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Poesia

(498 risultati)

Ferite / Irpinia, 23 novembre 1980

Ero dentro la mia stanza ma non potevo uscire. Avevo le mani seppellite dai mattoni, potevo solo mordere i muri.   °   Il Sud della terra è sotto di noi. È un mondo che parla poco, a volte sta zitto per secoli. Non ascolta nessuno, non ha niente da dire. Noi che portiamo le parole in bocca dobbiamo sempre ricordarci il silenzio enorme che c’è sotto.   °   C’è un attimo in cui il terribile ti entra negli occhi e nel cuore, passa nelle gambe, spezza le tue costole come se fossero coriandoli. Sono quei momenti in cui puoi sconfinare nella morte oppure restare nella vita, vederla, vederti come mai era accaduto prima. °   Quella notte ogni grido era senza firma, era senza ascolto. Ogni grido era lontano come il fiato delle stelle.   °   Avvicinati, ascolta. Questa voce spaccata non viene da una bocca ma da un muro.   °   Ora hanno un respiro rassegnato questi paesi. Non sono più luoghi del sangue, non ci sono più alberi e angoli segreti, e non c’è più una morte che sia solenne, sembrano morire come foglie, come semplici conseguenze di un affanno.   °   Guardami con le mani, vieni presto, non mi interessano i tuoi occhi, voglio che...

Let my people go / Alda Espírito Santo, Alda Lara e Noémia de Sousa: poesia e decolonizzazione

Se canticchiamo mentalmente “Let my people go”, improvvisamente sembra suonare un pianoforte, accompagnato dalla voce graffiante di Paul Robeson. Per qualcuno di noi, ancora più familiare sarà l’evocazione della voce profonda di Louis Armstrong, che nel 1958 registrò una versione di Go down Moses cantando, anche lui: “Let my people go/ Oppressed so hard they could not stand”.    Quando scrisse la poesia Deixa passar o meu povo, nei sobborghi di una Lourenço Marques (oggi Maputo) ancora sotto dominio coloniale portoghese, la mozambicana Noémia de Sousa non poteva prevedere che il gigante del jazz avrebbe interpretato, quasi dieci anni più tardi, quel vecchio spiritual a New York, con arrangiamento di Melvin James Oliver. Noémia veniva da un posto in cui il tempo disponibile per la romanticizzazione dell’esperienza nera, africana, era poco. Le sfaccettature del secondo dopoguerra, lì, erano altre: così come l’Angola, Capo Verde, la Guinea Bissau e São Tomé e Principe, il Mozambico faceva parte delle colonie portoghesi, poi definite, a partire dal 1951, “Territori Ultramarini”.    Gli anni ’50 corrisposero con l’intensificazione del popolamento di massa di questi...

Quaderno 4 / L’insonnia infermiera

Le notti registrano tutto quello che ho perduto, lasciato a Milano o spazzato via dal virus, e poi svolgono il nastro impresso nei sogni. Ho perduto due gruppi di meditazione, trentaquattro persone. Da tanti anni incontravamo la meditazione insieme, con avvicendarsi di persone diverse ma con la stessa passione. Due sere alla settimana per sentire il diritto di cittadinanza del silenzio e della lentezza, del sentire del sottosuolo, dell’esitazione. Ho perduto la scuola, centinaia di bambine e bambini a cui portare semi di poesia e spuntavano parole indelebili dai più muti, dai non visti. Come J. che per una poesia sugli alberi, ha scritto solo, con scrittura tremolante: Lattuga.   E ho lasciato la mia casa piena di libri, la mia coinquilina amica, che sapeva di me e io di lei, i libri che ti vengono in mente in un preciso momento e non puoi aspettare, le finestre e tutta la piccola cattiveria umana che mi ha circondato nelle strade e nei negozi. E le vie, le piazze, le fontanelle vedovelle nascoste nei parchi, i passi sotto la luna con paura di donna e avventura di bambina. Le tante vite che ho vissuto, i morti, la famiglia che è scivolata via. La persona che sapeva ascoltarmi...

