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Racconto

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Lettera a Lapo Elkann

Milano 3\6\2014   Caro Lapo,   non ci conosciamo. Ho pensato di scriverti una lettera. Ma non ho il coraggio di spedirti veramente questa lettera. Per via della timidezza. Che ritrovo in te. Anche tu vivi nell'eterno imbarazzo, mi sembra. E dentro una ferita, ho il sospetto. Proprio com'è capitato a me. Perciò ti sento amico e fratello. Abbiamo entrambi occhi che sfrecciano così tanto da sembrare led o spirali. Con questi occhi vedo ogni giorno le tue foto apparire su Facebook. Ogni tanto vengono ripubblicate nelle gallery dei grandi giornali o sui siti di gossip. Poi vengono condivise su Twitter e Facebook.   Sotto le foto spuntano subito tantissimi commenti. Ridono di te. Dell'azzurro della tua giacca, del colore della tua pochette. Ti odiano perché sei ricco. O ti sfottono per via di quella notte a Torino. Ma tu sei un labrador, col pelo biondo zuppo di pioggia. Così ti vedo. E sotto il pelo fradicio c'è il cuore impazzito di un cardellino. Che batte forte. A 180 bpm. Per via dell'imbarazzo. Dell'equilibrio spezzato. Di un incidente accaduto mentre guidavi al tramonto a Honk Kong o a Miami....

Sono tempi duri, da dove vuoi che inizi?

Lasciatemi cantare, ho il cuore che scoppia! Le parole arriveranno e un microfono non basterà! Mc Manar   Lunedì. Milano. “Ena esmi Valeria, piacere”. “Vanilla!”. “No, Va-le-ria”. “Va-nil-la!”. A gesti mi spiega che è buona, che si mette nelle torte, ed è dolce. “Vanilla va benissimo”. Questo è il mio primo incontro con Alaa, detto Abu Manar (Abu significa padre) un uomo alto e baffuto, con l’occhio nerissimo che brilla, sempre in bilico tra l’ironia e la tristezza.  E’ passata una settimana da quando Marta, amica e coinquilina a Tunisi, mi ha scritto una mail con un oggetto che non poteva non stimolare la mia curiosità: “TOP SECRET MAIL URGENTE”. E’ il 2 novembre. “Sei abbastanza libera e abbastanza folle da viaggiare da Milano a Stoccolma in macchina inscenando un matrimonio a Stoccolma a portare dei siriani, servono abiti eleganti, ci sarà la banda e sarà una commedia-documentario... ”. Si è abbastanza liberi e abbastanza folli?   Perché la follia alla fine è facile, si...

Lettera a Helen Scott

Ricordiamo François Truffaut a trent’anni dalla sua morte con le sue stesse parole. Doppiozero pubblica ogni mese una lettera (qui la prima) da Autoritratto. Lettere 1945-1984 (Correspondance. Lettres recueillies par Gilles Jacob et Claude de Givray, 1988) uscito da Einaudi nel 1989 a cura di Sergio Toffetti, con contributi di Marco Vallora e Jean-Luc Godard “Nel corso della nostra vita, noi diventiamo tante persone differenti, ed è proprio questo a rendere così strani i libri di memorie. Una persona, l’ultima, si sforza di unificare tutti i personaggi differenti” François Truffaut   François Truffaut durante le riprese di Antoine e Colette   Uscito nei primi mesi del 1962 Jules e Jim è ostacolato dalla censura che ne limita fortemente la visione (il 22 giugno del 1962 il film viene vietato in Italia, Dino De Laurentis con lo stesso Truffaut organizza una protesta a cui prendono parte tra gli altri anche Alberto Moravia e Roberto Rossellini). Nel frattempo François Truffaut gira Antoine e Colette (episodio del film collettivo L'amour à vingt ans) con Jean Pierre Léaud e...

