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Saggio

(168 risultati)

Tre spiagge e una foce. Ricordo di Vittorio Sereni

Sono passati trent'anni esatti dalla morte di Vittorio Sereni e, dato che questo grande poeta era nato a Luino nel 1913 (27 luglio), il trentennale della morte coincide curiosamente con il centenario della nascita.   Un lettore di provincia come me, che, come moltissimi altri è vissuto  sotto l'incanto del mito della "Frontiera", esile mito, vorrebbe rendere omaggio a Sereni analizzando quattro sue celebri poesie, una per raccolta, in modo da fornire anche un' antologia minima che possa rendere eventualmente l'idea di un percorso.   SETTEMBRE Già l'òlea fragrante nei giardini d'amarezza ci punge: il lago un poco si ritira da noi, scopre una spiaggia d'aride cose, di remi infranti, di reti strappate. E il vento che illumina le vigne già volge ai giorni fermi queste plaghe da una dubbiosa brulicante estate. Nella morte già certa cammineremo con più coraggio, andremo a lento guado coi cani nell'onda che rotola minuta. E' una poesia della raccolta d'esordio, Frontiera; la raccolta uscì una prima volta nel 1941; la poesia è stata...

Levi e la Tempesta

Nell’ultimo capitolo di Se questo è un uomo, «Storia di dieci giorni», Primo Levi racconta gli ultimi, drammatici momenti della sua reclusione nel Lager di Auschwitz-Monowitz. L’11 gennaio 1945, col tuono dei cannoni russi all’orizzonte, Primo si ammala di scarlattina e viene ricoverato nel «Ka-Be» (Krankenbau: quel luogo fra tutti paradossale che è l’infermeria del campo di sterminio). A un certo punto, a lui e agli altri, viene annunciato che l’indomani mattina dovranno lasciare il Campo: i tedeschi hanno deciso di evacuarlo, prima che la marea dell’Armata Rossa si avventi su di loro. Già da tempo i superstiti sapevano che sarebbe stato proprio quel momento a decidere della loro sorte: nelle loro condizioni, una marcia a tappe forzate nel gelo di gennaio, guardati a vista dai tedeschi in rotta, equivale a morte certa. Eppure l’istinto di lasciare quel luogo di morte è per loro irresistibile. La notte del 18 gennaio dunque, con pochissime eccezioni, i circa ventimila sopravvissuti di Auschwitz si mettono in marcia. Quasi tutti destinati a non tornare a casa. Per Primo non c’...

Ascesa e declino della scrivania

Dopo aver sputato fuori dal finestrino e acceso un sigaro sfregando il fiammifero sulla suola dello stivale, il pistolero Frank (Henry Fonda) si siede dietro alla scrivania di Morton (Gabriele Ferzetti), l’industriale delle ferrovie per il quale ha fatto qualche lavoro, «per togliere i piccoli ostacoli dai binari». È un momento di C'era una volta il West di Sergio Leone  (1968); i due si trovano in un vagone ferroviario lussuosissimo perché è la sede del capo e anche la scrivania è come si deve. Per qualche minuto il pistolero si siede alla scrivania, mentre l’uomo di affari sta in piedi dall’altra parte. «Che cosa si prova a stare seduto lì dietro, Frank? », chiede Morton.     «È come stringere una pistola …», risponde il bandito accarezzando il bordo del mobile. E poi distendendo le mani sul piano in legno: «Solo molto, molto più in grande». La battuta di Frank, come è naturale, si accorda molto più agli anni Sessanta che all’epoca in cui il film è ambientato; la scrivania, infatti, aveva ormai una storia alle spalle tale da giustificare la similitudine con un’arma, per quanto esagerata possa sembrare.     Una cartolina postale degli anni del...

