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Poesia

(66 risultati)

Il discorso è diverso

Dobbiamo allontanarci dalla gente, dai suoi problemi di tutti i giorni, dobbiamo badare alle parole, non ai fatti. Dobbiamo essere molto più vaghi, più astratti, porci degli obiettivi inesistenti. Le cifre sono ben note: il vuoto è due terzi del niente.   Il discorso è diverso. Siamo entrati in Europa? Si tratta ora di uscire dall’universo.

Quarta Repubblica (Quinta? Sesta?)

Grazie all’azione del pool “Mani più libere” nuovi soggetti politici emergono dalle macerie della Costituzione. Si afferma Concussione e Rivelazione.   Fa notizia la maratona-lampo del movimento “Forza Falsi Invalidi”. Il Popolo della Briscola è pronto a scendere in campo.   Molti consensi ottiene nei sondaggi, secondo gli ultimi dati, l’Associazione Sconosciuti al Fisco; la Lista Civica Raccomandati conserva però il suo vantaggio.   Pare imminente un apparentamento elettorale: l’Unione Facce di Bronzo   correrà con il Circolo Europeo Amici della Patonza.

Un poeta

Andavo a Bologna - prima di esservi chiamato a insegnare - per incontrare Roversi (e Massimo Dursi) -   Roversi in via Castiglione, Roversi in via dei Poeti 4, Roversi fra i libri - sempre accogliente, sempre in attesa del dialogo - suonavo il campanello - veniva ad aprirmi lei, Elena, dolcissima, amatissima, diceva, Roversi è di là, e là ci ascoltavamo parlare - era fare il punto - ascoltavo il poeta più anziano - quello più avanti sul sentiero - e lui ascoltava i miei sogni, le mie matterie, e leggeva con amore e sapienza i miei testi e quelli di tanti che si affacciavano alla sua porta, giovani e giovanissimi, l’Italia viva e fremente che andava pian piano sotto la neve:   (come da lui andavo a volte da Sereni, a volte da Fortini, a volte da Zanzotto, qualche volta da Luzi, qualche volta da Alfonso Gatto, o da Elio Pagliarani, o quand’ero al liceo da Valeri - alle sue lezioni all’Università: a cercare conforto nel difficile sentiero di ascoltare il linguaggio - le bizzarre, ansiose schinche della poesia):   Roversi mi pareva, sempre, un sapiente, forte...

Lettera ai cavalli di Trieste

Il 27 novembre 1997 Peppe Dell’Acqua e Franco Rotelli hanno invitato a Trieste, alla sala Tripcovich, diversi amici di Franco Basaglia fra cui Luigi Pintor, Gino Paoli, Alfredoo Lacosegliaz, Freak Antoni. Chi ha cantato, chi detto, chi ha fatto. Io ho scritto la Lettera ai cavalli di Trieste e l’ho letta. Fuori, sull’ingresso, c’era Marco Cavallo.              Cari curatori della mente          e della mania,          cari matti,          cara gente qui riunita stasera,          caro Franco Basaglia            trot torotòt trot torotòt            voglio divertirmi a correre          spaziare nei prati liberi, volare          voglio portare i fagotti          della biancheria netta    ...

Giovanni Guidiccioni / Dal pigro e grave sonno ove sepolta

Giovanni Guidiccioni (1500-1541) intitolò alla Patria un’intera sezione delle sue Rime: il suo petrarchismo civile è testimoniato in maniera esemplare da questo sonetto, piccolo compendio di variazioni sul motivo ormai topico del compianto dell’Italia.     Dal pigro e grave sonno ove sepolta sei già tanti anni, omai sorgi e respira e disdegnosa le tue piaghe mira, Italia mia, non men serva che stolta.   La bella libertà, ch’altri t’ha tolta per tuo non san’oprar, cerca e sospira, e i passi erranti al camin dritto gira da quel torto sentier dove sei volta.   Ché se risguardi le memorie antiche, vedrai che quei che i tuoi trionfi ornâro, t’han posto il giogo e di catene avvinta.   L’empie tue voglie, a te stessa nemiche, con gloria d’altri e con tuo duolo amaro, misera! t’hanno a sì vil fine spinta.     Edizione di riferimento: Giovanni Guidiccioni, Rime, a c. di F. Coppetta Beccuti, Laterza, Bari 1912.

