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Pieces of a Woman / Perdere pezzi per sopravvivere

«Un parto tanto atteso, un futuro a pezzi. Disorientata dalla perdita, scopre che la via d’uscita è attraverso il dolore». A leggere la sinossi del film del regista ungherese Kornél Mundruczó Pieces of a Woman, in concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia e disponibile su Netflix, ce ne sarebbe già abbastanza per tenersi alla larga. Volendo perseverare, le “caratteristiche” del film – “cupo”, “emozionante”, “strappalacrime” – danno il colpo di grazia alla spettatrice o allo spettatore, invitandoci a una sorta di camera della tortura.    Kornél Mundruczó (al centro) con Ellen Burstyn e Vanessa Kirby. Tuttavia, potrebbe trattarsi di una pista falsa, almeno in parte, perché le sinossi dei film, soprattutto quelle preparate per le piattaforme streaming, sono spesso scritte malissimo. Certo, bisogna considerare che vedere Pieces of a Woman in tv anziché in una sala cinematografica è un’esperienza diminuita, purtroppo. D’altra parte, è un lavoro che merita attenzione, per almeno tre importanti motivi.  Il primo è che la protagonista, Vanessa Kirby, ha conquistato la Coppa Volpi (miglior attrice) a Venezia, e molto probabilmente sarà nominata anche per gli...

Camminare per la città / Giuseppe Varchetta, Di passaggio

Parigi, Amburgo, Vienna, New York, Los Angeles, Milano soprattutto, sono alcune fra le città che Giuseppe Varchetta ha attraversato. Il fotografo non si ferma nelle vie alla ricerca di un soggetto, non attende il tempo dell’occasione da cogliere, della decisione da prendere o del momento da non mancare. Semplicemente passa, in punta di piedi, in silenzio, come appare nel suo libro Di passaggio (Corraini Edizioni, 2020, con un testo di Cristina Battocletti). Al tempo stesso avanza e indugia, in un’insolita mescolanza delle due cose.   Ren, Parigi, 1996 La fotocamera diviene quasi un quaderno degli appunti, un album per gli schizzi. Varchetta fotografa le cose che lo circondano, uomini, animali, edifici. Se la nostra identità è il nostro modo di vedere e di entrare in contatto con il mondo, nel momento in cui si sfogliano le pagine di questo libro si attraversa lo spazio, si posa lo sguardo sulle sue forme, e queste ci rimandano, come un riflesso, la nostra immagine. E quelle stesse immagini, man mano che si avanza nel viaggio, restano indietro, appartengono a un tempo che non è più nostro. Passano. E passare, per il fotografo, significa guardare. In che modo?   Una...

“Piccole storie dal centro” / Shaun Tan, il sasso degli sguardi

In Primavera, estate, autunno, inverno, e ancora primavera… il regista Kim Ki-Duk, recentemente scomparso, mette in scena il ciclo delle stagioni e della vita – della via – per la saggezza. Sullo schermo guardiamo un bambino che viene affidato al Maestro (prima di divenire, un giorno, egli stesso un Maestro) mentre si diverte a maltrattare alcuni minuti animali. Cattura dapprima un pesce di piccola taglia, grande come una sua mano, gli lega attorno al corpo una corda sottile cui è appeso un sassolino e poi, ridendone, lo guarda tentare di riguadagnare il suo ambiente, nuotando ovviamente con estrema goffaggine. Il bambino poi fa lo stesso con altri due animali, una rana e un serpentello, e ancora li osserva divertito camminare, strisciare, fendere l’acqua con addosso quel peso. Il mattino seguente, al risveglio, il piccolo si ritrova con un masso legato alla sua schiena: il Maestro, che aveva osservato tutto, gli chiarisce che per purificarsi deve tornare da quegli animali e liberarli, sempre che siano ancora vivi. La lezione è eloquente e metaforica. Al termine del film, un secondo bambino è affidato al nuovo Maestro (il bambino inziale del film) che abita l’isola galleggiante...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (6) / L'oscuro signor Hodgkin