Il finanziamento della folla

Parlare di crowdfunding oggi significa compiere necessariamente un’operazione di strabismo analitico, guardando a un fenomeno che, diffuso capillarmente un po’ in tutto il mondo digitalizzato, ha nella società americana il suo radicamento più forte, mentre sul territorio europeo e italiano in particolare vive una dinamica di affermazione fatta ancora di luci e ombre.   Il successo americano di questo fenomeno nell’ultimo anno ha portato il crowdfunding alla ribalta anche in Italia, suscitando l’interesse di giornalisti e addetti ai lavori dei settori della nuova economia digitale e del mondo del fundraising, alla ricerca di nuovi strumenti in un’epoca di crisi, e intenti a osservare con attenzione la nuova partecipazione sociale alimentata dal web.   Nell’aprile 2012 l’amministrazione Obama ha varato il JOBS Act (Jumpstart Our Business Startups), una legge che regolamenta per il mercato americano le pratiche di finanziamento per le start-up, incentivando l’allargamento della base possibile degli investitori di un’azienda in avvio. Il provvedimento, che ha raccolto sia commenti entusiastici che...

Venezia / Paesi e città

  Tutto sembra cospirare a rendere impossibile una qualunque topografia sensoriale o memoriale della mia città: l’“effetto” Venezia è troppo aggressivo, troppo totalitario il gadget del pellegrinaggio, troppo fitta la selva delle citazioni. Eppure, se si valorizza l’infanzia come il momento originario che influenza il resto dell’esistenza, si può anche ipotizzare che la mia esperienza della città, prima del sequestro delle emozioni, possa bucare la crosta dei luoghi comuni e del percepire collettivo: a esempio, l’idea di città putrida e “romantica” o quella di “sito” padano, completato da Gardaland e da Rimini.       Il Novecento si apre con un celebre ripudio: l’8 luglio 1910, migliaia di volantini Contro Venezia passatista furono lanciati dai futuristi dalla Torre dell’Orologio (“bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture”). E si chiude con un libello dal titolo Contre Venise (1995) che contiene un analogo monito provocatorio (“Finché non avrete ucciso il fantasma di Venezia non vi...

Albicocca, bicicletta, Cuba

0. Prendi una bicicletta da strada, coi copertoncini lisci per minimizzare l’attrito; togli le luci, togli il campanello, togli i parafanghi se ci sono; togli la ruota libera, cioé il meccanismo che permette di andare avanti per inerzia, senza pedalare: resta una specie di scheggia sottile e quasi invisibile nel traffico, velocissima, che costringe chi la guida a un movimento costante e integrato, il corpo solidale con la ruota posteriore. Fatto? Bene. Ora togli i freni. 1. Da qualche anno sono apparse nelle città italiane delle biciclette diverse. Sono molto essenziali nella forma; sono vintage; sono spesso senza freni, e sempre senza la ruota libera. Sono un adattamento urbano di quelle usate nelle competizioni su pista, che fanno a meno di freni e ruota libera perché votate alla velocità; per frenare si fa forza ai pedali in senso contrario a quello di marcia, rallentando o bloccando del tutto la ruota posteriore. Se si continua dopo la fermata, si parte all’indietro. Le biciclette a ruota fissa si sono diffuse negli Stati Uniti nelle cooperative di portalettere, per ragioni pratiche (minor manutenzione) e identitarie (...

Raid virtuali

Accanto alla linea più muscolare che dai futuristi, passando per gli happenings, arriva al Graffitismo, in cui gli autori comunque scompaiono affidandosi al segno che li veicola, se ne presenta un’altra che abbiamo visto cominciare con le esplorazioni nell’inconscio del Surrealismo. Tuttavia non si tratta tanto di continuare l’introiezione profonda quanto di fare incursioni nell’esterno che è però divenuto nel frattempo immateriale. Per paradosso Guy Debord, che ha anticipato tante delle parole d’ordine del maggio ’68, ovvero dello happening di massa più significativo del secolo appena trascorso, ha pure anticipato nella sua opera più famosa del 1967 le trasformazioni della società oltre quel movimento che ancora doveva svilupparsi. Al primo punto della Società dello spettacolo egli infatti scrive che “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.” Questa vita, secondo l’...

