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Intervista / conversazione

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L'ultima conversazione / Giacometti. Preferisco le sculture dei pittori

Lunedì 22 marzo 1965   – Il futuro è piuttosto chiuso... Mi chiedo per quanto tempo potrò ancora fa­re della scultura... Uno, due anni, sei mesi?... Sono in un vicolo cieco. Non so ve­ramente come ne uscirò... Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono stato operato. Mi hanno tagliuzzato per quattro ore e mezza. Mi hanno tolto tutto lo stomaco... Me ne resta solo un pezzetto... Pare che basti...   Trovo un Alberto Giacometti dimagrito, curvo, fluttuante nei suoi vecchi ve­stiti, il volto sempre più scolpito, rilavorato dalla sofferenza. Tuttavia la luce che brilla nei suoi occhi arrossati dall’insonnia è intatta e la sua voce è rimasta al­trettanto seducente, sicura, calda. Giacometti parla con vivacità. Dimagrito, la sua somiglianza con Cocteau di­venta ancora più flagrante. Questa somiglianza l’ha prima divertito molto, poi infastidito. Ma le lunghe mani di Alberto sono più solide, la sua testa più robusta e come tagliata con l’accetta, le sue spalle più forti e i suoi capelli, ribelli come quelli di Cocteau, non si rizzano a spatola, ma brulicano come i mille serpenti di Medusa. È un Cocteau incrociato con un paesano del cantone dei Grigioni che mi parla rapidamente,...

Una conversazione / Andy Warhol. Fare arte

Benjamin H.D. Buchloh: Per cominciare posso farle una domanda riguardo alla serie delle immagini pubblicitarie? Quali erano i criteri in base ai quali lei sceglieva una particolare immagine fra la gran copia di logo e marchi? È possibile descrivere il processo selettivo o tutto avveniva in modo casuale? Le immagini che lei ha scelto sono così significative che si possono considerare archetipi della storia pubblicitaria. Per chiunque sia cresciuto durante gli anni cinquanta, il cavallo della Mobil è un’icona.   Andy Warhol: Dunque, ho scelto il Mobil Horse, perché mi piacevano i ragazzi che lo collezionavano e lo disegnavano, cioè... non so... A Keith Haring il Mobil Horse piace molto... Forse pensavo a lui quando l’ho fatto. Quando l’ho scelto mi trovavo proprio in un parco-giochi... Anche le altre immagini sono quasi tutte prese dalla pubblicità degli anni cinquanta.   Fatta eccezione per l’immagine della Apple che, ovviamente, è degli anni ottanta.   Forse dovevo fare più immagini pubblicitarie degli anni ottanta e roba del genere...   Quindi la scelta delle immagini era piuttosto casuale?   Be’, ci sono talmente tante immagini fra cui scegliere e a me...

Un Celati anni '70. Intervista con Cerritelli / Contro le Avanguardie

Avviandosi a concludere la sua tesi di laurea con un’appendice costituita da varie interviste ad artisti, storici dell’arte e intellettuali operanti a Bologna, Claudio Cerritelli (1953) incontra il suo professore del Dams Gianni Celati raccogliendo alcune riflessioni intorno al concetto d’avanguardia.   Claudio Cerritelli : Mi rendo conto che non è semplice venire qui a chiederti cose specifiche che mi siano direttamente utili. Mi hai già fatto presente la tua difficoltà dicendomi che hai spesso atteggiamenti critici irrazionali. Questo potrebbe interessarmi di più. Perciò non rinuncio a chiederti quali sono le tue idee intorno a tutto un universo avanguardistico, sia quello storicamente già concluso, sia quello che ancora sta marciando. Come vedi questo fatto, riferito anche alla tua esperienza?    Gianni Celati: Non so come lo vedo; anzi, soprattutto, non mi interessa vederlo, avere una cosa definita. Dal punto di vista delle cose che mi sono girate intorno mi sembra che ci sia un punto di riferimento fisso: l’irruzione della Pop Art. Mentre in fondo tutte le avanguardie storiche (a cominciare da Baudelaire fino a Benjamin, Sanguineti etc.) esprimono il discorso...

