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Psicoanalisi

(315 risultati)

Uno davvero tutto solo / Il fantasma di Odradek

Non c’è alternativa. Non si può che giungere alla psicoanalisi attraverso la porta del sintomo. È una delle poche verità che riguarda questa pratica e che emerge, per così dire, sia dalla sua filogenesi che dalla sua ontogenesi: sono state le isteriche alla fine del XIX secolo a “inventarsi” un sintomo che la scienza medica non riusciva a comprendere e di cui non riusciva a ricostruire la causa fisiologica; ma è anche vero che ogni esperienza della psicoanalisi ancora oggi inizia da un sintomo soggettivo, quando una forma di sofferenza non riesce a essere risolta in nessun altro modo, né con i farmaci, né con la psicologia, né attraverso le proprie relazioni e nemmeno nelle forme collettive del vivere sociale. Il sintomo è un messaggio enigmatico di cui non si conosce il senso né la causa e che fa soffrire il soggetto. In questo senso si potrebbe dire che è come una parola di cui non si conosce il significato e di cui non si è mai sentito il suono. Per la psicologia il compito della scienza dovrebbe essere quello di scoprire la causa nascosta del sintomo: cioè riportare il messaggio enigmatico al suo significato nascosto. Per la psicoanalisi no. Non c’è significato nascosto del...

Forma e imitazione / Diventare noi stessi

Come siamo giunti a vedere e sentire il mondo come lo vediamo e sentiamo? Come le idee si fanno mondo? Come siamo diventati e diventiamo gli esseri umani di oggi? Il cammino di attraversamento proposto dalla guida, nel senso proprio di una guida per un viaggio, di Francesco Valagussa (in Forma e imitazione. Come le idee si fanno mondo, Il Mulino, Bologna 2020), esalta le vie del divenire umani e suscita una profonda nostalgia, mista a indignazione, riguardo all’attuale triste indifferenza, anche istituzionale, verso gli studi classici, in particolare di storia e filosofia.    Lasciamoci, perciò, guidare in un cammino che va da Omero a noi, che viviamo di immagini, quindi di imitazioni più o meno riuscite delle forme, al punto di illuderci, cioè di giocare con il mondo, come se quelle immagini fossero le forme stesse, o di dimenticare del tutto le forme e vivere “di segni di segni, perché ci fanno difetto le cose”. A un certo punto della nostra storia l’appartenenza tacita e coincidente con il mondo inizia a trasformarsi in domanda. Gli umani si distanziano dal fondo della vita e la visione cristallina dell’idea compare nella sua assolutezza. È l’intelletto che ha fatto...

Cosmopoliti e comunitari

Come diventare cosmopoliti in effetti nessuno lo sa. Per certi aspetti si tratta di un paradosso, perché cosmopoliti lo siamo già, eppure allo stesso tempo dobbiamo ancora diventarlo. Ci manca di certo un “mantello antropologico”, che in parte sta già sorgendo, e constatiamo che in una certa misura è già sorto, anche se per la maggior parte è da creare. È la natura di quel “mantello”, sono le sue caratteristiche, che corre l’impegno di indagare. È soprattutto l’affermazione pre-intenzionale del “mantello” o habit che ancora una volta, e con spessore planetario e da infosfera, sollecita fino al limite di tenuta la nostra capacità di contenimento e elaborazione. Le insorgenze, i tentativi di reazione, il profilo basso delle molteplici azioni delle reti sociali orizzontali, che certamente esistono, sembrano non incidere e diventare presto funzionali alla macro-tendenza e al potere dei processi sovra-legali dominanti che, per ora, globalizzano solo le merci e la finanza. In proposito, si può sostenere che “la fine del mondo” intuita genialmente da De Martino abbia non solo messo in crisi la “presenza”, ma segnali, congiuntamente, un’altra questione: forse non siamo in grado di...

