festival scarabocchi 2020

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Racconto

(408 risultati)

La Cresta dell’onda di Thomas Pynchon

La cresta dell’onda (Bleeding Edge) di Thomas Pynchon (Einaudi, 2014, trad. Massimo Bocchiola) restituisce al lettore la varietà dei consumi culturali, l’incontrollabilità della tecnologia e l’ambiguità della rete che contraddistinguono la società contemporanea: i videogiochi, le simulazioni del reale, le serie tv, il cinema, ma anche le spinose questioni riguardo alla democratizzazione o controllo del cyberspazio. Se tuttavia questo romanzo tradisce le aspettative dei lettori più affezionati, soprattutto per l’assenza di un impianto narrativo centrifugo, al tempo stesso aggiorna quelli che sono i temi tradizionali dell’immaginario pynchoniano, rapportandoli alle trame della società dell’informazione globale. Pynchon, infatti, predilige l’uso di un plot lineare organizzato in capitoli brevi e retto da dialoghi serrati per rappresentare stilisticamente le modalità comunicative e narrative del medium internet, rispettivamente organizzate sulle micronarrazioni dei social media e sulla linearità della fiction seriale per il web (web serie). Questa pertinenza formale tra scrittura e...

La realtà disturbata da Cartongesso

Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014) è come uscire dall’acqua dopo una lunga non voluta immersione e tirare il fiato tutto d’un colpo e riconquistare l’ossigeno. Una salutare esplosione nervosa, un urlo totale. Io credo che non si possa dire di meglio di un romanzo. Maino ha saputo costruire una drammaturgia speciale, giocata su un solo personaggio, un’unica corda tesa attorno a cui si disgrega una realtà che negli ultimi trent’anni era andata assumendo le mostruose proporzioni di una impresa colossale e folle che ha rischiato di risucchiare in sé le molte energie del Veneto, cioè di una parte cospicua della popolazione italiana. Ecco, già dopo poche righe la mia narrazione se ne esce dal contesto finzionale di un romanzo e si caccia immediatamente nella chiacchiera “contenutistica” che riguarda tutt’altro. Io vorrei parlare di Cartongesso come romanzo, non del Veneto e delle sue recenti vicende storiche. Io vorrei provare a dire come “l’inesorabile potenza” (dalla quarta di copertina) di questa storia stia nel come l’autore ha saputo affrontare il tema e non nel...

Appunti per la casa della paesologia

Sì, abbiamo aperto la casa della paesologia, ma c’è sempre questa storia che si muore. Non tanto il fatto che muoiono tutti, il fatto che debbo morire io. E non è nemmeno il fatto che debbo morire, ma il fatto che si può morire all’improvviso, per esempio mentre si cammina.     La casa della paesologia l’abbiamo aperta velocemente, senza starci a pensare più di tanto. In effetti la morte è l’unica cosa che penso tanto, ci penso in continuazione. E questo pensiero certe volte è violento: mi pare assurdo che uno non debba esserci più. Anche la casa della paesologia un giorno non ci sarà più e la cosa non mi dà nessun problema. Siamo partiti dall’idea che sarà un fallimento, un altro fallimento, ma ci sono discrete possibilità che sia un fallimento più lieto di altri, un fallimento democratico, corale.     Secondo me non c’è nessun bisogno di dire cosa vogliamo fare e a cosa può servire la casa della paesologia. Basta dire che è a Trevico, in provincia di Avellino e che tutti si possono iscrivere. Non...

