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Racconto

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La Fontanella della Cavanella

Si trovava vicino al greto del fiume Magra a Villafranca Lunigiana. Sgorgava in continuazione dal terreno del podere della “Cavanella”, da un semplice tubo di ferro inserito nella parete rocciosa. Un getto d’acqua limpida, cristallina, sempre gelata, che finiva in un “bozo” che a sua volta scivolava dentro a un ruscelletto allegro e disordinato per scorrere veloce fra pietre ricoperte di muschio, d’erbacce e di felci ai margini fra il capelvenere. A godersi l'umidità, rospi, rane e girini. Tra le foglie della vegetazione arborea filtravano i raggi del sole creando sull’acqua una tavolozza con tutti i riflessi argentei immaginabili, l’aria era satura di magia. Le sere d’estate i bambini più piccoli venivano mandati a riempire i fiaschi di quell’acqua pura e i morosi, con la scusa di bere, si fermavano a pomiciare.   Avevo poco più di sei anni, come tutti i bambini del paese frequentavo le Suore. Nel mese d’agosto ci portavano al fiume e la tappa alla Fontanella era inevitabile. In fila bere a turno, a gogo o sul palmo, per poi scatenarci tutti dentro il ruscello, cadere sulle...

Le fontanelle di Paese

L’acqua ha sempre un potere magico e magnetico, attrattivo, una calamita che tiene insieme le nostre vite in una sete che ci accomuna, in quel cammino arso, nel deserto del reale, che è spesso la vita. Quando rievoco la fontanella, ora ai margini delle nostre attività frenetiche, ridotta a elemento estetico, da decoro urbano, mi si stringe un po’ il cuore.   So che alcune Municipalità più pioniere e sensibili, hanno moderni distributori con acqua filtrata o gassata, fra l’entusiasmo un po’ fanciullo di qualche pensionato che rievoca il rito domestico, nel nobile gesto di attingere l’acqua fresca e giornaliera da portare in tavola. L’indifferenza delle automobili che scorrono attorno alla piazza, dove è messa a dimora, è forse la cifra del nostro tempo: tutto ciò che è umile e onesto è una presenza mimetica, reso ingrigito, superato dai tempi e dall’abitudine. Mi sovviene la poesia di Guido Gozzano, con la sua umanizzazione della fontana e la nostalgica rievocazione di calure estive, dove nel silenzio delle sieste, la fontana scandiva la sua presenza rassicurante...

Rimini / Paesi e città

Noi di Rimini cresciamo con un numero. Quello del bagnino dove i genitori ti portano d’estate che sei ancora nella culla, a me è toccato il cinque. Veramente era il quattro, una ruspa un giorno l’ha buttato giù con i suoi ombrelloni e ci ha fatto un Ventaclub e allora sono passato al cinque. I bagnini sono come un partito, ognuno ha i suoi regolamenti e il suo popolo, al cinque non si poteva giocare a racchettoni sulla battigia ed era pieno di signore che ti rifacevi gli occhi. Risultato: a racchettoni sulla battigia ci giocavamo lo stesso e siamo tutti cresciuti miopi a forza di vedere quel ben di Dio.   Da piccolo stavo sempre sotto l’ombrellone, prima fila (vuol dire il primo a partire dalla riva) e verso l’adolescenza mi sono spostato al bar (ce n’è uno ogni due bagnini). Stavo al bar a giocare ai videogame e a cercare compagnia come quelle mosche che ronzano intorno senza sapere dove andare, sta di fatto che dopo qualche anno eravamo una ventina di amici. Ero il più bislacco. Secco come un chiodo e bianco mozzarella, una faccia che a sedici anni me ne davano la metà.   Al bar del cinque...

Ai figli

Proprio domenica mattina scorsa, guarda caso, passeggiando per il centro di Roma, redarguivo benevolmente mio figlio Flavio che non riusciva a dissetarsi al nasone: “se non sai bere alle fontanelle non sei romano…!”; e lui, per non farmi dispiacere, s’è inzuppato dalle ginocchia in giù! Mi odierà?