Lettera a un/a giovane insegnante 2

Al volgere di una tornata di immissioni in ruolo, un po' per gioco e un po' no, mi erano stati chiesti dei consigli. Naturalmente, mi sono schermito. Poi ho pensato a quello che avrei voluto sapere quando non ancora trentenne ho iniziato a insegnare e che ho scoperto in classe, nel decennio successivo e confrontandomi con altre esperienze. Il gioco mi ha preso la mano e ne è venuto fuori una autoriflessione da condividere in alcuni punti. Se ne possono aggiungere altri, chiaro. Pensavo, con tutta la distanza autoironica del caso, alle lettere di un Rilke più stralunato, invece è risultata la voce di un Wittgenstein più nevrotico, con tutta la distanza autoironica del caso. L'importante è avere buoni modelli, con tutta la distanza autoironica del caso. In più: sono consapevole che la condizione del giovane insegnante sia in realtà abbastanza rara, e quando c'è è precarizzata e soggetta a malus di varia natura che qui non trovano posto. Il testo è rivolto a chi è già dall'altra parte del deserto. Ma da chi come me è considerato troppo critico e apocalittico queste righe...

Lettera a un/a giovane insegnante 1

Al volgere di una tornata di immissioni in ruolo, un po' per gioco e un po' no, mi erano stati chiesti dei consigli. Naturalmente, mi sono schermito. Poi ho pensato a quello che avrei voluto sapere quando non ancora trentenne ho iniziato a insegnare e che ho scoperto in classe, nel decennio successivo e confrontandomi con altre esperienze. Il gioco mi ha preso la mano e ne è venuto fuori una autoriflessione da condividere in alcuni punti. Se ne possono aggiungere altri, chiaro. Pensavo, con tutta la distanza autoironica del caso, alle lettere di un Rilke più stralunato, invece è risultata la voce di un Wittgenstein più nevrotico, con tutta la distanza autoironica del caso. L'importante è avere buoni modelli, con tutta la distanza autoironica del caso. In più: sono consapevole che la condizione del giovane insegnante sia in realtà abbastanza rara, e quando c'è è precarizzata e soggetta a malus di varia natura che qui non trovano posto. Il testo è rivolto a chi è già dall'altra parte del deserto. Ma da chi come me è considerato troppo critico e apocalittico queste righe...

Come stai

Come stai è formula di saluto convenzionale, che alcuni però interpretano alla lettera volgendola in un pretesto per trattenervi quanto meno una buona mezz’ora, pure se l’incontro è del tutto occasionale. Il figlio che cresce, il padre che invecchia, la mamma che perde colpi, il lavoro non ne parliamo, e poi il cugino, il suocero, il nonno, l’amico, il vicino di casa, l’avvocato di famiglia, il commercialista, il dentista, l’amante. Ho conosciuto un uomo che alla domanda come stai rispondeva «Bene»: sempre. Bene quando era così, effettivamente, quando era un insegnante sui generis, un professionista stimato, il primo ingegnere del paese. Poi rispose Bene quando nacquero i suoi figli, uno, due, tre addirittura, e come si farà, gli chiedeva in grande ambascia la moglie, e non ti preoccupare, ci arrangeremo, puntualmente la rassicurava. Poi era sempre Bene che andava quando moriva qualcuno, sua sorella, la madre, un giorno anche sua moglie. «Come state, ingegnè?» «Bene»: fisso.   Quest’uomo era cresciuto nel dopoguerra, veniva da una famiglia povera di tanti figli...

India: le più grandi elezioni della storia dell’umanità

Le elezioni indiane sono ormai un evento globale, seconde per attenzione forse solo a quelle degli Stati Uniti. Ma mentre la democrazia americana, per usare un ossimoro, è la regina del sistema mondiale attuale, quella indiana è, apparentemente, solo la più grande. O meglio, a voler essere pignoli, la più popolosa. E l’attenzione del mondo giornalistico mainstream, soprattutto in Italia, si rivolge di solito alla scelta popolare del nuovo governo non tanto per indagare e capire verso dove l’India andrà, e le possibili conseguenze di tale scelta, quanto per mostrare con stupore misto a curiosità che la democrazia non conosce limiti ne’ di scala ne’ di latitudine.   Le più grandi elezioni della storia dell’umanità sono un evento emozionante e rassicurante al tempo stesso. Di conseguenza, vorrei sfruttare lo spazio di questo articolo per provare a fare una cosa molto diversa dalle solite spiegazioni/profezie pre-elettorali. Mi piacerebbe tentare un piccolo esperimento: presentare una serie di vignette tratte dalla mia esperienza di vita in India, ma in forma di racconto breve. Il protagonista...

