suo ultimo libro uscito per la prestigiosa...

La poesia dei commiati / Cees Nooteboom: Addio

Leggere Cees Nooteboom, in prosa, in poesia, gli articoli o i saggi, porta con una certa costanza a un viaggio circolare tra luoghi, tempi, spazi della vita; induce, pure, una costante eco tra tutti i suoi libri, richiami, rinvii, una istigazione a pensare, a una lettura attiva. Accade in particolar modo leggendo l’appena uscito Addio, con sottotitolo Poesia al tempo del virus, tradotto da Fulvio Ferrari per Iperborea, in cui sono pubblicate 33 poesie divise in tre parti composte da 11 testi ciascuna. Un ordine simmetrico che riflette la composizione delle liriche stesse: ognuna composta da tre quartine con un verso finale solitario, una chiusa epigrammatica, una sorta di epigrafe da cui risorge la poesia stessa nella pagina successiva. In questo contesto non guasta ricordare quanto Cees Nooteboom sia scrittore legato non tanto al viaggio quanto allo spostamento: un osservatore del luogo, che sia vicino a lui, il giardino oltre la finestra, o lontano da lui, in un altro paese come il suo amato oriente.   Il luogo e il tempo, il dove e il quando, sono elementi preponderanti nei suoi romanzi: ogni storia è fortemente collocata spazio-temporalmente e senza quella particolare...

Ipotiposi / Neve

Nell’edizione del ’63 di Le parrocchie di Regalpetra, Leonardo Sciascia aggiunse un racconto, La neve, il Natale, in cui la presenza rara di una nevicata nella Racalmuto in cui nacque, nella Sicilia agrigentina di Pirandello, ribadisce il legame fra il coagularsi dell’inchiostro della scrittura e l’ac-cadere della morte. All’improvvisa felicità infantile per la sorpresa di una visita inattesa, presto si sovrappone una notazione luttuosa, il richiamo alla “disperazione e morte” che quel bianco incantato provoca negli uccelli e nei più fragili fra gli umani. “Col freddo i vecchi se ne vanno. Quagliano – qui dicono. Quagliare vuol dire cagliare, l’inavvertito cagliare della vita, la morte che lentamente si coagula nel corpo di un uomo, si fa gelida forma. È una espressione che viene usata per coloro che giungono senza strazio alla morte, ma a me piace spremerne un senso pirandelliano e universale”. La forma che si é raggelata blocca in un rigido stampo il magma incandescente della vita, e il manto depositato dalla neve diviene così lenzuolo, sudario. Al momento del ritrovamento del primo cadavere nel corso della cerimonia del Rosario, in quella parodia del “giallo” che è Todo modo,...

Operina di buon augurio per il nuovo anno / Canto del monaco Silvano

Giuliano Scabia tutti gli anni, dal 1976, scrive un’operina per gli amici, che stampa a proprie spese. La spedisce per posta ma soprattutto, quasi sempre, la porta personalmente, con complici musicanti e recitanti, nei paesi dell’alto Appenino reggiano che nel 1974 visitò con la commedia e la compagnia del Gorilla Quadrumàno e dai suoi amici di Padova, Bertipaglia, Pontemanco Due Carrare, Venezia, Firenze, Este, San Miniato al Tedesco, Vaiano – La Briglia e altri luoghi. L’operina di buon augurio di quest’anno, riccamente illustrata da Riccardo Fattori come varie altre, la regala anche ai lettori di “doppiozero”. In questa riproduzione vedrete solo alcuni dei disegni, che nell’originale contrappuntano di continuo, in modo graficamente emozionante, i testi.     Su per le valli, verso il passo di Pradarena, profondo è il silenzio. È notte – le stelle sono vicine. Ben disegnate si vedono le costellazioni: Orione con la cintura, la spada e i due cani, le due Orse, il Toro. Ma ecco che, lontano lontano, sorge un canto.   IL CANTO   Fra queste foreste, e notte, e cielo   sono arrivato da poco, io – il monaco Silvano.   O tempo – carissimo tempo,   da...

