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Teatro

(590 risultati)

Ritratto 10 / Teatro delle dieci

“Il teatro mi mette allegria”, così s’intitola un’intervista rilasciata da Primo Levi a Lionel Lingua e Guido Quarzo nel 1986 in occasione della messa in scena della Chiave a stella nella riduzione di Flavio Ambrosini. Non è quindi strano vedere un Levi sorridente. Con lui c’è infatti la compagnia del “Teatro delle dieci” che ha messo in scena tre suoi racconti. Levi è in alto, e sembra dire: Sono qui, cari attori. Lo indica Elena Magoia: Ecce homo. Gli altri, da sinistra, sono: Franco Vaccaro, Wilma Deusebio, Mariella Furgiuele, Gigi Angelillo. Il teatro si chiama così perché recita a quell’ora della sera, diretto da Massimo Scaglione. Siamo vent’anni prima di quella intervista, nel 1966, che poi è l’anno di pubblicazione di Storie naturali. Gli attori hanno portato in scena: Il sesto giorno, La bella addormentata nel frigo e Il versificatore. Levi aveva scritto i tre racconti per una commissione radiofonica, e poi inseriti nel libro. La foto l’ha scattata il marito di Elena Magoia, Aldo Zargani, allora impiegato alla Rai, dove era entrato come dattilografo nell’immediato dopoguerra. Zargani è un ebreo torinese, amico di Levi, scampato alla deportazione grazie al padre...

L’estate dei festival / Odori, incroci, donne al Suq di Genova

La prima cosa è il suono. Sia che si arrivi da via San Lorenzo sia che si passi dall'Acquario, il ritmico e tribale martellare degli jambè accompagna l'ingresso al Porto Antico: il passo aumenta inseguendo il battito delle mani sui tamburi, difficile rimanere indifferenti.  Poi c'è la gente. Avvicinandosi alla tensostruttura sul mare e superati i primi musicisti di strada, grandi e coloratissime donne propongono ai passanti eclettiche acconciature. La folla aumenta: qualcuno chiacchiera animatamente seduto attorno a bassi tavolini su larghi e pesanti tappeti, c'è chi mangia accampato, c'è chi sfoglia libri sotto una tenda aperta e verde; qualcun altro osserva l'anziano signore che crea al tornio meravigliose stoviglie di argilla, di quelle che si comprano nei mercati marocchini.  E il profumo travolge i sensi. Una stratificazione di aromi e odori di spezie, condimenti, fiori secchi, incensi, profumi riempie le narici: siamo entrati nel grande mondo del Suq di Genova, aperto venerdì 14 giugno e che prosegue fino al 24 (festa patronale della città) per poi andare in trasferta, come ormai da tradizione, al Museo Preistorico dei Balzi Rossi di Ventimiglia il 27 giugno....

Un festival in Calabria / Venti anni di Primavera

È appena calato il sipario su Primavera dei Teatri, festival sui nuovi linguaggi della scena contemporanea giunto quest’anno alla sua ventesima edizione. Ideato nel 1999 dalla compagnia Scena Verticale, sotto la direzione artistica di Dario De Luca e Saverio La Ruina e la supervisione organizzativa di Settimio Pisano, Primavera dei Teatri è nato e continua a crescere caparbiamente a Castrovillari, nel cuore del versante calabro del parco nazionale del Pollino, un entroterra escluso dal tradizionale circuito dei festival teatrali, scomodo da raggiungere perché la ferrovia non vi passa, lontano dal turismo costiero. Eppure questo festival è diventato uno dei luoghi di elezione della scena contemporanea, facendo della cittadina calabrese un polo di riferimento nevralgico per la sperimentazione teatrale, un luogo di accoglienza e di confronto per nuovi gruppi e artisti, regionali e nazionali, molti dei quali hanno ricevuto proprio lì il loro fortunato battesimo. Primavera dei Teatri rappresenta un atto d’amore della compagnia per la propria terra e l’espressione più autentica di un ostinato radicamento nel territorio, di una precisa volontà di costruzione di una fisionomia forte e...