Vita in Giappone | Omaggio a un maestro

Nell’elegante e dinamico quartiere sud-occidentale di Daikanyama, a cinque minuti a piedi dall’omonima stazione della linea Tokyu Tōyoko del treno suburbano, è sorta da poco una libreria da sogno: un luogo dove si può piacevolmente, e utilmente, trascorrere molte ore. La Libreria T-Site (Tsutaya Books) è costituita da tre blocchi moderni (in vetro, legno e cemento), ciascuno di due piani, collegati tra loro da due suggestivi pontili sospesi su un prato punteggiato da alti aceri e ginko.     Nel blocco centrale, al secondo piano, c’è la grande caffetteria-ristorante (“Anjin”), con comode poltrone accanto ai tavoli, dove si possono sfogliare riviste e giornali. Ma tutti i locali dei tre edifici sono costellati di sedie, panche e divani dove ci si può sedere e consultare i libri in vendita. Ai piano terra dei tre blocchi c’è la libreria vera e propria divisa così: (nell’edificio di sinistra) Letteratura, Business, Filosofia e religione, Storia, Scienze, Sport; (nell’edificio centrale) Design e architettura (che occupa lo spazio più grande), Arte, fotografia...

Il giornale

Quando ero ragazzo i lavoranti di una vetreria della mia città percorrevano all’alba in bicicletta la via Garibaldi in direzione Nord fino al cavalcavia oltre il quale c’era la grande fabbrica. Per difendersi dalla tramontana portavano tra la camicia e la maglia di lana un giornale piegato in due. Giacche a vento e giubbotti di pelle erano ancora indumenti di lusso riservati agli sciatori e agli sportivi.   Durante l’ultima guerra i poveri rimediavano alla scarsità di carbone e di legna da riscaldamento impastando nella stagione calda la carta di giornale ammollita nell’acqua: pressandola con le mani ne ricavavano delle palle che poi facevano asciugare al sole, un ottimo combustibile per l’inverno.   Nelle latrine pubbliche, ma anche in quelle delle case povere, rettangoletti di carta di giornale venivano infilati a un gancio di ferro per un uso che ha accompagnato il giornale fin dalla sua prima diffusione popolare. Per quanto fossero causa di frequenti intoppi nelle tubature di scarico, i giornali usati nelle latrine hanno rappresentato un primo notevole progresso verso la conquista della dignità giornalistica....

Why Africa Why

Why Africa?  For many years lettera27 has been dedicated to exploring various issues and debates around the African continent and with this new editorial column we would like to open a dialogue with cultural protagonists who deal with Africa. This will be the place to express opinions, tell their stories, stimulate the critical debate and suggest ideas to subvert multiple stereotypes surrounding this immense continent. With this new column we would like to open new perspectives: geographical, cultural, sociological. We would like the column to be a stimulus to learn, re-think, be inspired and share knowledge. For the opening piece we asked our partners, intellectuals and like-minded cultural protagonists from all over the world to answer one key question, which also happens to be the name of the column: "Why Africa?". We left the question deliberately open, inviting each of the contributors to give us their perspective on this topic from their own context. This first piece is a collection of some of the answers we received, which aims to open the conversation, pose more questions and hopefully find new answers.   Elena Korzhenevich, lettera27   Here...

Perché Africa perché

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?    english version   Perché Africa Perché. Chi sono io per dirlo? Perché Africa Perché? Ricordo solo un fiume che non ho risalito, in cerca di chi, Kurz, Marlon, chi? E ricordo qualche Masai, uno in particolare, in auto con me su una strada del Kenya, ed un lago con un nome europeo, che sarebbe ora di accantonare, e un deserto e dune e cose che sono più larghe anche dell’Africa, per quanto incredibile possa sembrare.  ...

