William Sloane e i testimoni dell'immaginario
Nella seconda metà dell’Ottocento si diffonde negli Stati Uniti la presenza di pratiche come l’occultismo e lo spiritismo, che, grazie all’intervento dei medium, consentono ai loro adepti di mettersi in contatto con l’aldilà. Dal 1849 le tre sorelle Fox “incominciano a comportarsi come le messaggere ufficiali di un mondo ultraterreno” (Pier Luigi Baima Ballone, La scienza nel mondo degli spiriti, 1994). La cultura americana è contagiata da una nuova fede, alimentata anche dalle perdite pesantissime di vite umane causate dalla Guerra Civile (1861–1865). Anche la famiglia del Presidente Lincoln è coinvolta nelle attività spiritiche, soprattutto dopo la scomparsa del figlioletto Willie, morto di tifo a 11 anni nel 1862. Attorno alla sofferenza del Presidente per questa perdita angosciosa ruota uno dei maggiori romanzi contemporanei, Lincoln nel Bardo di George Saunders (2017). Dopo l’assassinio di Lincoln, la moglie Mary cerca assiduamente di mettersi in contatto con il marito. Una celebre immagine del “fotografo degli spiriti” William H. Mumler fissa il ritratto di Mary e, sullo sfondo, l’ombra del defunto Presidente. Nel 1852 giunge in Inghilterra la prima medium americana, Mrs. Hayden, e, dal quel momento, Londra diventa il centro europeo degli studi sull’occultismo, che si consolidano soprattutto dopo la fondazione della “Society of Psychical Research”. Paradossalmente, la veloce avanzata del nuovo credo positivista, stimolata dalle teorie evoluzionistiche che Charles Darwin aveva formulato in L’origine delle specie (1859), rinforza la convinzione che anche il mondo degli spiriti possa essere indagato con procedimenti scientifici rigorosi, in modo da dimostrarne l’esistenza definitiva. Questo ritengono Alfred Russell Wallace, uno dei seguaci più importanti di Darwin, e altri eminenti studiosi vittoriani, che dichiarano di credere nell’aldilà, e, nello stesso tempo, di voler sconfiggere superstizioni e credenze popolari. Il sostenitore più celebre di questa ‘nuova scienza’ è Arthur Conan Doyle, il creatore del personaggio di Sherlock Holmes, che dedicherà gli ultimi anni della sua vita alla diffusione della causa occultista, giungendo a sostenere, nella sua autobiografia del 1924, che la scoperta scientifica più rivoluzionaria del XX secolo riguarderà proprio il conseguimento della prova inoppugnabile che si può comunicare con il regno dei morti. Che gli esperimenti scientifici aprano varchi verso l’ignoto lo sostiene, nella fin-de-siècle decadente e irrazionalistica, anche Il grande dio Pan di Arthur Machen (1894), l’autore gallese vicino al misticismo di W.B. Yeats. In Il grande dio Pan un’operazione al cervello proietta una innocente fanciulla in un bestiale universo mitologico, da cui ritorna incinta per partorire la diabolica femme fatale Helen Vaughan, un personaggio a cui si ispira probabilmente, sia pure in chiave fantascientifica, William Sloane – il romanziere americano di cui ci accingiamo a parlare – in Attraverso la notte.
Val la pena di ricordare che, alla fine dell’Ottocento, mentre si consolida la cultura dell’occultismo, Freud e altri medici cominciano a elaborare le loro teorie sull’inconscio, studiando le manifestazioni di un disagio psichico interiore, che non lascia alcuno spazio all’apparizione ‘oggettiva’ di spettri e fantasmi. È in un momento così denso di contraddizioni intellettuali che la ghost-story produce alcuni dei suoi capolavori, come Il giro di vite di Henry James (1898), in cui le allucinazioni della voce narrante non escludono mai del tutto l’autentico ritorno in vita di esseri umani abominevoli.
D’altra parte, i nomi di Russell Wallace e di Conan Doyle fanno la loro comparsa – sia pure con l’accusa di essere poco attendibili – anche nel romanzo di William Sloane, La porta dell’alba, appena proposto da Adelphi con la scorrevole traduzione di Gianni Pannofino. Il titolo originale, The Edge of Running Water, avrebbe potuto essere reso in modo forse più efficace Lungo il corso della corrente, visto che in questa opera, uscita in origine nel 1939, gioca un ruolo fondamentale il paesaggio fluviale e marittimo di Barsham Harbor, una immaginaria cittadina costiera del Maine, che richiama alla mente la Innsmouth di H.P. Lovecraft, dove l’invasione mostruosa proviene dal mare. Barsham Harbor assomiglia molto, anche per i suoi passati legami commerciali con l’Asia, al porto di Salem, nel Massachusetts, dove il padre di Nathaniel Hawthorne, l’autore di La lettera scarlatta (1850), era il capitano di un mercantile. Spiega la voce narrante di La porta dell’alba: “Le case con i colonnati erano state costruite dai proprietari di quelle navi, quando Barsham Harbour era più vicina all’India che all’Illinois.” Siamo comunque sulla costa della Nuova Inghilterra, la zona a nord-est degli Stati Uniti, dove si consolida il nucleo storico della colonizzazione puritana nel corso del XVII e del XVIII secolo. Dalla Nuova Inghilterra proviene appunto William Sloane, un intellettuale che aveva agganci accademici e interessi editoriali, e che, in precedenza, nel 1937, aveva pubblicato il suo primo romanzo, anch’esso presentato in Italia da Adelphi, Attraverso la notte (To Walk the Night).
