Il triangolo magico di Philipp Pullman
La casa editrice Salani può vantare nel suo catalogo i nomi migliori di una narrativa per giovani che travalica i confini dell’età, va ben oltre quella fascia di lettori e lettrici che, all’inglese, si definisce young adult, e accetta la complessità del romanzo destinato a un pubblico esperto e consapevole dell’esistenza dei valori letterari. I primi nomi che vengono in mente sono quelli di Roald Dahl, Astrid Lindgren, la creatrice di Pippi Calzelunghe, J.K.Rowling con la saga di Harry Potter, e last but not least, Philip Pullman, l’autore inglese, che, dopo la trilogia Queste oscure materie (His Dark Materials 1998-2002), ha riproposto lo stesso mondo alternativo nella successiva trilogia Il libro della polvere (The Book of Dust), iniziata nel 2017 con La Bella Sauvage, proseguita con il Regno segreto (2020), e giunta a compimento nell’ottobre scorso con The Rose Field, che dovrebbe uscire in Italia dopo l’estate con il titolo Il campo di rose. Intanto lettrici e lettori italiani possono dilettarsi con una nuova edizione del primo volume dell’intero ciclo, La bussola d’oro, stampata nel trentesimo anniversario della sua comparsa nelle librerie del nostro paese. La nuova copertina mette assieme alcuni degli elementi stranianti del romanzo di Pullman: un pallone aerostatico che, assieme agli zeppelin, è l’unico mezzo di trasporto aereo nell’ucronia di Pullman; la cupola e il campanile imponenti di un grande edificio ecclesiastico (la sede del Magisterium, la suprema autorità religiosa che domina il mondo di La bussola d’oro); una figurina umana che si inerpica preceduta da un animaletto (la protagonista Lyra Belacqua e il suo daimon Pantalaimon); un orso guerriero con elmo e corazza; infine, una sorta di bussola che, in realtà (ovvero, nella realtà alternativa in cui si svolgono le vicende del ciclo dello scrittore inglese) è l’aletiometro, un prezioso strumento di consultazione che ha un potere divinatorio.
Sarebbe opportuno, in attesa che l’ultimo volume della seconda trilogia venga messo a disposizione dei lettori italiani, promuovere una riflessione critica su un corpus narrativo imponente, che nel nostro paese non ha avuto l’eco che merita, probabilmente per due motivi principali: da una parte la diffidenza verso le opere inserite nella children’s literature, soprattutto se esse si collocano in una dimensione fantastica; dall’altra parte, l’ostilità di una parte della nostra cultura per autori che paiono ostili a una visione cristiana della vita, o, addirittura, vorrebbero riscriverne alcuni fondamenti biblici. Intendiamo dire che se perfino i maghi e gli stregoni di Rowling, alle prese con le loro simpatiche scolaresche, incutevano sospetti di eresia, figuriamoci come ha potuto essere accolto da noi uno scrittore che esplicitamente condanna l’autoritarismo religioso, e quello cristiano in particolare, mettendo in discussione il significato del peccato originale e il messaggio della redenzione di Cristo. In un’intervista concessa recentemente (Lettura, 12 aprile 2026), Pullman ha ribadito: “Io metto in guardia dall’idea totalizzante e soffocante del sistema di controllo di una religione”. La collocazione del Magisterium a Ginevra allude al carattere repressivo del Calvinismo, ma la rigida struttura gerarchica che è propria della suprema autorità mondiale inventata da Pullman rinvia senza alcun dubbio alla Chiesa Cattolica. Se seguiamo il modello storico alternativo dell’ucronia, capiamo che nell’Inghilterra di Enrico VIII la riforma anglicana ha fallito, che l’Invincibile Armada spagnola ha invaso il Regno di Elisabetta: così le sorti dell’occidente sono cambiate, come succedeva in The Alteration, un romanzo di Kingsley Amis (uno dei primi “angry young men” della letteratura inglese) poco conosciuto nel nostro paese. Oggi, forse, Papa Leone, il quale, nella sua recente enciclica, esalta “la magnifica umanità” di fronte alle lusinghe dell’Intelligenza Artificiale, potrebbe suggerire un atteggiamento più favorevole di fronte a uno scrittore eretico per eccellenza.