La prima che mi viene in mente è quella di piazza Piccinino

Sono affezionato alla fontanella di piazza Piccinino, il terzo anello di una catena di piazze del centro storico di Perugia che inizia con la più grande, dedicata al 4 Novembre 1918 (“vittoria” della Prima guerra mondiale), si aggancia alla piccola piazza dedicata al matematico Ignazio Danti e si conclude in questo slargo che prende nome da un condottiero locale del ‘400.   La fontanella di piazza Piccinino è ricavata in una nicchia di pietra bianca ad altezza di bocca, sotto a un piccolo sole in rilievo (visto che sta nel rione di Porta Sole, il più aereo e antico di Perugia). Me la fece conoscere mio padre, quando andavamo in giro a scoprire cose belle in città e l’estate ci veniva sete. Poco importava, poi, se dalla cannella, a lungo esposta al sole, l’acqua uscisse calda: per me veniva dritta dritta dalla prima vena del Colle del Sole, che tremila anni fa aveva convinto qualche tribù primitiva ad insediarsi quassù tra i boschi, al riparo dalla malaria e dalle invasioni nemiche. Quell’acqua era sempre fresca, come quando era inverno e, girando la chiavetta, la tramontana provvedeva...

L'imprinting del lavatoio

I miei nonni vivevano in un piccolo borgo di campagna friulana. Vi si arrivava da una stradina sterrata ripidissima, le cascine s’alternavano ai letamai e agli orti, all’entrata del borgo un arco di pietra segnava il confine, la casa dei nonni era in cima alla salita, un grande cancello rosso, un fico carico di frutti, la stalla, il fienile, galline, conigli, lì ho passato parte della mia infanzia. Serate d’inverno coi vecchi seduti nella stalla a chiacchierare, serate d’estate giocando coi bambini del borgo a correre a rotta di collo giù dalla discesa, a catturare lucciole e maggiolini.   Prima dell’arco, c’era un antico lavatoio di pietra dove le donne lavavano i panni, io e mia sorella accompagnavamo sempre mia nonna con la sua cesta piena. L’acqua sgorgava dalla fontanella limpida e ghiacciata, riempiva la vasca, mia nonna iniziava il rito. Con quelle sue braccione di contadina sfregava, sbatteva, strizzava, noi la tenevamo d’occhio. Aspettavamo impazienti gironzolando, raccogliendo fiori, osservando coccinelle sotto il sole a picco. Aspettavamo il momento, pronte a scattare appena avesse riposto l’...

Il monaco della Stradanuova

La fontanella di Corso Umberto I, la fontanella della Stradanuova, la fontanella ai piedi del Carmine, la fontanella - porta d’ingresso allo stomaco di Scicli. Non tante, ma una.   Una gonfia vena preme dal basso, non si vede tutta l’acqua che contiene, tutto quel che scorre solcando la terra; certo è lì che lo zampillo spreme tutta la sua forza, da quell’unico foro, quello primario, prende forma e ordine, rassicurazione e calma, tutta la ferocia e la violenza di ogni moto.   Non c’è tappo che tenga, l’acqua riempie ogni nostra mancanza e guai a chi si gonfia d’acqua le tasche, scordandosi dell’immane e raffinata fiera che si mette dentro.   Io ho bevuto a questa fontana. Soprattutto a metà anni ottanta ho bevuto, ne ho buttata giù tanta. Di ritorno dalle partite negli improvvisati campetti vicini, dalle scorrerie olimpioniche nel quartiere dove abitavo ed abito.   Lo zampillo dista sì e no cento metri in linea d’aria dalla mia casa. Non è una vedovella, è un fiero monaco, pare aver disseccato le altre vedovelle che pure in città...