Tommaso Campanella / D’Italia

Se per tutto il Rinascimento cospicua è stata la produzione di testi ispirati alla nazione – specie nell’ambito del petrarchismo civile – , nel Seicento, sul versante della poesia, si rinvengono poche occorrenze significative del tema Italia. Tra esse spicca un sonetto di Tommaso Campanella, D’Italia (1622), nel quale torna il topos della personificazione femminile della nazione (La gran donna, ch’a Cesare comparse) e, dello stesso autore della Città del sole, una serie di otto madrigali Agl’italiani, che attendono a poetar con le favole greche, contro la pessima voga per la quale “gli Italiani cantano le bugie de’ Greci, e non le sue veritadi”.     La gran donna, ch’a Cesare comparse sul Rubicon, temendo a sé rovina dall’introdotta gente pellegrina, onde ‘l suo imperio pria crescer apparse,   sta con le membra sue lacere e sparse e co’ crin mozzi, in servitù meschina. Né già si vede per l’onor di Dina Simeone o Levi più vergognarse.   Or, se Gierusalemme a Nazarette non...

Francesco Tullio Altan. Tunnel

Francesco Tullio Altan ha appena pubblicato presso l’editore Gallucci un volume dal titolo Tunnel (pp. 245, € 16,50), che raccoglie le vignette disegnate per “L’Espresso” e per “La Repubblica” negli ultimi anni. Una perfetta cronaca socio-surreale del nostro Paese, riflessioni di natura morale ed etica che pescano più a fondo nella stessa natura umana. Altan fa ridere e fa pensare, entrambe le cose; non si sa bene se prima l’una oppure l’altra (oppure entrambe insieme?). Il settimanale “L’Espresso” mi ha chiesto di scegliere e commentare otto di queste fulminanti vignette. Un breve commento, come si fa con un testo letterario, oppure una canzone, o una fotografia. Li ripubblico qui con il permesso del settimanale (che ha dedicato la sua seconda copertina ad Altan stesso).   Dalla prossima settimana pubblicheremo, grazie ad Altan, per alcune settimane, altri disegni tratti dal libro, e lasciamo ai lettori il compito di pubblicare dei loro commenti, magari seguendo la falsariga dei miei, oppure variando, ma sempre in modo pertinente e illuminante. Chiediamo solo di non superare le 500 battute...

Poesia della decrescita

La lingua appoggiata sulla terra come la suola delle scarpe. appoggiare la lingua  le mani  costruire con gli occhi col sorriso riempire il mondo di fiato e di calore non di cemento e di strade, mettere fuorilegge le betoniere bandire il calcestruzzo armare solo la pazienza la dolcezza amare il vuoto svoltare con violenza verso la povertà svoltare assieme tornare non al mondo contadino ma a ciò che c’era prima che nascesse il mondo cancellare dentro la testa i deliri degli ultimi millenni e stare qui a lodare quello che non c’è  quello che non abbiamo.

Stefano Dal Bianco. Alla mia stufa, alla fatica

  Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.   Stefano Dal Bianco ha abitato a Padova, Milano, Torino e ora vive in provincia di Siena, dove è ricercatore all’università. Il suo ultimo libro di poesia è Ritorno a Planaval, (Mondadori 2001). Ha pubblicato studi sulla metrica di Petrarca, Ariosto e Zanzotto. Di Zanzotto ha anche curato il Meridiano Mondadori nel 1999.      Alla mia stufa, alla fatica     Per poterla riattizzare presto la mattina dopo e trovare anche la stanza meno fredda ogni sera faccio in modo che si crei un bel letto di braci per il ciocco che vi depongo prima di chiudere la presa d’aria.   Questa sera le braci sono molte, anzi moltissime: una vera montagna incandescente con tutte le valli, a ombrìo e a solatìo e con torrenti e fiumi e laghi rossi e neri sbuffi e feste di paese…   Io mi sono fermato...

Camminare in città

Nelle città non si cammina. Ci si sposta continuamente e si maledice quel tempo buttato via così, tra un punto e l’altro, tra un ufficio e l’altro. Il camminare è attività fine a se stessa, non un effetto secondario. Se davvero tra la complessa attività del camminare e il pensiero c’è una relazione così stretta potremmo giungere subito alle conclusioni: le persone non camminano perché non pensano. O se si preferisce: non pensano perché non camminano.  Ma se definiamo“complesso” il movimento, l’atto del camminare (basti pensare a quanti muscoli e ossa vengono coinvolti, quanto combustibile viene consumato, quanto sangue pompato addirittura vicariando il cuore con i meno nobili piedi) anche il pensiero segue strade e viottoli infiniti e spesso indefinibili.  Senza avventurarmi in questi intricati percorsi voglio dare corpo a uno spettro dai molti nomi che forse spiega la leggera apprensione che accompagna questa parola: il camminante porta sempre con sé l’immagine del disagio. Chi cammina senza spostarsi semplicemente da un punto all’altro, chi vaga senza...