Non vi è da stupirsi che ai due unici romanzi di Sloane siano state applicate etichette contrastanti – fantascienza, fantasy, horror – e che proprio per la loro natura borderline queste opere siano state rivalutate da Stephen King, il romanziere americano, che, con geniale abilità, si sa muovere all’interno di una vasta area narrativa non-realistica a cui è lecito applicare, soprattutto nel contesto anglo-americano, il termine di romance. Se volessimo essere più specifici, potremmo menzionare una definizione più recente, quella di weird fiction, che nel corso del Novecento ha prodotto negli Stati Uniti la narrativa di H.P. Lovecraft e, nel secondo dopoguerra, il ciclo di ‘Blackwater’ di Michaell McDowell, fino a confluire nella narrativa gotica di Shirley Jackson. In tempi più recenti un miscuglio di horror, bizzarria, immaginario scientifico e citazionismo letterario si può rintracciare nelle opere di Jeff Vandermeer, l’autore dei romanzi dell’Area X.
Di fatto, La porta dell’alba si basa su una sequenza di eventi misteriosi, concentrati soprattutto nel giro di un paio di giorni, che solo nella conclusione trovano una almeno parziale spiegazione. Un’atmosfera di paura incombe su tutta la narrazione, tanto che l’io narrante, fin dalle prime pagine, ammonisce i suoi lettori: “A Barsham Harbor sarebbe accaduta una […] cosa violenta e terribile, che i suoi abitanti, di certo, non avranno ancora compreso fino in fondo […] Mi domando come facciano a girare per quelle vie senza immaginare un minaccia in ogni ombra.”

In realtà, proprio nel contesto anglo-americano, il termine romance si riferisce all’origine del romanzo d’oltre Atlantico, impegnato, nei primi decenni dell’Ottocento, a sviluppare una forte componente simbolica e una dimensione visionaria e gotica che, nell’Inghilterra dello stesso periodo, trova espressione forse solo nei romanzi e nei racconti di Mary Shelley o in Cime tempestose di Emily Bronte, oggetto della recente controversa versione cinematografica di Emerald Fenner. Basterà ricordare la versatilità delle short story di Edgar Allan Poe, uno dei più straordinari ‘testimoni dell’immaginario’ (per citare il titolo di uno studio sempre attuale di Guido Fink, uscito nel 1978), il creatore di atmosfere notturne e di eventi terrificanti, che inglobano i primi lacerti di quelle che saranno la detective story, il racconto dell’orrore, il viaggio fantastico verso la morte, la fantascienza, e, naturalmente, anche l’esplorazione macabra dell’aldilà, in racconti come “Il caso del signor Valdemar” e “La caduta della casa degli Usher.”
Poe si muove in una dimensione metafisica, quasi surreale, ambientando le sue storie a Londra o a Parigi, nella Spagna dell’Inquisizione o nei misteriosi mari dell’Antartide. È Nathaniel Hawthorne che recupera al romance concretezza storica e gusto dei dettagli, collegandosi alle vicende del New England e della città nativa di Salem. È lui stesso a rievocare, all’inizio di La lettera scarlatta, il processo alle streghe, avvenuto a Salem tra il 1692 e il 1693, in cui, tra gli accusatori più fanatici, si era distinto un suo antenato. È lui che, senza trascurare l’indagine psicologica dei personaggi, si sofferma sui particolari di una realtà geografica, sociale, religiosa, che radicano il romance nel cuore stesso della civiltà euro-americana. È in Hawthorne, e non solo in Poe, che prende forma quella costruzione terrificante che è la haunted house, la casa infestata dagli spettri, ovvero dalle ombre del passato. In Hawthorne, una acutissima monografia pubblicata nel 1879, Henry James lamentava l’assenza nella cultura americana di una antica tradizione inglese rappresentata dai luoghi nobiliari e dai rituali aristocratici, ma non valorizzava a sufficienza lo spazio visionario della haunted house, risalente all’epoca puritana, recuperato da Poe e da Hawthorne, destinato a lunga vita nei racconti di Ambrose Bierce e di H.P. Lovecraft, per poi trasferirsi nel cinema e nelle serie televisive horror, di cui Stranger Things è l’ultimo non disprezzabile esempio weird. Soprattutto nel romanzo La casa dei sette abbaini, pubblicato nel 1851 subito dopo La lettera scarlatta, Hawthorne rivisita un misterioso e terrificante passato alla luce di un presente dai contorni ancora incerti, ed è qui che si può cogliere la saldatura tra la grande tradizione del romance americano e la narrativa di Sloane.