III / Quattro domande sul desiderio

La pandemia scatenata dal coronavirus ha modificato, e probabilmente modificherà ancora anche a breve scadenza, i comportamenti che riguardano i corpi e le relazioni fisiche tra gli esseri umani. Ti chiediamo di rispondere ad alcune domande per capire in che modo a tuo parere potrà cambiare tutto questo.   Ivano Gamelli, pedagogista   1. Il desiderio di prossimità, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore, sembrano oggi aboliti a causa dei timori che i contatti possano generare veicoli di trasmissione del virus, così che la paura ha preso il sopravvento: possiamo essere gli untori dei nostri partner, genitori, amici. Desiderio e paura si escludono o possono coesistere e con quali conseguenze? Cosa determinerà – in una fase di coesistenza con il virus – l’impossibilità di riprendere la dimensione fisica, corporea, di alcune relazioni, in particolare quelle con gli anziani?   Cominciamo con il dire che corpo, come mente, è una parola che assume significati diversi in relazione ai contesti e ai paradigmi nei quali la si inserisce. Una riflessione, questa, che ci porterebbe lontano, ma che non può non essere tenuta in...

Trasformare se stessi / Vivere la filosofia: Pierre Hadot

“Tante cose sono belle a vedersi, diceva Schopenhauer, ma essere una di loro è tutt’altra cosa. La filosofia consiste nel coraggio di accettare consapevolmente il fatto di essere proprio una di loro”. Non c’è né narcisismo né megalomania in queste parole di Pierre Hadot, il filosofo francese di cui ricorre quest’anno il decimo anniversario della morte, avvenuta a Parigi il 24 aprile del 2010. C’è piuttosto l’invito a una nuova percezione del mondo, che condurrà a una revisione del proprio modo di concepire se stessi, la realtà e la vita (Pierre Hadot, La filosofia come maniera di vivere, Einaudi, 2008, p. 232).    L’idea di fondo che permea tutta la sua filosofia, ed emerge da uno studio profondo delle fonti antiche, ruota infatti attorno al condimento che il suo sapere “non consiste nell’insegnamento di una teoria astratta e meno ancora in un’esegesi di testi, ma in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza. L’atto filosofico non si situa solo nell’ordine della conoscenza, ma nell’ordine del «Sé» e dell’essere: è un progresso che ci fa essere più pienamente, che ci rende migliori. È una conversione...

II / Quattro domande sul desiderio

La pandemia scatenata dal coronavirus ha modificato, e probabilmente modificherà ancora anche a breve scadenza, i comportamenti che riguardano i corpi e le relazioni fisiche tra gli esseri umani. Ti chiediamo di rispondere ad alcune domande per capire in che modo a tuo parere potrà cambiare tutto questo.   Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista   1. Il desiderio di prossimità, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore, sembrano oggi aboliti a causa dei timori che i contatti possano generare veicoli di trasmissione del virus, così che la paura ha preso il sopravvento: possiamo essere gli untori dei nostri partner, genitori, amici. Desiderio e paura si escludono o possono coesistere e con quali conseguenze? Cosa determinerà – in una fase di coesistenza con il virus – l’impossibilità di riprendere la dimensione fisica, corporea, di alcune relazioni, in particolare quelle con gli anziani?   Il rapporto con il corpo, mio e dell’altro, è stato al centro dei miei pensieri della quarantena. Il corpo esposto al contagio e il corpo sottratto al contatto. «Nessun uomo è un’isola», diceva John Donne, ma io mi sono sentito isolato...

(2) / Imparare tra cervello e macchine

Con i metodi di imaging e risonanza magnetica siamo riusciti a mostrare che fin dalla nascita, praticamente tutti i circuiti del cervello adulto sono già presenti in quello del bambino. Il cervello umano nasce e si sviluppa per auto-organizzazione, spontaneamente, per simulazione interna, imparando per bootstrapping – tirandosi su per il codino, come il Barone di Münchhausen –, da un modello fisico interno e, allo stesso tempo, la struttura precoce non rimane invariata, ma è modificata e arricchita dall’esperienza. Ciò grazie alla plasticità cerebrale. La foresta inestricabile di ramificazioni neurali, composta da migliaia e migliaia di rami sempre più piccoli, i dendriti (dendron significa “albero” in greco), mediante le sinapsi, le unità di calcolo del sistema nervoso, dà vita alla comunicazione tra le cellule cerebrali, i neuroni. Considerando il ruolo di ciò che si impara per comprendere lo sviluppo umano e la produzione dei patrimoni di conoscenza disponibili, è necessario comprendere come agiscono i vincoli spaziali e i vincoli temporali in molte regioni del cervello. Sappiamo che la plasticità è attiva soltanto durante un intervallo di tempo limitato, che è chiamato “...