Coltivare la vita / Un teatro con radici piantate nell’esistenza

Uno spettacolo da pazzi   Genova, Teatro delle Tosse, la sera del 16 marzo 2019. Va in scena l’ultima replica di Sintomatologia dell’esistenza, un DSM per medici e poeti. Non ci sono attori famosi nel cast né il regista è di fama internazionale, eppure la sala (capienza 500 posti) è strapiena. A recitare insieme alla protagonista-regista Anna Solaro e ai suoi collaboratori sono circa trenta pazienti psichiatrici, tra i quali solo due sono ex attori professionisti. Loro recitano se stessi, cioè sono i “pazienti” che arrivano uno dopo l’altro per la seduta con la “dottoressa” (Anna Solaro), alla quale parleranno dei loro “sintomi”, che in realtà sono storie molto poetiche. Al termine della seduta, prima di andare via, ciascun paziente fissa l’appuntamento successivo, per tutti invariabilmente mercoledì alle 10.30 (che in realtà è l’orario del laboratorio teatrale). Ogni scena ha qualcosa di sorprendente ed esilarante, è condita di tanti giochi di parole che ci fanno scappare allegre risate. Il pubblico non tarda a capire quanto questi “pazienti” siano più umani delle etichette (“sintomo” o “malattia”) con cui la società e la medicina spesso li identificano, e scoprono che se c’...

Lavorare con la voce / Patsy Rodenburg, Il diritto di parlare

I lettori del libro che ho l’onore di presentare al pubblico italiano rimarranno sorpresi dalla sua urgenza, dalla vitalità implicita dei suoi argomenti. Se fosse ancora il tempo delle sintesi di sapore spengleriano, si potrebbe addirittura azzardare che, al tramonto della cosiddetta “civiltà delle immagini” (logorate dalla loro stessa abbondanza) è una “civiltà delle voci” che sembra, da molti indizi, annunciarsi. Inutile aggiungere che si tratta di un argomento molto intricato al confine tra l’estetica, l’antropologia, la storia del pensiero. Quelle che seguono non possono che essere delle note a margine, molto approssimative e inadeguate, dettate dall’esperienza della scrittura e dell’insegnamento della scrittura. Dal punto di vista della storia moderna delle forme narrative, quella che un grande studioso ha definito la presenza della voce è una vicenda lunga e drammatica. La si potrebbe definire come un movimento inesorabile di emersione dal basso: dall’oscurità del corpo e dei suoi ritmi immemoriali alla luce dell’esperienza e della coscienza. Ed è sorprendente constatare che questa vicenda così capitale (non credo di esagerare) nella nostra coscienza estetica e antropologica...

Faust al Metastasio di Prato / La regia, ovvero Le seduzioni del demone

È uno spettacolo bianco, candido, abbacinante, algido Scene da Faust di Goethe con la regia e la drammaturgia di Federico Tiezzi e la traduzione in incalzanti, asciutti versi di Fabrizio Sinisi, uno scrittore di teatro che sa maneggiare la lingua nelle sue invenzioni e ricreare quella dei classici fino a renderla parlabile ma mai sciatta. Visto nello spazio immenso del Fabbricone di Prato, in una nuova produzione del teatro Metastasio e della compagnia Lombardi-Tiezzi, ha come protagonisti Marco Foschi nel ruolo di un tormentato Faust in grigio, Sandro Lombardi in quello di un nero, ironico guittesco Mefistofele truccato alla Petrolini, e la giovane Leda Kreider, una felice scoperta, in quello di Margherita. Intorno a loro un coro pronto a prendere le sembianze degli altri personaggi, a trasformarsi in magrittiane figure in palandrana e bombetta, a travestirsi con maschere e pellicce di scimmie nell’antro della strega, a tramutarsi in arcangeli seminudi ruotanti a testa in giù e braccia larghe come ali nel Prologo in cielo, ad adattarsi al ruolo di servi di scena.   White cube o padiglione ospedaliero o camera di decontaminazione (interiore). Gli oggetti, essenziali, file...