Massimo Rizzante / Quattro sentieri per immaginare

«La poesia nasce dalla poesia della vita,  ovvero da ogni singolo nodo di gordio storico ed esistenziale. Chi la studia, di solito, è seppellito dalla logica»  (Massimo Rizzante, Una solitudine senza solitudine, Effigie, Milano 2020)   Scrivendo di questo libro che raccoglie trent’anni di scrittura in versi di Massimo Rizzante (Lettere d’amore e altre rovine 1989-1998, Nessuno 1999-2006, Scuola di calore 2007-2012, Benvenute, vertigini!, 2013-2019), assumo come viatico, se non addirittura come talismano, i versi che ho posto in exergo perché l’opera esige e merita un’attenzione che invece di notomizzarla con sicumera accademica, si lasci al contrario pervadere e conquistare seguendo, a mio avviso, almeno quattro sentieri: quello dell’immaginazione, quello dell’«ossessione di avere continuamente innanzi a sé l’ignoto», quello della fragilità e, infine, quello di un’attitudine nomade dell’esistere e del pensare.  Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è...

Arte popolare / Miguel Torga: l'universale è il locale meno i muri

Tutto iniziò quasi vent’anni fa. La strada che mi portò a esplorare più da vicino il Portogallo, la sua letteratura e, in particolare, l’opera di Miguel Torga, fu segnata dall’incontro con Keith Botsford, un grande spirito, per usare un’espressione obsoleta, impronunciabile nel nostro tempo, che ha fatto della rapida obsolescenza del significato delle parole un programma pedagogico.  All’epoca, a dire il vero, non ero completamento a digiuno di letteratura portoghese. Durante gli anni ottanta, mentre frequentavo l’università, ero stato testimone, dopo la pubblicazione de Il libro dell’inquietudine, della riscoperta di Pessoa e dei suoi eteronomi. Cosa che mi spinse a farmi un’idea del modernismo dello stesso Pessoa e dei suoi amici Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Santa-Rita Pintor.   Mi incuriosì anche la pittura di Amadeo de Souza-Cardoso. Poi, agli inizi degli anni novanta, mentre ero in Francia, mi appassionai ai romanzi di José Saramago (che preferivo a quelli di José Cardoso Pires e di António Lobo Antunes). Riuscii a conoscerlo e, per circa un decennio, tenemmo una relazione epistolare costellata da alcuni dialoghi che poi pubblicai. Sempre in Francia conobbi Nuno...

Poesia totale / Adriano Spatola: parola incendiaria

«Per il poeta l’eredità è un fatto scontato. [...] Egli si sente in dovere di assumere a tutti i costi il ruolo di manipolatore del fantasma». Queste righe appaiono nel 1969 in un articolo di "Quindici", la rivista del Gruppo 63 che verrà disfatta poco dopo. A pubblicarle è Adriano Spatola (1941-1988), protagonista di quella stagione italiana dove tutto è squassamento, rozza o sottile agitazione dei sedimenti, degli scismi, dei luoghi claustrali della lingua. Inesausto fabbricatore di scritture – tra cui un unico romanzo “parasurrealista” (L’Oblò, Feltrinelli 1964) –, Spatola è stato a sua volta editore e fondatore di riviste come "Malebolge" (1964-1967), trillo inaugurale che fu per Spatola un vero e proprio laboratorio dal quale incominciare il lavoro di paziente incrinatura della letteratura. Sterilità in metamorfosi, poesia inserita nel primo numero e dedicata a Corrado Costa, è quasi un programma sulla radice incendiaria che la parola porterebbe in sé: «Di ciò che stato detto / si sa che è stato detto perché bruci nel mondo.»     Perché tornare a parlare di Adriano Spatola a più di trent’anni dalla sua morte? A che ragione tentare una svelta biografia che finirebbe...