Intervista a Suad Amiry / Quando Damasco era un paradiso

  Suad Amiry, autrice di Sharon e mia suocera, il suo primo romanzo in cui raccontava l’assedio di Ramallah, la città nella quale vive in Palestina, da parte degli israeliani, e di Golda ha dormito qui nel quale racconta delle antiche dimore palestinesi confiscate dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, torna al romanzo con Damasco. Si tratta della saga del lato materno della sua famiglia, ambientata in uno dei più sontuosi palazzi della città vecchia, palazzo Baroudi, di proprietà del ricco mercante Jiddo, suo amatissimo nonno. Suad Amiry vi racconta i riti e i legami di una grande dinastia dal 1862 fino ai nostri giorni, i segreti e i rimossi di una famiglia potente e riesce nell’intento di restituirci un Medio Oriente meraviglioso e raffinatissimo. Gli antichi suq delle spezie e dei gioielli, i riti dei grandi ricevimenti del venerdì, le abluzioni negli hammam privati, una quotidianità che procede anno dopo anno seguendo il consolidato ritmo delle convezioni familiari, all’interno delle quali sono accolti e messi a tacere anche segreti e scandali. In un racconto che a tratti ha la superficie traslucida di un sogno, con una delicatezza e un’ironia di visione...

Esce dopo trent'anni una conversazione con Giovanni Tesio / L’ultima intervista di Primo Levi

Vediamo come nasce e procede questo breve volume Io che vi parlo. Conversazione con Giovanni Tesio, Einaudi, 2016. Le notizie le dà nell'introduzione lo stesso Tesio, classe 1946, amico torinese di Primo (superfluo dire che questi era nato nel 1919?) e autore di saggi su di lui. Frequentandolo, Tesio aveva «avvertito improvvisamente in lui un'incrinatura», sicché gli propose di condurre delle conversazioni in vista di una “biografia autorizzata”; cosa che Levi «accettò subito [...] senza fare obiezioni». L'incrinatura non poteva che essere di natura psicologica: Levi era depresso. L'unico che non se n'era accorto era stato l'altro conduttore di una lunga e fortunata intervista a Primo, Ferdinando Camon, che lo aveva rassicurato in questo modo: «Lei non è un uomo depresso, e nemmeno ansioso» (quando si dice che uno ha capito tutto!). Tesio quindi frequenta ora casa Levi munito di registratore. Le conversazioni si svolgono in tre tornate pomeridiane del 1987: il 12 e il 26 gennaio e l'8 febbraio. A volte, ci informa Tesio, Levi gli chiedeva di spengere il registratore, – quando evidentemente si toccavano argomenti troppo privati – a volte era lo stesso Tesio che, per lo stesso...

Conversazione con Andrea Bajani / Chi vuole ancora imparare?

Una prima domanda che ci stiamo ponendo tutti. Chi è l'insegnante oggi e quale è la sua funzione? Nel tuo libro La scuola non serve a niente, tra le metafore centrali c'è quella del rapporto docenti-studenti come un rapporto tra separati in casa...Degli insegnanti io ho un’esperienza mediata, visto che non insegno, pur portando avanti progetti in cui sono coinvolti gli studenti. Quando lavoro con i loro studenti, gli insegnanti si tengono giustamente in disparte. E quelli che conosco li incontro fuori da scuola, senza ragazzi. Per questo è difficile dire che cosa sia un insegnante senza vederli insieme agli studenti. Perché l’insegnante è prima di tutto una figura relazionale. Senza relazione, mi verrebbe da dire, cade il verbo. Senza qualcuno a cui insegnare, l’insegnante si dissolve. Proprio questo mi sembra, però, un punto centrale e drammatico. Mi sembra che oggi viviamo un’epoca in cui tutte le persone vogliono insegnare e nessuno vuole più imparare. Tutti vogliono parlare e non c’è nessuno che vada a sedersi sulla sedia dell’ascoltatore. Ecco, questa mi sembra la grossa crisi che viviamo, che porta a milioni di soliloquianti randagi per il mondo fisico e digitale. Quando...