Il primo mascherone della fontana del Carmine

Il primo mascherone della fontana del Carmine era quello riservato alla squadra vincente, alla più forte del pomeriggio passato sul campetto in terra battuta a pochi metri di distanza. Perché è quello più vicino, con l’acqua che sgorga con dolcezza e regolarità; perché è sul lato sinistro, che ti permette di bere meglio, e perché non ti sporcavi le scarpette da calcio col fango sempre presente ai piedi di quello opposto.   Il rito del dissetarsi al termine di ore e ore passate sotto al sole su quel campo metà sabbia e metà erba, ottimo come pascolo, ma non per giocare a calcio (per noi era comunque un “erbetta” perfetta) non si dimentica facilmente. È il ricordo degli anni più spensierati. E mentre l’acqua ci ripagava del sudore disperso nel sempre presente polverone delle partite che finivano puntualmente a “coppia e rigori”, una sorta di compensazione calcistica che permetteva alla squadra perdente di salvare ai supplementari almeno l’onore; e mentre tu, sconfitto ancora una volta, rileggevi da grande stratega di calcio tutta la gara cercando...

La vedovella parlante

È vecchia, color verde polvere, un po’ scrostata, sul fianco ha un quadrato di carta bianca. Un appello per un gatto che non si trova più, per una casa? O in favore dell’acqua pubblica… Forse la fontanella lo ha generato spontaneamente, quell’appello discreto come lei. Se ne sta in disparte ai bordi del viale sul corso Indipendenza, chissà da quanto, in questo periodo è mezza coperta da una quinta di manifesti elettorali, nuovi e già più vecchi di lei. La vedo nel riquadro della finestra mentre lavoro, quando alzo gli occhi. Raramente sola, a disposizione sempre. Al mattino presto, per non disturbare e non essere disturbati, sono i barboni del viale che vanno a lavarsi, poi è un ragazzino che le piomba addosso in frenata e beve sporgendosi dalla bicicletta o dalla moto, poi una madre che lava le mani al suo bambino, un vecchio che si rinfresca la fronte, un piccione e un cane che si contendono la vasca. Lei fa il suo dovere, ferma, di tutti e di nessuno. Non le importa sapere chi siano quelli che si avvicinano, di quale paese, di quale pianeta, e verso dove rotolino. Si dà da fare senza domande...

Battaglie

Non sapevamo che venissero  dette “vedovelle” e non credo di aver mai fatto troppo caso a che l’acqua uscisse dal Drago (sempre smagliato, ingiallito dall’uso e che brillava come oro), ma una cosa la sapevamo bene, anzi due: che sul Piazzale Martini c’era una sola fontanella, così la chiamavamo, sul lato verso via Cicero Visconti, avamposto del territorio ostile e pericoloso  costituito dalla via Fausto Tommei e da Piazzale Insubria, e che non era prudente avvicinarsi quando i ragazzi più grandi la presidiavano con un piede appoggiato sulla piccola vasca, dimostrando così che la consideravano una proprietà loro e che se ne sarebbero andati forse mai. Ma quando, in certi torridi pomeriggi di tarda primavera o d’estate, vedevamo da lontano che era tutta a nostra disposizione, ci precipitavamo, la palla sotto il braccio, per rinfrescarci e bere a più non posso. C’erano tre modi di bere: il primo consisteva nel succhiare avidamente l’acqua che scendeva fresca bagnandosi la faccia e i capelli, il secondo raccogliendola nel palmo delle mani (questo era tipico dei più educati e dei...

Er nasone de Piazza Madonna dei Monti

Piazza Madonna dei Monti, giù in fondo, a guardia della Suburra. Giulio “er coco” diceva che con l’acqua che sgorga dar nasone viene mejo a pajata. Acqua marcia, sì, acqua marcia c’è scritto sotto al cappello della fontanella che c’ha ‘no zampillo che è più arzillo der sorcio. Sprizza orgoglioso e prepotente che quanno lo catturi in bocca per vendetta te gela er canino, poi svicola e si imbuca nella strozza mentre il gozzo sussulta come un pischello arrapato. Mi sedevo sulla scalinata verso le sedici, quando la calura estiva principiava a smette’ de appiccicà. Stavo lì, a guardare er nasone mentre sputava il getto dritto dritto nel buco. Preciso, sicuro, sempre lo stesso, orgoglioso, eterno, come è eterna Roma. Sì, stavo seduto lì a non pensare e mi sentivo un papa con le orecchie colme dal botto dello scroscio che mi appagava, mi ipnotizzava. Si infilava quatto quatto dentro me come fossi la sua puttana.