María Zambrano. L’aurora, l’esilio, il parto

Sentinella all’erta! María Zambrano fu per tutta la vita una donna insonne. Ella stessa racconta, nella sua quasi-autobiografia, delle notti trascorse da sveglia, con gli occhi sbarrati, ad attendere l’aurora: «Vicino alla mia casa, a Madrid, si udivano le sentinelle chiamarsi e rispondersi: ‘Sentinella all’erta! All’erta sto! E io per questo non volevo dormire, perché volevo essere una sentinella della notte, e credo sia proprio questo, l’essere sentinella, l’origine della mia insonnia perpetua» (nella trad. it. in «Aut aut», 279, 1997, p. 125).  Filosofa dell’aurora definisce Zambrano Elena Laurenzi, curatrice di questo volume (Dell’Aurora, Bologna, Centro editoriale dehoniano; ed orig. De la aurora, Madrid 1986) risalente al 2000 e del quale la presente è un’edizione identica alla precedente e riproposta vent’anni dopo.   Le aurore insomma Zambrano le vedeva e le viveva in prima persona, intensamente. Le aurore anticipate dal canto del gallo che «irrompe e spalanca, in modo decisivo, le porte e il cammino della storia» (Dell’aurora, p. 131). Il gallo animale profetico allorché annuncia, cantando tre volte, il tradimento di Pietro; il gallo animale del sacrificio, che...

Americana e/o canadese / Parthenocissus, vite vergine

Hanno tagliato al piede le grandi tuje oltre il confine, e ho dovuto punire la mia esuberante Armanda (Clematis armandii) colpevole d’aver scalato la cima di quella prossima al cancello. Conto si riprenda dal drastico ridimensionamento e s’accontenti di correre lungo la rete divisoria. Ora, dalla finestra della cucina ammiro la grigia parete dell’acquedotto comunale. Non proprio un bel vedere.  C’è però chi può fare al caso mio. Se il Partenocisso (Parthenocissus quinquefolia), che m’invade il giardino, fosse così servizievole da allungarsi fin là, troverebbe lo spazio a lui proprio e rimedierebbe, in breve tempo, alla tristezza cementizia che mi affligge. Spero non mi serbi rancore: troppe volte l’ho strappato da alberi e arbusti del giardino. Ancor meglio sarebbe se mi concedesse questo favore il Parthenocissus tricuspidata che, più fitto e composto, allinea sui lunghi piccioli le foglie a testa in giù e ammanta il vetusto muro di cinta del vicino palazzo nobiliare: simpatiche le più giovani e piccole, cuoriformi dai bordi lobati, mandate in avanscoperta.        Una certa confusione onomastica ha regnato tra i botanici – può ancor oggi capitare di...

Una conversazione / Ol’ga Sedakova: il poeta è colui che vuole ciò che tutti vorrebbero volere

Ol’ga Sedakova (Mosca, 1949), poetessa e docente universitaria, è una delle figure di maggior rilievo nel panorama letterario russo contemporaneo. Affermatasi già negli ambienti semiclandestini della “seconda cultura”, pubblica nel samizdat dagli anni Settanta, mentre le sue prima raccolte poetiche e i saggi di critica letteraria vengono pubblicati a partire dagli anni Novanta. Nello stesso periodo approfondisce il legame con l’Italia. È anche una raffinata traduttrice, tra gli altri di Rilke, Celan e, non ultimo, di Dante Alighieri, di cui è in corso la sua versione della Divina Commedia. Nel corso di quarant’anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti in Russia e nel mondo; in Italia, in particolare, il premio Dante Alighieri (2011) fino al più recente conferimento del Premio Lerici Pea (2020) di cui i cantieri navali Sanlorenzo sono main partner. L’abbiamo intervistata per questa occasione.   Marco Sabbatini – Ol’ga Aleksandrovna, la ringrazio della possibilità di questo dialogo. Vorrei iniziare partendo dal legame che ha da tempo instaurato con l’Italia, testimoniato anche quest’anno dall’uscita del suo nuovo libro Tradurre Dante (Perevesti Dante, Edizioni Ivan Limbach), con...