Che cosa sente un uomo che si affaccia sulla propria fine, e giorno e notte ne contempla la possibilità? Soccombe sotto i colpi al cuore dello sgomento o arriva a contrastarlo? Dentro quel confine, dopo il primo scompiglio emotivo, Gigi Ghirotti ci si mette comodo, e cioè continua a fare quello che ha sempre fatto: osservare, raccontare, condividere. “Ho un tumore. Sono un giornalista e devo raccontare agli altri ciò che provo”, dichiarerà in una trasmissione televisiva del 1972, Lungo viaggio nel tunnel della malattia.  Il tumore è “un cupo inquilino, l’oscuro signor Hodgkin”. E il “morbo di Hodgkin”, abbattendo ogni argine, eludendo ogni tattica medica, lo travolgerà nell’arco di due anni, fra il 1972 e il 1974.  Accadono molte cose in quei due anni. Dove nessuno aveva mai guardato. Nessuno, prima di allora, aveva sollevato il coperchio che ricopriva la vita degli ospedali. Certamente non lo poteva fare un malato, la parte più fragile dell’ingranaggio. Lo fa Gigi Ghirotti, malato, ma anche inviato speciale nel “tunnel della malattia”: “La prima sensazione è di essere emerso da una città sotterranea, da un’immensa segreta entro cui la società tiene in deposito i malati...

Wall Street e Silicon Valley / Noi credevamo. I due capitalismi

Nello Barile  in un recente intervento su Doppiozero mette a confronto i due capitalismi, quello della speculazione finanziaria di Wall Street e quello della controcultura digitale californiana, mostrando bene il dilemma della fase attuale.  Questo nostro tempo rende estremi i fenomeni che hanno accompagnato nell’ultimo secolo (1921-2021) il capitalismo e le sue interpretazioni. Nel 1921, in un famoso enigmatico frammento, Walter Benjamin sostenne che il capitalismo è una nuova religione, i cui sacerdoti sono Nietzsche e Freud: la nuova religione dell’individuo, cui siamo indotti a credere attraverso il debito-colpa, il meccanismo indebitante illimitato e senza remissione che ci accompagna fino allo stato di disperazione del mondo. In ideale risposta, scriveva John M. Keynes nel 1925: “noi credevamo che il capitalismo moderno fosse capace non solo di mantenere i livelli di vita attuali, ma di portarci là dove saremmo stati liberi da preoccupazioni economiche. Oggi noi dubitiamo che l’imprenditore ci porti in una terra migliore di quella in cui siamo”. Quattro anni dopo esplodeva la grande crisi del 1929. Poi la ricetta keynesiana dello Stato interventista ha salvato il...

Un anno dopo / Fastidi cinesi

Strano gennaio. Un sottile senso di fastidio, direi invidia, mi pervase nel vedere le immagini della festa in piazza a Wuhan, per il capodanno, tutti tranquilli con molte mascherine, a ricordare al mondo che lì la nottata è passata. Capodanno occidentale, calendario gregoriano, non capodanno lunare: e quindi cosa festeggiano? Non ho mai fatto il nostro capodanno in Cina, e devo farmi aggiornare dagli amici: sì il primo gennaio è festivo. Come diceva qualcuno, se la partita è questa, cosa fai, non giochi? Giocano. Del resto in tutto il mondo ormai si usa il calendario cristiano, per quello cinese stiamo per entrare nel 4718, per quello islamico siamo nel 1442, per quello ebraico nel 5781, e via dicendo, induisti, buddhisti, copti e chissà, quel che non poté il colonialismo lo ha completato la globalizzazione.   Viaggiai in paesi musulmani da giovane, arrivammo fino a Kabul con mezzi di terra a diciassette anni, 1970 A.D., e i calendari mostravano, a noi che avevamo imparato a leggere i numeri dell’alfabeto arabo (che non sono i numeri arabi), date inusuali: eravamo davvero in un altro mondo. Al giorno d’oggi – bella locuzione questa, eh?, si usa perfino nel mio dialetto: al dì...