Novità sui fiori / Inventario

“Come stai?” ha perso la sua frettolosità formale, è diventato un interrogativo sostanziale da cui dipende l’esistenza nostra e delle nostre tante famiglie allargate. In questi giorni non ci incontriamo, il verbale risucchia il non verbale, la comunicazione ridiventa orale, sono le parole che toccano e nutrono, che devono raccontare emozioni che non possono diventare gesto. Dai dispositivi passa un flusso che unisce la solitudine delle moltitudini, concede il perditempo della chiacchiera: ho parlato con mia madre fino alle due di notte, ho sentito amici che non vedevo da anni, ho finalmente chiarito...  L’estetica del mostrarsi, quella che coccolavamo e perfezionavamo, è svaporata, il corpo si è fatto insormontabile con i suoi significati arcaici di paura e morte. “In alcune condizioni di malattia somatica (organica) il corpo-soggetto (Leib) si trasforma in corpo-oggetto (Körper)” scrive Eugenio Borgna in Le metamorfosi del corpo, postfazione all’ormai classico, Il corpo, di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 1983). Anche se l’impegno strenuo di chi lotta in ospedale è capace di trasformare il paziente numero in una persona da salvare.    Sottocoperta, ci mettiamo...

Bergamo / Il virus visto da dentro

Ho attraversato l’esperienza del virus, proprio questo virus, a Bergamo, in questi giorni. Chissà quanti l’hanno attraversata senza neppure averne consapevolezza, alcuni, i più giovani, senza conseguenze, altri morendo senza causa efficiente, senza che il tampone fornisse loro il sigillo di morte “autentica”. Le pagine dei necrologi sono lievitate da una a dodici, le notizie degli amici, dei conoscenti, dei giornali si diffondono, senza remissione. Io sto meglio, ma non è questo il punto. Chi, come me, il virus lo sta attraversando ha fatto un’esperienza sui generis. La descriverò qui con parole mie, che voglio condividere con il lettore.  Per la mia esperienza – sto attraversando il virus e sto sopravvivendo – non è tanto il fatto di essere stato inserito in una sala d’emergenza gremita; il non avere avuto un luogo dove stare, finché qualcuno non ti dà un giaciglio su cui coricarti, inadeguato, il tuo primo privilegio; neppure stare dentro al lazzaretto degli appestati, dove, se devi pisciare – poiché sei già attaccato a due tubi, liquido e gassoso – lo devi fare lì, in un contenitore di cartapesta, davanti agli altri, che ti guardano, come tu guardi loro. Fai un piccolo...

“Sono tutti uguali gli occhi degli uomini verso l’esilio” / Due sguardi su Claudio Lolli

Tre note su Claudio Lolli di Massimo Recalcati   Prima nota: la sua musica mi ascoltava La musica è qualcosa che davvero ascoltiamo? Quando ho ascoltato le prime canzoni di Claudio Lolli in una scuola occupata di Quarto Oggiaro, nella estrema periferia milanese, ero davvero “io” che le ascoltavo? La musica non assomiglia forse ad un quadro o ad un libro? Sono io che guardo e che leggo o sono il quadro a guardarmi e il libro a leggermi? Ricordo bene la sua voce e le sue parole tra noi mentre io ero, in quell’inverno del 1976, come tutti quelli della mia generazione, attraversato da grandi dolori e furori. Lolli mi ha insegnato per primo che l’esperienza della musica non è quella di un semplice fluido sonoro che visita le nostre orecchie. Ascoltare le sue canzoni era fare l’esperienza perturbante di essere ascoltati, di sentirsi ascoltati, dell’incontro con qualcuno che ti sapeva ascoltare. Non ero io, dunque, che ascoltavo la sua musica e le sue parole, ma erano la musica e le sue parole che mi ascoltavano. Ascoltavano il mio e il nostro grande furore e dolore; erano la sua musica e le sue parole a soffiare via “l’inferno dalla fronte”. Non ero semplicemente “io” che lo...