Un verso / Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai

È il verso che apre una delle più note ballate di Guido Cavalcanti, verso ripreso e rimodulato da Eliot ad apertura di Mercoledì delle ceneri. Amante degli studi e della speculazione filosofica, guelfo bianco attivo nell’agone politico fiorentino, Cavalcanti è figura rilevantissima nella cerchia dei poeti che condivisero, in amicizia, quello che uno di loro, Dante Alighieri, definì “dolce stile”: una lingua della poesia che insieme era teoresi d’amore e figurazione fantastica del desiderio. Una lingua che nel verso congiungeva meditazione e canto, pensiero e ritmo, sapere e melodia : un meraviglioso “legame musaico” – per usare l’espressione del Convivio dantesco – che sarebbe stato un modello per il costituirsi di una tradizione lirica italiana, da Petrarca a Leopardi. Il rapporto profondo – di scambio intellettuale, e di dissenso teorico – che Cavalcanti ebbe con Dante appartiene alla storia animatissima delle dottrine d’amore come si disegnarono sul finire del Duecento, tra presenza teologica d’impianto tomistico, fisica dei sensi e razionalismo averroista. Le Rime di Cavalcanti sono, in questa grande scena, l’esperienza singolare e strenua di tensioni diverse che danno alla...

23 ottobre 1920 - 23 ottobre 2020 / Rodari, novellatore postmoderno

La prima volta che ho letto Novelle fatte a macchina dev’essere stato nel 1998. Quasi sicuramente si trattava di uno dei regali della prima Comunione. Qualcuno penserà: aveva ragione Goffredo Fofi, quando ai tempi di “Ombre rosse” accusava Rodari di essere diventato niente più che un propalatore di “favole belle” ma innocue, buone per tutti gli usi. Ma si potrebbe anche ribaltare la situazione e vedere il dono come un coraggioso atto di “resistenza pedagogica” da parte d’una mamma insegnante e democratica, in barba alla ricorrenza religiosa. La verità, probabilmente, era molto più prosaica: e cioè che in quegli anni avevo una fame di libri che sembrava insaziabile, e ogni occasione era buona per acquistarne (e più spesso farmene acquistare) qualcuno.    L’edizione delle Novelle che mi era stata regalata e che in questo momento ho tra le mani è quella tascabile, uscita nella collana per ragazzi Einaudi nel 1994. Come tutte le riedizioni rodariane di quegli anni, è illustrata da Altan, che avvicinava con naturalezza il mondo dello scrittore a un altro universo ampiamente esplorato da noi ragazzini, quello dei fumetti e dei cartoon. L’illustrazione di copertina raffigura un...

Diario / Il lemma delle strette di mano

Di nuovo il diario, di nuovo un ricordo. Non leggo più niente, so che adesso la scuola è in bilico, come tutto e tutti. Non voglio che cada, allora lo faccio io per lei. Di nuovo il diario, di nuovo un tentativo di ricordare (raccontare è un orizzonte troppo ampio) la matematica, sponda e rifugio dal reale. Giovedì sono caduto a scuola. So che può sembrare stupido, goffo o forse patetico, ma mentre salivo trafelato le scale dell’atrio ho sentito un grido di richiamo alle spalle, mi sono distratto e un gradino ha saltato l’appuntamento. Mentre ruotavo scambiando il verticale con l’orizzontale ho anche pensato di essere in realtà fermo, ho immaginato che fosse la scuola a essere caduta, che non avesse retto il colpo di questi mesi e fosse alla fine inciampata. Attaccato alla scuola il terreno, poi la strada, Udine, lo spaziotempo tutto. Ho immaginato la gioia di Ernst Mach nel vedermi fermo e verticale aspettare l’impatto di un intero universo in rotazione mentre i libri che avevo in mano si distanziavano sulle scale seguendo una precisa e parabolica coreografia al rallentatore. A dire il vero non mi sono fatto male, nonostante abbia battuto la testa. Ricordo di aver aspettato un...