Una conversazione con Maurizio Nichetti / Cinema, pubblicità, animazione, teatro

Maurizio Nichetti è un vero simbolo della convergenza tra i linguaggi della modernità, tutti da lui frequentati con lo stesso entusiasmo inventivo, senza pose autoriali ma mai in odore di "marchetta": al cinema così come in pubblicità e in tv, nell'animazione, persino negli eventi... senza contare il teatro, l'opera, il mimo e anche l'insegnamento, visto che in anni recenti dirige il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano. Proprio lì lo abbiamo incontrato per un'intervista, pubblicata su Bill 13, della quale qui presentiamo una sintesi.   Cominciamo da Carosello. Marco Giusti scrive che il tuo esordio da attore in pubblicità fu nel 1971: Aperitivo Cora, per lo Studio Bozzetto... Eh ma Giusti non è infallibile! Allora, il mio debutto è con tre soggetti per l'aspirina effervescente, per la Gamma film, sarà stato il '69-70: il signor Rossi e il signor Bianchi lottavano, poi a uno veniva il mal di testa che superava con l'aspirina. Quella fu la prima volta che ho visto la mia faccia in tv. A quel punto mi viene voglia di scrivere per la pubblicità, quindi comincio a propormi e lavoro per Pino Peserico (importante produttore di caroselli dell'epoca, ndr)...

Animali letterari / I topi di Pericoli e Celati

In quei giorni avevo l’ossessione dei topi. Vedevo topi dappertutto e sognavo topi. Non topolini ma ratti e pantegane. Facevo sogni spaventosi.    Pensai di affrontare l’incubo trasformando i miei topi in disegni e poi chiuderli in un libro. Però mi serviva un testo, e io non sarei stato capace di scriverlo. Allora pensai che la cosa migliore sarebbe stata quella di rivolgersi a degli scrittori, cercando autori che avrebbero potuto essere interessati all’argomento. Tra questi avrebbe dovuto esserci Italo Calvino. Gli scrissi e mi rispose subito. Il tema gli piaceva, mi assicurò che avrebbe scritto qualcosa, ma in più aggiunse un consiglio. Mi suggerì il nome di un giovane che secondo lui sarebbe stato adatto, che aveva già scritto di topi, in una maniera singolare che a Calvino era piaciuta molto. Gianni Celati. Io non lo conoscevo, quindi comprai un paio di suoi libri usciti da poco e li lessi. Il suo modo di raccontare mi faceva venire in mente i fumetti, ma fumetti in cui i personaggi si muovevano come nei film muti, con una musichetta allegra sul fondo e le figure che agiscono con ritmo un po’ accelerato. Gli scrissi e mi rispose con la lettera qui pubblicata. Un...

Intervista a Asaf Hanuka / Nove vignette

Artista fra i più significativi della scena israeliana, Asaf Hanuka è approdato nel nostro paese con Ko a tel Aviv, raccolta dei suoi lavori pubblicati settimanalmente sulla rivista Calcalist con il titolo orginale di The Realist. I primi due volumi (uno e due) sono usciti nel 2015 per i tipi di BAO Publishing e un terzo vedrà la luce quest'anno. Sempre BAO ha lanciato durante l'ultima edizione di Lucca Comics & Games Il Divino, volume realizzato a 4 mani da Asaf con il fratello Tomer, illustratore di fama internazionale. Abbiamo intervistato Hanuka, per parlare di autobiografia, politica, codici della comunicazione e tanto altro.       Vorrei iniziare chiedendoti di raccontarci il contesto in cui hai iniziato il lavoro su The realist. Ho iniziato The Realist sei anni fa. Era un lavoro commissionato dall'editor di una rivista economica israeliana chiamata "Calcalist". Mi era stato chiesto di realizzare una pagina a fumetti a cadenza settimanale che affrontasse i problemi dell'economia da un punto di vista individuale. A quell'epoca io e mia moglie stavamo cercando un appartamento così stabilimmo che nel fumetto io avrei raccontato, con un taglio...

Roberto Paci Dalò, il drammaturgo dei media

Ha da poco ricevuto il “Premio Napoli 2015” per la lingua e la cultura italiana. Premio che ha condiviso con Paolo Poli, Bianca Pitzorno, Serena Vitale. Sto parlando di Roberto Paci Dalò, un musicista e artista italiano le cui drammaturgie e le cui composizioni hanno sempre attribuito un ruolo importantissimo alla sperimentazione sonora. Da appassionato docente e produttore di radio mi ha sorpreso, in positivo, la notizia che un premio di questa importanza fosse stato attribuito a un artista che ha lavorato tanto con il suono e le nuove culture digitali in un paese dove queste due cose – la dimensione sonora dell’arte e l’incrocio con le culture digitali – sono sempre state viste come delle nicchie ai confini del teatro e dei linguaggi più tradizionali. Finalmente un premio “per la lingua e la cultura italiana” riconosce il lavoro di un artista il cui linguaggio è stato prima di tutto quello sonoro e digitale, ancor prima che quello strettamente musicale o teatrale.   È difficile definire Roberto Paci Dalò: come musicista, regista teatrale, sound artist, artista visivo, compositore, regista...

