Ero al cinema. Friuli, 50 anni dal terremoto

6 Maggio 2026

Sono giorni, quelli che precedono la ricorrenza dove molti ricordano. Ricordano anche quelli che non erano ancora nati, ricordano i ricordi ascoltati da piccoli, dalle voci dei parenti e non è facile comprendere se siano solo i loro ricordi o ricordi dei ricordi. Sono giorni in cui nessuno sembra fare la domanda “tu dov’eri?”, i racconti arrivano da soli; li senti per strada mentre passi vicino ai tavolini di un bar, facendo la fila alla posta, al supermercato, al teatro o al cinema. Si respirano ricordi altrui e quelli nitidi si fondono con i più confusi, non c’è distinzione fra intensità e leggerezza, non c’è gara tra gravità e ironia, vige una sorta di democrazia della memoria.

Forse serve tempo per riflettere, quello giusto; il silenzio che desideriamo quando usciamo dal cinema e qualcuno si avvicina troppo presto per chiederci un parere o solo per dare il suo a ciò che abbiamo appena visto ma, almeno per qualche istante, vorremmo tacere.

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Cinquant’anni sono pochi o molti, dipende dai punti di vista, comunque potrebbe essere un tempo sufficiente per sentire le voci stemperate dal dramma e liberate dalla commozione che questo porta con sé. Il tempo giusto perché la commozione resti un fatto privato, per ascoltare storie lontane dai lutti e dalle fatiche delle persone che erano lì, la sera del 6 maggio alle ore 21:00.

Poco prima c’era stata una “scossetta” che, per una buona parte degli abitanti della zona sismica, era intesa come familiare consuetudine, per altri invece fu il segnale che potesse arrivare una seconda, “quella grossa”. Infatti è arrivata, devastante, e segna cinquantanove secondi. Per chi l’ha vissuta è impossibile pensare che durasse meno di un minuto. Questo ci riporta alla relatività del tempo, cinquant’anni e cinquantanove secondi, è difficile comprendere quanto possa essere lungo un tempo così breve. C’è un documento sonoro che potrebbe aiutarci e per questo dobbiamo ringraziare un ragazzo di Udine, Mario Garlatti, che quella sera stava riversando Wish you were here, dei Pink Floyd da vinile a audiocassetta. Quando iniziò “quella grossa” la corrente era saltata ma il mangiacassette Philips dotato di batterie, continuò a registrare le voci esterne… possiamo così sentire i componenti della famiglia chiamarsi, cercarsi, ma soprattutto il ticchettio del braccetto del giradischi che salta “stenografando” l’intensità del sisma e seguendo fedelmente la scossa. E pensare che a Udine non è successo quasi nulla, solo danni alle case vecchie, crepe ai piani alti, qualche camino crollato e tegole slittate in strada. Ma la gente di città sembrava più traumatizzata dei veri terremotati. Ne ho avuto conferma diretta un paio di giorni dopo quando, insieme a un manipolo di “volonterosi non organizzati” dotati del furgone di una associazione sportiva, abbiamo raggiunto una zona terremotata con viveri e coperte; confesso che non mi sono mai sentita così ridicola e fuori posto; non ho idea di cosa mi aspettassi o ci aspettassimo, ma ricordo che la devastazione dei luoghi non era proporzionata alla compostezza delle persone, tanto quanto le cose che avevamo portato per loro.

Lo stesso problema di inadeguatezza l’ha manifestato pubblicamente Gianni Minà, quando fu catapultato in Friuli un giorno dopo il disastro. Più tardi dichiarò che era impreparato e imbarazzato per l’assenza di lacrime nella gente che incontrava. Nel servizio per il Tg2 sembrava fosse lui a dover essere consolato e non la ragazza che intervistava a cui chiese – ma lei non piange? – e questa rispose con semplicità – A cosa serve piangere? Qua bisogna ricostruire, non piangere –.