Oggetti d’infanzia | Choco banana

Parevo un’ossessa. Partivo dalla piazza centrale della mia città natale in tutte le direzioni. A piedi o in tram puntavo piccoli market in periferia, grandi magazzini inaugurati da poco, setacciavo pasticcerie simil viennesi, interrogavo le commesse stupite che si potessero fare domande del genere, assillavo parenti e conoscenti. Non mi rassegnavo alla mancanza di quel cioccolatino a forma di banana con dentro il gusto di banana, croccante sopra morbido dentro. Da quando ero diventata straniera in patria, quello era diventato il ricordo d’infanzia, e quando tornavo ne facevo incetta e indigestione. Il mio prodotto, la mia madeleine, il mio ricordo d’infanzia per antonomasia non c’era più. Scomparso senza lasciar tracce, dal giorno alla notte, tirato giù dallo scaffale da un ordine imperscrutabile, da uno di quei diktat che mischiano inesorabili la politica con la burocrazia.   Naturalmente sapevo e capivo quello che stava accadendo. Nei negozi le tagliatelle slovene non si appoggiavano più alle minestre croate, i vini serbi e macedoni non stavano più nella stessa fila e la fratellanza-unità dei popoli non la conservavano nemmeno le sardine istriane che si chiamavano Belgrado...

Ruanda: de l'enfer à l'enfer

Tra il 6 aprile e la metà di luglio 1994, circa ottocentomila ruandesi (secondo le stime dell'ONU), in maggioranza Tutsi, morirono in quello che fu uno dei genocidi più rapidi e sanguinari della storia. L'idea di derivazione coloniale della differenza trai Tutsi e gli Hutu del paese fu portata agli estremi dalla propaganda  del presidente Juvénal Habyarimana; i Tutsi divennero nemici del popolo ruandese, insetti da schiacciare (più o meno letteralmente, a colpi di machete e di bastoni chiodati). Gli eventi videro la fine del potere Hutu e la vittoria delle forzae del Fronte nazionale ruandese (FPR), costituito da Tutsi esiliati sin dal 1959—data di indipendenza del paese e che vide gli Hutu prendere il potere. Il regime di Paul Kagame, diventato presto dittatura, finì per tradire gli ideali per i quali moltissimi avevano dato la vita.   Benjamin Rutabana   A distanza di vent'anni, Benjamin Rutabana, musicista reggae estremamente popolare nel suo paese e discendente di una famiglia di prìncipi Tutsi, racconta la sua storia singolare nel libro De l'enfer à l'enfer: Du Hutu Power à la...

Città frontale

Pubblichiamo un estratto dall'ultimo libro di Luca Rastello, I buoni (Chiarelettere). Il volume che sarà presentato a Milano martedì 8 aprile alle 18.30 (Frigoriferi Milanesei, Via Piranesi 10) - interverranno con l'autore Daniele Giglioli, Antonio Scurati e Francesco M. Cataluccio - è il primo titolo della collana narrazioni di Chiarelettere. Sul senso della nuova collana tutta dedicata alla narrativa ne parliamo con il direttore editoriale, Lorenzo Fazio, subito dopo l'estratto.       Dalla strada non si vedono i fuochi, frustati dal vento che batte gli scheletri d’acciaio. Prima erano templi del lavoro, capannoni alti come basiliche o grattacieli, centrali d’energia al servizio di un sogno d’industria, officine, luoghi della fatica feriale difesi con orgoglio da quelli che dentro scontavano il loro ergastolo e sbuffavano e smadonnavano per otto ore almeno, su tre turni, ogni giorno che Dio posava sulla terra, luoghi dannati eppure desiderati. Ora la città vive una sua vita sghemba da insetto, o da serpe bastonata, un nuovo sogno sognato con meno tenacia, che moltiplica i cantieri, parassiti di un...

