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Poesia

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La funtanèla

La fontanella di piazza San Gaudenzio a Novara, proprio di fronte alla basilica, è stata ormai elevata al rango di monumento storico della città. L’importanza storica di questa fontanella è data anche da una poesia in dialetto novarese a lei dedicata, che dal 2001 è possibile leggere su una targhetta appesa al suo fianco. Una poesia che sa raccontare l’importanza delle fontanelle non solo per la loro utilità, ma anche come elementi caratteristici delle città italiane, che sanno creare un’atmosfera unica grazie al loro continuo scrosciare, soprattutto nel silenzio della notte:       La funtanèla di Sandro Bermani (Lisàndar)   L’è in pé, la funtanèla ad San Gaudensi, propri davanti dal purton dla gesa. Tüta la not la canta int al silénsi la sò canson fài d’aqua nuaresa. E quand l’està la riva, sénsa sgiaché sa strüsa lì visin, sübit al sénta al bufunin da fresch ch’la manda lé. As büta suta cunt la buca v...

Castell’Arquato / Paesi e città

a Castell’Arquato dicono “che bello” perché sembra un borgo umbro o toscano, tipo San Gimignano però in Emilia   a Castell’Arquato ci sono le balene in pieno centro e delle belle spiagge con alte dune di sabbia finissima, dette calanchi, appena fuori dal paese   a Castell’Arquato non c’è un corso dove fare una vasca, per questo si può andare nel torrente Arda o a Piacenza in via XX Settembre   a Castell’Arquato però si può fare un bosslano, che sarebbe una ciambella, praticamente si parte dal Bar Sport e si gira intorno a un isolato di case, non importa in quale direzione   a Castell’Arquato un mio amico, che qualche anno dopo avrebbe fatto una rapina a mano armata, mi ha proposto all’asilo di fuggire dai bagni, e le suore, che hanno le orecchie lunghe e senton tutto, per punizione ci hanno esposto al pubblico ludibrio   a Castell’Arquato non c’è il cinema però c’è un negozio di reggiseni imbottiti   a Castell’Arquato al centro della grande sala dove ora c’è lo scheletro...

Mario Luzi / Obiurgatio

Difficile trovare dei versi che restituiscano, con altrettanta veemenza, lo sgomento per la crisi che la Repubblica attraversò all'inizio degli anni Novanta, tra stragi mafiose e inchieste sulla corruzione politica. Obiurgatio (“invettiva”), scritta appunto in quegli anni e pubblicata nella plaquette Sia detto, del 1995, è un sussulto, disperato, di speranza civile perché l'Italia, con la sua storia, si svincoli dalle fauci degli “antropoidi digrignanti” che la stanno divorando.     OBIURGATIO   Non cedere, ti prego, ai tuoi sussulti vomitori non rovesciarti addosso la tua storia, matria insana, non ritorcerla contro te matrice quella tribolata storia. d'indegnità e di splendori.                                           Bagna essa defluivo disuguale ugualmente tutti noi muniti di dolore, battesimale è quel decorso, non è...

Giuseppina Turrisi Colonna / L'addio di Lord Byron all'Italia

Ignota ai più, come del resto altre scrittrici di epoca risorgimentale (Maria Giuseppina Guacci Nobile e Laura Beatrice Mancini Oliva sono tra queste), Giuseppina Turrisi Colonna, palermitana del 1822, fu ispirata poetessa civile. Scrisse Alle donne siciliane e, in due occasioni, Alla Patria: a quella siciliana (ci si rammenti che il Quarantotto siciliano fu repubblicano e indipendentista) nonché a quella italiana, ancora nient'altro che vagheggiata. “Morì non compiuto il ventesimosesto anno”, scrisse di lei Francesco Guardione, “il dì 17 febbraro 1848, mentre il cannone degl'insorti rombava a Porta Maqueda”. Tra le sue poesie spicca una trilogia dedicata a George Gordon Byron, nei suoi versi trasfigurato in un vero e proprio prototipo dell'eroe romantico. Più che nelle liriche dichiaratamente dedicate all'Italia, piuttosto ingessate nella loro magniloquenza, è qui che si scorge la vena più felice della scrittrice: e, al netto dei debiti con Foscolo e con il Leopardi delle canzoni, più originale.   L'ADDIO DI LORD BYRON ALL'ITALIA.   Alfin partia....