Festival Monteverdi di Cremona / L’Orfeo nel metrò di Fanny & Alexander

Certi spettacoli te li dimentichi subito. Li cancelli mentre li vedi. Altri ti ossessionano per giorni, o per settimane. Anche senza volerlo. Vorresti forse rimuoverli, qualcosa non ti funzionava, e invece ritornano, con le loro immagini, si chiariscono a poco a poco, si inombrano di nuovo, dall’inabissamento risaltano dentro di te. Così è stato per Orfeo nel metrò, rivisitazione d’oggi, emozionale, a stretto contatto di respiro col pubblico, dell’Orfeo di Striggio e Monteverdi, rappresentato per la prima volta a Mantova nel 1607. Lo spettacolo – con la regia di Luigi de Angelis di Fanny & Alexander, con il supporto e le riprese video di Andrea Argentieri e i costumi di Chiara Lagani, sempre della compagnia ravennate – si è visto il 2 maggio in apertura del Monteverdi Festival di Cremona, che si concluderà dopo un mese di spettacoli e concerti l’1 giugno. Dirigeva Hernán Schvartzman, un giovane musicista di origini argentine e olandesi, formatosi in quel crogiolo di ricerche sulla musica barocca che è il conservatorio dell’Aia. Suonava un’orchestra di strumenti antichi, nella quale irrompeva anche una chitarra elettrica: era formata da elementi provenienti dalla Civica scuola...

Due festival modenesi / Morte e decentramento dell’umano

Accarezzare l’eterno: Trasparenze Festival 2019   Muovere Utopie è il titolo dell’edizione 2019 del festival Trasparenze di Modena, a cura del Teatro dei Venti. Si viene però a sapere, a seguito dell’incontro con Giulio Sonno sullo spettacolo Moby Dick della stessa compagnia, che originariamente la rassegna artistica si sarebbe dovuta chiamare Crepa. La parola gioca in modo voluto su un doppio senso che suggerisce qualcosa di stimolante e al tempo stesso di sinistro sulla natura del teatro. Quest’arte genera appunto una crepa nelle menti di artisti, spettatori e operatori che contribuiscono, ciascuno a suo modo, alla realizzazione di uno spettacolo. Chi si dedica al teatro è costantemente messo in discussione nelle proprie apparenti certezze, nella sua postura e nei suoi movimenti più intimi, o in generale nel suo atteggiamento verso quella cosa misteriosa e pazza che si chiama “vita”. Ma il teatro è anche un’arte che sussurra nel cuore di chi ha la fortuna e la sventura di frequentarla: crepa, devi morire, lascia tempo e spazio a qualcosa che è più importante di te. La bellezza è infatti amara, diceva Rimbaud, e – potremmo aggiungere – non ammette di essere toccata dai...

Eschilo tra le macerie / Milo Rau, Orestes in Mosul

L’ultimo spettacolo di Milo Rau ha debuttato a Mosul, Iraq. Non è forse una notizia, questa? Il regista più à la page d’Europa in azione nelle zone calde del conflitto islamico. Ma forse non tutti, tra quelli che hanno riportato e condiviso la notizia, ricordano cosa è accaduto di preciso in quella piccola cittadina al confine con il Kurdistan iracheno.  Per comprendere lo scenario nel quale hanno lavorato Milo Rau e la sua compagnia, bisogna riportare le lancette indietro, al 2014.  A giugno, il gruppo Stato Islamico conquista Mosul e proclama la nascita di un califfato di stretta osservanza jihadista, a cavallo tra i territori di Siria e Iraq. Nel 2016 una coalizione guidata dal governo iracheno, con il sostegno dei combattenti curdi e degli Stati Uniti lancia una campagna militare per liberare Mosul. Quello che segue è uno dei più violenti e sanguinosi assedi messi in atto dalla seconda guerra mondiale (lo racconta Ben Taub, in una bellissima inchiesta uscita sul “New Yorker”, e tradotta su “Internazionale” nell’aprile 2019). L’IS, con migliaia di civili, si ritira nei quartieri più interni. La città vecchia è un labirinto di vicoli e suq sulle rive del Tigri, i...