Premio Nobel / Louise Glück, la durezza della poesia

Io non ero presente, e il piccolo aneddoto mi è stato raccontato da un poeta italiano. Il luogo è Yale University, all’incirca nel 1992, quando Louise Glück, ora Premio Nobel per la letteratura 2020, ha appena pubblicato The Wild Iris, un libro in cui, come scrisse un critico allora, pare che l’autrice abbia solo due preoccupazioni: i fiori, e suo marito. Dal marito avrebbe divorziato. Dai fiori, mai, perché una parte consistente della poesia di Louise Glück consiste appunto nel dar voce ai fiori. In quell’occasione, Louise Glück partecipava a una tavola rotonda sulla poesia, e qualcuno le fece l’inevitabile domanda: a quale poeta, uomo o donna, si ispirava? A quale linea della letteratura americana? Chi l’aveva influenzata? (Domanda cruciale in quegli anni a Yale, sia per chi seguiva le teorie dell’influenza poetica di Harold Bloom, sia per chi le rifiutava abbracciando il postmodernismo e la decostruzione.) Louise Glück rispose: “La prossima domanda, per favore”. Chi mi raccontò l’episodio mi fece notare che se la domanda fosse stata rivolta a un italiano, i presenti sarebbero stati sepolti da una valanga di riferimenti: nella mia formazione c’è stato questo, e quest’altro, e il...

Cavalli e Morante / La vita meravigliosa

Nella nuova raccolta di poesie di Patrizia Cavalli, Vita meravigliosa (Einaudi, €11, pp.119), Con Elsa in Paradiso ricorda Elsa Morante e la sua promessa di portarla in paradiso. Una delle cose che Elsa Morante diceva sempre agli amici a questo proposito era: Se pensi che andrai in Paradiso, andrai in Paradiso, ma se hai qualche dubbio, allora c’è qualche dubbio! Come sempre, in queste sue battute icastiche, che lei dispensava con un sorriso che era il massimo della pedagogia che concedesse, c’era una solidissima visione del mondo: gli umani, singolarmente, avvertono il proprio destino ed è nella verità di questo avvertire se stessi la retta via, il percorso dantesco. Questo è il Paradiso, ed è due cose: un dopo, il compito compiuto, e certo non possiamo chiedere di meglio, ma è naturalmente anche il presente e il passato, in cui il compito è stato annunciato e viene compiuto. Il lavoro di essere quello che si è. Nei personaggi di Elsa Morante è una condizione dolorosa, legata alla propria sessualità, sempre sofferta, ma più in generale per lei radicata nel destino, il sortilegio attraverso cui si articola la nostra natura, un’indole personale che nel disvelarsi descrive il...

Il vestito dell'avvenire / Rodari: Filastrocche in cielo e in terra

Se si dovesse scegliere un unico libro di Rodari da portare sulla luna, sarebbe senza dubbio Filastrocche in cielo e in terra, cento e uno filastrocche che non stanno né in cielo né in terra ma gravitano nella materia della fantasia. Portarsi dietro queste filastrocche significa conservare il mondo come lo conosciamo, con il bello e il brutto, le stelle del firmamento e le gru, i ragionieri, la guerra e Biancaneve e i sette nani. Nessuna censura e nulla di abbellito, piuttosto un mondo ritinteggiato con i toni della fantasia.    «Ci sono filastrocche allegre e ce ne sono tristi, proprio come nel calendario si incontrano giornate d’oro e giornate nere; ma filastrocche senza speranza non ce ne sono, non le so fare. La speranza e l’erba voglio, secondo me, crescono dappertutto, ai bordi delle strade, nei vasi sui balconi, sui cappelli della gente: basta allungare la mano e volere e il mondo diventerà più abitabile.» Ci sarebbe speranza anche sulla luna a portarsi dietro le pagine di questa prima importante pubblicazione di Rodari, che raccoglie tanto del lavoro del suo decennio più produttivo, la stagione degli anni ’50, custodendo gli ideali e le più belle idee creative...