Edicola Mundo. Conversazione con Francesc Ruiz

Gattopardo di provincia   Berlusconi assolto: grazie magistrati   La rivista che vanta numerosi tentativi di imitazione   Sfasciano la costituzione e non sanno spiegare perché   Mondadori monoverbo   Ho confessato ma sotto tortura   Sono alcuni dei titoli delle copertine di giornali e riviste italiane esposti nell'Edicola Mundo di Francesc Ruiz al Padiglione della Spagna alla Biennale di Venezia 2015. Da subito il lavoro di Ruiz mi sembra importante. A seconda della distanza con cui lo guardo mutano i linguaggi e i messaggi. Da lontano si vedono due edicole di cui una, per soli maggiorenni, coperta da una tenda. Avvicinandosi a quella aperta, l'occhio è colpito dalle locandine e si percepisce una strana onnipresenza di cruciverba. Più da vicino si riconoscono le testate di sempre (l'Espresso, il Corriere della Sera, Grazia tra le altre) ma, come in un sogno, si capisce che non sono veramente loro.   L'edicola è una struttura familiare, uno spazio protetto nel mezzo della strada che in origine, ai tempi dell'architettura ellenistica e poi romana, era un tempietto votivo e in seguito...

La questione ebraica

Nel 1961 "Storia illustrata", mensile edito da Arnoldo Mondadori e diretto da Gianni Baldi, dedica nel numero 6 una sezione al tema: “Soluzione finale. Giustizia finale”. L’argomento è la persecuzione antiebraica. La rivista pubblica nel dossier due capitoli di un libro di Gerard Reitlinger uscito da poco in Germania “sulle origini politiche e sugli orrori dell’antisemitismo nazista”; un articolo di Marco Cesarini riguardante il razzismo in Italia; e una tavola rotonda, che apre il periodico, dedicata a “La questione ebraica”. Si tratta di sette domande rivolte a varie personalità italiane: il filosofo Remo Cantoni, lo psicologo Cesare Musatti, il giurista Francesco Canelutti e Primo Levi, presentato come un “intellettuale ebreo reduce dai campi di sterminio e autore di un libro fondamentale sull’argomento”. Si tratta in assoluto, sino a ulteriori ritrovamenti, della prima “intervista” di Primo Levi, anche se non è esattamente un’intervista, bensì una serie di domande e risposte all’interno di un questionario sull’antisemitismo. In Israele è...

Storia e memoria della Shoah e dell'universo concentrazionario

  Da più parti negli ultimi anni sempre più voci hanno sottolineato limiti ed effetti imprevisti della legge sul Giorno della memoria e in particolare i rischi dell'esaurimento della spinta educativa, per una iniziativa in qualche modo “ammalata” di monumentalismo, retorica e sottotesti legati a un uso politico della storia. Il discorso si fa ancora più complesso se il discorso si estende all'intero “calendario civile”. Qual è la tua opinione sull'opportunità e il rischio del Giorno della memoria così come è stato concepito in Italia?     Carlo Greppi: Il Giorno della memoria ha dato l'avvio a un monumentale – appunto – processo di istituzionalizzazione della memoria pubblica che, a partire dal 2000, ha letteralmente stravolto il nostro calendario civile. C'erano in nuce almeno due “effetti collaterali”, oltre a quello dell'ipertrofia/bulimia memoriale (che può contribuire a produrre preoccupanti riprese di vigore del negazionismo o dei suoi parenti stretti come il riduzionismo nel senso comune). Ricordiamo che l'art. 2 della legge...