Sanguinello e callicarpa / Rosso e viola per il nuovo anno

Quest’anno il giardino s’è impegnato con maggior lena per le feste decembrine.  La camelia sasanqua dalle accese corolle basta a far Natale da sola. La neve dei giorni scorsi ne ha ridotto l’abbondante fioritura senza sgualcirla troppo. Il più discreto ciliegio d’inverno (Prunus subhirtella) si esibisce per il consueto inganno primaverile: sui rami spogli manciate di delicati, candidi capolini tremolano, penduli, nell’umidore della foschia. Il nespolo giapponese schiude i fiori sul feltro delle rigide pannocchie, e l’ardimentosa mahonia japonica irraggia i pennacchi gialli tra i pungoli delle lamine pennate. Il calicanto odora dai suoi calici di cera e gli ellebori hanno rialzato le testoline biancorosate ai piedi del castagno. Questi i fiori che si arrischiano impavidi sulla soglia dell’inverno. C’è però chi non ha bisogno di petali e sepali per salutare il nuovo anno.    Non so quale criterio mi abbia guidato nel mettere a dimora davanti alla legnaia alcuni cespi di sanguinello (Cornus sanguinea) e, poco lungi, altri di callicarpa (Callicarpa bodinieri giraldii): l’effetto è sorprendente e all’occhio s’impone il viola metallico delle bacche dell’esotica callicarpa...

Più / Max Picard: pietre, volti, maschere

«Non sono un filosofo astratto» scriveva di sé Max Picard nel 1947, «è difficile classificarmi in qualche maniera secondo lo stile. In me pensiero e immagine formano un’unità, il pensiero in me diventa immagine, è inestricabilmente legato all’immagine; non è che si trasforma in immagine, è che nasce in primo luogo come immagine».   Il pensiero e l’immagine Questo pensiero che nasce come immagine e all’immagine rimane legato Max Picard non lo rappresenta con immagini, come poteva fare René Magritte, il suo stretto contemporaneo che filosofava per immagini, ma con parole. Max Picard fu una figura particolare di scrittore-filosofo-saggio. Nato nel 1888 in Germania a Schopfheim, vicino a Basilea, da genitori ebrei svizzeri, e rimasto in un primo tempo in Germania, vi studiò medicina e esercitò la professione. Nel 1919 interruppe l’attività medica e si trasferì in Svizzera, nel Canton Ticino: prima sul Lago Maggiore, a Locarno e Brissago – luoghi allora vivaci, oggi vicini alla morte civile – e dal 1927 sul Lago di Lugano, a Sorengo, a Sant’Abbondio, a Caslano e infine a Neggio: tutti luoghi che mi sono divenuti noti ma non familiari, nel senso che continuo a guardarli e ammirarli...

Buon Natale / La quercia e io

Tu sei a casa seduto alla scrivania e sei il mio capriolo. Nel bosco c’è la neve e sotto la neve cammino e sotto la neve il tempo si incanta. Per i tuoi grandi occhi di legno, quercia rossa, per il tuo muschio  sul petto e le pantofole di neve  sulle radici, pur così alta e così magistrale, so che dormi e vengo senza rumore di domande a farmi per te carezza.   Leggi anche: Quaderno 1 | Imparare a salutarci Quaderno 2 | Marina Cvetaeva e la tazza di mio padre Quaderno 3 | Il bosco e l'asino bianco Quaderno 4 | L’insonnia infermiera Quaderno 5 | La morte non può farmi male Quaderno 6 | Il cane e la quattr'ossi Quaderno 7 | Corpo Celeste Quaderno 8 | Salutare le parole

La “santa infedeltà” dell’Ulisse / L'Odissea di Kazantzakis

Anche chi non ha mai visto per intero il film Zorba il greco (1964), diretto da Michael Cacoyannis e interpretato da Anthony Quinn, avrà in mente la famosa scena (più volte riproposta nei media) della danza sulla spiaggia, e soprattutto la colonna sonora di Mikis Theodorakis, che rese popolare in tutto il mondo la musica greca (impropriamente chiamata sirtaki). Non so quanti ricorderanno, invece, che il film è tratto dal romanzo omonimo del cretese Nikos Kazantzakis (1883–1957), pubblicato nel 1946 e tradotto in italiano nel 1955. (A un’altra opera dello stesso autore, L’ultima tentazione, si ispira il film di Martin Scorsese L’ultima tentazione di Cristo, del 1988).  La popolarità di Kazantzakis presso i lettori italiani, oltre che limitata, è comunque legata quasi esclusivamente alla sua produzione in prosa. Questo rende ancora più sorprendente – e ardita, e meritoria – la pubblicazione, nella bella traduzione italiana di Nicola Crocetti, del suo poema Odissea (uscito in Grecia nel 1938). L’iniziativa assume un rilievo ulteriore quando si pensa che l’opera, articolata in 24 canti, consta di ben 33.333 versi (decaeptasillabi, un metro del tutto inusuale nella prosodia...