Gli angeli musicanti di Gaudenzio Ferrari

“Beata chèla man, ch'a la fa inscì anca duman” esclamò il mendicante con riconoscenza quando si rese conto della generosità dell’obolo ricevuto. Era seduto sui gradini del santuario di Saronno e intirizziva negli abiti leggeri. Aveva le punte delle dita delle mani congelate. Le avvicinò alla bocca e soffiò. Invano. Il freddo pungente di quella vigilia di Natale (la più rigida a memoria d’uomo) gli era penetrato fin dentro le ossa. Avrebbe fatto meglio ad entrare subito in chiesa alla ricerca di un poco di tepore. Anche quello delle candele accese davanti all’altare della Madonna gli sarebbe bastato. E poi, chi sa? Magari la Vergine lo avrebbe beneficiato di uno dei miracoli per cui la sua statua andava tanto famosa facendolo guarire. In fondo era questo il motivo principale della sua venuta lì. L’altro era la curiosità di vedere gli affreschi della cupola, di cui nell’ambiente dei musicisti non si faceva che parlare.   Arrivava da Milano, dopo un pellegrinaggio a piedi che gli era costato parecchi giorni e molta fatica, dato che doveva procedere sulla...

Viaggio a Tōkyō | I pesci sono ovunque

Tokyo è una città di mare, ma non sembra. Stando nel centro della città non lo si percepisce mai. Il vento non porta odor di salmastro. Il porto è talmente grande e affollato di capannoni ed edifici commerciali che a mala pena si vede, in lontananza, il mare. Però i pesci sono ovunque.     A Venezia c’è un piccolo negozio di cose giapponesi, accanto alla Casa di Goldoni, che per anni ha esposto in vetrina due grosse carpe di ottone che si intersecavano sinuose come se nuotassero nell’acqua. Erano molto belle, ma carissime. Le ho lasciate sempre, a malincuore, lì finchè qualcuno non se l’è comprate e al loro posto è comparso un colorato ventaglio. Mi sono consolato andando a vedere le due panciute carpe nella vasca-fontana di pietra all’ingresso del Museo di Ca’Rezzonico. Nuotano e si scontrano in continuazione in un piccolissimo spazio. Ce n’era anche una terza ma l’acqua alta, che un giorno è arrivata fin lì, l’ha uccisa. Le due sopravvisute sono evidentemente così forti che nulla può ammazzarle, nemmeno i bambini che,...

Vita in Giappone | Tōkyō e il Nulla

Appena arrivato a Tokyo mi sono innamorato subito dei Ginko Biloba. Ho visto ogni giorno questi meravigliosi alberi con le foglie a ventaglio cambiare sfumatura di giallo, allontanandosi sempre più dal verde della loro giovinezza primaverile. I giapponesi li fotografano come fossero opere d'arte. Il Ginko (Ginkgo) è un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa: una sorta di fossile vivente, unica specie ancora sopravvissuta della famiglia Ginkgoaceae. Una pianta fortissima: sei esemplari di Ginko, ancora esistenti, sono sopravvissuti alle radiazioni prodotte dalla bomba atomica caduta sulla città di Hiroshima. La pianta è originaria della Cina, e il suo nome significa “albicocca d'argento” (dalla forme dei suoi semi femminili). Il nome della specie (biloba) deriva invece dal latino bis e lobus con riferimento alla divisione in due lobi delle foglie, a forma di ventaglio. Quel bellissimo e fragile “ventaglio” è il simbolo della città di Tokyo.     Dieci anni fa, a Chicago, raccolsi (e conservo ancora tra le pagine di un libro) delle foglioline gialle, di Ginko,...

Le monachine del monastero di Torba

Magistra Aliberga poteva avere all’incirca una quarantina d’anni. Era robusta, ma non grassa. Nulla la distingueva dalla consorella che aveva accompagnato l’emissario dell’arcivescovo in parlatorio, se non la croce pettorale, più grande e più preziosa. Per il resto, indossava il medesimo saio di stamigna nera consunto dall’uso e un analogo soggolo. Se non fosse stato per la croce e per i tratti aristocratici del suo volto – un naso dal taglio dritto e volitivo e una bocca ferma e sottile – avrebbe potuto essere scambiata per una monaca qualsiasi. Portava le maniche arrotolate fino al gomito, che le lasciavano scoperti due avambracci muscolosi e appariva accaldata. Per nulla turbata dallo sguardo indagatore di chi le stava di fronte, si lasciò cadere sulla panca.   Monastero di Torba (Va), affresco raffigurante la badessa Aliberga, primo piano del torrione. (ph. MLG)   «Ah, che frescura qui dentro!» esclamò con un sospiro di piacere, quindi, levato di tasca un grande fazzoletto di ruvida canapa, vi si deterse le mani sudate. «San Benedetto ci insegna che l’ozio è...