Joseph Campbell, Le distese interiori del cosmo / Siamo mito

“Come fuori, così dentro” si potrebbe riassumere così, parafrasando la celebre massima alchemica, la tesi dell’ultimo libro di Joseph Campbell, Le distese interiori del cosmo. La metafora nel mito e nella religione, Nottetempo, 2020. Si tratta di una raccolta di saggi che amplificano delle conferenze tenute tra il 1981 e il 1984 nello sforzo, consueto per Campbell, di illuminare la transculturalità, ossia gli elementi costanti, nonostante le variabili etnico-culturali, dei miti. Al cuore di ogni narrazione mitologica, che Campbell ha il merito indiscusso di mostrare ancora viva negli aspetti più comuni delle nostre culture, ci sono temi che Adolf Bastian (1826-1905) chiamava “idee elementari” e Carl Gustav Jung (1875-1961) “archetipi”; si tratta di cristallizzazioni di risposte millenarie che la fantasia e l’immaginazione delle diverse civiltà umane hanno elaborato per affrontare questioni esistenziali che le hanno profondamente interrogate. Naturalmente queste forme archetipiche variano a seconda delle idee etniche che una determinata cultura esprime, ma esiste tra di loro una dialettica che Campbell riassume così: “l’idea elementare è radicata nella psiche; l’idea etnica...

Solidarietà introversa / Una comunità di solitudini

Papa Francesco cammina con una piccola scorta tra le vie deserte del centro di Roma. Non è una scena di un film di Buñuel, né un’installazione di Cattelan. Piuttosto evoca la cifra più profonda del suo pontificato: rinunciare all’idea di una sovranità astratta, restare accanto a chi trema, a chi ha paura. Sotto i colpi del Covid-19 è la città che trema, che ha paura, che è caduta nello sconforto. Francesco si mostra come l’Altro che risponde alla chiamata del suo popolo. È la prima parola, la parola più eminente di ogni pratica di cura: “eccomi!”. È la postura materna di tutti coloro che oggi si prendono cura dei nostri malati. Eccomi! “Non vi lascio cadere, non mi allontano, resto con voi. Qualcosa di spaventoso sta accadendo; una strana guerra, ma io sono in mezzo a voi”. Non si tratta di negare, di rimuovere, di minimizzare la gravità estrema di questo tempo, ma nemmeno di restare paralizzati, privati di speranza. Il corpo del papa appare come un punto bianco nel buio.   Il contrasto tra questa scena e quelle recenti del saccheggio dei supermercati e della fuga dalle zone rosse è eloquente. Il prendersi cura lascia in questi casi il posto alla regressione panicata....

Parte I / Imparare, tra cervello e macchine

“Non vi è giuoco più interessante di quello offertoci dalla nostra immaginazione”, scrive Vladislav Vancura a pagina 12 del suo capolavoro del 1934, La fine dei vecchi tempi, Adelphi, Milano 2019. Forse non vi è migliore descrizione dell’apprendimento umano che associarlo a due aspetti della nostra esperienza: l’immaginazione e la negazione. Oggi l’immaginazione ha assunto un’ulteriore centralità nei processi di apprendimento, in quanto una parte decisiva dei fenomeni e della loro conoscenza sono accessibili solo immaginandoli, come ad esempio accade con l’infinitamente piccolo, i quanti, o l’infinitamente grande, le galassie e gli universi. Allo stesso tempo la discontinuità che caratterizza l’apprendimento, nel caso degli esseri umani è notevolmente connessa alla distinzione specie specifica di dire di no, di mettere in discussione e trasgredire la consuetudine. Se, come sostiene Stanislas Dehaene, in Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019; edizione originale 2019, è solo la manipolazione delle probabilità, cioè dell’incertezza di ciò che impariamo, a consentirci di ottenere il massimo da ogni informazione, ciò è...

Re-imparare a immaginare / Per una clinica del presente

In una poesia intitolata Lezione di anatomia Arrigo Boito narra di un professore di medicina intento a dissezionare il corpo di una giovane donna. Tutto il componimento si gioca sul contrasto tra la freddezza del chirurgo, mentre estrae gli organi per mostrarli ai suoi studenti, e l’immaginazione del poeta. Boito vede davanti a sé un corpo ancora caldo e possibile e pensa “agli eterei / della speranza / mille universi!”. Quelli a cui rivolge la mente sono universi aperti da un altro sapere, un sapere fecondo, che si mescola con la magia, con il mistero e, in ultima analisi, con la vita. Tuttavia al medico e agli studenti quella donna appare solo come un cadavere freddo, come il mero oggetto della loro osservazione, da sottoporre all’analisi della disciplina. Così di fronte all’orrore della dissezione di quel corpo giovane e bello, Boito inveisce contro la scienza ottocentesca: “Scïenza, vattene / co’ tuoi conforti! / Ridammi i mondi / del sogno e l’anima”.    Dopo un secolo e mezzo nelle università e nelle scuole si dissezionano ancora cadaveri. Il pensiero di scienziati, filosofi, sociologi, psicologi, economisti e persino quello degli attivisti – che nel loro stesso...