Modi del sentire / La pazienza, virtù non eroica

Un sentimento che la condizione tragica della pandemia evoca, e incessantemente invoca, è certamente la compassione, cioè la prossimità al dolore dell’altro, il dialogo assiduo con quel dolore. Un altro sentimento su cui il tempo della pandemia invita a riflettere è la pazienza, sentimento-virtù che nell’etimo, e per un lungo tratto della sua storia, ha a che fare anch’esso con il patire, con il prendere su di sé le forme del patire.  Dicendo della pazienza, o della compassione o di altri sentimenti, è sempre necessaria una premessa: ogni descrizione delle forme che un sentimento assume si muove su linee generali, essendo i modi del sentire talmente radicati nella singolarità dell’individuo da rendere approssimativa e appunto soggettiva ogni loro rappresentazione.    Con il diffondersi planetario del virus, e con il modificarsi dei modi di vita, di incontro, di relazione, un nuovo tempo si è dischiuso: un tempo sospeso, un tempo amaramente sospeso tra un prima che appare più che mai chiuso nella sua lontananza, e un dopo che accentua e approfondisce quel che già gli è proprio, cioè l’indeterminatezza, l’imprevedibilità, l’incertezza. Da una parte il passato si fa...

Un verso, la poesia su doppiozero / Emily Dickinson, Io abito la Possibilità

Il verso apre la poesia che ha il numero 657 nelle edizioni del corpus poetico di Emily Dickinson: una piccola tessera tra le 1775 di un mosaico che raffigura le stagioni di un animatissimo tempo interiore. Un tempo del vivere che è fatto lingua poetica: in quella lingua pensare è aver cura, teneramente, dell’immagine, desiderare è contemplare quel che non c’è, ma che si mostra nella forma di un possibile, insieme luminoso e negato. Un tempo dello sguardo che, di là dalla finestra, si posa su un visibile in stato di perenne metamorfosi: il giardino ha alberi-parole, fiori-sillabe, foglie-melodie. Questo movimento che appartiene alla lingua della Dickinson, non ha una poesia particolare in cui si mostra in modo intensivo, e tanto meno un verso per dir così esemplare, un verso che, come accade per molti altri poeti, sia in grado di segnalare, quasi in emblema, le forme di una poetica. Di fatto, dovunque ci si soffermi, in questa meravigliosa, estesissima, collana di versi, c’è una vibrazione della parola poetica che coinvolge il lettore in un’esperienza dei sensi dislocata fuori dalle convenzioni, portata in un tempo che con la sua luce dissipa quello spazio del vivere cui diamo il...

Un poeta inglese / Philippe Morre: istantanea di ippopotamo con banane

Esistono solo due raccolte di poesie di Philippe Morre: la prima solo in inglese, The Sadness of Animals (San Marco Press, 2012), la seconda invece in italiano e inglese Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019). Nonostante le nove pagine che Poesia gli ha dedicato in febbraio di quest’anno, di Philip Morre resta purtroppo piuttosto difficile reperire i libri sia in Italia che in Inghilterra. Patrick McGuinness, nel saggio pubblicato da Poesia, parla di lui come di un poeta che è la quintessenza dell’inglese. Ci sono naturalmente anche molti altri autori che hanno formato Philip Morre: Montale, Callimaco, Caproni, Bonnefoy. Forse è appunto questa la quintessenza dell’essere inglese, fin da Chaucer e Shakespeare: una capacità di nutrirsi di altri idiomi e modi di pensare. In parte accade all’inglese quello che è accaduto al greco nel mondo antico: l’inglese è progressivamente diventata una lingua diffusa nel mondo per la sua grande capacità di assorbire.   Non solo non ha un’Academie o una Crusca, ma nel lessico e nella sintassi, e soprattutto in una voracità intellettuale che l’ha trasformata nella lingua delle scienze e in un grande veicolo delle letterature...

