Gulliver continua a viaggiare

12 Luglio 2026

Nel 1726, dopo l’uscita di I viaggi di Gulliver, Jonathan Swift scriveva all’amico Alexander Pope, il grande poeta neoclassico, che un vescovo irlandese aveva dichiarato di “non credere una parola” di quello che vi era raccontato. Assieme ad altri contemporanei di Swift, insomma, l’ecclesiastico riteneva che il resoconto dei viaggi firmato dal chirurgo di bordo, poi capitano, Lemuel Gulliver (con tanto di ritratto sul frontespizio), avesse pretese di autenticità. E la faccenda non finisce qui: qualcuno ha notato che anche il vescovo irlandese potrebbe essere una figura immaginaria, dal momento che si materializza solo nella lettera inviata da Swift. Dopo la prima edizione del 1726 I viaggi di Gulliver viene ristampato nel 1735 dall’editore Faulkner come terzo volume delle opere di Swift, con alcuni ritocchi e l’aggiunta della “Lettera del capitano Gulliver a suo cugino Sympson”.

Nel trecentesimo anniversario della pubblicazione, il romanzo di Swift merita di essere ricordato per i tanti percorsi letterari che esso ha inaugurato. Innanzitutto, non meno del Robinson Crusoe di Daniel De Foe, uscito nel 1719, I viaggi di Gulliver dà inizio alla grande stagione del romanzo inglese (di più, europeo) che, lungo un itinerario giunto fino ad oggi, esalta la centralità e la varietà di un’esperienza narrativa che alcuni studiosi, da Ian Watt (The Rise of the Novel, 1957) in poi, hanno collegato all’affermazione del ceto borghese. Solo che, pur riallacciandosi, come fa Defoe, allo scenario dei viaggi per mare e dei naufragi in terre lontane, Swift sovverte la dimensione realistica, legata alla quotidianità dell’esistenza, che era al centro di Robinson Crusoe. Certo, il romanzo di De Foe non è solo il racconto della lenta edificazione di una dimora e di un piccolo regno personale su un’isola sconosciuta. Basterà pensare alle avventure per mare del protagonista, o alla sua attività di piantatore schiavista in Brasile, che precedono il naufragio, o all’incontro, carico di suspense con i cannibali e con Friday, o, ancora, alle riflessioni introspettive in cui Robinson prova un senso di colpa nei confronti del padre. Tuttavia, alcuni passaggi realistici rimangono impressi nella mente. Quando insegnavo Robinson Crusoe all’università, citavo sempre il brano, per me straordinario, in cui Robinson, dopo aver coltivato il grano, riesce a cuocere il pane. Quando mai l’antica tradizione narrativa degli eroi e delle divinità mitologiche, delle favole e delle allegorie, si era dedicata a un simile umilissimo evento?

Sette anni dopo il Robinson Crusoe, il 28 ottobre 1726, arriva il racconto dei quattro viaggi di Gulliver, e il tessuto narrativo accoglie i segni di una nuova carica immaginativa, anche perché l’isola deserta di De Foe viene sostituita da una serie di arcipelaghi e territori sconosciuti popolati dalle variegate e curiose civiltà che abitano le immensità ancora incerte dell’Oceano Pacifico. Il linguaggio rimane realistico, minuzioso, ma esso viene adoperato da Swift per dare ironica credibilità a un resoconto che si basa su calcoli nautici, descrizioni dettagliate, esperienze personali documentate, e, che, nello stesso tempo, rivela come la fabula sia inganno, artificio, beffa, finzione, capace di creare lo spazio in cui si insinua una potente ‘verità’ alternativa: quella che, appunto, si serve della satira e della parodia per smascherare e mettere in ridicolo i finti valori dell’Inghilterra, i trabocchetti in cui cade la ragione, le pretese di superiorità dei colonizzatori europei (sub specie Gulliver, regolarmente ‘colonizzati’ dai popoli da loro scoperti), la stessa capacità di osservazione di quel credulone (gullible) che è il narratore swiftiano. E tutto ciò attraverso una serie di prospettive che si diversificano di viaggio in viaggio, fino a culminare nell’“ambigua utopia” del doppio incontro con gli Yahoo, gli esseri umani bestiali, e gli Houyhnhnm, i cavalli saggi, che sembra sovvertire radicalmente ogni visione antropocentrica della civiltà. Dopo quest’ultima esperienza, Gulliver, cacciato dai cavalli saggi, che egli venera come i cittadini di una società ideale, perché assomiglia troppo agli odiosi Yahoo, torna in patria disgustato e semi-impazzito, tanto da decidere di abbandonare la sua famiglia e di vivere in una stalla accanto agli amati equini. È da questo punto di vista allucinato e demenziale che egli metterà per iscritto il resoconto dei suoi viaggi. Peccato che in patria sia sbarcato grazie all’aiuto decisivo di Pedro de Mendez, il capitano di una nave portoghese, che lo ha preso a bordo, ha sopportato i suoi comportamenti da folle, e lo ha accompagnato fino a Lisbona, fornendogli il denaro necessario per il successivo rientro in patria. Forse non tutti gli esseri umani sono Yahoo (ovvero, gli Yahoos non sono solo pura animalità) e il raziocinio esaltato dagli Houyhnhnm non è l’unico strumento in grado di ‘leggere’ la realtà. In questo senso, memorabile, quanto contraddittorio, è il saluto affettuoso a Gulliver, che si allontana dalla riva, del “giovane sauro (che mi aveva sempre voluto bene […]: Hnuy illa nyhmajah yahoo. Abbi cura di te, gentile yahoo.”