Trieste - Dakar

Un semplice marciapiede, una passeggiata tra il mare e la montagna, divise fra loro da una strada trafficata in mezzo alla città. Barcola, quartiere di Trieste, è, per i locali, un sogno mitteleuropeo dove tra ragazzini in skate e vecchie signore bruciate dai raggi del sole si incontra tutta la popolazione che cerca di accaparrarsi la luce e distrarsi dal lungo inverno. Da aprile a ottobre i triestini, armati di asciugamani, creme solari, materassini colorati si accoccolano, stretti come sardine, uno accanto all’altro in quel tratto di marciapiede che ai loro occhi pare Saint Tropez. Nella pineta antistante, famiglie intere si accampano, organizzatissime, con tanto di tavoli per mangiare, amache per riposare, carte per giocare partite di tresette o scopone scientifico, sdraio ultimo modello per rimirare il tramonto. Agli occhi dei forestieri tutto questo può apparire follia. Portai un amico siciliano in questa spiaggia dell’immaginario. La vide e con delusione mi disse: “Ma siete praticamente in strada! Ed il mare è nero”. “Sì”, gli risposi “ma per noi è magia e riusciamo a scorgere persino acque...

Acqua primo amore

Credo che il periodo del terremoto del ‘76 in Friuli sia stato uno dei momenti più felici della mia vita. La mia terra era in ginocchio, il dolore e la morte più reali e brutali che mai, ma non mi sfioravano minimamente. Vivevo in una mia bolla euforica lontana galassie da quel che stava succedendo. Ero innamorato, e il mio amore corrisposto. Del resto non mi importava nulla. Avevo la fortuna di non essere toccato personalmente dalla tragedia, e così nessuno dei miei amici. Non provavo la minima paura. Dopo i primi scossoni, che avevano mandato all'aria vite e case come briciole ai passeri, continuavano a manifestarsi frequenti lievi scosse di assestamento che facevano impazzire di paura la gente. Non me. Poteva succedere in piena notte, ed ecco che la casa si svegliava con una vibrazione di terrore, i miei balzavano fuori dal letto per fare di corsa tre piani di scale e passare il resto della notte in macchina. Tentavano di far uscire anche me, inutilmente. Non avevo nessuna voglia di alzarmi per una paura che proprio non mi toccava. Se va giù tutto, pensavo, faccio fatica per niente, tanto vale stare a dormire. E dormivo beato e...

La farfalla / C'era una volta una fontana

La farfalla   Quando tira il ghibli a Tripoli non c’è scampo, è vero, ma l’errore era stato uscire alle due di un pomeriggio d’agosto. Laila camminava come un’ubriaca, a zig zag, per restare sempre all’ombra, da un balcone ad una palma, da una musharabia ad un portone, fermandosi a riprendere fiato sempre più spesso. A tratti doveva tirare il barracano bianco che le si incollava addosso, le aderiva sulle testa, sulle guance, fra le gambe. Sotto gli occhi era macchiata di kajal e dietro, sulla nuca, di hennè. I bracciali ai polsi e alle caviglie non tintinnavano più, bollenti, scivolavano sulla pelle bagnata, su e giù ad ogni passo, lasciandovi segni neri. I piedi roventi affondavano nell’asfalto molle e le scarpe ne rimanevano imbrigliate.   Laila si era fermata all’ombra lunga di una porta e guardava avanti verso la grande piazza priva di riparo che doveva attraversare: bianca di una luce abbagliante, tremolante per la calura, immensa per la stanchezza. A metà della piazza Laila capì che non ce l’avrebbe fatta, sarebbe morta lì, l’...