Lettera a un/a giovane insegnante 6

Al volgere di una tornata di immissioni in ruolo, un po' per gioco e un po' no, mi erano stati chiesti dei consigli. Naturalmente, mi sono schermito. Poi ho pensato a quello che avrei voluto sapere quando non ancora trentenne ho iniziato a insegnare e che ho scoperto in classe, nel decennio successivo e confrontandomi con altre esperienze. Il gioco mi ha preso la mano e ne è venuto fuori una autoriflessione da condividere in alcuni punti. Se ne possono aggiungere altri, chiaro. Pensavo, con tutta la distanza autoironica del caso, alle lettere di un Rilke più stralunato, invece è risultata la voce di un Wittgenstein più nevrotico, con tutta la distanza autoironica del caso. L'importante è avere buoni modelli, con tutta la distanza autoironica del caso. In più: sono consapevole che la condizione del giovane insegnante sia in realtà abbastanza rara, e quando c'è è precarizzata e soggetta a malus di varia natura che qui non trovano posto. Il testo è rivolto a chi è già dall'altra parte del deserto. Ma da chi come me è considerato troppo critico e apocalittico queste righe...

Lettera a un/a giovane insegnante 5

Al volgere di una tornata di immissioni in ruolo, un po' per gioco e un po' no, mi erano stati chiesti dei consigli. Naturalmente, mi sono schermito. Poi ho pensato a quello che avrei voluto sapere quando non ancora trentenne ho iniziato a insegnare e che ho scoperto in classe, nel decennio successivo e confrontandomi con altre esperienze. Il gioco mi ha preso la mano e ne è venuto fuori una autoriflessione da condividere in alcuni punti. Se ne possono aggiungere altri, chiaro. Pensavo, con tutta la distanza autoironica del caso, alle lettere di un Rilke più stralunato, invece è risultata la voce di un Wittgenstein più nevrotico, con tutta la distanza autoironica del caso. L'importante è avere buoni modelli, con tutta la distanza autoironica del caso. In più: sono consapevole che la condizione del giovane insegnante sia in realtà abbastanza rara, e quando c'è è precarizzata e soggetta a malus di varia natura che qui non trovano posto. Il testo è rivolto a chi è già dall'altra parte del deserto. Ma da chi come me è considerato troppo critico e apocalittico queste righe...

La Maddalena di Piero della Francesca

“Tu sei sposato, per la barba di Belzebù! Te lo rammenti sì o no di essere sposato?” insorse Piero strattonando il fratello per le spalle. “E tua moglie ti ha dato due figli” insistette al colmo dell’indignazione.   “Ma io …” balbettò Marco contrito, ciondolando la testa, quindi se la afferrò tra le mani e prese a singhiozzare. “Io non riesco a togliermela dalla mente. Quando la vedo passare, con quel suo incedere lieve e sinuoso, le tempie mi pulsano, tant’è forte il desiderio di stringerla tra le braccia. Il fatto che tu l’abbia presa come modella, poi, non migliora le cose. Ce l’ho sempre davanti agli occhi. È diventata un’ossessione, un’ossessione …”   Marco di Benedetto dei Franceschi, altrimenti detto Marco De la Francesca, fratello minore e procuratore del più noto Piero, aveva trentotto anni e fino ad allora la sua condotta era stata irreprensibile. Era ad Arezzo per curare certi affari del fratello pittore, dei conti rimasti in sospeso coi committenti di un lavoro che questi tardavano a saldare, quando aveva...