Il Surrealismo

Una seconda via dell’arte al raid, nata col Surrealismo, approfondisce piuttosto gli spazi interiori e permette così una differente evasione dal carcere, meno violenta, che lo lascia quale luogo vuoto mentre la mente dei detenuti si proietta oltre, incontrando il cosmo ed il sogno. Alla scoperta dell’inconscio si può sostituire oggi, per forza d’impatto e continuità di senso, l’immateriale tecnologico. Al modo dei surrealisti, che si proponevano scopi di rivoluzione individuale e sociale attraverso un’estetizzazione diffusa, alcune performances odierne interfacciano infatti nel raid la dimensione reale con quella virtuale secondo cortocircuiti coscientemente politici. Un quadro di Max Ernst, L’incontro degli amici del 1922, può rappresentare un utile punto di partenza per il nostro discorso sul Surrealismo. Vi sono dipinti infatti un buon numero di scrittori ed artisti del movimento, alcuni seduti in primo piano, altri assiepati in piedi dietro ed altri ancora, più sgranati, sulla sinistra dell’opera. Nella pattuglia impeccabilmente abbigliata spiccano poi Dostoevskij, Raffaello Sanzio e alcuni...

Niccolò Machiavelli / Il principe

Accantonando gli usi politici che delle pagine del Segretario fiorentino sono stati fatti nel corso dei secoli (giusti e sbagliati, per dirla con Calvino: da Gramsci ai corsi per manager, dai teorici della ragion di stato alla Biblioteca dell'utopia di Silvio Berlusconi editore), di questo ultimo capitolo del Principe stupisce lo slancio appassionato. Dopo pagine venate di pessimismo della ragione – indotto oltretutto da un contesto politico a dir poco turbolento – Machiavelli, auspicando il riscatto dell'Italia, nell' exhortatio cede, se non all'ottimismo, all'incitamento vibrante. Valgano allora le parole di un celebre passo della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis: "Siamo dunque alteri del nostro Machiavelli. Gloria a lui, quando crolla alcuna parte dell'antico edificio. E gloria a lui, quando si fabbrica alcuna parte del nuovo. In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa, e annunziano l'entrata degl'italiani a Roma. Il potere temporale crolla. E si grida il viva all'unità d'Italia. Sia gloria al Machiavelli".   XXVI   EXHORTATIO AD CAPESSENDAM...

I raid nell’arte: il Futurismo

Una delle linee seguite dall’arte d’avanguardia nei suoi percorsi lungo il Novecento è consistita nella sistematica e proclamata rottura dei molteplici limiti posti dalla tradizione. La forma umana, paesistica e oggettuale viene sconvolta negli equilibri compositivi e nei punti di vista prospettici, negli accostamenti cromatici e nell’approccio naturalistico da successive ondate di sabotaggio e scavalcamento. Gli artisti, così come gli eroi delle guerre antiche e moderne, si considerano esseri fuori dal comune, toccati dalla divinità; tale visione continua anche nel Novecento e anzi s’inasprisce a causa del confronto sempre più pressante ed acceso con il pubblico e la committenza borghesi. L’aggressività rivendicativa si fa gruppo organizzato, in prima battuta spesso chiuso in un ostinato autoriconoscimento, ma pure portato alla guerriglia verso la società che lo circonda al fine di operare sempre nuovi shock percettivi. Il quadro che esplode verso l’esterno, agitato dal movimento futurista o infiammato dal cromatismo fauve, va di pari passo con le ripetute incursioni fuori dalla stanza dell’...