Francesco Petrarca / O d' ardente vertute ornata et calda

Bel paese. La prima occorrenza degna di nota della celebre dittologia coniata da Dante si trova nel Canzoniere petrarchesco. Precisamente in un sonetto che con un certo azzardo potremmo definire geografico, il CXLVI: dopo una sequenza formidabile di metafore in lode dell'amata, il poeta prende atto dell'impossibilità di diffondere i suoi versi – e con essi il nome, pur omesso, di lei – fino ai confini del mondo conosciuto (Tyle è la terra che gli antichi consideravano l'ultima fra tutte; il Battro è un fiume della Scizia: l'attuale Balkh, in Afghanistan; Tana è il Tanai ovvero il Don; Calpe è una delle due colonne d'Ercole, sulla rocca di Gibilterra). E dal momento che per il world wide web ci vorrà ancora qualche secolo, gli basterà sapere che risuonerà per la penisola (dunque, per metonimia, che lo conosceranno gli italiani). A dar man forte a Petrarca e a suggellare la formula antonomastica ci penserà Madame de Staël, la quale in epigrafe al suo Corinna o l'Italia apporrà gli ultimi versi del sonetto.     O d' ardente vertute ornata et calda...

Pier Paolo Pasolini / L'umile Italia

Il Pasolini assiduamente evocato e invocato – e altrettanto spesso banalizzato – a suffragare le tesi dell'italianologo di turno è quasi sempre lo scrittore corsaro, il polemista eretico dell'abolizione della scuola dell'obbligo, del romanzo delle stragi, della mutazione antropologica. Forse sarebbe il caso di prendersi la briga di rileggere, con le Lettere luterane, anche questa sezione delle Ceneri di Gramsci: è da questa lirica e appassionata descrizione dell'Umile Italia che molte delle sue tesi discendono (“Questa è l'Italia, e / non è questa l'Italia”). Magari solamente per non trascurare l'ipotesi che il Paese rimpianto – insieme alle lucciole, – da Pasolini sia anche un'invenzione letteraria.     I   Qui, nella campagna romana, tra le mozze, allegre case arabe e i tuguri, la quotidiana voce della rondine non cala, dal cielo alla contrada umana, a stordirla d'animale festa. Forse perché già troppo piena d'umana festa: né mai mesta essa è abbastanza per la fresca voce d'...

Viaggio in un libro

Ho un problema con i libri che parlano di paesaggi: quasi mai ti fanno vedere la cosa di cui parlano. Penso che la lingua letteraria sia quella più adatta a parlare in termini non specialistici del mondo che ci circonda. Un libro sul paesaggio deve far venire voglia di spegnere la televisione e uscire. Deve essere un invito a disertare il divano e a scegliere quello c’è fuori. Per me un autore che produce questa sensazione è Gianni Celati. I libri sul paesaggio scritti dai saggisti spesso hanno il difetto di usare il linguaggio delle astrazioni mentre un paesaggio è sempre una cosa concreta, un ammasso di dettagli. E forse lo strumento migliore per avvicinarsi ad esso è la poesia, la poesia in quanto scienza delle eccezioni, dei dettagli. Non penso alla poesia come atletica del sentimento, come stimmate di una sofferta vita interiore. Penso alla poesia che viene dall’osservazione del mondo. Il mondo esterno osservato con un occhio intimo e distante, un’osservazione ravvicinata e panoramica.   Altri paesaggi, il libro pubblicato per le edizioni Franco Angeli (2010, pp. 328, € 39.00) dallo spagnolo Joan Nogué...