Diario clinico / Personalità "come se"

Mentre adattiamo il nostro stato d’animo al colore deciso dal grafico della pandemia, la ricerca della postura, quale mente e quale corpo, è il compito del giorno. Aprire o chiudere. Aprirsi o chiudersi. Scendere in strada dimentichi, come se niente fosse, oppure perfezionare il nostro personale sistema di sicurezza spostando tutto on line. Nella grammatica dei sentimenti si introduce la mestizia, e la possibilità dell’Allegro sfuma in velocità più moderate, mentre temiamo di sbiadire in una nota sola. Si può anche sognare di gridare tutti insieme: io sono un autarchico, ma non è facile capire – siamo migliorati, siamo peggiorati, ci siamo trasformati o cristallizzati, chissà, nella routine da eterno presente, di vite iperconnesse fisicamente separate, in un mondo diviso in zone dove il paesaggio della psiche diventa l’infinito in cui si rischia di sprofondare.  L’esterno appare differente da come solitamente lo si è esperito, mentre dentro casa la rappresentazione visuale si espande. Lo schermo ci conduce in terre finora inesplorate. Come se stessimo contemporaneamente osservando e partecipando a una partita a tennis che non ha né racchette né palline. Così capita in uno...

Fumetto italiano / Magnus e Bonvi, 25 anni dopo

“Qualcosa mi toccò dentro, nel profondo, il giorno in cui la musica morì”. Così cantava nel 1971 il cantautore statunitense Don McLean nella sua celebre American Pie. Il giorno in cui morì la musica è il 3 febbraio del 1959, quando l’aereo su cui viaggiavano Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Popper, leggende del rock’n’roll, precipitò in un campo di mais. Qualcosa del genere è accaduto anche nel fumetto italiano, non in un singolo giorno, ma in un periodo di pochi mesi di 25 anni fa. Uno dopo l’altro se ne andarono Hugo Pratt (il 20 agosto 1995), Bonvi (il 10 dicembre 1995) e infine Magnus (il 5 febbraio 1996). Nel giro di pochissimo tempo scomparivano il creatore di Corto Maltese, l’inventore delle Sturmtruppen e di Nick Carter, il disegnatore di Alan Ford e autore de Lo sconosciuto.   In particolare i destini degli ultimi due, Magnus e Bonvi, sono legati tra loro. C’è una storia breve di Bonvi che risale al 1970, si chiama L’ora dello schizoide ed è appena stata riproposta nel volume Incubi di provincia (Rizzoli Lizard). Una notte d’estate Bonvi è al tavolo da disegno quando quando dal buio compaiono i suoi personaggi: le Sturmtruppen, Cattivik, il robottino di Storie...

Perdere / L'intimità che fa paura

Dieci ragazzi si ritirano in una casa in campagna per sfuggire la pandemia. Immersi nella natura passano le giornate tra balli, giochi, cibo e racconti. Decidono per la vita, per il gruppo, per un’intimità fresca, lontana dalle case di origine. Il dispositivo di questa nuova intimità non è lasciato al caso, ma segue una regola precisa: ogni sera, ogni giovane inventa una storia che gli altri commentano. In una atmosfera di libera espressione creativa e di vita, dieci ragazzi, inventano dieci novelle per dieci giorni; a turno ogni giovane stabilisce l’argomento del giorno all’interno di un grande contenitore tematico che riguarda la capacità del soggetto di superare le avversità: ecco il congegno salvifico del Decameron. Non è la prima volta che si parla del Decameron in questi giorni pandemici, dato che il libro di Boccaccio fu scritto dopo la peste che invase l’Europa nel 1348. Eppure, oggi, potremmo mai prendere sul serio un plot del genere? Sebbene si tratti di finzione, non ci sembrerebbe troppo irrealistico che dieci ragazzi contemporanei, a cui non abbiamo offerto una grande dimestichezza con l’organizzazione del quotidiano, se la possano cavare in un luogo isolato, lontano...