L’avventura formativa dei Mille

Quando mi ricordo quella sera e quell’ora, sento gonfiarmisi il cuore, e piango sulla perduta gioventù, e piango sulla tomba dell’uomo che i sogni più belli della gioventù mia se li ha portati con sé! (G. Bandi )  In venticinque giorni dalla partenza da Genova [i Mille] avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni, e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio, per terre di civiltà antiche e venerande. (A. Secchi) La camicia rossa ci si è stretta alle carni. Moriremo con essa, cercando con l’ultimo sguardo, le luminose visioni d’un passato che sarà spento con noi. (Barrili)   Sappiamo ora che tutti i testi di maggior qualità della letteratura garibaldina italiana furono scritti spesso molti anni dopo i fatti vissuti. Si è cominciato perciò con il riportare tre citazioni di autori diversi che fanno il punto o rievocano con pochi tratti la propria esperienza garibaldina restituendo un ventaglio di differenti emozioni - la nostalgia struggente, la consapevolezza d’una avvenuta iniziazione e l’indelebile persistenza d’un ricordo fattosi...

I giovani e il raid

La storia dimostra che i giovani sono molto spesso protagonisti del raid. Le qualità di audacia, di prontezza fisica e di solidarietà di gruppo, la volontà di mettersi alla prova nel pericolo e di uscirne da trionfatori riconosciuti sono tratti che facilmente appartengono alla giovinezza. Giovani sono coloro che intraprendono le prime spedizioni del mito. Giasone, in cui le gesta d’abilità comportano anche l’allontanamento spaziale che, a sua volta coincidendo con la durata temporale, conduce alla maturità ed alla costruzione di una famiglia insieme a Medea, sottratta contemporaneamente al vello. In Paride l’impresa avventata, tipica del giovane, è direttamente implicata con il ratto amoroso. Per il primo raider la prova iniziatica si completa dunque per via, ma non casualmente, con l’elemento amoroso, nell’altro fanno tutt’uno fin dall’inizio. Giasone quasi subisce l’allontanamento per mezzo di un mandante adulto, accetta e vince la sfida della prova; Paride se la inventa da sé con l’ostinazione del desiderio ed anche contro la più prudente opinione dei maggiori,...

Settembre 2001: chiusura (o apertura) del cerchio

Il raid successivo alla seconda guerra mondiale – sia aereo, sporadico (certe azioni di Israele per esempio) o sistematico (la prima guerra del Golfo, il Kosovo), sia terrestre svolto da truppe d’élite in singole missioni o in apertura di conflitti più ampi (Enduring Freedom in Afghanistan), che da guerriglieri rivoluzionari vincenti (a Cuba), perdenti (in Europa) o difensivi (in Vietnam) – ripete modalità e protagonisti, ripropone contraddizioni già esaminate nei capitoli precedenti. Oggi la riflessione si appunta, per forza di cose, sulla novità sconvolgente apportata dal suicidio, che richiede la scelta se accoglierla quale modifica profonda del raid fin qui analizzato o se viceversa considerarla un tratto che la esclude automaticamente da esso.   Alle 7.59 dell’11 settembre 2001 un Boeing 767-223E con a bordo 81 passeggeri, 9 assistenti e 2 piloti lascia Boston in direzione Los Angeles. L’ultima comunicazione del Volo 11 risale alle 8.13, in seguito non risponde alle indicazioni del controllo di terra. Anche il transponder, che permette la localizzazione da terra attraverso altitudine e posizione,...

Kamikaze: un’interpretazione impropria del raid aereo

  L’aereo può essere utilizzato come mezzo per penetrare in aree altrimenti irraggiungibili, paracadutando i raiders oltre le linee nemiche. Si tratta di azioni assai frequenti che però vedono un utilizzo meramente strumentale dell’aereo, laddove il raid vero e proprio comincia con l’atterraggio degli uomini. Quaranta paracaduti italiani furono per esempio lanciati il 14 giugno 1943 nella zona dell’aeroporto inglese di Bengasi; gli aerei sarebbero tornati dieci giorno dopo in una località deserta a sud di El Carruba per il recupero. Tra i due transiti in volo, peraltro indispensabili, si svolge il raid vero e proprio. Sentendosi individuati gli incursori distrussero i paracadute e si divisero in squadre di due, tre elementi per sfuggire ai rastrellamenti; una sola di esse, nascondendosi di giorno nel Gebel e marciando di notte, raggiunse l’obiettivo e fece funzionare le bombe a scoppio ritardato piazzate sotto i serbatoi dei velivoli inglesi. E però anch’essi vengono più tardi scoperti cosicché l’appuntamento con gli aerei va a vuoto e nessuno conclude il raid con il ritorno.   Il...