Marco Martinelli / In viaggio con Dante

Piove, piove a Matera, a fiumi d’acqua, che rifluiscono per le strade lastricate di chianche, pietre, verso il sasso Barisano, verso il sasso Caveoso. Saliamo, una mia amica e io, verso il duomo, per incontrare Marco e Ermanna, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, il Teatro delle Albe, una meravigliosa avventura di amore personale e di scavo artistico, nata sui banchi di scuola col fuoco di dire qualcosa di essenziale in questo mondo, allargata negli anni a tanti altri compagni di strada, giovani, meno giovani, cittadini di Ravenna, ragazzi di Scampia, di Diol Kadd in Senegal, di molti altri luoghi. Ricordo a me e all’amica che mi accompagna qualcosa della storia straordinaria, avventurosa, di questa coppia che è diventata compagnia, comunità teatrale diffusa: gli spettacoli politici e poetici, spesso indignate deformazioni grottesche di una società dove comandano l’economia, l’egoismo, la distruzione dell’ambiente; la non-scuola con ragazzi giovanissimi, prima a Ravenna e poi in molti luoghi in Italia e nel mondo, l’entrare nel teatro con il fuoco dell’età verde, il mettere in vita e non semplicemente in scena gli autori classici, facendoli indossare da adolescenti “furiosi”....

Oltre la coreografia / Alessandro Sciarroni: il riso il corpo

Visto all’indomani dell’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, in scena all’interno del Festival Séquence Danse presso il Centquatre di Parigi dove il coreografo Alessandro Sciarroni è artista associato, Augusto si apre a una visione inevitabilmente mediata dall’irrompere di un’attualità portatrice di un senso di rottura. Un senso di rottura e, insieme, una necessità di riconfigurazione e ricostruzione che apparentemente sta assediando, allo stesso tempo, anche la danza. Questo parallelismo servirà qui come mappa di orientamento dentro la visione di Augusto, lo spettacolo che, il prossimo 21 giugno, verrà presentato alla XIII edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera assegnato quest’anno proprio ad Alessandro Sciarroni. Le sue produzioni, una quindicina di opere che sfidano le categorie delle arti dal vivo, ridisegnano i confini della danza proponendo strade inusuali, talvolta inedite, arricchendo la nozione di coreografia e aggiornandola al suo “estremo contemporaneo”, un corpus eterogeneo e intensamente inclusivo.   Per chi scrive, dunque, lo spettacolo è...

A Napoli / Dalla casa delle guarattelle al cratere del Vesuvio

Eccoci, burattinai, pupari, poeti in Vico Pazzariello dove Bruno Leone (con Salvatore Gatto è l’erede del Pulcinella burattino) – apre la Casa delle Guarattelle Nunzio Zampella, Nunzio, il mitico, umile ultimo burattinaio dei giardini di Napoli.  E dove andiamo, oggi 27 aprile? Sul Vesuvio andiamo, prima in pullman e poi camminando, nella folla di chi sale turista curioso, e si fanno salendo scene improvvise, con le marionette, con le guarattelle, con Tommaso Bianco che fa Pulcinella in figura (lui per tanti anni attore di Eduardo), e le guide del vulcano, le più antiche d’Italia, che ci raccontano del monte tremendo e incantato, e i fiori rossi, gialli, celesti, e anche noi raccontiamo.  Saliamo fra i boschi bruciati due anni fa, nel più meraviglioso dei paesaggi, col mare che trema là sotto e regge delicatamente Ischia e Procida, e i pendii costellati di case abusive, e ovunque sono esposti finti souvenir, e udiamo gli spari dei fuochi a giorno per la festa di una delle sette Madonne vesuviane, le sette dee aggrappate al fuoco e alla lava. Eccolo il gran teatro che mi piace di più – nel vento, nell’aria, nel fuoco. Saliamo lenti, con Mimmo Cuticchio parlando del tempo...