Giuseppe Ungaretti / Italia

Penultima di Porto sepolto, insieme a Poesia (poi Commiato) questa lirica fa da chiusura alla raccolta, in dichiarata simmetria con le proemiali Porto sepolto e In memoria. Là Moammed Sceab era “suicida/ perché non aveva più/ patria”. Qui l'apolide poeta-soldato ne diventa finalmente parte, confondendosi, mercé l'uniforme mimetica, nella moltitudine di italiani al fronte: facendosi “grido unanime”. Furono tanti, troppi, gli intellettuali e gli scrittori che credettero che il massacro inaudito della Prima guerra potesse essere il viatico necessario a fare degli italiani un popolo. E se i proclami dei più ferventi interventisti ancora ripugnano, anche le più sincere e problematiche istanze di chi credeva che il fronte fosse l'unico luogo – se non quello d'elezione - per fraternizzare con i compatrioti (uno fra tutti: Renato Serra) rimangono inaccettabili. Tuttavia, questa poesia, di quel sentimento, rimane una delle testimonianze più alte e sincere, immune com'è da ogni mistica bellicista, da qualsivoglia fervore patriottardo.   Sono un poeta un grido unanime...

Giacomo Leopardi / All'Italia

La plurisecolare tradizione inaugurata da Italia mia di Petrarca arriva fino a questa canzone civile di Leopardi ventenne. Se per l'appunto il testo risente ancora, nel suo andamento retorico, dei gravami ereditati da quei modelli – ed è ancora lontano dalla splendida fluidità dei canti della maturità – nondimeno li rinnova profondamente, attualizzandoli. La chiave su cui si regge l'impianto discorsivo della lirica sta probabilmente nell'avversativa del quarto verso (e più precisamente in una parola decisiva per il sistema di pensiero leopardiano: gloria): da una parte le vestigia inerti della memoria italiana (e dunque, di fatto, la sua crisi), dall'altra lo scacco del presente, l'impossibilità di un riscatto nell'orizzonte della Restaurazione (“Poi che dormono i vivi; arma le spente / Lingue de' prischi eroi”, implorerà polemicamente Leopardi, un anno dopo o poco più, Ad Angelo Mai). E ancora qualche anno dopo annoterà nello Zibaldone: “Come può il poeta adoperare il linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d’una generazione d’uomini per...

Francesco Petrarca / Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

Forse la più nota delle poesie civili dedicate all'Italia, di certo la più amata dai nostri letterati – da Machiavelli a Leopardi – , Italia mia (Canz. CXXVIII) rimarrà l'insuperato modello archetipico per una cospicua serie di imitazioni e variazioni che attraversa l'intera tradizione classicistica. Petrarca intona il suo compianto alla patria mentre si trova in Italia (nella valle del Po, “dove doglioso e grave or seggio”, tra il 1344 e i primi del 1345) e lo colloca, nel Canzoniere, nel mezzo di una lunga sequenza di poesie a tema amoroso (immediatamente successiva è Di pensier in pensier, di monte in monte e appena precedente Chiare, fresche et dolci acque). Sebbene la canzone rimandi a vicende contingenti e a fatti dell'epoca in cui venne scritta, il suo messaggio accorato e la sua costruzione retorica concorrono a farne un duraturo topos della tradizione letteraria.   Italia mia, benché 'l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sí spesse veggio, piacemi alme che' miei sospir' sian quali spera 'l Tevero et l'Arno, e 'l Po, dove...