Una conversazione / Monica Bonvicini: Lover's Material

Fino al 21 febbraio 2021 la mostra personale di Monica Bonvicini, LOVER’S MATERIAL, a cura di Christina Végh, è ospitata alla Kunsthalle Bielefeld, in Germania.  Nata a Venezia nel 1965, Bonvicini ha studiato Arte a Berlino e alla Cal Arts di Valencia, in California, per poi iniziare a esporre a livello internazionale a metà degli anni Novanta arrivando oggi ad essere tra gli artisti italiani più importanti e conosciuti in Italia e all’estero.  Questo testo nasce da alcune conversazioni con l’artista (trascritte in corsivo), che ringrazio, volte a portare in luce gli aspetti peculiari sia dell’esposizione in corso a Bielefeld sia, in generale, della sua ricerca.    Come per numerose opere di Monica Bonvicini, anche per la mostra a Bielefeld è necessario partire dal luogo espositivo per comprendere il suo concept:  “La Kunsthalle Bielefeld è l’unico museo costruito da Philip Johnson in Europa. È un’architettura dallo stile statunitense e quindi molto diverso da quello degli edifici costruiti in Germania dal Dopoguerra. È un’architettura bella ed elegante, ma anche difficile sia perché sembra concepita per la pittura e per la scultura classiche, sia perché,...

L’ultimo libro / De Lillo: i paradisi della purezza e del silenzio

Se sei un grande scrittore americano devi odiare la tecnologia. Così sembra, leggendo Jonathan Franzen e l'ultimo Don De Lillo. La purezza e il silenzio sono le metafore evocate nei titoli di due libri, editi da Einaudi, Purity (di Franzen, 2015) e Il silenzio (di De Lillo, 2021, appena uscito), affinché il lettore non abbia dubbi: la nostra estatica sottomissione al sistema digitale dominante va incontro all'incertezza di un futuro che è già qui, come ci raccontano De Lillo, con il minaccioso silenzio provocato da un blackout, e Franzen, con la purezza perduta di una ragazza di provincia, che la madre aveva eroicamente cresciuto senza tv. Nel perfetto racconto di De Lillo, una specie di pièce teatrale ambientata in due luoghi claustrofobici, la business class di un aereo di linea e il soggiorno di una casa newyorkese, il collasso improvviso che spegne luci, computer, smartphone è l'aggancio per ricordarci di avere paura, anche quando "la vita, a volte, può diventare così interessante" (pag. 33) da farcelo dimenticare. Basta un niente, infatti, per farci precipitare nel nulla, noi "massa dipendente dall'energia" (pag. 102). Cinque personaggi, tre dei quali, marito e moglie e un ex...

Sono apparse in mezzo ai viburni/ le farfalle crepuscolari. / Viburni d’inverno

Buona la neve, perfetta la neve. Così la canta Zanzotto nella Beltà (La perfezione della neve). Ma.  Persino il poeta si chiedeva «che sarà del giardino»? E, ancora, se stessero bene i pini «tutti uscenti dalla neve»: «i pini come stanno, stanno bene?» (Sì, ancora la neve). Qui in collina, la gran nevicata di metà dicembre, più che per i miei pini neri sostegno delle rose Banksia, mi ha impensierito per come stessero gli arbusti che tendo a non potare un po’ per poetica giardinieresca, un po’ per negligenza. Danni, la neve, ne ha fatti, per lo più rimediabili. Eccetto che per il Loropetalo (Loropetalum chinense): me l’ha scalcagnato per bene e dovrò tagliarlo pressoché al piede: la prossima estate, niente rosa acceso tra le foglie brune. Temevo anche per il Viburno Tino (Viburnum tinus) che avevo lasciato libero di innalzarsi oltre i quattro metri e che la coltre bianca aveva reclinato fino a terra. Invece, il ragazzaccio s’è scrollato di dosso il pesante manto senza fare un plissé, ed erge di nuovo la sua densa chioma a celare l’angolo del compost. Una messa alla prova perfetta dell’etimo: pare derivi dal latino “viēre”, che vale “intrecciare”. D’altronde anche il nome...