Girotondo sopra alle nostre teste

Qui la prima parte   Cercammo senza sosta per tutto il pomeriggio aree ove si potesse collocare la grande lampada di cui disponevamo per attirarla nottetempo. Eravamo incerti se porla su quella straducola sterrata che avevamo scoperto e che era scavata tra infinite foreste profumate di resina di pino, oppure se scendere verso il lago artificiale e turchese e cercare uno slargo ben visibile che avrebbe attratto falene anche da lunga distanza. Si discusse a lungo senza trovare una soluzione, incerti come eravamo sulle abitudini di questa falena gigante e sontuosa. Ci fermammo in un vicino villaggio a dissetarci con una freschissima «panache», la classica birretta mista a gassosa che in Francia era una bevanda molto popolare. Piscopo, invece, che da sempre odiava la birra, si accontentò di una zuccherosa aranciata,  bevanda piuttosto banale e disponibile ovunque nel mondo. Ma non ci fu verso di convincerlo ad assumere le migliori abitudini francesi. Seduti su di un comodo tavolino del bar che guardava verso i campi di petanque dove gli anziani e i meno anziani stavano giocando una partita accesa e piena di dispute, parlavamo della Isabella, ripetendo...

Dammi 5 euro!

Il signore un po' singolare che incrocio ogni tanto sul percorso pedonale urbano di G., e che di solito passa oltre senza nemmeno essersi accorto di me, lo sguardo immobile, o con piccoli movimenti furtivi degli occhi, velocissimi, che scruta uno spazio tutto suo nel quale io di certo, e forse tutti e tutto, non siamo contemplati, questo pomeriggio mi si è parato davanti all'improvviso e mi ha parlato. Ero sul vialetto pedonale che conduce alla chiesa, delimitato da due lunghi muri scanditi da piccole lapidi identiche dedicate ai morti in guerra del paesino (una per morto, con la sola data di nascita: e questo non finisce di sembrarmi bello), e mi dirigevo verso un cancelletto laterale che mi avrebbe poi condotto alla pista ciclabile esterna, sulla quale non c'è quasi mai nessuno alle ore in cui passo io e dove quindi posso distrarmi come voglio, e pure leggere, se mi va. Un posto dove prima non l'avevo mai visto. E nemmeno stavolta, se è per questo, se non con la coda dell'occhio, per un attimo, in lontananza, lungo il muro opposto, senza quasi registrarlo. Come non si registra un una cosa innocua. Un uccello in volo, il manto stradale...

L’ultimo viaggio di Albert Camus

“Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo”. (da Albert Camus, L’esilio di Elena)   Il doppio filo che lega parola e paesaggio, nei grandi poeti, è difficilmente districabile. La scrittura rispecchia i luoghi sia descrivendoli che, in un senso più profondo, riflettendoli in una forma, assorbendoli nel proprio respiro. In questo senso, è il paesaggio stesso a dettare la parola, a tradursi in ritmo, pensiero, a divenire un criterio di stile.     Sarebbe difficile pensare al canto della Terra Desolata eliotiana senza lo sfondo complesso e stratificato delle irreali metropoli dell’occidente. Lontano dalle fascinazioni dell’invisibile, dalle torbide alchimie di Praga, senza dubbio...

I fratelli Vicenti

Sugli argini in mezzo ai campi fra Vercelli e Santhià alla fine di settembre può fare già freddo. A undici anni del freddo ti importa poco, ma che la bella stagione se ne stia andando di nuovo ti fa proprio girare le palle. E ti girano ancora di piú se sono appena le otto e un quarto e sei in coda per iscriverti a scuola. Una scuola che oltretutto non avresti scelto. Io alle medie ci sarei andato, perché studiare mi piaceva, e col liceo classico avrei almeno provato.   Anzi, l’avrei fatto e basta. All’epoca non si tentava di andare a scuola, ti ci spedivano e tu dovevi arrivare in fondo, anche a denti stretti. Lo stesso col matrimonio: ti sposavi ed era finita, se ti eri sbagliato amen. Invece ero lí, di mattina presto, per un posto all’Avviamento Professionale, che avrebbe significato venti minuti di corriera tutte le sante mattine in mezzo alla nebbia, piú altri venti al ritorno, con la fame a strizzarmi lo stomaco come uno straccio bagnato, e dopo tre anni di quelle corse su e giú mi avrebbero messo in mano un bell’attestato da elettricista.   Nessuna possibilità per legge di...