Intervista ad Anselm Kiefer. Le torri e la qabbalah

Dopo aver visto le sue torri nell’Hangar Bicocca, ho fatto un viaggio a ritroso nella sua opera. Poi ho sentito il bisogno di leggere il testo che l’ha suggestionata, il Sefer hekhalot appunto, per capire un po’ meglio cosa volesse significare con tutti i suoi lavori sui sette palazzi celesti. Leggendo il testo, ho percepito una forte ambiguità di fondo nel racconto. Non si capisce se il viaggio del protagonista sia un viaggio ascendente o discendente. Il mistico deve superare delle prove terribili prima di giungere al cospetto del Trono mistico. Nelle sue opere del passato, dove ha lavorato sul tema dei Palazzi celesti, questi hekhalot sono rappresentati via via come gabbie volanti con palle di piombo all’interno, come luoghi fotografati in bianco e nero, siti che sembrano fabbriche dismesse o  lager da cui fuoriescono dei flussi, come se fossero anime degli ebrei morti. Ho letto, poi, che questo suo lavorare intorno al tema del Sefer hekhalot, è scaturito dopo il suo viaggio a Gerusalemme. Vorrei che lei mi parlasse - visto che io ho provato, di fronte alle sue torri dell Hangar Bicocca, allo stesso tempo, una sorta di repulsione e di...

Alberto Giacometti: "Non può esserci riuscita"

Sono trascorsi cinquant’anni dalla morte di Alberto Giacometti. Pubblichiamo, per ricordarlo,  una conversazione con Jean-Marie Drot, trascrizione dal film Giacometti un homme parmi les autres trasmesso il 12 novembre 1963, realizzato da Jean-Marie Drot, pubblicata sul numero 11 della collana «Riga» a lui dedicato (a cura di Marco Belpoliti e Elio Grazioli, 1997). Traduzione di Elio Grazioli.   Giacometti nel suo studio, ph. Ernst Schei     Giacometti, entrando nel suo atelier si è al tempo stesso infastiditi e rassicurati. Si teme di disturbarla. Si sente chiaramente che è lo studio di qualcuno che si nasconde un po’. E poi, rassicurati, perché dato che lei continua a lavorare anche in nostra presenza, allora questo un po’ rassicura.   Io non mi nascondo; non mi nascondo in particolare, no, ma per quel che riguarda il lavorare in vostra presenza, ne approfitto, e mi serve tanto più perché comincio, riprendo un lavoro che non avevo ripreso in mano da tempo. Non so perché, il fatto di essere filmato mi riporta a questo lavoro, dunque ne approfitto. In ogni caso sono io che ne...

Accadde una notte. Dialogo con Vito Zagarrio

A. S.- Accadde una notte è una delle commedie più felici del cinema classico oltre che uno dei film più ottimisti e fortunati di Frank Capra, il regista che ha meglio incarnato il Sogno Americano e lo spirito ricostruttivo del New Deal. La speranza, i buoni sentimenti, i piccoli gesti di eroi quotidiani immancabilmente premiati dal lieto fine: sono questi i temi che il cinema di Capra generalmente ha evocato. Tu invece hai insistito a lungo per una contro-lettura di Frank Capra – un Capra “malgrado lui” – scardinando i luoghi comuni del “capracorn” e andando oltre il sentimentalismo di facciata e la retorica reazionaria e populista solitamente associata al suo nome. L’ottimismo, in Capra, spesso è solo apparente, e a ben guardare esiste un sottofinale tragico dietro ognuno dei suoi happy-endings. In questo film il contrasto tra realismo sociale e fantasie escapiste è particolarmente evidente. Dove finisce la favola e dove incomincia la realtà? Accadde una notte è davvero un film così rassicurante?    V. Z. - Accadde una notte è un film un po’...

L'età performativa

English Version     Christoph Wulf (1944) insegna Antropologia e Pedagogia presso la Freie Universität di Berlino, dove è anche membro del Centro Interdisciplinare per l’Antropologia Storica, dell’area di ricerca “Kulturen des Performativen” (Culture del performativo), del centro di eccellenza “Languages of Emotions” e del programma di studi “InterArt/Interart Studies”. Wulf ha studiato storia, pedagogia e filosofia alla Freie Universiät di Berlino e ha conseguito il dottorato a Marburgo nel 1973, dove ha anche ottenuto (nel 1975) l’abilitazione accademica. Nello stesso anno fu chiamato alla cattedra di Pedagogia dell’Università di Siegen, prima di rientrare a Berlino nel 1980.   Wulf è tra i fondatori e i principali esponenti della scuola berlinese di antropologia storico-culturale, che combina metodologie e temi di ricerca provenienti da diverse aree disciplinari in una prospettiva trans-culturale, ed è uno dei pedagogisti tedeschi più apprezzati e conosciuti nel mondo. I suoi lavori sull’antropologia e la pedagogia antropologica sono noti nella...