Scene interattive / Zona K: lo spettacolo del denaro

BTP, BOT, BCE, Derivati, Bond, Spread, ETF (Exchange-traded fund), FMI (Fondo Monetario Internazionale), LBO (Leveraged BuyOut), Margine Operativo Lordo (MOL), Margine Operativo Netto (MON), Obbligazione, Opzioni, Plusvalore, Plusvalenza, PIL, Ratink, Tasso annuo effettivo globale, Volatilità...   Tutti i giorni siamo bombardati da sigle e parole dai significati ambigui tratte dal dizionario economico. Un intercalare linguistico ignaro ai più, ma che regola l'andamento del mondo, e coloro i quali dovrebbero aiutarci a districarci in questo scenario di sigle e numeri non sembrano interessati a darci le basi per la comprensione. Tutto rimane aleatorio e finto, nonostante le bollette a fine mese ci siano veramente: il denaro diventa uno svago per chi ci sa giocare. Basti pensare alla formula “giocare in borsa” per indicare quei broker che, come nei film degli yuppies anni '80, urlano all'impazzata per vendere azioni, titoli, o altro, mentre nel mondo reale, come abbiamo visto dopo il 2008, c'è chi per colpa di quegli stessi soldi si toglie la vita.    E proprio attraverso il gioco il teatro ci viene in aiuto attraverso quella formula che Erika Fischer-Lichte ha...

Pratiche teatrali per la cura della persona / Gabriele Vacis. Educare alla relazione

La scoperta dell’identità – ha scritto Édouard Glissant nel suo libro dal bel titolo Poetica della relazione – non può essere solo scoperta delle proprie radici, se si intendono le radici come uniche, come «ceppo che assume tutto su di sé e uccide quanto lo circonda» (Macerata, Quodlibet, 2007, p. 23), ma è anche scoperta della relazione. Nel mettere in discussione il luogo comune secondo il quale è l’immagine della radice a definire meglio di ogni altra il concetto di identità, Glissant vi oppone, con Deleuze e Guattari, quella del rizoma, «radice demoltiplicata che si estende in reticoli nella terra e nell’aria, senza che intervenga alcun irrimediabile ceppo predatore. […] Il pensiero rizomatico sarebbe all’origine di quella che io chiamo una poetica della relazione, secondo la quale ogni identità si estende in un rapporto con l’Altro» (p. 23). Strettamente connesso all’idea del rizoma, che non è mai esclusione ma inclusione e alleanza, è l’altro concetto portante del pensiero di Glissant, quello di «nomadismo circolare», contrapposto al «nomadismo a freccia». Se quest’ultimo è il «nomadismo invasore» di chi si sposta da un luogo a un altro per occuparlo e impossessarsene...

Drammaturgie / Il teatro di poesia di Fabrizio Sinisi

Come un’apocalisse. “Le cose tremano come se tutto / fosse instabile e irrequieto. Il tuono /ha sconvolto la quiete dell’aria”. Bruto. Il tirannicidio, l’assassinio di Cesare. Un mondo che crolla o uno che sotto funesti presagi (ri)comincia. Bruno scarmigliato, e Cassio, e Casca, i congiurati febbrili spuntano dal suolo da botole davanti al corpo inerte dell’uomo che voleva farsi imperatore e che giace trafitto dai colpi di pugnale. Un uomo in grigio con una pala, a scatti, butta terra nera sul cadavere. Monologhi, sotto i suoni stridenti, scoppi e sibili battenti, di G. U. P. Alcaro. Il tirannicidio raccontato da Shakespeare diventa convulsa azione ricostruita per grumi di parole che forano i tempi avvolgendosi nella forza ambigua dell’atto – l’assassinio politico, la liberazione da chi pure aveva sedotto il consenso della maggioranza popolare. E sentiamo depositarsi schegge di frasi del linguaggio politico di tempi nostri o di quelli da noi da poco attraversati – in un impossibile tentativo di definire il campo della libertà come orizzonte di identità, e quello, speculare, del potere. Uno vale uno – colpirne uno per educarne molti – sono stato io, con l’ambiguità della...