Accademia Unidee / La bellezza del possibile

Immaginario ipertrofico e individuazione   Iniziamo con un testo fotografico che parla da solo. Lo useremo non per analizzarlo né per commentarlo, ma per farci aiutare. L’ordine degli oggetti, delle assenze e delle presenze, e la distribuzione dei segni nello spazio configurano un paesaggio disarticolato che parla di un immaginario ipertrofico. Sfugge da ogni lato la possibilità di comporre una mappa e il sentimento dell’osservatore che stenta a sentirsi partecipe è quello di un esploratore senza mappa. Un simile paesaggio esteriore coevolve con un immaginario interno che comprende abbandono e surmodernità, miseria e lusso, margine e centro, fino a produrre una provincia di significato comunque periferica, nel senso che assume questo aggettivo dal momento che il mondo sembra essere diventato una grande periferia. Una periferia di quale centro?, ci si potrebbe domandare.    Olivo Barbieri, Houston, TX, USA 2012. Qui sta forse il punto cruciale di un tentativo di lettura dell’immaginario contemporaneo e della sua criticità, nel momento in cui si compie lo sganciamento dal simbolico e dalla sua funzione di connessione tra realtà e immaginazione. Così come “la parola...

Origini e futuro dei quattrozampe / Attenti ai cani

Quanta storia ha alle spalle il cane. Il nostro cane, quello con cui condividiamo ogni spazio della casa? E, soprattutto, che storia ha alle spalle questo vivente che fa sempre più parte della nostra vita?  Alle domande non è facile dare risposta. O meglio, come dimostra l’etologa Paola Valsecchi in Attenti ai cani (Il Mulino), è possibile dare più risposte, fondate spesso su ipotesi destinate ad essere continuamente aggiornate.  Partiamo da quanto è sicuro. Il primo elemento è relativo all’ascendenza del cane, che è interamente da attribuire al lupo, con cui condivide il 98% del DNA mitocondriale, come ha dimostrato nel 1997 un gruppo di genetisti guidati da Carles Vilà. Ma il lupo in questione non ha nulla da spartire con il lupo moderno. Si tratta infatti del lupo ancestrale, di cui, tra l’altro, sarebbe opportuno parlare al plurale, perché i cani discendono da più di una popolazione di lupi.   Dal 1997, quindi, è caduta definitivamente la teoria di Konrad Lorenz, che attribuiva una duplice discendenza del cane dal lupo e dallo sciacallo.  Il secondo elemento sicuro è relativo all’indiscutibile primato del cane, che è stato il primo animale ad essere...

Racconti sentimentali e satirici / Zoščenko e il riso che fa paura

Può succedere che ci si avvicini a un testo e si pratichi la traduzione scegliendo liberamente un autore che amiamo e il cui mondo desideriamo far conoscere agli altri, e che questo autore ci tenga compagnia a lungo, senza vincoli temporali o scadenze di consegna. E così la traduzione matura, lasciando al traduttore il tempo per riflettere e rispondere agli infiniti quesiti che spesso si affacciano alla mente quando ci si muove fra due lingue e due culture, passando da un mondo artistico all’altro, prima di scegliere di percorrere le strade che, pur non potendosi mai considerare definitive, ci appaiono le più convincenti: come in una scacchiera, dove ogni scelta vincola l’altra, in un continuo spostamento mirato e ragionato in avanti, indietro, di lato, con movimenti di avvicinamento verso l’altro e poi di improvviso allontanamento; come scelte meditate e mediate, secondo quello che Jiří Levy vede come un processo decisionale.   Perché le traduzioni vivano è necessario però, così come per qualsiasi altra opera di comunicazione, che sia permessa la loro circolazione, che escano dal cassetto segreto e arrivino sugli scaffali delle librerie, mescolandosi ad altri autori e ad...