Avanti e indietro per il cielo

“È merito di Giulio Douhet”, come scrive Italo Balbo nell’introduzione a Il dominio dell’aria e altri scritti (1932) del generale piemontese prematuramente scomparso, “aver richiamato per primo l’attenzione di tutti sul problema della guerra aerea”. Egli nel 1921, riflettendo sulla grande guerra, delineava i probabili scenari del prossimo conflitto, sottolineando l’attitudine offensiva dell’aereo che permette una libera scelta degli obiettivi, senza che il nemico possa a sua volta individuarlo in precedenza, e su cui anzi concentrare con grande rapidità le proprie forze minacciandolo per un raggio d’azione assai largo. A ciò il nemico non può rispondere con altrettanta velocità di manovra. Douhet prefigura insomma il superamento della guerra di posizione difensiva appena combattuta a favore di una offensiva dovuta all’introduzione del nuovo mezzo bellico, che diviene più economica e razionale poiché “per difendersi da un’offensiva aerea occorrono più forze che non per attaccare.” La comparsa dei primi aerei da combattimento non fu decisiva...

La specificità dei GAP

  Tra le varie narrazioni partigiane vorrei prendere in esame in particolare quelle sui Gap in quanto mi pare siano la massima espressione della forma che stiamo descrivendo. Si tratta in primo luogo di un teatro di guerra, la metropoli, del tutto nuovo. E forse ignota è la crudezza con cui sono definiti i luoghi e gli obiettivi: “G. A. P. Vuol dire: Gruppo Azione Patriottica, vuol dire uccidere i fascisti”. I protagonisti viareggini del romanzo di Tobino, Il clandestino,sono molto impressionati da questa realtà metropolitana e chiedono di poter studiare un’azione da importare eventualmente in provincia. Dopo aver assistito con una certa ammirazione subentrano però i dubbi: “Ma quali erano mai le doti per l’azione di gap? Per uccidere? Si doveva essere freddi, spietati, criminali? O essere invece credenti, soldati votati al bene? Avere la violenta passione, un’infuocata speranza?”. Una risposta, che unisce la vocazione idealista con la brutale concretezza, la potrebbe fornire la gappista romana Musu:   Forse, a voler essere sincera fino in fondo, una certa propensione per il rischio, questa s...

Finitudine

7 Ottobre 2011. Chiuso in una specie di bunker, a  dispetto di una generale richiesta di dimissioni, il Presidente del Consiglio ha ribadito che non vi è alternativa al suo esecutivo. Non vuole finire.   Asparire Volendo rimarcare con forza quanto del Novecento filosofico doveva, a suo parere, essere mandato in soffitta,  un giovane e assai brillante filosofo francese, nel 2006, intitolava il suo libro Dopo la finitudine. In effetti la parola “finitudine”, sebbene non bella e usata quasi solo dai filosofi, calza a pennello. Non ve ne sono altre così capaci di sintetizzare in una battuta l’ossessione di un’epoca. Nell’Ottocento la palma per la parola chiave sarebbe senz’altro andata a “storia” ed il secolo dei lumi non avrebbe avuto dubbi ad assegnarla alla “ragione”. Che la parola novecentesca sia “finitudine” e non la più comune “fine” o l’altrettanto dotta “finitezza”, si deve ad una precisa intenzione espressiva. Connota non un dato di fatto, non una mera condizione, ma un rapporto attivo con la fine, costitutivo dell’...