Minà fu uno dei primi giornalisti professionisti ad arrivare in Friuli – poverino – un apripista, gli altri che seguirono, grazie a lui, erano in parte preparati a trovarsi di fronte una popolazione senza casa, senza nulla e vestita solo del proprio orgoglio.

Ora i documentari sono facili da ritrovare su YouTube, è sufficiente digitare – Terremoto Friuli 1976 –, consigliabile comunque è scegliere con cura perché l’approccio di alcuni cinegiornali calcano la mano con la “voce fuori campo” togliendo la parola alle persone e alle immagini, mentre altri lavori come quello fatto dalla Cineteca del Friuli di Gemona, raccolgono senza manipolazione molti documenti coevi, recuperati dagli archivi Rai e da servizi di edizioni straordinarie, partendo dalle cronache registrate nelle prime ore tra la notte del 6 e 7 maggio, insieme alle testimonianze televisive raccolte nei mesi e negli anni con il materiale amatoriale della gente del luogo; è possibile vedere anche filmati del 1962 dove si può comprendere quanto i gemonesi si sentano orfani della loro splendida città medievale.

Nelle interviste che seguirono nei mesi successivi, la popolazione si dimostra organizzata e dichiara con fermezza che non vuole il paternalismo statale. Lo spettro del Belice (terremoto del 1968) dove la gente terremotata si era trasformata in “poveracci baraccati”, ha segnato fortemente le prime mosse e le dichiarazioni che ora leggiamo come impossibili da realizzare, vedi – dalle tende alle case! –. Una vera Utopia visionaria. Ma dobbiamo ricordare che nelle tendopoli si sono istituiti i primi “centri operativi” sotto la guida dei sindaci dei vari comuni, insieme ai rappresentanti delle amministrazioni pubbliche e private. Questo ha permesso di coordinare il soccorso e l’assistenza alla popolazione. (Nasceva così quella che oggi è la nostra Protezione Civile). Il clero si espresse con una dichiarazione fatta pubblicamente dall’arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti: Prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese.

Altra nota importante è l’Università di Udine: l’unica ad essere nata per volontà popolare, dopo una raccolta di firme – ben 125.000 –, molte delle quali raccolte nelle tendopoli.

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A proposito di tende, la massima concentrazione di piacevoli ricordi ho notato che appartengono al tempo delle tendopoli e spesso sono riportati da quelli che all’epoca erano dei bambini. Certo, pure dai vecchi, ma soprattutto dai giovani che in quelle circostanze assaporavano, insieme all’impegno sociale, una sana libertà di movimento. Gli amori nascono anche nelle difficoltà, lo testimoniano dichiarazioni fatte da persone che hanno meno di cinquant’anni e affermano che il terremoto è stato galeotto per la loro venuta al mondo. Come Daria Bignardi in una intervista su “Vanity Fair”: – Mio padre Augusto (lombardo-veneto) e mia madre Mila, senza il sisma che devastò il Friuli non si sarebbero incontrati –, e Giada Messetti che in un post scrive – Quella sera io non c’ero, sono nata qualche anno dopo ma senza quel terremoto non sarei qui: mio padre ha incontrato mia madre perché è venuto a svolgere il servizio civile nella zona terremotata… –. In questi giorni vengono lette molte cose e scorrono tante immagini. Vengono sfogliati libri di fotografia che sono stati trascurati involontariamente per anni e che ci riportano alla bellezza di prima del sisma; ma anche altri, quelli scientemente ignorati perché troppo dolorosi, come Gemona il giorno dopo dove un giovane professore dell’Istituto D’Arte di Udine, Antonio Furini, documentò in silenzio un disastro, insieme alle tracce di intimità e memorie familiari nascoste fra le macerie. Questo libro raccoglie anche voci, pensieri e poesie di tanti intellettuali ormai assenti.

In uscita ci sono molte edizioni, il tema non impone la misura ma la risveglia con naturalezza. E per quello che sono riuscita a vedere e leggere, sembra che questa compostezza sia stata rispettata da giornalisti, scrittori, illustratori e editori che segnalo in calce.