Genitori e figli / "Gli spostati" loro malgrado

Non tutte le forme del “male di vivere” prolungato, interiorizzate, che impediscono o rendono arduo il condurre un’esistenza accettabile, e che sopravvengono anche senza alcun rilevante disturbo cerebrale, e che sin da Freud chiamiamo psiconevrosi, e diciamo psicogene, sono uguali. Alcune sembrano radicarsi in orientamenti individuali talmente lontani che è difficilissimo rintracciarne l’inizio, quasi fossero la vera natura (o una seconda natura) del singolo. Ma ci sono molte forme di tal genere che sembra siano state – o siano – imposte al singolo suo malgrado, da altri. Sono quelle di cui si occupa Carla Stroppa, psicoanalista junghiana, nel suo ultimo libro, scritto con stile robusto e accattivante, direi “letterario”, in cui il suo coinvolgimento profondo è evidente dalla prima all’ultima riga, senza che per questo venga meno il rigore del ragionamento: Gli spostati. Vivere senza amore (Moretti & Vitali, 2020, pagg. 210, E. 20). Infatti gli “spostati” – quelli che gli inglesi chiamano outsider, i “fuori posto” – sono individui che in base all’analisi dell’autrice io intenderei come “participio passato”, ossia sono individui che “sono stati spostati”. Da chi, ce lo dice il...

Roberto Andò / Thomas Bernhard, Piazza degli eroi

Il teatro oggi si vede solo su schermi, ed è una tragedia. L’ha detto Romeo Castellucci (qui, per esempio) e lo ripetono in molti: manca quella esperienza unica che è il respiro di un palco e di una platea dal vivo. Ma in assenza di altro l’opera ben girata, con un’idea televisiva, può suscitare emozioni e aiutare a rivelare il testo, specie se questo non è mai stato rappresentato. È avvenuto per una mirabile, emozionante edizione dell’ultima pièce di Thomas Bernhard, Heldenplatz, in traduzione italiana Piazza degli eroi, che speriamo di vedere presto anche in palcoscenico. È stato allestito dal Teatro di Napoli con la regia di Roberto Andò e trasmesso in versione televisiva firmata da Barbara Napolitano il 23 gennaio su Rai5, nell’ambito delle manifestazioni per il Giorno della memoria. E ci è sembrato un modo particolarmente efficace di celebrare questa ricorrenza, perché il testo non parla solo di nazismo storico, ma soprattutto di xenofobia, antisemitismo, razzismo risorgente, di nazionalsocialismo che si insinua nelle società democratiche attraverso la mentalità cattolica confessionale più retrograda, quella piccoloborghese, populista e socialista, di un socialismo...

Lionni tutto intero

Nonni che raccontano storie ai nipoti ce ne sono milioni. Nonni che in questo modo hanno rivoluzionato la narrativa per l'infanzia, solo uno: Leo Lionni. Perché fu così, sul treno per Greenwich e a beneficio di due piccole pesti, che nacque il suo capolavoro. Oggi si chiama Piccolo blu e piccolo giallo ed è un classico amato in tutto il mondo, ma quel giorno era stato soprattutto la soluzione per riportare la calma nel vagone. In cerca di un'idea che ipnotizzasse gli scatenati nipoti, Lionni aveva strappato da una rivista una pagina colorata per sminuzzarla in tanti piccoli pezzetti. Guardate, disse muovendoli con le dita, questo piccolo pezzetto blu ha fatto amicizia con quest’altro che è giallo ma ecco, quando si abbracciano, i due diventano un'unica macchia verde, e nessuno li riconosce più.     L'incanto era nato, la battaglia della calma era vinta. Quella del libro però era solo cominciata. Siamo pur sempre nel 1959, quando un linguaggio visivo così essenziale – e soprattutto, orrore: non figurativo – era impensabile per dei libri illustrati. Non a caso gli adulti osteggiarono a lungo Piccolo blu e piccolo giallo, bollandolo come astratto, incomprensibile. I...