Da un paese vicino / L’imperfetto di Giampiero Neri

La poesia di Giampiero Neri (pseudonimo di Giampietro Pontiggia, Erba, 1927) da sempre tende alla prosa. Se nel primo libro, L’aspetto occidentale del vestito, uscito nel 1976, alle prose poetiche si alternavano ancora testi in versi, da una raccolta all’altra la poesia di Neri si è concentrata in modo quasi esclusivo sulla forma del petit poème en prose, che vanta una lunga e prestigiosa tradizione nella letteratura europea, da Baudelaire a Dino Campana. In passato, però, l’elemento narrativo, in questo autore, era sempre straniato da un caratteristico procedimento di riduzione, di scorcio, di ellissi: negli stringatissimi “racconti” di Neri i dettagli – dei personaggi, delle immagini, delle vicende – si presentavano e direi si stagliavano isolati, illuminati dalla scarsità di informazioni intorno al loro contesto. (Di questo ho scritto in un precedente articolo su doppiozero, al quale rimando: “Giampiero Neri. Un’acuta perplessità”).   Nel libro appena uscito, Da un paese vicino (Ares edizioni, settembre 2020) la poesia di Neri sembra abbandonare i procedimenti fortemente stranianti che assimilavano le sue prose alla poesia propriamente detta (in versi, per intenderci)....

Più miracoli in uno / L'ontano. L’albero degli zoccoli

Ho capito che era il compagno della vita quando liberò il giovane ontano nero dalla morsa d’edere e rovi. Giù, nella ripa incolta del fiume, il fusto e i primi rami già erano inghiottiti dai competitori, solo l’aerea cima ne rivelava la presenza.  Mi è caro l’ontano, o alno che dir si voglia (Alnus glutinosa), per la sua slanciata silhouette che si staglia lungo fossi e lame d’acqua. E perché è l’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, un film testimonianza di una cultura e di un mondo contadino scomparsi, da cui vengo anch’io. Mia madre indulgeva spesso nel ricordare nel nostro poco affabile dialetto quanto a lungo, da ragazzina, rompesse l’anima a suo padre prima di ottenere un paio nuovo di zoccoli (“supei”, con la sibilante aspirata).  Esposto all’aria il suo legno aranciato deperisce in fretta, ma in acqua si fa duro e roggio: pressoché immarcescibile. A Venezia ne sanno qualcosa.      Oltre, appunto, a zoccoli e secchi, la sua fibra atossica è buona anche per costruire giocattoli e altri oggetti d’uso quotidiano. La corteccia –  dapprima liscia e solcata da bianche lenticelle, poi fessurata da placche rugose – fornisce tannino per la...

Ferite / Irpinia, 23 novembre 1980

Ero dentro la mia stanza ma non potevo uscire. Avevo le mani seppellite dai mattoni, potevo solo mordere i muri.   °   Il Sud della terra è sotto di noi. È un mondo che parla poco, a volte sta zitto per secoli. Non ascolta nessuno, non ha niente da dire. Noi che portiamo le parole in bocca dobbiamo sempre ricordarci il silenzio enorme che c’è sotto.   °   C’è un attimo in cui il terribile ti entra negli occhi e nel cuore, passa nelle gambe, spezza le tue costole come se fossero coriandoli. Sono quei momenti in cui puoi sconfinare nella morte oppure restare nella vita, vederla, vederti come mai era accaduto prima. °   Quella notte ogni grido era senza firma, era senza ascolto. Ogni grido era lontano come il fiato delle stelle.   °   Avvicinati, ascolta. Questa voce spaccata non viene da una bocca ma da un muro.   °   Ora hanno un respiro rassegnato questi paesi. Non sono più luoghi del sangue, non ci sono più alberi e angoli segreti, e non c’è più una morte che sia solenne, sembrano morire come foglie, come semplici conseguenze di un affanno.   °   Guardami con le mani, vieni presto, non mi interessano i tuoi occhi, voglio che...

Let my people go / Alda Espírito Santo, Alda Lara e Noémia de Sousa: poesia e decolonizzazione

Se canticchiamo mentalmente “Let my people go”, improvvisamente sembra suonare un pianoforte, accompagnato dalla voce graffiante di Paul Robeson. Per qualcuno di noi, ancora più familiare sarà l’evocazione della voce profonda di Louis Armstrong, che nel 1958 registrò una versione di Go down Moses cantando, anche lui: “Let my people go/ Oppressed so hard they could not stand”.    Quando scrisse la poesia Deixa passar o meu povo, nei sobborghi di una Lourenço Marques (oggi Maputo) ancora sotto dominio coloniale portoghese, la mozambicana Noémia de Sousa non poteva prevedere che il gigante del jazz avrebbe interpretato, quasi dieci anni più tardi, quel vecchio spiritual a New York, con arrangiamento di Melvin James Oliver. Noémia veniva da un posto in cui il tempo disponibile per la romanticizzazione dell’esperienza nera, africana, era poco. Le sfaccettature del secondo dopoguerra, lì, erano altre: così come l’Angola, Capo Verde, la Guinea Bissau e São Tomé e Principe, il Mozambico faceva parte delle colonie portoghesi, poi definite, a partire dal 1951, “Territori Ultramarini”.    Gli anni ’50 corrisposero con l’intensificazione del popolamento di massa di questi...

