Le creature non umane di María Ospina Pizano
Private del diritto di appartenenza a un luogo, espropriate della libertà di movimento e confinate in condizioni di incertezza e di pericolo, le creature dell’autrice colombiana María Ospina Pizano sono al contempo vittime e testimoni della sopraffazione esercitata dall’ordine odierno sulle forme più fragili del vivente. Apparso in Italia lo scorso anno per Edicola Edizioni nella traduzione di Amaranta Sbardella, Qui solo per poco merita un posto di rilievo tra le opere latinoamericane che arricchiscono il nostro panorama editoriale, consegnandoci il racconto della dignitosa tenacia di queste creature dentro lo spazio ostile in cui sono costrette ad agire, l’unico che viene loro concesso quale risultato della convivenza asimmetrica con l’uomo.
Nel corso della lettura seguiamo così i fili di una trama plurale in cui convergono le vicende delle cinque protagoniste, la cui incolumità è minacciata dall’arbitrio umano: Kati e Mona, due cagnoline accalappiate per ragioni diverse, che stringono amicizia all’interno degli spazi angusti di un canile, la prima lasciata nei pressi di un cancello cui è stata legata, la seconda sfollata a causa di uno sgombero della polizia (“malgrado l’eccitazione degli altri cani, né Kati né Mona sembrano interessate alle persone che arrivano nel cortile […], decine di sconosciuti che trasudano ansia di salvare un animale abbandonato”); uno scarabeo femmina (“musica alata, crepitio di bosco, testimone della vita di fango”) imprigionata in un sacchetto di plastica che subisce un trasferimento coatto dall’orto alla cucina di un appartamento al decimo piano; un esemplare femmina di porcospino che, dopo essere stata ostaggio della benevolenza umana, finisce in un centro per la salvaguardia degli animali selvatici, mentre la donna che l’ha accudita si pente di avere seguito il consiglio del veterinario (“Le sembra ingiusto che chiedano a lei di dare la propria parola affinché non catturi o traffichi con animali selvatici, neanche fosse una contrabbandiera o se ne andasse in giro per le montagne a sequestrare bestiole”); una tangara scarlatta in viaggio dai boschi del Connecticut verso le montagne della Colombia che perde l’orientamento a Manhattan, frastornata dalle luci di una torre, come centinaia di migliaia di altri uccelli migratori che le precipitano accanto, schiantandosi sul cemento abbagliati dall’edificio che li ha attirati a sé (“ali disorientate, corpi sfiniti che, prima della trappola, erano desiderio e fame di destinazione”).
Ne emerge un affresco collettivo che si dilata geograficamente grazie alle rotte e agli itinerari percorsi da questi animali. Le loro storie non rimangono isolate, ma si richiamano a vicenda e si intrecciano, ancorandosi saldamente al feroce scenario della contemporaneità, che osserviamo attraverso varie dislocazioni dello sguardo dovute alla diversa altezza da cui le cagnoline, la tangara scarlatta, lo scarabeo e il porcospino sperimentano la vita. Per esempio, dopo avere percorso le vie storiche del centro di Bogotà muovendoci insieme a Kati a ridosso del suolo, tra le ruote dei carretti degli straccivendoli e i sacchi di immondizia, ci addentriamo improvvisamente con lei nel fitto di una selva di gambe che avanzano compatte durante una manifestazione in difesa della scuola pubblica e contro la violenza esercitata dai poliziotti in tenuta antisommossa (“sembra maledirli a ogni ululato. Finché un calcio la spinge lontano. Nessuno sente il suo breve guaito”). Con lo scarabeo solchiamo terreni, scansiamo radici, proviamo brevi e goffi tragitti aerei sugli steli dell’erba alta in un giardino accanto alla strada dove gli emarginati chiedono l’elemosina alle auto ferme in coda. Dalla gabbia in cui è tenuto il porcospino, sul tavolo del Centro, vediamo scorrere le immagini alla televisione dell’anniversario dell’accordo di pace tra il governo colombiano e le FARC. Insieme alla tangara scarlatta, invece, ci spostiamo in alto e cambiamo latitudine; solchiamo da Nord a Sud i cieli del continente americano, sopra i territori attraversati da nuove logiche di estrazione e da un immenso dispiegamento di tecnologia che militarizza le campagne e i deserti, ridefinendo gli spazi in senso neoliberale. Sorvoliamo con il piccolo volatile un centro di detenzione per migranti minorenni (“separati dalle loro famiglie durante la prima presidenza Trump e considerati meno che umani”, specifica Francesca Lazzarato su Alias), mentre superiamo la frontiera con il Messico, dopo avere transitato per lo spazio aereo statunitense, precluso a chi è costretto al sedentarismo forzato perché privo di documenti validi per circolare liberamente nel Paese.

Attraverso le tribolazioni di una vasta gamma di personaggi secondari ma tutt’altro che minori, María Ospina Pizano sembra preconizzare il consolidamento oggi in atto di una nuova geometria mondiale di alleanze e gruppi di potere che, con le loro svolte securitarie, convergono nell’infierire sulle fasce più deboli della popolazione (del resto, come afferma tra sé e sé la sorvegliante dei bambini incarcerati nel centro di detenzione, “il paese non può diventare un santuario di intrusi e di criminali”). Così, l’addetta dell’aeroporto e i suoi genitori indocumentados, la domestica guatemalteca che lavora per il reduce della guerra in Afghanistan, la bambina onduregna fuggita dalla prigione e le tredici anziane che manifestano per la sua chiusura incarnano i torti di un mondo socialmente ingiusto, in cui le disuguaglianze e le oppressioni aumentano anziché diminuire.