Lettera a un/a giovane insegnante 4

Al volgere di una tornata di immissioni in ruolo, un po' per gioco e un po' no, mi erano stati chiesti dei consigli. Naturalmente, mi sono schermito. Poi ho pensato a quello che avrei voluto sapere quando non ancora trentenne ho iniziato a insegnare e che ho scoperto in classe, nel decennio successivo e confrontandomi con altre esperienze. Il gioco mi ha preso la mano e ne è venuto fuori una autoriflessione da condividere in alcuni punti. Se ne possono aggiungere altri, chiaro. Pensavo, con tutta la distanza autoironica del caso, alle lettere di un Rilke più stralunato, invece è risultata la voce di un Wittgenstein più nevrotico, con tutta la distanza autoironica del caso. L'importante è avere buoni modelli, con tutta la distanza autoironica del caso. In più: sono consapevole che la condizione del giovane insegnante sia in realtà abbastanza rara, e quando c'è è precarizzata e soggetta a malus di varia natura che qui non trovano posto. Il testo è rivolto a chi è già dall'altra parte del deserto. Ma da chi come me è considerato troppo critico e apocalittico queste righe...

Alla corte di Roberto d’Angiò

Napoli, 15 dicembre, Anno Domini 1316   La delegazione inglese aveva appena lasciato la sala delle udienze e stava per essere segretamente accompagnata fuori da Castelnuovo – dagli Angioini tenacemente denominato mastio – che già un’altra si presentava al cospetto di re Roberto. La situazione politica si stava complicando, se non si fossero subito messe a tacere le malelingue sarebbe di sicuro scoppiato un incidente internazionale e – perché no? – magari anche una guerra. Gli Aragonesi non aspettavano altro.     Sebbene Roberto d’Angiò, terzogenito di Carlo II, regnasse su Napoli da ormai sette anni, erano ancora in molti ad accusarlo di aver fatto avvelenare il proprio fratello maggiore, Carlo Martello, legittimo erede al trono per usurparne il titolo e di aver indotto il secondogenito Ludovico ad abbracciare la vita religiosa per spianarsi la via alla successione. I suoi più accaniti detrattori si annoveravano, ovviamente, tra i ghibellini. E non bastavano i giuristi, ora ci si erano messi anche rimatori e menestrelli a contestarlo dipingendolo come un re illegittimo e fraudolento. Circolava...

Lettera a un/a giovane insegnante 3

Al volgere di una tornata di immissioni in ruolo, un po' per gioco e un po' no, mi erano stati chiesti dei consigli. Naturalmente, mi sono schermito. Poi ho pensato a quello che avrei voluto sapere quando non ancora trentenne ho iniziato a insegnare e che ho scoperto in classe, nel decennio successivo e confrontandomi con altre esperienze. Il gioco mi ha preso la mano e ne è venuto fuori una autoriflessione da condividere in alcuni punti. Se ne possono aggiungere altri, chiaro. Pensavo, con tutta la distanza autoironica del caso, alle lettere di un Rilke più stralunato, invece è risultata la voce di un Wittgenstein più nevrotico, con tutta la distanza autoironica del caso. L'importante è avere buoni modelli, con tutta la distanza autoironica del caso. In più: sono consapevole che la condizione del giovane insegnante sia in realtà abbastanza rara, e quando c'è è precarizzata e soggetta a malus di varia natura che qui non trovano posto. Il testo è rivolto a chi è già dall'altra parte del deserto. Ma da chi come me è considerato troppo critico e apocalittico queste righe...