Di fatto, questo brevissimo commento a I viaggi di Gulliver coglie solo in minima parte le ragioni del successo del capolavoro swiftiano. In fin dei conti, Swift era espressione dell’epoca della satira e apparteneva allo stesso circolo di intellettuali sgraditi al potere politico, sebbene da esso talvolta traessero vantaggio, in cui si collocava – come abbiamo visto – Alexander Pope, l’autore di Il ricciolo rapito (1712-1714), l’altro grande artefice dell’anglomania settecentesca, studiata ormai più di un secolo fa dal nostro Arturo Graf.

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Il continuo scambio istituito da Swift tra finzione e realtà empirica poggia, infatti, sulla ricchezza di una invenzione fantastica che si serve dei più disparati elementi della tradizione letteraria, li innerva nella nuova visione razionalistica e scientifica, e che non dimentica una componente ludica che fa capolino anche in Laurence Sterne, l’autore dl Tristam Shandy (1759-1765), un altro scrittore anglo-irlandese settecentesco. Ci troviamo, insomma, nel territorio della burla, dello hoax, esplorato nella prima parte dell’Ottocento da Edgar Allan Poe, che trasferisce nel nuovo mondo americano, accanto al retaggio gotico, una componente di bizzarria che oggi, dopo l’esperienza post-moderna, è confluita nel weird, nella stravaganza di un linguaggio sovversivo e imprevedibile. (E, per divertirci anche noi, buttiamo in questo calderone post-post-moderno anche un matematico di Oxford, che, come narratore, si firmava Lewis Carroll).

I primi viaggi di Gulliver, a Lilliput e a Brobdignag, tra i nani e i giganti, hanno, almeno dall’Ottocento, costituito, con alcuni tagli ritenuti opportuni, il corpus, di solito esclusivo, delle edizioni destinate ai giovani. Io stesso, secoli fa, ho letto da piccolo una versione dimezzata di I Viaggi di Gulliver di “G. Swift”, nella traduzione e nel “libero adattamento” di M. Parisi, Tipografia editoriale Lucchi, Milano, 1952. Questo libro, una reliquia cartacea rovinata ma preziosa, è qui accanto a me.

Semmai, si potrebbe notare che la riduzione del romanzo swiftiano alle prime due parti si accompagna, nell’epoca vittoriana, al feroce attacco di uno dei maggiori romanzieri dell’epoca, William M. Thackeray, l’autore di La fiera della vanità, alla narrativa di Swift, considerato uno scrittore diabolico, il negatore di ogni valore etico, un mostro da mettere al bando. Contribuiva probabilmente a questa retorica luciferina anche la ricezione letterale di La modesta proposta, in cui il cannibalismo di chi si ciba della carne tenerella dei neonati irlandesi viene suggerito come antidoto alla carestia che attanaglia la grande isola che è stata la prima colonia inglese. Da lì è nata la formula, a lungo imperante anche nella nostra cultura, di I viaggi di Gulliver come Divina Commedia dantesca alla rovescia, culminante nella caduta progressiva del viaggiatore inglese dal grazioso paesaggio edenico di Lilliput all’inferno degli Yahoo.