Lino Musella in scena / Il “giornale notturno” di Jan Fabre

Una voce di più voci, una voce molteplice, plurale, ricondotta a unità da un corpo. Lino Musella è la dimensione del perpetuo cambiamento inseguito da Jan Fabre, che cura il testo, le scene e la regia della lettura teatrale The Night Writer. Giornale notturno: quel cangiante sconfinamento tra la luce e l’ombra, il sogno e l’incubo, l’uomo e l’animale, la vita e la morte. Seduto alla sua scrivania, l’attore affronta, doma e cavalca tali metamorfosi di spazio e tempo incarnando una sorta di trinità polifonica. Ovvero, Fabre in dialettica tra sé e sé, Musella stesso a colloquio con lui ed entrambi in dialogo con il pubblico davanti a loro. Pare di vedere applicato sulla scena il “catechismo” dell’eclettico e controverso maestro belga, al suo primo lavoro in lingua italiana: “l’arte è il padre / la bellezza, il figlio / e la libertà, lo spirito santo”. La produzione è di Troubleyn/Jan Fabre e Aldo Grompone, in coproduzione con FOG Triennale Milano Performing Arts, LuganoInScena – LAC, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, Marche Teatro, Teatro Stabile del Veneto.   Jan Fabre, ph. Phil Griffin. Il palcoscenico del pratese Teatro Fabbrichino è la distesa di...

Inediti / Ronconi, prove per un’autobiografia

È una magnifica incompiuta, l’autobiografia di Luca Ronconi uscita da Feltrinelli. Già nel titolo si chiarisce la sua natura parziale, non esaustiva, come forse è sempre ogni libro che proclama di scavare nella “vera storia” della vita di qualcuno: Prove di autobiografia. È comunque un sussidio, specie per le giovani generazioni, a ricordare quel fatto effimero che è il teatro, in questo caso la vicenda di una delle figure più importanti della scena mondiale dell’ultima parte del Novecento e della prima del nuovo secolo; ed è una sfida, per chi ha attraversato gli anni e i fatti considerati, a ricostruire cosa hanno lasciato, cosa hanno trasformato, come sono rimasti dentro, trasformandoci, mutando il campo delle arti in quello che è oggi, nutrendolo per vicinanza o prese di distanza. Maria Grazia Gregori, critica dell’“Unità”, sul finire degli anni ottanta, quando Ronconi è chiamato a dirigere il Teatro Stabile di Torino, intervista il regista, lo spinge a raccontarsi. Alle spalle c’è un progetto editoriale di Franco Quadri, il patron di Ubulibri e il critico che più ha seguito l’artista nel suo percorso. Le sedute di registrazione sono numerose, continuano probabilmente fino al...

Milo Rau e gli altri / Teatro svizzero: realtà, invenzione, identità

Le filosofie che ruotano attorno al concetto di postmoderno ritengono che sia labile non solo il concetto di verità, ma anche quello di realtà, perché anche quest’ultima parrebbe essere la proiezione allucinata di un io franto e scisso. Niente meglio del teatro può ragionare su queste fratture, dal momento in cui l’io attore è sempre sdoppiato fra persona e ruolo da interpretare, e la persona e il personaggio sono a loro volta franti, costituiti da parti diverse e talvolta antifrastiche, in lotta fra loro.    Come ricostruire questi frammenti e dar loro un’unità, una coerenza? In un’intervista concessa a Enrico Pastore, Milo Rau, uno dei più grandi interpreti del teatro contemporaneo svizzero, ha confessato di aver esaurito ogni interesse verso il tema della decostruzione, tradendo quindi quanto gli era stato insegnato in Accademia, dove la critica e la pars destruens avevano la meglio sulla pars costruens. “Ho sempre pensato al mio lavoro come a una risposta al teatro postmoderno che si interessa a decostruire la realtà e a dire che la rappresentazione è impossibile”, spiega il regista. “Ecco, io mi ritengo profondamente conservatore. Cerco di ritornare alle radici del...