Boomer / Sessantenni nello specchio del coronavirus

Ti viene da pensare al Diario della guerra del maiale dopo l’invito dell'assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera rivolto agli over 65 a non uscire di casa per prevenire il coronavirus. Ci si sente sotto attacco, c’è poco da fare, sembra che il sistema si scateni come i giovani di Buenos Aires del racconto di Bioy Casares che per una settimana cercano di eliminare “i maiali”, cioè tutti coloro che hanno più di cinquant’anni. E tu, come “i maiali”, sei costretto a difenderti nascondendoti e fuggendo le tue stesse abitudini.  Ma come, dice Lella Costa: “Noi, i figli del boom, siamo carne di cannone quando impongono di non andare in pensione, di lavorare sempre più, di rimboccarsi le maniche e anche di contribuire a mantenere figli e nipoti. Poi, arriva questa malattia e ci dicono, in sintesi, che siamo cagionevoli ed è meglio tenerci a casa. In realtà, mi sembra che questa Milano sia piena di settantenni in forma, consapevoli, capaci di prendersi cura della loro salute. Perciò viene un po' da ridere, all'invito a stare chiusi a casa.” (intervista in Repubblica-Milano del 04.03.2020).    A un “esame di realtà” le ragioni della scienza sono evidenti e...

Differenze e identità / Lo Straniero e l’ospite

L’incipit dei Miserabili di Victor Hugo racconta l’incontro tra un miserabile avanzo di galera di nome Jean Valjean e Monsignor Myriel. Dopo l’uscita dal campo di lavori forzati, Jean Valjean, ripudiato da tutti per via del suo passaporto giallo, indice di infamia, trova rifugio presso l’abitazione di Myriel. La mattina fugge, rubando l’argenteria. Catturato dalle guardie, viene riportato presso Myriel. Il sacerdote, suo ospite tradito, risponde che l’argenteria non è refurtiva, ma dono e, al dono, aggiunge i candelieri. Il salto iperbolico è salto che dice di un’idiozia, ma quale idiozia? Non, seguendo la diagnosi, il “grave ritardo mentale”, né idiozia è qui da intendersi come insulto che usiamo per squalificare l’altrui persona. L’idiozia è quella della cecità della fiducia.   Michel Agier, nella prima parte del suo bel saggio Lo straniero che viene: ripensare l’ospitalità, uscito di recente per Cortina, discute da una prospettiva antropologica e con ammirevole competenza, il programma filosofico di Jacques Derrida sull’ospitalità. I testi di Derrida, in buona parte anch’essi comparsi presso Raffaello Cortina (Politiche dell’amicizia e ...

Rocco Ronchi e Bernard Stiegler / Governare l’ingovernabile

Come si governa la complessità? La domanda suona ineludibile in un tempo in cui l’arte del governo appare sempre più catturata da un vortice di forze ingovernabili, in balia di spinte contrapposte e di rovesci repentini. Anche la semplice attività di mappare un territorio, preliminare ad ogni decisione di intervento, per identificarne i nodi sociali, economici e culturali, rilevarne le tendenze, le pieghe, i punti di forza e di debolezza, sembra oggi una sfida impossibile: ogni punto individuato sulla mappa si mostra infatti immediatamente connesso a migliaia di altri punti secondo interazioni imprevedibili che evolvono più velocemente di qualsiasi mappatura. Forse è sempre stato così, sin dai tempi dell’originaria urbanizzazione, delle prime città-stato e degli imperi mesopotamici, non a caso connotati dagli storici con l’epiteto di “società complesse”. Ma nell’attuale epoca di crisi della politica e del simbolico, affievolitosi quel velo di fiducia nella legge umana e nella sua capacità di controllo, l’ingovernabilità si rende visibile in tutta la sua abissale potenza.   Con questo tema si confrontano Rocco Ronchi e Bernard Stiegler nel libro L’ingovernabile (Il melangolo,...