Il Talcott Place, l’antica dimora collocata su un promontorio di Barsham Harbour vicino alla foce del Kennebec River, ha tutti i crismi della casa maledetta, anche se i suoi fantasmi vengono generati da un procedimento (pseudo)scientifico a cui ha dedicato la sua vita Julian Blair, il geniale “elettrofisico” (electrophysicist), grande esperto di onde magnetiche, il quale, novello Orfeo alla ricerca di Euridice, è convinto di poter rintracciare l’amata moglie Helen, morta cinque anni prima. Blair, uno scienziato faustiano, non lontano da alcuni personaggi di Hawthorne, come Rappaccini (“La figlia di Rappaccini”) e Aylmer (“La voglia”, ovvero “The Birthmark”), chiede aiuto al suo allievo più brillante, Richard Sayles, il narratore dell’intera vicenda. Costui, abbandonata New York, si immerge nella realtà rurale del Maine, per ritrovare non solo il suo mentore, ma anche Anna, la sorella di Helen, assai più giovane di lui, con cui intreccerà una love-story, precaria come lo sono sempre i rapporti affettivi nella narrativa di Sloane. Ma a ricoprire il ruolo più enigmatico è la figura minacciosa di Mrs. Walters, che affianca Blair nelle sue ricerche. Solo a pag. 107 dell’edizione Adelphi il lettore scoprirà la sua vera identità, e solo alla fine del romanzo il narratore rivelerà il suo – ancora una volta incerto – destino. Peraltro, se La porta dell’alba sembra incentrarsi soprattutto sul rapporto tra maestro e discepolo, e se, nel preambolo del romanzo, Richard Sayles si rivolge in modo esplicito agli interlocutori maschili (“L’uomo [man] per cui racconto questa storia…”) una sequenza di personaggi femminili, molto diversi tra di loro, costellano e arricchiscono l’intreccio: oltre ad Anna e a Mrs. Walters, Mrs. Marcy, già proprietaria di Talcott Place, e la sorella dello sceriffo locale, l’unica delle persone del posto che non nutre ostilità verso gli ‘stranieri’.
La capacità di Sloane di creare personaggi psicologicamente complessi e l’atmosfera criminosa, a tratti apocalittica, che incombe sulla vicenda dimostrano che il grande romance americano è in grado di proseguire la sua strada anche nel Novecento, e, nello stesso tempo, segnalano un percorso narrativo che distingue il consolidamento, negli anni ’30, della narrativa middlebrow, situata tra le sperimentazioni moderniste e la produzione più piatta e banale del romanzo di consumo. Pensiamo, in Inghilterra, alla detective story di Agatha Christie, e, ancora di più, a Rebecca di Daphne Du Maurier, pubblicato un anno prima di La porta dell’alba. Infatti Du Maurier anticipa la tecnica narrativa impiegata da Sloane, introduce personaggi femminili decisamente diabolici, e si concentra sull’espediente della casa maledetta. Come la magione di Mandeley in Rebecca, Talcott Place brucerà assieme ai suoi oscuri segreti.
La porta dell’alba esce, dunque, nel 1939. Si potrebbe affermare che, in un momento in cui il secondo conflitto mondiale stava per esplodere in tutta la sua violenza, il romance di Sloane doveva apparire poco sintonizzato con i tempi, il frutto di un gusto per il sovrannaturale (o il paranormale) che gli orrori molto più concreti della guerra avrebbero ben presto reso obsoleto.
Eppure (spoiler alert)… forse il vortice terrificante, una sorta di buco nero della materia, generato nel laboratorio dall’apprendista stregone e dalla sua aiutante, da cui sembra emanare il mormorio ancora più terrificante delle voci spettrali, delle anime perdute, anticipa lo spettacolo disumano dei campi di sterminio nazisti, che si sarebbe spalancato, tra la fine del 1944 e la primavera del 1945, davanti agli occhi sgomenti dei soldati russi, americani, inglesi, in marcia verso la Germania di Hitler. Tra i registi cinematografici chiamati a documentare l’indicibile, l’irrappresentabile, c’era anche Alfred Hitchcock.