Fanny & Alexander / Un rito per Primo Levi

Siamo qua continuamente a combattere con la memoria che svanisce, non solo per l’età che avanza ma soprattutto per le distrazioni, gli stimoli mitraglianti, gli appoggi esterni che ti dicono: tanto schiacci un pulsante e trovi notizie, neppure devi più alzarti per prendere un libro, per andare a cercare un giornale… Confesso il mio metodo: quando vedo gli spettacoli scrivo, scrivo moltissimo, cerco quasi di fermare tutto quello che sento, che vedo, che provo. Dato che annoto nel buio, quando vado per rileggere poco capisco di quello che ho segnato. Ma delle volte, come nel caso di Se questo è Levi, una “performance/reading itinerante sull’opera di Primo Levi” la luce è buona. I tre atti si svolgono in ambienti illuminati bene. Posso appuntare con cura, sempre con l’ansia di perdere, mentre scrivo, qualcosa del flusso dello spettacolo. Silvio D’Amico, il grande critico, fondatore dell’Accademia d’arte drammatica e dell’Enciclopedia dello spettacolo, diceva: durante la recita abbandonatevi a essa, non appuntate, non pensate a quello che dovrete poi mettere su carta, ai collegamenti brillanti, alle idee pungenti. Siate come in trance, rapinati da quello che vedete (così l’ho capita...

Vie e Atlas, due festival sulla via Emilia / Verità, finzione, confini, immaginazione

Atlas of Transitions (Rossella Menna)   Quando Nadia Beugré, corpo nero e possente, una camiciola corta e polpacci turgidi su un paio di tacchi a spillo malfermi, è scesa dal palco e si è fatta largo tra noi accalcati intorno per implorarci di aiutarla, io mi sono paralizzata. “Aide-moi”. “Aiutami”. Si era incatenata tutta intera, mani e piedi, con il filo spesso del microfono con cui un momento prima stava cantando e danzando nella penombra di una luce blu. Quartiers libres della coreografa e danzatrice ivoriana funzionava appunto così: un corpo selvatico, forsennato, spostava blocchi di energia per circa un’ora, conquistando ora un palco ora l’altro nel teatro svuotato della platea del DamsLab di Bologna, cercando spazio in tutte le direzioni, lasciandosi mettere al muro per liberarsi un attimo dopo, fino a fasciarsi di un vestito di bottiglie, e soffocarsi con una busta infilata in bocca, come una crisalide di plastica. Noi spettatori, liberi di muoverci nell’arena, eravamo l’ostacolo, il contrappeso del suo esercizio di resistenza e rivolta. Beugré, insomma, stava chiaramente ingaggiando una lotta contro i tabù e gli impedimenti, contro ogni forma di colonizzazione,...

Drammaturgo e scrittore / Roland Schimmelpfennig. In un chiaro, gelido mattino

Il nome è molto difficile da pronunciare. E anche da ricordare. Ma bisogna farlo, questo sforzo, giacché Ronald Schimmelpfennig è sicuramente tra i massimi scrittori contemporanei tedeschi e non solo. Generazione 1967, originario di Göttingen e formatosi a Monaco, Schimmelpfennig è tra i drammaturghi viventi più rappresentati al mondo. La sua più importante messinscena italiana – nonché, che io sappia, l’unica – è del gennaio 2014, al Piccolo Teatro di Milano: Visita al padre, uno spettacolo magnifico con Paola Bigatto, Anna Bonaiuto, Caterina Carpio, Marco Foschi, Mariangela Granelli, Massimo Popolizio, Sara Putignano e Alice Torriani, nella regia profonda e intelligente di Carmelo Rifici.    Visita al padre è rimasto per cinque anni anche pressoché l’unico lavoro reperibile in italiano dell’autore tedesco (pubblicato da Cue Press): un testo nevrotico, quasi spastico, tutto incentrato sul tema della perdita. La trama è molto semplice, con echi archetipici: Heinrich, il Padre, si è autoesiliato in una grande villa, circondato da quella che oggi si definirebbe una famiglia allargata: la moglie, la figlia, la figlia della moglie, la nipote, una congerie di donne tra cui il...