Averno di Louise Glück / È bastato un fiammifero. Ma al momento giusto

Una delle domande fondamentali, se non la domanda unica ed essenziale, posta alla base di Averno di Louise Glück (Liberia Dante Descartes e Editorial Parténope, 2020, traduzione di Massimo Bacigalupo) è sul cosa accadrà dopo la morte. Non il solo quesito sul dove si andrà (ammesso che si vada da qualche parte); Glück va oltre e si chiede cosa ci faccia l’anima nell’aldilà senza le cose più care. A che scopo dovrebbe esserci un’ipotetica vita dopo la morte se a questa mancheranno le cose terrene? Ecco il punto, la novità del contenuto di Averno. A tutto ciò va aggiunta la straordinaria capacità della poetessa americana di tenere il verso in pugno, di dominarlo, di far cantare le parole sul serio. Averno è luogo mitologico e affascinante, non molto distante da Napoli. Gli antichi romani credevano fosse l’accesso all’oltretomba, Glück passa attraverso la porta, e se ciò che si lascia è bello, è storico, è naturalmente potente, quasi magico, allora andare oltre sarà doloroso, nostalgico, duro. Questo distacco è raccontato poesia dopo poesia in questa raccolta che è magnifica.   “Questo è il momento in cui vedi di nuovo / le bacche rosse del sorbo selvatico / e nel cielo scuro /...

Pasolini, Comisso, Parise / Nico Naldini e i suoi grandi amici

Il vero Nico Naldini si nascondeva più nelle risate che nei silenzi. Quando superava la sua ritrosia tutta friulana, quando si lasciava dominare da quella “corda pazza” individuata da Raffaele La Capria in Goffredo Parise e Giovanni Comisso, da quel lampo di follia creativa e umanissima tutta veneta, diventava il più straordinario narratore che si potesse incontrare. Perché lui, che non si è mai adagiato nel ruolo di cugino prediletto di Pier Paolo Pasolini, conosceva il dritto e il rovescio degli scrittori, dei registi, degli intellettuali che hanno attraversato il ‘900. E spesso, era proprio esplorando il versante segreto del personaggio raccontato che riusciva a scoprire la sua vera essenza. Accompagnando sempre ai ricordi quel ghigno che Dacia Maraini interpretava come una sottolineatura “sprezzante della goffaggine degli amici”.      Le sue risate, in realtà, erano piccoli fari disseminati sulla strada di chi lo intercettava. Luci intermittenti pronte a rivelare la sua profonda timidezza, la sua sferzante e, al tempo stesso, delicata capacità di raccontare gli altri senza nulla nascondere. E, soprattutto, senza mai mettere in ombra loro per innalzare un...

Mengaldo / Franco Fortini: il Super Io

Siccome quando discutono della poesia dell’ultimo mezzo secolo non sono d’accordo su nulla, e anzi nemmeno si capiscono, i letterati italiani continuano a raccontarsi come una favola rassicurante la storia del pieno Novecento, che magari giudicano in modi opposti, ma la cui trama sembra a tutti abbastanza chiara. E a forza di raccontarla, alcuni dei suoi protagonisti ne escono fuori stilizzati come i caratteri di un dramma. Tra i poeti che hanno avuto un ruolo pubblico rilevante dal dopoguerra agli anni Settanta, si potrebbe dire che Franco Fortini rappresenta il Super-Io, Pier Paolo Pasolini l’Es, e Vittorio Sereni l’Io. Super-Io ed Es appaiono imponenti, ma non provocano la partecipazione emotiva che i lettori dimostrano davanti al fragile Io sereniano, il cui fascino sta nella scelta di descrivere i rovelli esistenziali senza sublimarli teoricamente, cioè senza porsi al di sopra dell’esperienza scontata in prima persona. Fortini e Pasolini vengono considerati due indici culturali, piuttosto che due scrittori da leggere lasciando che le loro parole reagiscano spontaneamente con le vicende della propria vita. Anche perché fanno tutto da soli: piantano ovunque dei cartelli...