Treno notte direzione Ucraina

Due estati fa, ad agosto, sono andata a Leopoli. Ero già stata in Ucraina. A Kiev, per un convegno qualche anno prima. Ma adesso è diverso. Non devo lavorare, non girerò per ambasciate e università. E poi questa volta c’è Giacomo, mio figlio. Siamo partiti da Cracovia con il treno che durante la notte attraversa il confine. Un treno che parte un giorno sì e uno no.  Molti anni fa partiva tutti i giorni. Ci andavano i nipoti a trovare d’estate i nonni, o i ragazzi le fidanzate. Perché un tempo Leopoli (L’viv, in ucraino) era polacca. Prima che i sovietici la invadessero nel ’39 dopo il patto Molotov-Ribbentropp. Prima che ci tornassero nel ’45, a guerra finita, da vincitori.     Siamo soli in un cuccetta da tre. Sul letto, in regalo, salviette, spazzolino da denti da viaggio, sapone. Alle due di notte bussano. Dogana polacca. Controllo passaporti. Giacomo dorme. Una signora in divisa mi sorride, punta la pila sul viso di Giacomo che si sveglia e la guarda inebetito. “Le somiglia”, mi dice in inglese. Sorrido. Non mi riaddormento. Rimango al buio, in ascolto. Rumori...

La ragazza tatuata

Prendo posto di fronte a una ragazza. Nonostante il freddo di fine gennaio sembra accaldata. Pochi istanti dopo mi accorgo che il riscaldamento del vagone è al massimo.
 La ragazza guarda fuori dal finestrino. Ha una pelle fine e liscia che sembra porcellana, associazione banale, ma è la materia a cui ho pensato quando l’ho vista. Porta un taglio cortissimo fatto da mani inesperte, come quelle che hanno eseguito i tatuaggi che, con uno sguardo a volo d’uccello, vedo sui suoi avambracci esposti. Noto che la densità dei pasticci si concentra su quello sinistro, il che fa supporre che buona parte se la sia fatta da sola. Una farfallina sghemba e asimmetrica, qualche stella a cinque punte, una rosa dei venti, un serpente che sembra passato sotto le ruote di un camion, cinque nomi, due dei quali cancellati, e altri simboli che non riesco a decifrare.   Freno l’invadenza e mi metto a leggere. Ma resisto a malapena tre minuti, poi il mio sguardo si posa su qualcosa di bello. Dalla scollatura della ragazza spunta una porzione di disegno che potrebbe far parte di un drago, fatto con la tecnica sfumata che so essere dei tatuaggi giapponesi che...

Andare a testa bassa nella notte

Non possiamo andare a testa bassa nella notte, dice l’altro Dylan. Anche se è una notte buona e mite, la testa deve stare alta, gli occhi aperti, la fronte liscia e senza rughe. Entro in questa casa piena di polvere, e tutto è odioso e così fastidioso per me che sto lavorando e oggi non vorrei. Vuole una Perrier?, dice la signora che ha già approntato i sottobicchieri e i centrini di pizzo lavorati a mano. Oh, no, grazie, posso guardare in quello scaffale?, dico io. Mi aggiro come un fantasma in questa casa, come uno spettro, mentre lei continua a parlare.   Noi che siamo laureati in filosofia, dice. Io, abbassandomi verso una fila di quasi due metri di Nuova Universale Einaudi mi lascio scappare una imprecazione, che la signora non sente. Questi mi interessano, dico. Posso portarli sul tavolo così li guardo meglio? Lei mi guarda con gli occhi dei pesci, uno da una parte, uno dall’altra e dice che sì, che posso. Veblen è tutto sottolineato, Lautreamont pure, ai Minima Moralia manca la prefazione di Solmi, che è stata strappata e non so perché. Mi siedo con Novalis, in due volumi, sulle cosce. Lo apro...