La mano manca

È opinione comune che gli uomini abbiano due mani. Per me sono pochi quelli che ne posseggono veramente quante madre natura ci assegna. Giacometti era uno di questi: con la destra aggiungeva, plasmava, formava, con la sinistra scalfiva, asportava, bucava. La testa era ben piantata nel mezzo. I musicisti? Beh, quelli a volte hanno addirittura due mani destre oltre alla testa, ma sono rari, rarissimi. Fra gli altri ci sono quelli che hanno solo la testa e niente mani o solo due mani destre e niente testa. Preferisco i primi, per comporre le mani non sono necessarie: possono averle gli esecutori, che però, sia ben chiaro, non sono esentati da possedere anche una testa. E la sinistra? la negletta, disprezzata, wrong sinistra ci pende triste da una spalla, leggermente più bassa di quell’altra, incapace perfino di affettare la carne o di tagliarci le unghie. La superiorità della destra è universalmente riconosciuta: ci sono popoli che per indicarla usano un aggettivo che significa addirittura giusto: la giusta.   Fotografia di Enrico Cattaneo Bisogna finirla una buona volta con questa dittatura, sconfiggere il monopolio. Il...

Mi suicido per via dei miliardi di anni

L’hanno trovato appeso ai tubi del riscaldamento che passano sotto il soffitto del suo garage. Ha passato da un pezzo i cinquant’anni. Sul viso l’espressione e il tipico incarnato degli impiccati, che certo non gli donano, ma è vestito con la cura che tutti gli conoscevano. Indossa pantaloni Avirex kaki, modello Easy fit a tre pince, mocassini Saxone, calzini corti in microfibra rossa di cotone. Nel taschino della camicia di tessuto oxford celeste, fresca di bucato, gli trovano una serie di fogli spillati e ripiegati con su stampato in carattere Times New Roman (direttamente derivato dall’iscrizione che sovrasta la porticina del basamento della Colonna Traiana a Roma), 14 punti, giustificato, il testo che segue. «Mi suicido. Ho deciso che mi suicido perché una qualsiasi formica può sempre camminarmi sulla pelle. Mi suicido perché qualora voglia ucciderla dovrò schiacciarla su di me e perché un’altra formica potrà sempre subentrare alla prima. Schiacciarmi addosso formiche e zanzare e tutti quegli esseri infimi e invisibili che fanno del mio corpo il loro territorio di caccia, che non hanno alcuna...

Le storie di Cosimo

Cosimo era morto in primavera, a quattordici anni. La morte non aveva fatto in tempo a riscattarlo dalle bravate commesse ma aveva riempito il suo nome di mitologia. Io avevo nove anni, facevo la quinta elementare, e in classe ero nuova. Ero nuova in paese, a dir la verità, e di Cosimo non sapevo nulla. Ma a settembre parlavano ancora tutti di lui, i compagni, la maestra, come se l’incidente in cui aveva perso la vita fosse appena accaduto. Il suo nome saltava fuori ogni giorno, durante una partita al campetto – Cosimo sì che ficcava la palla in porta – o se scoppiava un litigio tra quelli delle medie – Cosimo, se gli girava, poteva pure picchiare un compagno; e poi sputava, e bestemmiava. Io mi sentivo a disagio quando gli altri raccontavano storie su Cosimo. Perché le storie di Cosimo avevano il potere di escludermi. Ma come, non ti ricordi quella volta che ha centrato col motorino il cancello della scuola? Ah già, tu non c’eri. No, io non c’ero, ero in un’altra città, in un’altra regione, e la regione in cui sarei venuta ad abitare occupava due pagine appena del sussidiario, tanto che la mia...

L’ultimo colpo di manovella

A chi non è successo di dover rischiare, di giocarsi tutto e compiere scelte difficili senza potersi permettere il lusso di voltarsi indietro? L’estate è un salto, un vuoto, un lancio di palla oltre la quotidianità. Giornate lunghe in cui si progettano i rischi e spesso gli errori futuri, giornate in cui ci si riposa e si ha tempo per azzardare pensieri e azioni.  
Raccontate a Doppiozero le vostre storie di azzardo, di rischio, storie in cui è andata come è andata, ma comunque sempre senza rimorsi e senza rimpianti. Scelte che hanno portato ad un cambiamento, anche imprevedibile, azioni che vi hanno indirizzato in altri luoghi prima impensabili. Non solo autobiografia, anche storia: eventi noti, episodi che hanno trasgredito le regole, ma hanno permesso un cambiamento positivo o comunque gesti liberi da rimorsi o rimpianti.   Inviate i vostri pezzi - max 5000 battute - a info@doppiozero.com (oggetto della mail Nessun rimorso entro il 6 agosto), i migliori verrano pubblicati su Doppiozero.   Di seguito un racconto di Giuseppe O. Longo     – Perché l’ha fatto? L’uomo dall...