Possibilità / L’automa e la macchina

I libri di filosofia non soltanto servono a produrre pensieri, spesso suggeriscono anche un panorama percettivo: alcuni assomigliano a costruzioni cristalliformi, dispongono i concetti in serie, ordinano il paesaggio in modo rigoroso, funzionano come una mappa perché vengono incontro alla capacità di orientamento del lettore. Altri sono meno rigorosi, più impressionistici, si rifiutano di mettere una volta per tutte a fuoco il paesaggio che continua a fluttuare sotto lo sguardo del lettore, come se la prospettiva cambiasse a ogni passo e fare il punto diventasse impossibile. Altri libri ancora sono inclassificabili, non appartengono alle tipologie appena ricordate, perché raggiungono la precisione del concetto per mezzo di folgorazioni e inducono nel lettore una percezione contraddittoria, quella di un paesaggio estremamente mobile che improvvisamente s’incanta, poi ricomincia a fluire e rompe la nettezza dei contorni, poi nuovamente congela… Quest’ultimo è il caso del libro di Federico Leoni – L’automa. Leibniz, Bergson, Mimesis, Milano 2019 – in cui salti e smottamenti concettuali se ne stanno in agguato sotto il velo di una scrittura più che elegante e una coerenza sistematica...

Pietas / Vita e teatro, arte e terapia

Non ci sono officine che riparano il cuore dolorante degli umani, non ci sono luoghi dove ripararsi quando l’individuo si ritrova braccato dalla Grande Storia. L’incontro con la distruttività – l’appartenere a una specie implicata in storie di male nell’espressione di Paul Ricoeur – non lascia scampo, ma il “mondo in frantumi” dell’esistenza può essere trasfigurato. Trasformato in immagine e parola, nell’armonia del canto. È quello che riesce a Charlotte Salomon con la sua opera omnia Vita? O teatro? (Castelvecchi, 2019). L’arte non ha salvato la sua vita, ma ha permesso la sua resurrezione. E noi oggi siamo di fronte a questo Grande Libro, un oggetto che si avverte sacro e un po’ si teme di toccare, un oggetto pesante da tenere in mano, che ha in copertina un autoritratto dell’autrice che ci osserva con sguardo sapiente, figura femminile dalla potenza archetipica. 796 fogli, difficili da classificare, da leggere e da guardare, una partitura di testi e disegni, associata a un’aria musicale. “Qualcosa di speciale, totalmente folle”, un Singspiel lo chiama lei: “La creazione delle pagine seguenti dev’esser immaginata così: un uomo siede davanti al mare. Dipinge. D’improvviso, una...

Saggio incalzante sulla fine dei tempi / Il male che viene

Porre la fine dei tempi come una certezza effettiva significa uscire dal circolo incantato di un’affermazione apocalittica che deve essere fatale, pur non essendolo in definitiva così tanto – e che mobilita una certezza per celia al servizio di un’angoscia che, per coronare il tutto, si supererà da sola per magia. In realtà, la certezza in questione, nella sua piatta banalità, è proprio quella che è scongiurata dall’“euristica della paura”, dalla metafisica dell’“angoscia ontologica” o dall’etica del “dovere dell’angoscia”. Sono sicuro della fine dei tempi in un orizzonte storico, che non ho affatto bisogno di datare per definire la fine imminente. Quanto all’angoscia che provo, nemmeno essa ha caratteristiche trascendenti, poiché non concerne strettamente nulla che verta sull’essere o sul mondo, bensì sugli eventi concreti e sulle loro cause sociali e naturali. Stranamente, anzi, questa certezza suona a morto per l’angoscia come sentimento indefinito. Essa riapre infine la porta alla paura, il che è molto diverso. E l’avvenire ci fa sicuramente temere cose precise, e per ottime ragioni. Notate peraltro che, siccome questa certezza e queste paure non hanno niente di molto banale,...

Su Sigmund Freud / Ama il prossimo tuo

“Amaci, delinquente!”          (Voi)                                                                                                                        Nel quinto paragrafo del saggio intitolato Il disagio della civiltà (Das Unbehagen in der Kultur, 1929), Sigmund Freud prende in esame una di quelle che chiama “pretensioni ideali della società incivilita”, il precetto “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e propone di adottare verso di esso “un atteggiamento ingenuo, come se ne sentissimo parlare per la prima volta”. L’analisi critica che ne discende ha provocato in me, fin dalla prima lettura, un’alternanza di inquietudine, entusiasmo, riso, spavento. Con quel passo, e con le mie reazioni, ho cercato nel corso degli anni di fare i conti. Vorrei provare, qui, a ripercorrere le mie riflessioni. Non avendo io alcuna competenza in materia di psicanalisi, esse...