Che Pullman non abbia mai cercato di occultare le sue convinzioni in fatto di Cristianesimo, lo dimostra anche la sua versione provocatoria della vita di Cristo, Il buon Gesù e il cattivo Cristo (Ponte alle Grazie, 2010), in cui la figura del Salvatore viene spaccata in due identità, con effetti paradossali e ben poco ortodossi.

Un discreto successo ha ottenuto nel nostro paese il film La bussola d’oro, diretto nel 2007 da Chris Weitz, tratto dal primo volume della saga di Pullman, apparso in origine nel 1995 con il titolo Northern Lights. Il film si è avvalso della recitazione di due attori di spicco, Nicole Kidman (Marisa Coulter) e Daniel “007” Craig (Lord Azriel), i genitori, tra di loro in conflitto, di Lyra (Dakota Blue Richards). La semplificazione della trama romanzesca di Pullman, peraltro, toglie intensità alla narrazione cinematografica. Dal 2019 al 2022, Queste oscure materie, la serie televisiva prodotta dalla BBC in collaborazione con HBO, ha sviluppato una successione di episodi, che copre tutti e tre i romanzi della prima saga, recuperando la varietà delle invenzioni di Pullman, e valorizzando un registro narrativo, nello stesso tempo fiabesco e realistico. Tuttavia, sul grande o sul piccolo schermo, lo scarso peso attribuito alle riflessioni teologiche del testo originale, impoverisce le intenzioni dello scrittore. Nella versione televisiva, Lyra è interpretata da Daphne Keen, Marisa Coulter da Ruth Wilson, un’attrice inglese più convincente e malvagia di Kidman.
In realtà, la prosa di Pullman poggia su tre componenti essenziali, in precario, ma efficace equilibrio tra di loro, come fossero i lati di un triangolo equilatero: l’ucronia, basata sulla Storia contro-fattuale di un universo alternativo a quello che noi conosciamo; la fiaba filosofica e visionaria, che affonda le sue radici nella tradizione letteraria di Milton e di William Blake; l’avventura vissuta in una dimensione fantastica da personaggi giovani e ancora innocenti, tra cui spicca Lyra Belacqua, in seguito nota come Lyra Silvertongue (lingua d’argento), colei che visita i mondi paralleli rivelati da un pulviscolo prodigioso. Di fatto, muovendosi, ora da sola, ora accompagnata dai giovani amici, tra orsi parlanti, streghe benevole, teologi-scienziati repressivi, creature angeliche, Lyra spalanca lo spazio dell’immaginazione e del libero arbitrio, riscrivendo le regole che un regime autoritario e oscurantista ha imposto agli esseri umani.
I tre lati del triangolo magico si coagulano nel paesaggio urbano di una Oxford ben conosciuta da Pullman (laureato in letteratura inglese nella stessa università di Lewis Carroll, Tolkien e C.S. Lewis), dove i consolidati rituali accademici celano aspri intrighi politici e attività di ricerca ostili al dominio del Magisterium. Per chi volesse accostarsi ora alla doppia trilogia di Pullman, consiglio la lettura di un volumetto collaterale, ricco di materiali apocrifi e fornito di una mappa fasulla, La Oxford di Lyra, uscito nel 2004 (Lyra’s Oxford, 2003), con le illustrazioni di John Lawrence. La Oxford del Jordan College, dove Lyra ha passato parte della sua vita poco o nulla sapendo dei suoi genitori, la città da raggiungere “in treno, via fiume, e tramite zeppelin”, è il fulcro dell’ucronia di Pullman: da lì si irradiano i viaggi tra i mondi compiuti da Lyra e dai suoi amici, lì Lyra sembra destinata inesorabilmente a tornare.