In realtà il viaggio più creativo e sorprendente del romanzo swiftiano è probabilmente il terzo, il più vivace e frammentario, in cui Gulliver si trova sull’isola di Laputa, una vera e propria fortezza volante che interagisce con un enorme magnete sottomarino. Esplorando sia Laputa che alcune isole circostanti, il viaggiatore inglese visita l’Accademia di Lagado, il covo degli scienziati newtoniani matti da legare, incontra i vecchioni Struldbrug, la cui immortalità li condanna a un’eterna disgustosa decadenza fisica, o assiste ai riti magici degli stregoni capaci di evocare un passato storico carico di ambiguità: da una parte i grandi uomini del passato fanno apparire ridicoli e insignificanti i potenti dell’Inghilterra gulliveriana, dall’altra parte gli eventi gloriosi della Storia poggiano su un retroterra fatto di tradimenti e di meschinità.

Scrittore adattato per l’adolescenza, anticipatore della distopia e della fantascienza, ispiratore del romanzo post-moderno più innovativo di Angela Carter e di Kurt Vonnegut, J. Swift ha le carte in regola per continuare i suoi viaggi anche nella nostra contemporaneità.

Testimonia l’interesse della nostra cultura per il terzo centenario della pubblicazione di I viaggi di Gulliver il recente numero della Rivista della Biblioteca di via Senato (Milano) che si avvale di una impostazione monografica e che offre come saggio d’apertura un contributo di Vita Fortunati, la pioniera degli studi utopici nel nostro paese. Inoltre, il 25 maggio scorso, un piccolo, ma significativo, convegno dedicato al capolavoro swiftiano è stato tenuto presso l’Accademia Ligure di Scienze e Lettere, situata nel Palazzo Ducale di Genova, per iniziativa di Giuseppe Sertoli, il maggiore studioso del Settecento espresso dall’area anglistica. Assieme a Pino Boero e a Flavio Gregori ho avuto l’onore di partecipare a questo momento, che è stato illuminato dal gioco dei rimandi intertestuali elaborato da Sertoli attorno ai frontespizi delle prime edizioni di I viaggi di Gulliver, alle citazioni in latino che li accompagnano, alla trasformazione del ritratto del ‘finto’ Gulliver in quello del ‘vero’ Swift. O forse in Gulliver risiede l’identità più autentica dello scrittore di Dublino?

Ma il monumento più duraturo all’importanza di Swift e del suo romanzo nella nostra cultura lo rappresenta la nuova edizione di I viaggi di Gulliver pubblicata recentemente da Einaudi con le illustrazioni di Lorenzo Mattotti e la traduzione che è dovuta alla mano esperta e sicura di Anna Nadotti. Si tratta di un’edizione di rara eleganza, arricchita da un prezioso cofanetto, che mette subito in risalto la vivacità del pennello di Mattotti, in cui prevale un impasto di colori densi e brillanti, confermato poi dalla copertina e dalle numerose illustrazioni interne al volume. Mattotti ci mette di fronte a un nuovo modello espressivo, che punta su scene marine, e su navi squassate dai venti. I personaggi campeggiano nelle loro sproporzioni e nella loro (reciproca) alienità, mentre il volto di Gulliver, scavato dalla salsedine, non ha niente di aggraziato, essendo quello di un rude marinaio, che trova la forza di reagire di fronte a ogni nuova emergenza. Se le figure femminili (soprattutto a Brobdignag e tra gli Yahoo) mettono in risalto, con le loro nude rotondità, qualche tratto erotico, il perturbante swiftiano raggiunge il suo acme nella rappresentazione dei cavalli saggi, creature ieratiche, che si drizzano sulle zampe posteriori (come nel momento del primo incontro con Gulliver), acquistano la postura di pezzi che invadono la scacchiera, divengono statuari come idoli quando, nell’immagine alle pp. 262-263, uno di loro viene trascinato su una sorta di carro privo di ruote da un quartetto di schiavi yahoo, mentre sullo sfondo risplendono i colori verdi di un paesaggio naturale, collinoso, umbro-toscano (almeno, nella mia esperienza), sovrastato da un cielo tormentato dalle nuvole in movimento.

È evidente che questa edizione Einaudi non si rivolge direttamente a giovani lettori o lettrici. Si spera, tuttavia, che qualche nonno o nonna memori di una cultura antica, e ormai abbandonata dalla generazione di mezzo dei genitori lobotomizzati da internet, possano regalare questo splendido libro a nipoti maschi e femmine, ancora sensibili al fascino di un viaggio meraviglioso fatto di parole, di mappe, di immagini. Non tutto è perduto: “Abbi cura di te, gentile yahoo.”

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