Quaderno 4 / L’insonnia infermiera

Le notti registrano tutto quello che ho perduto, lasciato a Milano o spazzato via dal virus, e poi svolgono il nastro impresso nei sogni. Ho perduto due gruppi di meditazione, trentaquattro persone. Da tanti anni incontravamo la meditazione insieme, con avvicendarsi di persone diverse ma con la stessa passione. Due sere alla settimana per sentire il diritto di cittadinanza del silenzio e della lentezza, del sentire del sottosuolo, dell’esitazione. Ho perduto la scuola, centinaia di bambine e bambini a cui portare semi di poesia e spuntavano parole indelebili dai più muti, dai non visti. Come J. che per una poesia sugli alberi, ha scritto solo, con scrittura tremolante: Lattuga.   E ho lasciato la mia casa piena di libri, la mia coinquilina amica, che sapeva di me e io di lei, i libri che ti vengono in mente in un preciso momento e non puoi aspettare, le finestre e tutta la piccola cattiveria umana che mi ha circondato nelle strade e nei negozi. E le vie, le piazze, le fontanelle vedovelle nascoste nei parchi, i passi sotto la luna con paura di donna e avventura di bambina. Le tante vite che ho vissuto, i morti, la famiglia che è scivolata via. La persona che sapeva ascoltarmi...

Massimo Rizzante / Quattro sentieri per immaginare

«La poesia nasce dalla poesia della vita,  ovvero da ogni singolo nodo di gordio storico ed esistenziale. Chi la studia, di solito, è seppellito dalla logica»  (Massimo Rizzante, Una solitudine senza solitudine, Effigie, Milano 2020)   Scrivendo di questo libro che raccoglie trent’anni di scrittura in versi di Massimo Rizzante (Lettere d’amore e altre rovine 1989-1998, Nessuno 1999-2006, Scuola di calore 2007-2012, Benvenute, vertigini!, 2013-2019), assumo come viatico, se non addirittura come talismano, i versi che ho posto in exergo perché l’opera esige e merita un’attenzione che invece di notomizzarla con sicumera accademica, si lasci al contrario pervadere e conquistare seguendo, a mio avviso, almeno quattro sentieri: quello dell’immaginazione, quello dell’«ossessione di avere continuamente innanzi a sé l’ignoto», quello della fragilità e, infine, quello di un’attitudine nomade dell’esistere e del pensare.  Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è...

Arte popolare / Miguel Torga: l'universale è il locale meno i muri

Tutto iniziò quasi vent’anni fa. La strada che mi portò a esplorare più da vicino il Portogallo, la sua letteratura e, in particolare, l’opera di Miguel Torga, fu segnata dall’incontro con Keith Botsford, un grande spirito, per usare un’espressione obsoleta, impronunciabile nel nostro tempo, che ha fatto della rapida obsolescenza del significato delle parole un programma pedagogico.  All’epoca, a dire il vero, non ero completamento a digiuno di letteratura portoghese. Durante gli anni ottanta, mentre frequentavo l’università, ero stato testimone, dopo la pubblicazione de Il libro dell’inquietudine, della riscoperta di Pessoa e dei suoi eteronomi. Cosa che mi spinse a farmi un’idea del modernismo dello stesso Pessoa e dei suoi amici Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Santa-Rita Pintor.   Mi incuriosì anche la pittura di Amadeo de Souza-Cardoso. Poi, agli inizi degli anni novanta, mentre ero in Francia, mi appassionai ai romanzi di José Saramago (che preferivo a quelli di José Cardoso Pires e di António Lobo Antunes). Riuscii a conoscerlo e, per circa un decennio, tenemmo una relazione epistolare costellata da alcuni dialoghi che poi pubblicai. Sempre in Francia conobbi Nuno...