Sono esseri umani spaventati, disorientati, sradicati e minacciati quelli che incontriamo nelle pagine di Qui solo per poco; veniamo a conoscenza delle loro apprensioni e paure, le stesse che forse oggi prova chi rischia di cadere vittima degli arresti e delle deportazioni arbitrarie da parte della milizia paramilitare e parafascista dell’Ice. La violenza che depriva dei diritti umani, civili e sociali disumanizza tutta la società, ovunque; di fronte all'osceno dispiegamento di forze di occupazione che sostengono e rafforzano, negli Stati Uniti come altrove, le necropolitiche di stampo colonialista della segregazione e della pulizia etnica, assumere la prospettiva radicale della tangara, dal volo ampio, transcontinentale, significa rifiutare la geografia dei dominatori e schierarsi senza riserve dalla parte dei perseguitati. È una questione di giustizia universale: spetta a chi vede e sa distinguere i meccanismi della logica della sopraffazione il compito di smontarli. L’esercizio del ricatto ai danni della forza lavoro più vulnerabile, specialmente se razzializzata, l’ostilità verso il pensiero femminista, la repressione del dissenso e della solidarietà di classe, la criminalizzazione di chi lotta per la giustizia climatica possono essere sintomi dello stesso male che classifica, gerarchizza e schiaccia, generando subalternità. Il tentativo di diagnosi della comorbilità ideologica insita nella cultura suprematista, quella patologia del pensiero in cui le fobie sociali non viaggiano mai da sole e l’odio non si limita a un unico bersaglio, è anzitutto un esercizio dello sguardo sul mondo. Non si tratta di dare voce, ma di prestare attenzione: una prospettiva condivisa dall’autrice messicana Cristina Rivera Garza, della quale è stata recentemente tradotta la bella raccolta di racconti Terrestre (Sur, traduzione di Giulia Zavagna). Più volte, infatti, nei suoi interventi pubblici, Rivera Garza ha ribadito la necessità di intendere la letteratura come uno spazio attraversato da tensioni, in cui le voci vulnerabili possano riverberare e farsi più udibili. In quest’ottica, chi scrive non si fa megafono ma cassa di risonanza in grado di vibrare insieme agli altri. In Qui solo per poco, María Ospina Pizano non sceglie di far parlare gli animali, né li riduce a meri referenti del proprio discorso; al contrario, il centro di coscienza cui è affidato l’atto narrativo procede interrogandosi costantemente sulla pensabilità delle esperienze non umane. Non vede dentro le creature delle quali osserva i movimenti, non ne conosce con certezza le reazioni interiori. Con la sua indole curiosa e autoriflessiva, procede per supposizioni (“Forse è rabbia quella che trasuda dai peli ritti del dorso”; “Noterà che nel viaggio precedente quel campo era più verde e boscoso? Si intristirà per questo?”; “La botta l’avrà disorientata?”, tra le altre).
Rinunciando alla pretesa di riservarsi l’ultimo turno di parola, la scrittura si fa ascolto: accoglie i segnali minimi di esistenze incerte e li traduce all’interno di una realtà condivisa, quindi conflittuale, il cui perno è la fiducia nel mutamento. Il cauto incedere della voce narrante si muove in direzione opposta allo status quo cognitivo che intende la natura come una somma di beni misurabili, frazionabili, comparabili e infine vendibili. Suggerisce pagina dopo pagina che ne sappiamo veramente poco: non possiamo fare altro che procedere a tentoni, con rispetto.

La possibilità del transito è un diritto, sembra volere rivendicare la tangara scarlatta insieme alle altre creature del libro, parti lese di un sistema predatorio la cui iniquità si accanisce su territori e corpi relegati alla funzione di risorse o di elementi accessori atti a lenire l’inquietudine e il senso di colpa di fronte agli effetti più visibili dell’aggressione antropica all’ambiente. Ci chiedono di stare dalla loro parte e dalla parte dei loro bisogni esistenziali. Il loro transitare caparbio ha a che fare con lo scardinamento dell’idea antropocentrica del viaggio, in nome di un diritto al passaggio che è la base di una parentela che accomuna tutto il vivente e che si manifesta nel movimento. Siamo tutti qui solo per poco e il diritto al transito non dovrebbe essere un privilegio dettato dalle disparità. È proprio María Ospina Pizano a suggerirlo nel suo discorso di accettazione del Premio Sor Juana Inés de la Cruz nel 2023: “Credo che in qualunque considerazione su ciò che costituisce una dimora, o sulla sua precarietà, in qualunque riflessione sul modo in cui tracciamo vie e percorsi, sia presente la domanda etica e politica circa quali altri animali sfolliamo e a quali permettiamo di restare, quali resistono e come ne testimoniano l’esperienza; vale a dire, la domanda su chi sia l'ospite e chi il padrone di casa, e su come tale distinzione sia sempre molto complessa”.
A distanza di tre anni dalla pubblicazione in lingua originale, le pagine di Qui solo per poco non accennano a sbiadire, al contrario, sfidando e criticando la percezione inerziale di una presunta centralità della specie umana, guadagnano in nitidezza per il loro appellarsi al futuro, vale a dire alla possibilità di un cambiamento di prospettiva sul nostro modo di percepire il mondo e percepirci come suoi abitanti. Le vicissitudini degli esseri trasferiti, sfrattati, sfollati, ricollocati, che animano le pagine di María Ospina Pizano prefigurano una trasformazione radicale del presente attraverso una nuova giustizia la cui grammatica possa essere ridefinita a partire dalla vulnerabilità, condizione che, del resto, accomuna la maggior parte degli esseri viventi e che pertanto potrebbe configurarsi come l’espressione ideale della dimensione intertemporale dell’uguaglianza, fondata sulla claudicante finitezza di tutti coloro che sostano su questo pianeta, solo per poco, una generazione dopo l’altra.