Elogio della rabbia e della disobbedienza / Incazzarsi

“…abbiamo bisogno di un’educazione sentimentale per gestire e indirizzare l’affetto e la passione – e spesso non basta un’esistenza per venirne a capo…”. Così scrive Salvatore La Porta in Elogio della rabbia. Perché dovremmo incazzarci di più e meglio, Il Saggiatore, Milano 2019; p. 50.     Ma come, verrebbe da dire, se non si assiste ad altro che a gente arrabbiata? Dai talk-show televisivi al linguaggio della politica, agli stadi, alla gente per strada, alla vita familiare, ovunque si sentono imprecazioni e incazzature. Allora cosa può voler mai dire che “dovremmo incazzarci di più e meglio”? Le rabbie che si vedono in giro quasi mai sfociano in progetti e in forme efficaci di emancipazione e innovazione. Nella maggior parte dei casi si esauriscono e implodono in esiti rancorosi e in conferme dell’esistente. Viviamo un tempo in cui ognuno deve esaltare la propria dimensione pubblica e teatrale esibendo la propria vita. È un dovere a cui non è facile sottrarsi. Ce lo impone una certa struttura a dominanza nelle nostre relazioni sociali odierne. Nella posizione affettiva e relazionale in cui si ritrova oggi ognuno di noi, non sollecitiamo con quel "deve" una...

Muri e solitudine / Massimo Recalcati. Le nuove melanconie

L’ultimo libro di Massimo Recalcati, Le nuove melanconie, si apre con un esergo tratto dal Vangelo di Giovanni, lo stesso esergo che Giacomo Leopardi scelse come ingresso a La ginestra: “e gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce”. Il godimento senza limite, cifra del capitalismo, ha assunto oggi un nuovo volto, complementare al primo, diventando godimento della chiusura: dall’iperattività all’autoreclusione. Così i confini – porosi, aperti, essenziali perché si produca relazione – sono diventati muri. L’esito di questo essere-per-le-tenebre sarebbero dunque i disturbi melanconici sul piano della sofferenza individuale – l’esistenza come peso da trascinare, l’assenza del sentimento della vita, il culto del denaro e del possesso –, e la difesa a oltranza dei propri confini identitari sul piano del vivere sociale – una nuova pulsione securitaria che separa gli uni e gli altri.    L’espansione maniacale capitalistica, scrive Recalcati, ha lasciato attorno a sé solo un mucchio di ceneri, e quello cui assistiamo è una nuova deriva melanconica. Il rapporto solipsistico con l’oggetto ha prodotto una chiusura autoconservativa del soggetto su se stesso, spezzando...

Straniero / Elvio Fachinelli, maestro e amico

Il 21 dicembre cade il trentennale della scomparsa di Elvio Fachinelli (1928 - 1989). Oggi gli psicoanalisti italiani delle varie scuole lo considerano una delle figure più significative della psicoanalisi italiana dalla sua nascita in poi. Anche se troppo spesso la sua rilevanza tende a essere appiattita in quella dello psicoanalista militante dei movimenti di contestazione politica degli anni ’60 e ’70. Nacque a Luserna, villaggio delle Alpi italiane, in un’area in cui si parlava tedesco, italiano e cimbro (una lingua locale usata da poche migliaia di persone). Dopo studi di medicina e psichiatria a Milano, entrò nella Società Psicoanalitica Italiana (SPI), avendo come analista Cesare Musatti, uno dei fondatori storici della SPI. Musatti, curatore dell’edizione italiana delle Opere Complete di Freud, poi divenne celeberrimo in Italia grazie alle sue carismatiche apparizioni televisive. Fachinelli stesso partecipò alla traduzione italiana delle Opere di Freud; tradusse L’interpretazione dei sogni e La negazione.    L’essere membro della SPI non gli impedì di organizzare assieme ad altri analisti, nel 1969, una contestazione del Congresso Internazionale di psicoanalisi...