Obenetto - Dubenije / Paesi e città

Obenetto/Dubenije è una corsa a capofitto. Sulla pietra oblunga e levigata alla curva mi piaceva mettere il passo, sfidando ogni volta lo scivolamento. Ancora sento il bruciore delle ortiche che Armando ci scudisciava sulle gambe correndoci dietro quando disturbavamo il suo lavoro, che poi lui era un gran fannullone e pur di perdere tempo terrorizzava così noi bambini. Quella pietra oblunga, aristocratica per quanto liscia rispetto alle scabre pietre vicine, e lucente di chissà quanti passi ma che io sola pensavo di aver levigato, fu ricoperta da una colata di cemento una quindicina di anni fa. Gli operai, seguendo una moda che è figlia degli infissi in alluminio anodizzato, lasciarono qua e là lungo la colata emergere alcune pietre. Ma io lo so che sono finte, non sono le pietre del sentiero. Quelle riposano tutte, intatte, sotto il cemento e aspettano il suo sbriciolarsi. Anche la pietra oblunga alla curva. Fino agli anni ottanta, Obenetto è stato il perno geografico intorno al quale ruotava la vita della mia famiglia e quindi la mia. Casa Simanova, la casa dei miei nonni materni, il perno etico intorno al quale ho costruito la...

Patria è un paradosso

Si dice patria quando non è sufficiente parlare di nazione, e nemmeno di Italia. Essendo la patria la propria nazione, può sembrare, per chi vi si trova, una parola ridondante, e nel contempo indicante l'invisibile. Appare, evocata, nella distanza: spesso è più facile dire patria per un italiano che vive fuori, allungando lo sguardo a una terra lontana. Appare evocata insieme a un sentimento penetrante, come appunto la nostalgia. Oppure – si veda l'ardente frequenza con cui viene scritta dagli uomini del Risorgimento – il desiderio. La patria si coagula sul vetrino del dolore ed è per certo “sì bella e perduta”. Patrioti si dicono i partigiani che combattono per averne una diversa da quella pesantemente accampata e sfacciatamente proclamata dal fascismo. “Sanguinosamente, oscena / mia patria, procuri indizi, reperti / di archeologia criminale agli esperti / d'altri millenni […] / Che male t'abbiamo fatto, che pena / vuoi che scontiamo per appartenerti / come cellule a un cancro [...]” (Raboni) sono i primi versi novecenteschi che vengono alla mente in merito; Povera patria la...

Due appunti sul Levi "patriota"

1. Nelle scuole inglesi s'insegna pochissimo di poesia, ormai. Ma un'eccezione viene fatta per la poesia della prima guerra mondiale, e soprattutto per una poesia in particolare, terrificante, del giovane Wilfred Owen, morto in guerra pochi giorni prima dell'armistizio del novembre 1918. S'intitola Dulce et decorum est: Bent double, like old beggars under sacks, Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge, Till on the haunting flares we turned our backs And towards our distant rest began to trudge. Men marched asleep. Many had lost their boots But limped on, blood-shod. All went lame; all blind; [...] If you could hear, at every jolt, the blood Come gargling from the froth-corrupted lungs, Obscene as cancer, bitter as the cud Of vile, incurable sores on innocent tongues, My friend, you would not tell with such high zest To children ardent for some desperate glory, The old Lie; Dulce et Decorum est Pro patria mori. Pochi mesi prima, nel 1916, a Locvizza/Lokvica sul Carso, oggi località slovena, Giuseppe Ungaretti ricorda il suo amico arabo morto a Parigi nel 1913, nella poesia In memoria: Si chiamava Moammed Sceab...

Matria

Oggi, dopo le tragedie del Novecento, “patria” è forse una parola, se non inservibile, irrecuperabile. Patria è ancora la nazione maschia (o meglio – in un rovesciamento semantico – la nazione femmina la cui inviolabilità è garantita dagli italiani maschi), è il precipitato della peggiore retorica bellicista ed escludente, respingente e classista. Eppure queste parole di Levi, inaspettatamente, sembrano dirci che è possibile ancora restituirle un senso. Stefano Jossa, a un recente convegno dedicato a letteratura italiana e identità nazionale (Marzo 2011. Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue di cor) insisteva ragionevolmente sull’urgenza di dare pieno corso al lemma “matria”, quale possibile alternativa all’ormai inattingibile “patria”. Probabilmente è così. Altrimenti si tratterebbe di risalire a una nozione che, proprio a cavallo del processo di unificazione nazionale italiana, preesiste al becero nazionalismo moderno. Recuperare quell’idea di patriottismo che Maurizio Viroli contrappone appunto alle degenerazioni...