Leggere camminando

Per scrivere bisogna fermarsi, ma leggere si può anche camminando. A me capita di farlo. Qualche volta. Senza un libro in tasca non mi muovo (per fortuna non sono il solo: siamo una tribù più numerosa e diffusa di quanto si immagina). Non si sa mai. Non si sa mai quando l'astinenza prende a mordere. Quando sei stanco di sentire il cranio imperversato dalle folate del vuoto.   Ieri, camminando per le mie stradine deserte, stavo leggendo una lezione sul Talmud (ma pensa te!), quando a un certo punto, mentre i miei occhi scorrevano le parole "sanzionare senza umiliare", ho sentito un profumo come di un giardino fiorito, o più precisamente: di roseto, provenire dalla sponda spoglia del canale che stavo costeggiando. Qualche metro, e poi più niente. Mi sono girato per cercare se c'era qualcosa tra le sterpaglie o sulla sponda opposta, un mazzo di fiori appassito ma con qualche residuo ancora attivo, un vasetto con una candela non del tutto consumata, o un'improbabile fioritura (il 7 gennaio), ma non ho trovato nulla che potesse giustificarlo. Sarà stato una specie di allucinazione olfattiva, un dono rarissimo, o una...

Svalutazione competitiva

Siamo al campetto, in un pomeriggio del 1992, giochiamo a pallacanestro, tre contro tre, l’altro canestro è occupato da altri sei giocatori, giocano la loro partita, e l’intero campo, al posto di contenere dieci giocatori per un solo incontro, ne ha due in più, sei da un lato, sei dall’altro, due micro partite, risparmiamo sugli spazi sacrificando l’unità narrativa e di intenti, ogni gruppo preso dalla propria storia, lo Stato italiano quasi fallisce, i Titoli di Stato offrono rendimenti superiori al 12,5% per attirare gli investitori stranieri e diminuire il deficit, il debito pubblico al 105% del Pil, il governo preleva il 6 per mille dal mio conto corrente, la retina del canestro è strappata, vorrei giocare dal lato opposto, quello con il canestro intatto e vero, dove ancora si sente ciuff a ogni centro, ma quella parte mi è preclusa, è sempre occupata dagli altri. Finita la partitella, alcuni ritornano a casa, a me piace rimanere a palleggiare e provare nuovi tiri, è la svalutazione competitiva, che produce canestri senza che ve ne sia bisogno, è come se stampassi più moneta, il valore di...

Non rinunciare ai sogni

“Non è giusto che rinunci ai tuoi sogni”, mi ha detto mio padre una mattina, tendendomi un'imboscata all'uscita dal bagno. Ero di fretta, perché erano già le cinque e mezza e per le sei dovevo essere in pasticceria, così non ho dato molto peso alle sue parole, attribuendole a un episodio di sonnambulismo melenso, una nuova patologia da studiare.   Quella frase, però, mi è stata ripetuta quella sera stessa da Alessandro, mio antico compagno di corso alla gloriosa Facoltà di Architettura di Valle Giulia. Si è laureato cinque anni dopo di me, MA suo padre ha uno studio molto bene avviato. Mi ha invitato a cena a casa sua, un attico con vista su piazza di Spagna, e mentre bevevamo il bicchiere della staffa mi ha detto proprio così: “Non è giusto che rinunci ai tuoi sogni”, offrendomi un posto nel suo studio. Non ho risposto, stupefatta com'ero: possibile che potesse essere così facile?   Alessandro non mi è mai piaciuto, per la verità non mi è neanche mai stato troppo simpatico, ma mi stava dietro da anni e per una volta, forse, ho...

L'orsacchiotto

19 dicembre. Tratta Pordenone - Udine, ore 18,52 (ritorno)   Giovedì sono andata a Pordenone, non stavo bene ma l'impegno preso era stato rimandato troppe volte. Controvoglia, all'ultimo minuto, ho preso un blocco di carta mediocre perché non riuscivo a trovare il mio preferito, l'astuccio degli occhiali che poi si è rivelato vuoto e un librino da viaggio che non ricordavo di avere letto almeno due volte. Mi aspettavo un viaggio pessimo, confermato per quanto riguarda l'andata ma al rientro sono stata ripagata.   A Pordenone è salito sul treno un signore anziano di bell'aspetto, teneva per una zampa inferiore un orsacchiotto di buona qualità, infiocchettato ma non confezionato. Lo afferrava con il braccio teso scostato dal corpo, come fosse un cappone ancora vivo che potesse ancora difendersi. La scena era così singolare che ho dovuto trattenermi dal seguirlo. L'ho visto scendere a Codroipo, pochi minuti prima di Udine, per poi scoprire che aveva abbandonato l'orsacchiotto sul sedile.