Maleducazione / Insultare gli altri: perché?

Gadda insultava Mussolini definendolo “sanguinolento porcello”, “fezzone”, “super balano”, “naticone ottimo massimo”. Era il suo vertiginoso modo di ingiuriare il dittatore e, come spregio ulteriore, lo faceva senza nominarlo mai. Un maestro, anche in questo. D’altro canto chi meglio di lui: l’insulto, come ogni oggetto d’invenzione umana, non ha, perché non può avere, limiti di sorta. Noi siamo fatti anche di insulti, questo è il punto. Le nostre relazioni sociali sono “condite” dagli insulti, più o meno intenzionali. Sono un ingrediente della gastronomia sociale, linguistica e non, che si realizza in circostanze particolari, e riesce tanto meglio quanto maggiore è l’abilità inventiva di chi lo prepara. Non solo, la pratica dell’insulto ci è famigliare fin da bambini, e ciò che va compreso è che “dell’insulto non possiamo fare a meno”, come dice il linguista Filippo Domaneschi nell’introduzione a Insultare gli altri (Einaudi 2020). La sua è una scrupolosa analisi dei guizzi linguistici e comportamentali che noi usiamo per affermare le nostre ragioni o per difenderci dalle aggressioni altrui, ma soprattutto uno studio delle ragioni per cui si insulta, delle identità istituzionali...

Speciale Fellini / Casanova l’arcitaliano

“L’amore è un atto senza importanza, poiché si può ripetere all’infinito”, sentenzia lapidario André Marcueil, protagonista di Il supermaschio (1902), ultimo romanzo di Alfred Jarry. Un’epigrafe che potrebbe benissimo figurare in esergo al Casanova di Federico Fellini. È stato detto che, nella versione del cineasta riminese, l’avventuriero veneziano viene raffigurato come un atleta del sesso, un esibizionista interamente votato al culto dell’esteriorità, talmente impegnato a fare sfoggio di se stesso da trasformare la propria esistenza in un’opera d’arte (la Histoire de ma vie, autentico auto-monumento, oltre che vasto e rocambolesco “romanzo” sull’Europa del XVIII secolo). Georges Simenon, intervistando Fellini all’indomani dell’uscita del film, osservava, in modo tutt’altro che scontato: “Anche quando fa l’amore, e sa Dio quante volte lo fa, il suo Casanova è astratto. Non si toglie mai le mutande”. Un individuo per il quale l’amore fisico è performance e al tempo stesso esattezza, calcolo, precisione cronometrica: un uomo-macchina, insomma. Oltre all’astrazione burattinesca delle scene di sesso (che sconcertavano i distributori americani in visita sul set di Cinecittà: “Il film...

Ivo Lizzola / Oltre la pena

Ivo Lizzola ha pubblicato in tempi recenti un testo per Castelvecchi Oltre la pena. È un testo ostinato e insistente, queste le sue principali qualità. Non smette di ripetere ciò che non si vuole sentire: che le delinquenze più importanti stanno diventando di nuovo – o forse lo sono sempre state – quelle che stanno sotto gli occhi di ognuno, che si mostrano indisturbate sotto le rispettabili apparenze dei modelli economici e sociali dominanti. “Maledetti voi che ve ne state, con le mogli nei letti di lana, schernitori di noi carne umana” direbbe un poeta. Lo stile del testo è infatti poetico, evocativo. Non si accontenta di fare una diagnosi della situazione contemporanea in relazione ai diritti, alle offese e alle pene; anzi critica i tentativi psicologici di inquadrare la questione in termini diagnostici, rivendica invece un approccio educativo improntato all’incontro e alla relazione, al di là di ogni offesa, di ogni torto perpetrato o subito. Non credo però che Lizzola si riferisca a tutti gli psicologi. Per esempio: sta per uscire, per Mimesis, un libro di Arianna Barazzetti, psicologa e  antropologa, che lavora nella sua stessa università. Si intitolerà Complessità...