Ho fame di paesaggio

1. oggi ho capito che ho fame di paesaggio. prima se andavi da bisaccia ad andretta quello che stava in mezzo era il vuoto adesso il vuoto è dentro i due paesi e il pieno è nello spazio che li divide. la conferma mi è venuta provando più tardi un’altra via, quella che da andretta porta a calitri. è solo in parte asfaltata e non ci passa nessuno. la terra sembrava più buona e l’ho mangiata assieme alla luce. per il resto è stata la tipica giornata invernale dell’agosto irpino.   2. un amico mi dice che è tempo di alzare lo sguardo verso altri luoghi. non obbedisco resto qui e lo abbasso sempre di più verso la terra.   3. quando la terra non era minacciata si guardava ad altro ma ora guardatela bene guardatela ogni giorno. la vita della terra ormai pare più breve della nostra.   4. nessuno può più stare dove sta. l’esilio è irrimediabile da ogni paese da ogni città. la residenza è solo una forma di diplomazia ormai l’unico luogo possibile è...

I camminatori

Italo Testa, voce e testo Margherita Labbe, fotografie e carte artigianali Roberto Dassoni,  editing e trattamento audio/video La sequenza video I camminatori, presentata in  anteprima in occasione di Passoparola. Festival del cammino (Berceto, 12 giugno 2011), nasce da un poemetto inedito di Italo Testa, e dal lavoro di collaborazione con l’artista grafica Margherita Labbe e il video maker Roberto Dassoni nel laboratorio dell’Accademia di Brera Da verso. Letture e interazioni tra poesie e arti. “C'è un momento preciso, quando la neve comincia a sciogliersi, e le ruote delle auto e i passi della gente lasciano tracce di percorsi che si perdono, si sovrappongono, si cancellano, e la neve crea un contrasto che evidenzia e staglia nettamente angoli e piani. L'idea di questa sequenza nasce da alcune foto scattate in un paese del piacentino, in uno di quei momenti fatidici, quando le vie sono desolate, anche a causa della neve. Le inquadrature basse, concentrate sulla strada e sull'asfalto, sono legate a I camminatori di Italo Testa, ma anche dalla consuetudine a cercare, nella visione del luogo, la sintesi del fattore...

Paolo Volponi / O di gente italiana

  Quasi a suggello della sua carriera letteraria, Paolo Volponi, pochi giorni prima di morire, scrisse questi versi amarissimi sull'Italia “infetta”. In O di gente italiana, pubblicata sul Corriere della sera il 3 febbraio 1999, l'autore delle Mosche del capitale allegorizza senza indulgenze il degrado della già dantescamente Italia “puttana”, ancora capace se non altro di piangere o rincorrere i propri figli, trasfiguratasi ormai in “un incanaglito / furente travestito” che si prostituisce “sui raccordi”.      Italia, o di gente italiana; eri una povera puttana chiusa nella sua sottana di casa, con neri occhi vividi non guardavi per poter obbedire meglio, toccare, curare; umidi sempre di lacrime i tuoi gesti per abbracciare i vivi e i morti, rincorrere i figli persi tra le spiagge e le strade, tra i resti di paesi distanti, riversi lungo i tuoi passi.   Mai ti resse un marito che tu rispettassi: buttata fuori da ogni letto raccoglievi i tuoi stracci e proseguivi sforzando il petto Ti sfamavi lungo i...

La funtanèla

La fontanella di piazza San Gaudenzio a Novara, proprio di fronte alla basilica, è stata ormai elevata al rango di monumento storico della città. L’importanza storica di questa fontanella è data anche da una poesia in dialetto novarese a lei dedicata, che dal 2001 è possibile leggere su una targhetta appesa al suo fianco. Una poesia che sa raccontare l’importanza delle fontanelle non solo per la loro utilità, ma anche come elementi caratteristici delle città italiane, che sanno creare un’atmosfera unica grazie al loro continuo scrosciare, soprattutto nel silenzio della notte:       La funtanèla di Sandro Bermani (Lisàndar)   L’è in pé, la funtanèla ad San Gaudensi, propri davanti dal purton dla gesa. Tüta la not la canta int al silénsi la sò canson fài d’aqua nuaresa. E quand l’està la riva, sénsa sgiaché sa strüsa lì visin, sübit al sénta al bufunin da fresch ch’la manda lé. As büta suta cunt la buca v...