Sub tegmine fagi / Lode al faggio

Non so voi, ma quando lo vedo mi sovviene immediato l’attacco martellante della prima ecloga virgiliana, con il fortunato Titiro, disteso sotto la grande ombra del faggio, zufolante il nome della bella Amarillide, alla faccia del misero Melibeo costretto ad abbandonare le proprie terre per un’iniqua decisione politica: Tytire, tu patulae recubans sub tegmine fagi … Potere della poesia mandata a memoria e oggi, ahinoi, cenerentola della didattica scolastica.   Ben scelto da Virgilio per il rezzo della sua folta chioma globosa, il Fagus sylvatica è un’essenza importante della nostra vegetazione boschiva. Mario Rigoni Stern dice di lui che «si costruisce e conserva la foresta» perché corrobora il terreno di nutrienti, terreno che predilige fresco e sciolto. Un albero di grande impatto estetico, isolato o in gruppo, e perciò presenza certa di parchi e giardini, nelle sue molte varietà: tra queste la più diffusa è la purpurea dalle foglie rosse fin anche atre, la tricolor porta invece lamine striate di rosa, l’asplenifolia le esibisce incise e lobate, la pendula ha i rami secondari dal portamento plorante mentre la fastigiata si innalza stretta a cono.   Bello il faggio...

27 agosto 1950 / Pavese: Walt Whitman primo amore

I. Il 20 giugno 1930, ancora ventunenne, Cesare Pavese si laureò in lettere all’Università di Torino con una tesi intitolata Interpretazione della poesia di Walt Whitman. L’incontro con le Leaves of Grass risaliva agli ultimi anni del liceo, come dimostrano alcune lettere a Tullio Pinelli. In una missiva del 1° agosto 1926, leggiamo per esempio: «Io, in questi boschi, mi esalto di Walt Whitman», mentre un’altra, del 19 settembre successivo, recita: «Ora io, non so se sia l’influenza di Walt Whitman, ma darei 27 campagne per una città come Torino» (Lettere 1924-1944, Einaudi, Torino 1966). Ciò spiega perché, sebbene il giovane studioso restasse profondamente colpito dal corso biennale di letterature e lingue classiche comparate tenuto da Augusto Rostagni, le sue preferenze si volsero ben presto verso quello di letteratura inglese. La discussione della tesi, tuttavia, risultò piuttosto problematica, dato che all’ultimo momento il professore di tale materia, Federico Olivero, non si presentò alla seduta di laurea. A subentrargli, su sollecitazione di Leone Ginzburg, fu uno fra i più valenti francesisti italiani, Ferdinando Neri. Secondo alcuni critici (a cominciare da Davide Lajolo,...

Una conversazione con Giuliano Scabia / Paesaggi con visioni

Firenze, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, sembra il luogo perfetto per ritornare sui propri passi. Qui, il ricco percorso di un artista come Giuliano Scabia si presenta come il terreno fertile in cui scoprire le dimensioni inesplorate di una poetica che, anche nei suoi voli più lontani, ricongiunge il suo autore a un presente che coinvolge ognuno di noi. L’attenzione per l’intricata filigrana di motivi che concorrono alla creazione di quello che chiamiamo semplicemente “oggi” rappresenta uno degli aspetti chiave della ricerca di Scabia, il quale esplora paesaggi in cui si condensano – come accade per la sua «stralingua» – stratificazioni di tempi e di storie. È proprio dalla consapevolezza della presenza di questa ricchezza sedimentata che è possibile muovere i propri passi, oltrepassando la soglia che separa l’ignoto da ciò che si conosce. In un anno inaspettato come il 2020, che ci costringe a una riflessione sul nostro modo di vivere lo spazio, le parole di un artista come Giuliano Scabia ci aiutano a comprendere in che misura natura, lingua, musica e cammino costituiscano paesaggi in cui si snoda il nostro vissuto, portandoci a riflettere sul significato di partire,...