Intervista. L’unica anormalità che la società tollera è la donna

È stato detto che molte volte che lei ha tre ‘idoli’: Cristo, Marx e Freud… Che cosa ci risponde?     Che sono soltanto formule. La realtà è il mio unico idolo. Se ho scelto di fare il cinema, oltre che scrivere libri, è stato perché, invece di esprimere questa realtà con dei simboli come sono le parole, ho preferito servirmi di un altro mezzo, che è il cinema, per poter esprimere la realtà con la realtà.     Potrebbe esprimere con le parole, così come lei la percepisce soggettivamente, la realtà dei giovani d’oggi, che, a quanto sembra, l’appassiona?   La gioventù, se non altro una certa gioventù che rappresenta la maggioranza, la massa uniforme della società attuale, ha perso del tutto il desiderio di cultura. È ignorante e non vuole ammetterlo. E il pericolo sta nel fatto che essa trasforma la propria ignoranza in una ideologia, una barricata dietro la quale si nasconde scandendo i suoi slogan. Soltanto una minima percentuale di studenti ha letto Proust, Sartre o Marcuse. La cultura è arrivata al punto di...

Racconti del reale di un intellettuale tra le nuvole

Juan Villoro (messicano, 1956) è uno dei più importanti scrittori in spagnolo della sua generazione. Ha vinto numerosi premi internazionali, come il Premio Villaurrutia 1999, il Premio Herralde 2004 e il Premio Excelencia de Las Letras José Emilio Pacheco 2015. Scrive su El Pais e altri quotidiani e riviste internazionali. Tra le sue opere uscite in Italia: Chiamate da Amsterdam (Ponte alle Grazie 2013), La Piramide (gran vía 2013), Il libro selvaggio (Salani 2015), Specchietto retrovisore (Edit Press 2015). Da poche settimane è uscito in libreria C’è vita sulla Terra? (SUR, traduzione di Maria Cristina Secci).   Juan Villoro   Come autore, se più conosciuto in Italia come romanziere che come “articuentista”, un termine che mutuo da quello che usi per definire una forma ibrida di narrare, tra narrativa e cronaca di costume, evidente in questo tuo libro C’è vita sulla terra? (SUR 2015). Quello che attrae di queste cronache-apologhi è proprio che potrebbero essere presi per pezzi di pura finzione o ritratti letterari di personaggi e costumi, alla maniera di Jorge Ibargü...

Out of Africa: A Conversation with Wole Soyinka

Versione italiana     We usually speak about Africa in relation to what it has been for Europe. For some, Africa remains an object of desire. For others, it is an indefinite landmass of countries in perpetual development. For several more, it is an inextinguishable source of natural and economic resources ready to be exploited. Most recently, for almost everybody it coincides with the faces of the migrants crossing the Mediterranean, landing on our shores in search of a refuge, democracy and better life conditions.   But how often do we take the time to listen to what Africa and its people tell us? Intent in telling only one version of the story – our own – we barely find the time to listen to the voices of a varied and complex continent made up of 54 nation-states and a significantly higher number of peoples.   One of the most powerful voices coming out of Africa is that of Wole Soyinka. Born in 1934, Soyinka, a Yoruba man from Nigeria, is a versatile artist, a committed intellectual, and the first African who was awarded the Nobel Prize in Literature, in 1986. On the occasion of his two recent visits in Italy in the fall – the first in Mantua, at...

La sua Africa. Conversazione con Wole Soyinka

English Version     Dell'Africa si parla quasi sempre in funzione di ciò che è, o è stata, per l'Europa. Per alcuni l'Africa rimane un oggetto del desiderio, per altri una massa di terra indefinita in perpetua via di sviluppo, per molti una riserva inesauribile di risorse naturali ed economiche da sfruttare. Per quasi tutti, poi, ha assunto il volto dei migranti che attraversano il Mediterraneo e 'sbarcano' sulle nostre coste in cerca di rifugio, democrazia e una vita migliore.   Ma quante volte stiamo ad ascoltare quello che l'Africa e la sua gente ha da dirci? Intenti a raccontare solo una versione parziale della storia, la nostra, non troviamo il tempo di stare a sentire le tante voci di un continente variegato e complesso, formato da 54 stati-nazione e da un numero ben più elevato di popoli.   Una delle voci più potenti dell'Africa è quella di Wole Soyinka, nigeriano yoruba, classe 1934, artista poliedrico e intellettuale impegnato, primo premio Nobel africano per la letteratura, nel 1986. In occasione delle sue visite autunnali in Italia − al Festivaletteratura di Mantova,...