L’eredità di Jakob Bindel / Bernice Rubens: vivete senza principi

In When I grow up (2005), i mémoires terminati poche settimane prima di morire, Bernice Rubens ricorda che stava scrivendo L’eredità di Jakob Bindel (uscito nel 2020 per i tipi di astoria nella mirabile traduzione di Irene Abigail Piccinini), quando seppe della nascita del secondo nipote; fu allora che decise di dedicare il libro ai due bambini della figlia, A Joshua e Dashiel Lilley, fratelli – Brothers –, come recita il titolo originale.  Figlia di Eli Reuben, ebreo lituano, e di Dorothy Cohen, di origine polacca, anch’essa ebrea ortodossa, Bernice Rubens nacque a Cardiff, nel Galles, il 26 luglio 1923 (anche se, da un certo momento in poi, cominciò a dire che era il 1928, così come dal 1947 modificò il cognome in Rubens). Il padre, commerciante di abiti e scarpe a credito, era fuggito dalla Lituania portando con sé due violini; arrivato ad Amburgo fu tratto in inganno da un bigliettaio disonesto e si imbarcò fiducioso per l’Inghilterra, con il fratello che lo aspettava in America. Per una settimana si aggirò per le strade di Cardiff credendo di trovarsi a New York (l’aneddoto, il solo che raccontò ai figli, è descritto quasi letteralmente in una delle pagine più strazianti...

Le immagini possibili / L'inimmaginabile della Shoah

Un’illusione serpeggia nel mondo delle immagini riprodotte tecnicamente: la possibilità di esprimere la realtà nella sua totalità in maniera puntuale e asettica. Ben lontane da questa completezza, le immagini si offrono allo sguardo evocando un mondo. La relazione di sguardi generata al cospetto delle immagini, moltiplicando i punti di vista, determina che tra il soggetto che guarda e l’oggetto della sua visione ci sia reciprocità, e le immagini, dal loro limite, rispondano al nostro sguardo, osservandoci a loro volta.  Nel suo ultimo libro, Il limite dello sguardo, edito da Raffaello Cortina Editore, Michele Guerra espone il tema della visibilità di ciò che rientra, per gravità assoluta, nei termini dell’Inimmaginabile: l’Orrore della Shoah. Come si può delineare un canone che faccia da controcanto all’esigenza narrativa del racconto, portando una serie di opere letterarie, fotografiche, e filmiche come elemento argomentativo? La tentazione potrebbe essere di adoperare l’immaginario della realtà concentrazionaria per teorizzare l’irrappresentabilità dell’Orrore. Ma, estendendo la questione alla rappresentatività delle immagini, Guerra ci dimostra come l’immaginazione sia...

David Teboul / Simone Veil, Alba a Birkenau

L’alba a Birkenau è il silenzio di una domanda mai pronunciata. A cosa si pensa quando a 17 anni ci si risveglia nel campo? Come si accoglie il mattino dopo una notte di angoscia, incubi e sogni? David Teboul non l’ha mai chiesto all’amica Simone Veil e quando se n’è reso conto era ormai troppo tardi per trovare risposta. Quella domanda ora riecheggia nel libro straordinario che il regista francese le ha dedicato con il titolo Alba a Birkenau (288 pp., Guanda).  Il volume nasce da una serie di incontri fra Veil e Teboul ma non è un saggio né una riflessione. Non ha pretese di completezza. È frammentario, incompleto e rapsodico come ogni umana conversazione – un documentario declinato in scrittura. A comporlo sono le parole, rese in prima persona, della stessa Simone Veil – il dialogo che per anni intrattiene con Teboul, gli scambi affettuosi con la sorella maggiore Denise, l’amica di Birkenau Marceline Loridan-Ivens e Pete Schaffer incontrato nel campo di Bobrek.  Pagina dopo pagina, la voce indimenticabile di una delle icone della storia d’Europa torna così a noi in un racconto che schiva la retorica, i facili sentimentalismi o le formule assolutorie – la lama di un...