33 poesie / Cees Nooteboom: viaggi, isole, tombe

L’occhio del monaco è un libro di poesie di Cees Nooteboom tradotto nel 2019 da Fulvio Ferrari per Einaudi, che segue Luce ovunque, uscito nel 2012. Nooteboom è autore di libri di viaggio, saggi, romanzi, poesie, nato all’Aia nel ’33, che ha viaggiato sin da giovanissimo in tutto il mondo, aprendosi e aprendo la sua scrittura a tutte le influenze, lasciandosi contagiare da passioni e rituali, mescolandosi con altri tempi e altri luoghi. L’isola dei monaci è il luogo dove ha iniziato a scrivere questa ultima silloge, un’isola nel cui stemma vi è un monaco grigio al cui occhio non si può sfuggire, che tutto vede e tutto rassicura, ma più di ogni altra cosa invita a vedere. La costruzione del libro ricorda questo occhio da cui sembra non voler uscire, dove sembra voler sostare; una costruzione circolare, come se perimetrasse l’isola o come se perimetrasse l’occhio del monaco, portando ogni verso avanti ma al contempo indietro. Lo schema metrico sempre uguale contiene incontri e sogni lungo trentatré poesie: sono descrizioni di immagini oniriche, talvolta surreali, altre realistiche. Pochi sono gli interni, nei quali spicca come oggetto il letto, molti gli esterni, moltissimi gli...

Trenta poesie famigliari / Il Pascoli di Garboli

Rileggo un libro da me molto amato, appassionante e divertentissimo; e sono un po’ sulle spine. L’editrice Quodlibet, che con merito ha tra le sue vocazioni anche quella di riproporre testi importanti eppure dimenticati o introvabili sul mercato, ha da poco riproposto le Trenta poesie famigliari di Cesare Garboli (con una introduzione di Emanuele Trevi, Quodlibet, Compagnia extra, 2020, 20 €). Uscì per la prima volta nel 1985 nella collana economica dei classici Mondadori, e Garboli figurava come curatore del manipolo di poesie pascoliane. Cinque anni dopo, ricomparve nella Nuova Universale Einaudi con un sorprendente cambio d’intestazione: il curatore che assurgeva al ruolo di autore.   Quello che poteva sembrare un colpo di mano, o meglio un coup de théâtre in flagrante stile garboliano, altro non era che la presa in carico di un dato di fatto. Come dichiarato da Garboli medesimo nella prefazione a questa seconda edizione, a petto di una risicata antologia di testi, e neppure tra i maggiori, l’ipertrofica mole delle pagine della nota al lettore e della cronologia finivano per fagocitare le 30 poesie, tutte per giunta dotate di glosse e cappelli introduttivi a larghe tese....

Poesia / Nanni Cagnone e Federico Italiano: due generazioni

Due autori, due generazioni diverse. Nanni Cagnone è del 1939 e ha debuttato nel 1954 come autore; è stato redattore di una delle riviste da cui nasce la neoavanguardia la genovese “Marcatré” di Eugenio Battisti; la sua è una lunga carriera di saggista e narratore. Federico Italiano è del 1976; ha vissuto a lungo nell’area di lingua tedesca; saggista, narratore, traduttore e poeta, ha esordito nel 2003 come poeta e appartiene alla nuova leva dei poeti in lingua italiana. Entrambi sono nutriti da letture filosofiche e da un’attenzione alla cultura non strettamente italiana. Un accostamento che li mette a confronto nella giusta distanza di una differente esperienza generazionale, ma li avvicina per una devozione poetica comune.   Nanni Cagnone, A ritroso. 2020-1975, nottetempo.   In A ritroso. 2020-1975 Nanni Cagnone selezione e raccoglie (talvolta con qualche variante rispetto alle precedenti stesure) testi appartenenti a molte delle sue precedenti opere, escludendo dalla scelta alcuni dei libri nati in forma di poema, quindi più organici e perciò difficilmente antologizzabili. Difficile dire se questo “autoritratto per lampeggiamenti”, come bene lo definisce la scheda...

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