Giorgio Caproni / Identità italiana

Queste due poesie epigrammatiche di Giorgio Caproni sono tratte da Res Amissa, raccolta postuma pubblicata nel 1991 per le cure di Giorgio Agamben. Il tema prevalente della silloge è di carattere teologico: la 'cosa perduta' è la Grazia, il Bene. Tenendo presenti queste premesse (sebbene i due testi appartengano alla sezione «Anarchiche o fuori tema») è forse possibile attingere qualche significato ulteriore da questi risentiti «versicoli» caproniani: quel Dante, per esempio (così assiduamente letto, annotato e riscritto da Caproni nel corso dell'intera esistenza), è anche il poeta teologo, il poeta cittadino, degradato, nell'Italietta «laida e meschina», a orpello retorico. Matteo Di Gesù Patria Laida e meschina Italietta. Aspetta quello che ti aspetta. Laida e furbastra Italietta. Ahimè Fra le disgrazie tante che mi son capitate, ahi quella d'esser nato nella «terra di Dante». (Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1999)

Roma, Esquilino / Paesi e città

Dai tetti dell'Esquilino, a Roma, la chiesa di San Vito, a fianco dell'Arco di Gallieno, può far pensare alla prua di un vecchio naviglio arenato nella nuova Chinatown. I fedeli che partecipano alle funzioni religiose sembrano naufraghi riuniti attorno all'imbarcazione tirata a riva dopo il fortunale. È un effetto dello strapiombo storico che l'Urbe imperitura sa dispensare agli animi inquieti. Nella parete destra, accanto alla “Pietra scellerata”, sulla quale la tradizione vuole che fossero stati uccisi molti cristiani, risplende, dopo i restauri, l'edicola sacra rinascimentale attribuita ad Antoniozzo Romano, nel cui preciso disegno avverti ancora con forza la lezione dell'angelo impartita allo scolaro diligente da Melozzo da Forlì.  Nel piazzale retrostante l'ingresso i secoli hanno scavato un vortice di memorie: volti, nomi e date si affollano dentro di me insieme ai ricordi di quand'ero bambino e giravo intorno alla chiesa con la bicicletta numero dodici pedalando sui marciapiedi come oggi sarebbe impossibile fare. Alla fine sei stanco di questo mondo antico. Il verso, in cui mi sono rispecchiato,...

Nocciolo sposato alla Vitalba

Avete visto gli orecchini dei noccioli? Sui rami nudi, i pendenti d’un giallo paglierino ornano ogni frasca. Ondeggiano a coppie, i più vanitosi anche a tre o a quattro, allungandosi ben oltre i dieci centimetri d’ordinanza. Non possono passare inosservati nei giorni di fine inverno, quando alberi e cespugli intirizziscono agli ultimi freddi. Sono le infiorescenze maschili del corylus avellana, il nocciolo nostrano diffusissimo nei boschi e nei parchi cittadini. Allo sguardo frettoloso di chi non sa cogliere a terra, tra le foglie secche, i primi azzurri di pervinche e anemoni, annunciano il prossimo cambio di stagione. Sui filamenti centrali girano minuscoli petali con antère dal lieve profumo di miele. Spugnosi al tatto, nel giusto momento della maturità diffondono al vento nubi di polline dorato. Difficile invece soffermarsi sulle assai modeste infiorescenze femminili: simili a gemme, come unico sfoggio hanno in dote un ciuffetto rosso appena visibile. Ma da qui si sviluppanno i frutti golosi. Aerei, sospesi tra i gialli pendagli dei noccioli sorprendono lo sguardo i batuffoli grigio argentei della vitalba in livrea invernale. Sono i...