Tamborra, Polaroid dall’Artico
Da qualche secolo l’Artico è un luogo della mente, uno sciame di sogni che ha ossessionato l’Occidente nel suo bisogno di rincorrersi nel lontano, nel suo trovarsi quasi sempre in un Altrove che per lo più è inventato. Un po’ come l’orientalismo di Said, l’articismo antropologico e letterario è il Giano bifronte di una cultura che cerca disperatamente di vedere l’Altro ma che non può smarcarsi mai del tutto dal proprio cuore di tenebra coloniale. Prendere parola oggi per far parlare paesaggi e persone di un “lassù” che è sovraccarico di spettri richiede molta ingenuità e molta consapevolezza. L’ingenuità, in senso schilleriano, è quella di chi va sulle tracce del reincanto, come si insiste oggi, che è cosa buona e giusta, a patto di non renderla l’ennesimo tour virtuale per anime disorientate dal collasso. La complessità, invece, è un lavoro vero e proprio, che non può essere improvvisato o, peggio, evocato dai fumi del poetico. Parlare di Artico, insomma, è una faccenda perigliosa, che non ha quasi più niente a che vedere con l’epoca di Peary e di altri falsi eroi come lui.
Valentina Tamborra firma per Marsiglio Anime artiche. Una trilogia (2026), un libro tripartito scritto da una persona “stanca di barriere, di divisioni, di filo spinato, di ‘io’ e ‘loro’, di etichette” (p. 5). Dopo aver passato una vita a misurare di persona il senso e le declinazioni della parola “confine”, in Africa, in Europa, in terre e terreni di conflitto, tradimento e morte, l’Artico si profila per lei come un miraggio pulito, un po’ come le nevi di Saint-John Perse che coprono ceneri e caligini industriali. Eppure no, non è stato un sogno di candore e silenzio il motore del viaggio, ma un bisogno più profondo di pace, e il superamento di un errore, quello di credere di sapere, tipico dello sguardo occidentale, che invece, negli anni, almeno in questo libro, arriva a sciogliersi nella cosa più difficile di tutte, l’ascolto della Terra. Il libro di Tamborra, in questo senso, è appunto il racconto di un viaggio interiore e di un’esplorazione geografica della territà, il modo in cui l’umano si ripensa e si autodefinisce come essere e come cultura nel suo rapporto radicale con i paesaggi terrestri.
Ecco allora le Svalbard, le Lofoten, il Finnmark, una specie di trimurti artica della testimonianza, dove il viaggio, e la voce che lo racconta, sono la domanda e la risposta, sono il precipitato in forma di parola del bisogno di affermare l’essere e l’esserci, di portare qui qualcosa di intrasportabile ma che c’è, e che dobbiamo sapere. Con prosa onesta, con occhio onesto sulle cose, Tamborra ci racconta di luoghi e persone che incarnano un mito, non quello articista delle esplorazioni polari, ma quello quotidiano di un mondo che vive un presente di collasso e di meraviglia, di tensione geopolitica e di crisi climatica da un lato, di tenacia e bellezza dall’altro. Poeti come Seamus Heaney e Ted Hughes ci hanno dato istruzioni per l’uso molto chiare su come leggere i brillamenti del mito nel quotidiano, e qui, in questo libro, una pagina alla volta, entriamo in una disposizione di spirito in cui preparazione e accoglienza dello stupore sono molto lontani, per fortuna, dai miraggi dell’esotismo.

L’incedere quotidiano dell’autoracconto, anzi, il sottotraccia diaristico di una prosa che non si impenna quasi mai, de-esoticizza un luogo sovraccarico di false mitologie, e lo restituisce a un adesso-qui in cui le epifanie di luoghi davvero estremi e l’apparizione di personaggi davvero nudi entrano nell’ordine del famigliare, ci fanno essere presenti a un altrove che in qualche modo si lascia dare del tu. Certo, il mestiere di chi fa giornalismo di reportage e scrittura documentaria aiuta ad accomodarsi in terre a malapena vivibili, ma c’è altro, qui, cioè una specie d’amore che viene fuori da un bisogno ferito, un bisogno di riparazione, un riaggiustarsi e un aggiustare in via mediata i troppi torti visti e registrati in altre parti del mondo. Non che l’Artico ne sia privo. L’Artico è anzi il ground zero in cui i colpi del collasso climatico, della crisi ambientale, del braccio di ferro geopolitico, dell’ineguaglianza sociale risuonano senza filtri, ma il fatto che Tamborra ce lo porta “in casa” ci fa capire qualcosa di importante, cioè che è proprio l’Artico la specola per guardare il resto del pianeta, un laboratorio, quasi, di tutte le prove reali e immaginarie dell’Antropocene.
“Il mio primo incontro con le balene, nell’arcipelago di Skjervøy, resta uno dei ricordi più belli della mia vita. Questi animali maestosi hanno qualcosa in comune con l’aurora boreale: prima di vedere una balena, puoi sentirla, Se l’aurora boreale produce una sorta di ronzio, come una scarica elettrica, le balene emettono un suono come di vapore che esce da un’enorme caldaia. Se presti attenzione, puoi sentirle respirare prima ancora di vederle emergere. Il soffio d’acqua, che può arrivare sino a nove metri di altezza, è come un colpo d’aria, un suono potente, affascinante, antico. Quando l’ho sentito per la prima volta, e, per la prima volta, ho visto quel corpo grigio, enorme, lucido, perfetto e aggraziato affiorare dall’acqua, ho pianto. Soprattutto, mi ricordo l’occhio di quel gigantesco animale: grande e profondo, tanto scuro da sembrare nero; pareva quasi che ci scrutasse, con attenzione, con curiosità, ma senza malevolenza. Di Moby Dick, in quella mia prima volta a tu per tu con una balena, non ho trovato traccia” (p. 178). Ecco, appunto, demitologizzare. Ma allo stesso tempo rimanere curiosi, esposti, impressionabili come una pellicola sensibile alle storie.
Anime artiche è soprattutto questo. Una ghirlanda di polaroid che ricompone a collage, capitoletto dopo capitoletto, una vasta geografia fisica e mentale, una deambulazione interiore e del corpo che, negli anni, ha allestito una personale controcartografia artica fatta di microracconti. Resta infine da vagliare un’ipotesi, come lettori, sulla semantica del titolo, perché, in effetti, le pagine di questo libro sono attraversate da un sottile animismo. Non quello della “natura”, qualunque cosa essa sia. Non quello del senso intuitivo di legame tra umani e non umani, tra viventi e non viventi. Quello, invece, di una Terra che risponde alle nostre domande solo se continuiamo a investire in essa energie mentali, solo se ci sporgiamo a ripensarla, in continuo, contro tutti gli stereotipi culturali e tutte le architetture politico-economiche con cui la abbiamo appesantita.