Homo loquens

Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima? In campo scientifico ci sono teorie che, una volta acquisite, risultano talmente ovvie da suscitare stupori retrospettivi. Certo, ci diciamo, non può che essere così, non ci sono dubbi; pensare che le cose stiano altrimenti sarebbe, più che un errore, una stravaganza. Eppure quello che un giorno arriva a sembrare ovvio, in precedenza, non lo era affatto. Anzi.   Da sempre scienziati e filosofi si interrogano sull’origine del linguaggio. La questione è diventata attualissima negli ultimi anni, sull’onda delle ricerche in materia di evoluzione. Più si indaga sui nostri remoti progenitori, più appare chiaro che il linguaggio deve aver giocato un ruolo decisivo nella complessa vicenda del differenziarsi delle specie ominidi all’interno dell’ordine dei primati, e del successivo impetuoso affermarsi del genere sapiens. Da un certo punto in poi la comunicazione verbale ha conosciuto un formidabile sviluppo, che dando luogo a un’articolazione più stretta e più complessa dei rapporti sociali ha garantito un vantaggio evolutivo straordinario. Il...

Il raid partigiano

  La guerra di resistenza contiene tutti gli elementi canonici del raid. Il Johnny di Fenoglio polemizza con la conquista dello spazio, che hanno in mente i comandanti comunisti, affermando: “Dobbiamo inapparire, agire e risparire, mai fermi, sempre ubiquitous, e pochi e mai in divisa”. In effetti l’occupazione territoriale ampia, con creazione di repubbliche partigiane, ha rappresentato sempre un grande problema dato che si esponeva alla riconquista da parte di forze nemiche preponderanti. Le azioni, perlomeno in una fase iniziale, dovevano essere leggere, anche se talvolta combinate. Ancor più decisivo questo movimento a doppia freccia per i Gap, combattenti anonimi, il cui motto è “colpire e sparire”, come sostiene Giovanni Pesce, uscendo dalla folla metropolitana e risciogliendosi subito in essa. Infliggere danno senza subirne è prova di destrezza che crea frustrazione e paura tra i nemici, ammirazione ed emulazione tra i simpatizzanti, fino a generare un alone mitico di imprendibilità. Così Roberto Battaglia racconta, per esempio, delle gesta già leggendarie del capitano Melis nelle sue terre...

Il raid nella Grande Guerra

  La grande guerra ha quel carattere tecnologico che la rende il primo conflitto vicino all’idea contemporanea di guerra; in più era stata configurata dai generali tedeschi, perlomeno nei confronti della Francia, come un unico blitz. La velocità e la sorpresa sono condivisi dunque con il raid finora considerato ma è altrettanto noto quanto i piani iniziali tedeschi si volsero di segno, trasformando il conflitto lampo di conquista in una logorante guerra di posizione. Il numero dei caduti nella prima guerra mondiale evidenzia poi, insieme alla lunghezza dei fronti, la necessità di un esercito di massa che, sottoposto ad una dura disciplina, bloccato nelle trincee e subordinato alla tecnologia bellica, sembra del tutto spersonalizzato e lontano dalla mobilità, pericolosa ma entusiasmante del raid. Si compie allora la parabola fin qui percorsa di un esercito immaginato come perfetta, autosufficiente, efficientissima macchina. Eppure nel testo che abbiamo scelto per l’analisi (La mano mozza, resoconto pubblicato da Blaise Cendrars durante il secondo conflitto mondiale), come del resto sarebbe stato possibile trovare analogamente...