L'osceno del linguaggio

Daniele Gaglianone, noto per film come I nostri anni (2001), Nemmeno il destino (2004), Pietro (2010) e Ruggine (2011), ha realizzato numerosi documentari e cortometraggi, caratterizzati da uno sguardo rigoroso, lirico e militante. Cresciuto politicamente nella “scuola” dell'Archivio nazionale cinematografico della Resistenza e aiuto-regista di Gianni Amelio, pratica un cinema attraversato dalla tensione tra realismo, anche tragico, e dimensione utopica, non senza ironia. Sotto il segno dell'urgenza di raccontare e di un cinema necessario, impegnativo per sé e per lo spettatore nella misura in cui entrambi risultano messi in gioco, l'esperienza del cambiare ha sempre un ruolo centrale nella sua narrazione visiva. L'attenzione alle condizioni materiali del quotidiano e a quelle umane del gruppo che produce un film sono una delle caratteristiche del suo stile e definiscono un'etica indipendente che si riflette nell'estetica. Questa conversazione con lui è diventata un'occasione per parlare di scuola, di storia, di rappresentazione, di migrazioni attraverso il filtro del cinema.   Nei tuoi film la scuola, così come...

L’ultima utopia. Gli jihadisti europei

Renzo Guolo insegna Sociologia dell’Islam all’Università di Padova e da trent’anni si occupa di islamismo politico nelle sue diverse varianti. Pochi giorni prima degli attentati di Parigi è uscito il suo ultimo lavoro dal titolo L’ultima utopia. Gli jihadisti europei (Guerini e Associati 2015).           Professore, nel testo lei traccia una distinzione tra le diverse generazioni di jihadisti. Quali sono queste generazioni e che caratteristiche ha quella degli attentatori di Parigi? Il “panislamismo combattente” non è un fenomeno recente, negli ultimi tre decenni è successo più volte che volontari occidentali siano andati in teatri di guerra per rispondere alla chiamata dello jihadismo. La prima generazione di combattenti è quella formatasi in Afghanistan contro i sovietici passando poi per Bosnia, Algeria, Filippine ed Egitto. Vi sono poi i qaidisti di Bin Laden e infine la terza generazione: i “siriani” di Al Baghdadi che combattono nelle piane mesopotamiche dopo essere passati per Al Nusra (gruppo affiliato ad al Qaeda). In Siria dal 2011 vi è poi...

Intervista a Ettore Mo

  Ettore Mo, decano dei giornalisti italiani, da 50 anni al Corriere della Sera, prima all’ufficio di Londra poi a Milano nella sezione spettacoli. Dal 1978, inviato speciale. Ha raccontato storie da tutti i continenti, seguito guerre e avvenimenti internazionali e vinto più di 40 premi. Considerato da molti un maestro o un esempio da seguire e forse uno degli ultimi grandi inviati. Ma lui, nella sua freschezza e semplicità, si considera un cronista, fedele alla regola insegnatagli da Egisto Corradi: “Per raccontare una storia bisogna consumare la suola delle scarpe”. Inizia a interessarsi alla scrittura e ai libri dopo le scuole medie. Soprattutto a come scrivevano gli altri. Poi si iscrive all’università di Cà Foscari a Venezia e, durante le estati, gira l’Europa: Svezia, Francia, Spagna, Inghilterra. È proprio qui, a Londra, che alla fine degli anni ‘50 trova un posto come cameriere sulle navi da crociera che fanno il giro del mondo. Abbandona la facoltà di lingue a Venezia e fa tre giri del mondo sulla nave. Ogni giro durava sei mesi. Ma l’idea di scrivere e di diventare giornalista non l’abbandona. Cosicché prima del suo terzo lungo viaggio lascia alcuni suoi scritti...