Il senso del meraviglioso, pur disciplinato dalla struttura contro-fattuale dell’intreccio di Pullman, è denso di riferimenti alla classicità (il viaggio negli Inferi compiuto da Lyra) e alla favolistica medievale. Da quest’ultima caratteristica deriva una vocazione allegorica, che è destinata ad ampliarsi negli ultimi volumi, in cui acquista un rilievo crescente la ricerca di un prodigioso rosaio. Nella dettagliata recensione a Il regno segreto (TLS, 4-10-19), l’ultimo romanzo della saga a disposizione, come s’è visto, dei lettori italiani, Diana Purkiss menziona esplicitamente il retaggio della Regina delle fate di Edmund Spenser, in cui il motivo del quest si dilata e si diversifica in una serie di episodi generati dalla fantasia del grande poeta elisabettiano.
Di sicuro, una parte del fascino della narrativa fantasy di Pullman deriva dall’invenzione del daemon, la creatura zoomorfa ben visibile che affianca ognuno dei personaggi umani, di cui materializza la voce della coscienza, ovvero l’anima. Così, non avrebbe senso seguire le sorti di Lyra se non si tenesse conto del ruolo che, al suo fianco, gioca il daemon Pantalaimon (Pan), un maschio di martora dal pelo fulvo. Insostituibili l’una per l’altro, Lyra e Pan subiscono però un doloroso processo di distacco, indagato dallo scrittore in Il regno segreto. L’universo delle “oscure materie” si modifica e si evolve per conto suo, costringendo i lettori a compiere uno sforzo conoscitivo per rimanere dentro il triangolo magico della narrazione. Anche il fitto tessuto di rinvii, il recupero di personaggi che passano da un romanzo all’altro, l’inserimento di materiali e di citazioni rendono accidentata una trama che sollecita l’attenzione di chi legge. Basterà pensare al ruolo, in tutto il ciclo, delle streghe, divise in vari popoli, ma di solito alleate di Lyra, e all’impatto weird, bizzarro, che la loro esistenza produce in una realtà ucronica fatta di dettagli minuziosi, di ritocchi ben calcolati all’architettura storica e geografica che è alla base della narrazione.

Nella già citata intervista Pullman insiste sull’importanza del daemon e del potere benigno della sua creatura, che unisce, nel caso di Pan, lucide capacità di raziocinio e le emozioni che si sprigionano dall’immaginazione: “Sono colpito dalla follia collettiva in cui viviamo, dalla scomparsa dei daemon e della ragione, quella stessa che Orlando a un certo punto perde, e che Astolfo dovrà andare a recuperare per lui sulla Luna. È un viaggio che dovrà fare anche Lyra.” In qualche misura, il ciclo dei sei romanzi che forma il magnum opus di Pullman si configura come una riflessione metanarrativa sul potere dell’immaginario, se vogliamo, del romanzo fantasy, che spalanca le porte di una visione alternativa del reale.
Nella sua scarna autobiografia Qualcosa di me (Something of Myself, 1937), Rudyard Kipling, aveva parlato del suo “Daemon”, come di un impulso interiore all’ispirazione creativa. Se ricordiamo che Pullman, prima di arrivare a Oxford, ha avuto un’adolescenza caratterizzata da esperienze di vita fatte in Zimbabwe e in Australia – così come Kipling affonda le sue radici nella cultura del Raj, il sub-continente asiatico sotto il dominio britannico – allora possiamo trovare qualcosa in comune tra l’India favolosa ma anche molto concreta, percorsa, nel capolavoro kiplinghiano, dal ragazzino Kim, un trovatello di origine irlandese, e il vertiginoso scenario di universi immaginari in cui Lyra compie i suoi viaggi. Solo che Kipling aveva scelto un ragazzo, mentre Pullman punta su una figura femminile; Kipling valorizzava il mondo indiano, nella sua diversità inesplicabile, sottoponendolo però al diktat della legge e dell’ordine imperiali britannici, Pullman mette in discussione l’autorità suprema del potere teocratico attraverso la ribellione di una ragazzina sovversiva. Molta acqua è passata sotto i ponti della Storia e della letteratura.
In copertina, Philip Pullman, photographed by Adrian Hon - Wikimedia Commons.