Diritti d'autore su tutto e per tutti, anche per l'aldilà

Ma davvero! Il bello della rete è che le cose circolano anonime anche quando sono accompagnate da nomi e altre specifiche di realtà e proprietà. Che ogni frase, ritmo o idea può essere di ciascuno non essendo di nessuno. Basta prendere e copiare, con qualche leggera modifica semmai. Basta una traduzione, un adattamento e, appunto, per un attimo qualsiasi cosa può diventare di quell'uno specifico, prima di tornare a essere di tutti. O può essere di ciascuno, cioè individualmente di tutti quelli che ne fanno uso, proprio mentre e perché è di tutti. (Anche se spesso queste riprese non sono effettuate per qualche loro valore di verità, se non di facciata, per uno scintillio che può abbacinare, o ferire, per un istante, ma per farsene belli, incollandosene addosso il riverbero ma non la responsabilità, quando invece si può e si dovrebbe appunto lì mettere la firma, non per metterci sopra il cappello, e le mani, ma per indicarne l'assunzione in proprio, la volontà di risponderne.)     Come avviene per le parole. C'è qualcuno che può dire, per...

Nella Benevento romana

Un’agile liburna era appena approdata al porto fluviale di Cellarulo. Alcuni membri dell’equipaggio balzarono, lesti, a terra per dar manforte ai marinai beneventani impegnati ad assicurare le gomene alle bitte. Frattanto, alla battagliola si era affacciato un uomo anziano ma ancor vigoroso. Una lieve brezza ne faceva fluttuare la lunga capigliatura candida e la barba d’identico colore che gli incorniciavano il volto alla moda greca. Apollodoro di Damasco, il più illustre architetto dell’impero, era giunto a Benevento in qualità di inviato senatorio, con l’incarico di sovrintendere alla costruzione dell’arco che il Senato Romano aveva deliberato di innalzarvi per celebrare l’inaugurazione della Via Traiana.   L’insigne nabateo – aveva sessantadue anni, uno in meno dell’imperatore, con il quale aveva condivisa la giovinezza in Siria – si portò una mano alla fronte per farsi schermo dalla luce del sole e scrutò la banchina. Si augurava che il pretore Marcellino, messo a capo della città, avesse inviato a prelevarlo un mezzo di trasporto: non aveva alcuna intenzione di...

Rarissime erebie

Superato il confine di stato poco oltre Domodossola ci si trova nelle imponenti gole di Gondo dalle pareti verticali che scendono a picco sulla via scavata appena sopra al letto del torrente Krumbach nei pressi della sua congiunzione con lo Zwischbergenbach. A mezzora di strada sta il Passo del Sempione, su in alto a 2000 metri di quota, mentre poco oltre Gondo si aprono ad ovest due vallette: dapprima la Zwischbergenthal e poi la Lagginthal. Lungo quest’ultima, una straducola si inerpica per qualche centinaio di metri prima di finire in una sterrata che è poco più di un sentiero. È qui che fu scoperta alla fine dell’’800 una farfallina rarissima che fu chiamata Erebia christi dal suo scopritore in onore di un certo Christ. Da allora nacque un mito destinato a durare nei decenni successivi sino ad oggi.   A questa farfalla accennai in precedenza nel parlare del genere Erebia descrivendo le nostre processioni di paese verso il Santuario di Oropa. Tra gli insetti apparentemente insignificanti di questo genere, Erabia christi è la più rara tra quella cinquantina di specie che popolano le nostre Alpi e le altre montagne...