Il guerrigliero

   Il partigiano più famoso del Novecento, divenuta icona del rivoluzionario, è indubbiamente per una serie di motivi Ernesto “Che” Guevara. In Sud America anzitutto l’idea di un rivolgimento sociale in senso comunista brilla di luce propria, in quanto ormai sganciata dalla commistione con la liberazione coloniale, viceversa ancora fortemente significativa in Africa e in Asia; inoltre la vicenda personale del combattente a favore di tutti i popoli oppressi e non solo del proprio, nonché la tragica ed emblematica morte, contribuiscono in modo decisivo a forgiare il modello. Guevara fu anch’egli un teorico della guerriglia per deduzione, ma le sue formulazioni non si discostano molto da quelle di Mao: disciplina interiore, nobiltà e audacia, radici popolari e conoscenza del territorio, impegno social-rivoluzionario. Piuttosto possiamo prendere la sua vicenda paradigmatica per svolgere alcune distinzioni e riflessioni ulteriori.   Essendo partiti dal mito classico e giunti fino al Novecento si è assistito ad una banda di oscillazione piuttosto ampia nella quale si inserisce il raid. La sua versione...

Continuità e modificazioni del raid nel novecento

Nel Novecento l’uso sistematizzato del raid in guerriglia continua, ed anzi si amplia geograficamente a livello globale, trovando pure diverse codificazioni teoriche. In Europa, come già nella Spagna antinapoleonica, le nazioni sconfitte da prima sul piano della guerra regolare adottano queste ulteriori forme di lotta quando l’occupante nazista, impegnato ormai su troppi fronti, dà iniziali segni di cedimento. Così in Italia, nei Balcani o in Francia proprio la guerra dei pochi salva l’onore di tutti o ribalta destini già scritti nel senso di definitive umiliazioni in campo aperto. Può viceversa essere una carta da giocare quando l’esito dello scontro è ancora aperto, come in Russia secondo le direttive di Stalin basate sul ripiegamento, la tenuta delle città e l’azione di partigiani infiltrati aldilà delle linee avanzanti dei tedeschi. In tutti questi casi il raider diviene, in misura anche superiore che nell’Ottocento in cui la spinta rinnovatrice del Romanticismo incontrava ancora molte riserve, figura positiva e leggendaria di liberatore, supportata a livello popolare nonché...

Un esempio contrario

La più vasta ed articolata resistenza sette-ottocentesca all’invasore fornisce tuttavia una clamorosa smentita alla rivalutazione operata dalla cultura romantica. Si tratta della disperata lotta per la sopravvivenza condotta per oltre un secolo dalle tribù indiane di fronte alla marea avanzante dei coloni che mangiavano via via tutto il loro spazio vitale. La benevolenza verso le cause nazionali in Europa non vale evidentemente al di fuori dei confini continentali come dimostrerà proprio lo stesso secolo delle colonizzazioni in Africa e in Asia. Troppo lontano, sconosciuto e alieno il mondo dei nativi americani per entrare nell’afflato romantico verso le piccole patrie; di qui un nuovo caso di completo soffocamento del punto di vista degli sconfitti, di una doppia interpretazione tra Europa ed America e di un mutevole giudizio con il progredire storico. I nativi americani infatti sono visti dai colonizzatori come barbari sanguinari, nomadi pronti ad assaltare le carovane di pionieri per derubarli degli averi, uccidere gli uomini e stuprare le donne. Questa è la visione prevalente del tempo in cui si è svolta l’espansione ad...

Soundwalking

We hear the sound of wood-chopping at the farmers' doors, far over the frozen earth, the baying of the house-dog, and the distant clarion of the cock,—though the thin and frosty air conveys only the finer particles of sound to our ears, with short and sweet vibrations, as the waves subside soonest on the purest and lightest liquids, in which gross substances sink to the bottom. They come clear and bell-like, and from a greater distance in the horizon, as if there were fewer impediments than in summer to make them faint and ragged. The ground is sonorous, like seasoned wood, and even the ordinary rural sounds are melodious, and the jingling of the ice on the trees is sweet and liquid   (Henry David Thoreau, «A winter tale», in Excursions (1863), Princeton University Press, 2007)           Le considerazione di R. Murray Schafer sulle passeggiate sonore si inscrivono nella sua teoria del soundscape, equivalente sonoro del landscape. L’idea delle passeggiate sonore è insieme pedagogica e teorica: è l’occasione per imparare a sentire i dettagli del paesaggio sonoro nel quale ci muoviamo e...