Un libro che non ho ancora avuto modo di leggere completamente ma che ho solo aperto a caso (come si fa con i libri di poesia), rubandolo a chi lo sta leggendo, è: Quando tornano le rondini. Friuli 1976: Memorie di un terremoto, di Giada Messetti. Ogni pezzo (letto di nascosto) mi ha colpito e toccato, mi riporta nomi che conoscevo al tempo, ricordi vividi che ho ascoltato ma soprattutto raccoglie le memorie che, anche se potrebbero essere grevi, hanno una freschezza rara. Un esempio è questo piccolo stralcio di quotidianità di una giovane donna: – Può sembrare assurdo, ma a me vivere in baracca in fondo piaceva. Mi rilassava stare seduta fuori dalla porta e osservare la vita della baraccopoli. La normalità tornava, piano piano. Quello che ricordo con più piacere è che eravamo tutti uguali. – Un pensiero onesto, non nasconde il dolore passato ma aiuta a cercare la serenità. Per quanto riguarda gli altri “pezzi rubati”, la serietà per l’analisi politico-sociale fa quasi dubitare che l’autrice non fosse ancora nata.

Una delle testimonianze più intense e assurde che io conosca e che risponde alla domanda: “tu dov’eri?”, non si trova scritta da nessuna parte, riguarda tre ragazzi, Alfredo, Paolo e Fabrizio, al tempo più o meno diciassettenni. Quella sera erano al Cinema Sociale di Gemona, nel centro storico perché veniva proiettato California Poker di Altman. Racconta Alfredo – Il tempo di sederci, vedere l’inizio della pellicola, muta, piena di effetti visivi e costellata di screziature, quando avvertiamo una forte scossa di terremoto.

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Tutti escono velocemente dalla sala, noi compresi, e si riversano nei vicoli medievali della città. Il terremoto, avendolo sentito sin da bambini, non ci preoccupa più di tanto e quindi si decide di rientrare in sala. Solo noi. 
Fortuna e incoscienza, subito dopo una seconda scossa molto più forte ci obbliga di nuovo a lasciare le sedie ma una porta che non si vuole aprire tra la sala ed il foyer ci blocca dentro il cinema. Nonostante la violenza della scossa le capriate del tetto reggono e questo ci permette di uscire da un secondo accesso.
Quello che si presentava fuori è ciò che restava della città. –

Pochi giorni fa io e Alfredo (che è il mio consorte) abbiamo incontrato uno dei tre “ragazzi”, Paolo, che senza perdere tempo in saluti è andato subito al soggetto “giovani, incoscienti e fortunati”.

Non ho ancora detto dove fossi io alle 21:00 del 6 maggio 1976, ero al cinema, ma a Udine, non sono accreditata per narrare di terremoto, ma solo per fare in modo che lo si ricordi.

Aree colpite: 5.500 chilometri quadrati
Popolazione colpita: 600mila abitanti
Morti: 990
Sfollati: più di 100.000
Case distrutte: 18.000
Danneggiate: 75.000

Comuni coinvolti: 45 “rasi al suolo” come Gemona, Artegna, Venzone, Forgaria, Buia, Pinzano, Monteaperta e Osoppo, altri 40 gravemente danneggiati.

Le foto sono state tratte dal libro 6.5.1976 Gemona il giorno dopo
Foto Antonio Furini
cura di Ottorino Burelli, 2003 Arti Grafiche Friulane, Tavagnacco Udine

Pubblicazioni recenti:

  • Quando tornano le rondini, di Giada Messetti, Mondadori 2026.
  • Una Piccola Guerra. Il 6 maggio del Friuli, di Toni Capuozzo, Edizioni Biblioteca dell’immagine, 2026.
  • L’estate indiana, il romanzo del terremoto, di Angelo Floramo, Bottega Errante, 2026.
  • 1976.Il terremoto del Friuli, di Paolo Cossi, prefazione di Angelo Floramo, edito dall’Associazione Viva Comix e dalla Società Filologica Friulana, 2026.
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