Ode alla fontanella di Piazza S.Giacomo

È un bel giorno oggi in città Si respira primavera Lo si sente dai profumi Lo si vede dai colori Nella soleggiata piazza C’è chi legge il suo giornale Sorseggiando beatamente Un vinello niente male Chi accompagna il suo bimbetto A scoprire la fontana Dove lui caparbiamente Costruir vuole una tana Io m’aggiro quasi sognante E assaporo ‘sto momento Sono nella mia città E il mio cuore è assai contento Il mio sguardo vaga assorto Ed incuriosito sosta In quell’angolo di pietra Ove c’è una scura crosta Santi numi quale orrore! Morirò di crepacuore Oh mia cara fontanella Sembri proprio Cenerella Elegante e sempre fresca A nessuno ti negavi Col tuo fare riservato Chissà quanto hai ascoltato Ho un ricordo di ragazzi Che giocavan nella piazza Ti venivano a cercare Per potersi dissetare Non so cosa sia accaduto Chi sarà quel bel genietto Che ti ha messo il rubinetto? Qual mancanza di rispetto! Non parliamo di sporcizia, Cicche ed escrementi vari, Tubi bianchi e cerottoni Ma chi sono ‘sti cialtroni? E vorrebbero che l’acqua...

Giacomo Leopardi / All'Italia

La plurisecolare tradizione inaugurata da Italia mia di Petrarca arriva fino a questa canzone civile di Leopardi ventenne. Se per l'appunto il testo risente ancora, nel suo andamento retorico, dei gravami ereditati da quei modelli – ed è ancora lontano dalla splendida fluidità dei canti della maturità – nondimeno li rinnova profondamente, attualizzandoli. La chiave su cui si regge l'impianto discorsivo della lirica sta probabilmente nell'avversativa del quarto verso (e più precisamente in una parola decisiva per il sistema di pensiero leopardiano: gloria): da una parte le vestigia inerti della memoria italiana (e dunque, di fatto, la sua crisi), dall'altra lo scacco del presente, l'impossibilità di un riscatto nell'orizzonte della Restaurazione (“Poi che dormono i vivi; arma le spente / Lingue de' prischi eroi”, implorerà polemicamente Leopardi, un anno dopo o poco più, Ad Angelo Mai). E ancora qualche anno dopo annoterà nello Zibaldone: “Come può il poeta adoperare il linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d’una generazione d’uomini per...

Francesco Petrarca / Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

Forse la più nota delle poesie civili dedicate all'Italia, di certo la più amata dai nostri letterati – da Machiavelli a Leopardi – , Italia mia (Canz. CXXVIII) rimarrà l'insuperato modello archetipico per una cospicua serie di imitazioni e variazioni che attraversa l'intera tradizione classicistica. Petrarca intona il suo compianto alla patria mentre si trova in Italia (nella valle del Po, “dove doglioso e grave or seggio”, tra il 1344 e i primi del 1345) e lo colloca, nel Canzoniere, nel mezzo di una lunga sequenza di poesie a tema amoroso (immediatamente successiva è Di pensier in pensier, di monte in monte e appena precedente Chiare, fresche et dolci acque). Sebbene la canzone rimandi a vicende contingenti e a fatti dell'epoca in cui venne scritta, il suo messaggio accorato e la sua costruzione retorica concorrono a farne un duraturo topos della tradizione letteraria.   Italia mia, benché 'l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sí spesse veggio, piacemi alme che' miei sospir' sian quali spera 'l Tevero et l'Arno, e 'l Po, dove...

Giovani senza lavoro

I. Giovani senza lavoro con strani portafogli in cui infilare denaro che non è guadagnato.   Padri nascosti allevano quella sostanza magica leggera e avvelenata per le vostre birrette.   Condannati a accettare un regalo fatato sprofondate nel sonno mortale dell’età,   la vostra giovinezza, la Bella Addormentata, langue nel sortilegio di una vita a metà.       II. Giovani senza lavoro chiacchierano nei bar in un eterno presente che non li lascia andar.   Sono convalescenti curano questo gran male che li fa stare svegli senza mai lavorare.   Di notte sono normali, dormono come tutti gli altri anche se i sogni sono vuoti anche se i sogni sono falsi.   Falsa è la loro vita, finta, una pantomima fatta da controfigure interrotta da prima.