Nuove scritture per un teatro vivo / Liv Ferracchiati: alla faccia del “gender”

Nel panorama della nuova drammaturgia under 35 Italiana, Liv Ferracchiati occupa un posto notevole. Todi, classe ’85, Dams di Roma, un diploma in regia alla Paolo Grassi di Milano. Assieme alla sua giovane compagnia The Baby Walk ha composto una complessa Trilogia sull’identità che, in seguito all’elezione alla Biennale Teatro di Venezia targata Latella, il Premio Hystrio “Scritture di Scena”, la vittoria del Premio Scenario 2017, attualmente porta in giro per l’Italia. Elemento caratteristico ma non esclusivo della Trilogia – composta da Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater e Un esquimese in Amazzonia – è che il protagonista di ogni capitolo è una persona transgender “f to m”, ovvero che transita dal genere femminile al maschile, ogni volta di diversa età, consapevolezza, aspirazioni. I lavori – ognuno dissimile dall’altro per lessico scenico e scrittura – attraversano temi variegati che solo a una lettura superficiale sembrano confluire unicamente nel discorso identità di genere. La Trilogia indaga piuttosto le crepe emotive, le oscillazioni, i traumi, la crisi della generazione under 35 dell’Italia di oggi, figlia di Berlusconi prima e del...

Festival della canzone nazionale / Quando la rana di Chomsky si salva la vita

Mauro Bocci, l’insegnante di Foligno accusato di insulti razziali verso due bambini nigeriani, si difende con una motivazione ingegnosa: “Era un esperimento sociale”, assicura.  Nel palco di una classe elementare, due bambini sono stati invitati a voltarsi verso la finestra per non mostrare il loro volto “da scimmia” ai compagni. La simulazione – spiega il legale di Bocci – aveva intenzioni antifrastiche: mostrare i comportamenti errati, e spronare alla reazione (sic!). La grottesca difesa del maestro suona particolarmente sinistra per chi frequenta quel genere di performance che – Abramovic docet – accende con la miccia del paradosso il fuoco politico. I piccoli spettatori di Foligno, d’altra parte, hanno reagito: hanno raccontato a casa le vessazioni e scatenato il clamore mediatico e giudiziario.    Fotografia di Luca Chiaudano. E noi? Quanto deve farsi manifesto il sopruso per innescare la nostra reazione? Sui complessi meccanismi del dissenso e della sopportazione ha lavorato la compagnia olandese Wunderbaum attiva tra il Theater Rotterdam e il Theaterhaus Jena e approdata sui palchi milanesi grazie a Mare culturale urbano (li abbiamo visti, negli scorsi...

Fossoli / Cosa imparare da Primo Levi

Quello che segue è il testo dell'intervento di Ernesto Ferrero, presidente del Centro Internazionle Primo Levi di Torino, in apertura della lettura di Fabrizio Gifuni dedicata a Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati, a Fossoli per il Centenario della nascita di Primo Levi.   Calvino diceva che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha dire. Vorrei aggiungere una piccola variante: che continua a darci sempre di più con il passare del tempo. Se questo è un uomo è un classico che è stato scritto da un ragazzo di ventisei anni che per modestia si è nascosto a lungo dietro l’autodefinizione riduttiva, molto riduttiva, di scrittore della domenica o di chimico che scrive: come se la chimica fosse una lieve ma evidente disabilità mentre, al contrario, semmai offre un più di strumenti conoscitivi. Lo sappiamo: Primo Levi non ha mai voluto sollecitare emozioni, né tanto meno si è atteggiato a vittima da compiangere. Da buon tecnico di laboratorio, che si diceva “studioso di vortici”, ha cercato di capire: come funzionava la macchina dello sterminio, come funzionava la testa dei tedeschi, come funzionano le società umane e come funziona la nostra testa, di...