Un'opera di grande importanza

Mi guarda con gli occhi della mucca, o forse del cane abbandonato e triste che mi toglieva il sonno da bambino, mentre mi dice che la sua famiglia è una stirpe di guardie papali, papaline anzi, dice, ma che ora ha dei problemi, che c’è un dramma economico in casa sua, quella casa che due imbianchini meridionali stanno dipingendo e che noi attraversiamo per arrivare alla biblioteca, e poi al garage, dove sono le cose che vuole vendere.   Le altre le conservo gelosamente, mi dice, le conservo perché non mi fido, perché anche uno sguardo, e ci sono persone anche con uno sguardo simile al laser, possono incenerire un incunabolo, o far sparire in un secondo un manifesto – una grida – del 1600 sotto i miei occhi senza che io nemmeno abbia il tempo di accorgermene. Lei capisce, no? Capisco, dico. Mi accompagna e parla da solo mentre io lo seguo e ho messo una camicia bianca perché al telefono mi era sembrato uno da formalità, uno di quelli che la cultura la vogliono soprattutto nei vestiti. Mi ero sbagliato, come capita, e lui infatti è davanti a me tutto in jeans, sandali e un pacchetto di Pall Mall blu che...

Un'infanzia comunista a Firenze

Pubblichiamo un antefatto inedito relativo al nuovo libro di Luca Scarlini, Siviero contro Hitler. La battaglia per l’arte (Skira). In libreria da gennaio     Da bambino non andavo d’accordo con mio padre. Come lui non era quasi mai dalla mia parte nei vari eventi quotidiani. Quando alle elementari, in una scuoletta di campagna a Sesto Fiorentino, mi chiedevano che mestiere faceva, visto che ne aveva vari, improbabili, provvisori e immaginosi, dallo scarso quanto precario reddito, quello che mi veniva per primo era “eroe”. Già per segnalare la sua veste di partigiano segretario regionale dell’ANPI toscana.   Mi riusciva sempre difficile pronunciare quella parola: a un certo punto mi veniva da ridere. L’eroe nello specifico era bulimico di paste con la crema, budini di riso e ammirazione. Ovviamente a momenti da bambino diventavo anoressico per non seguire i suoi trip di iperalimentazione (tre colazioni per mattina, sempre dicendo: prima non ho mangiato). Di conseguenza da subito sono stato bravissimo nello sfuggire ai trucchi di oratori di sinistra altrettanto ingordi di onori. Ho sentito il primo comizio, di...

Alan Turing: la gaia mente

Lettera inedita, ben temperata, di Alan Mathison Turing ai membri dell’Accademia di Svezia   1   Chiese il necessario per scrivere. Glielo portarono subito. Forse non era quella la carta che avrebbe voluto avere: i fogli non avevano intestazioni di sorta – e questo andava bene – ma era troppo ruvida al tatto e granulosa. Anche la penna poi, vecchia stilografica recuperata chissà dove, non era proprio ciò che desiderava. Suonò ancora. Abituato da vent’anni ad avere come esclusivi strumenti di lavoro una risma di carta quadrettata e un mazzetto di matite ben appuntite, rinunciava malvolentieri a queste abitudini, ovunque gli capitasse di mettersi a lavorare. Finalmente gli fecero avere la matita: una matita sola, ma nuova e ben temperata. Mancava, tuttavia, il temperino. Solo avendolo a portata di mano la scrittura avrebbe potuto prender corso senza limite alcuno e, le rotture della mina, o il suo progressivo spuntarsi, non sarebbero diventate interruzioni poste al fluire dei pensieri. Ma, più piacevolmente, si sarebbero trasformate in soste durante le quali sarebbero state le mani e le dita –...