Eugenio Baroncelli, l’eccentrico

15 Febbraio 2026

Eugenio Baroncelli si è rivelato nel 2008 con Libro di candele, cui hanno fatto seguito Mosche d'inverno e Falene; sottotitoli: 267 vite in due o tre pose, 271 morti in due o tre pose, 237 vite quasi perfette. Tre libri Sellerio che vanno dalle 250 alle 300 pagine e che compongono un'enciclopedia tascabile di personaggi conosciuti, sconosciuti e misconosciuti, soprattutto scrittori, ovvero un umilissimo mausoleo dove raccogliere le spoglie sforbiciate da un fraseggiare rapido e incisivo. Da qui all'epigrafe il passo è breve, e si sarebbe detto quasi definitivo con Pagine bianche del 2013, fatto da tutto ciò che anticipa e chiude, chiosa e correda un testo mancante. Se parlare degli altri può essere un parlare di sé o, come affermava l'amato Borges, “chi scrive dell'universo, non fa, nel migliore dei casi, che parlare di sé”, pare naturale l'approdo all'autobiografia di oggi, Il cielo più pietoso è quello vuoto. Anche se doppia perché, viene informato il lettore, siamo in presenza di Eugenio e di Baroncelli; uno che vive al minimo ed uno, quasi nemico, che si ostina a scrivere: “Io non so fare niente, e lui decanta la mia inettitudine”. Anche qui un numero: “quindici pezzi” di vita, illuminati come le citate pose sotto il lampo al magnesio o illuminatisi da sé nella mezz'ombra del passato. O ancora, per riportare un'altra immagine sempre afferente a parti, resti e polvere: “ho rosicchiato ossi della mia vita”.

i

Se “l'ordine è un sopruso” e “mettere ordine nei ricordi li tradisce”, l'inizio appare però canonico: l'infanzia; in cui per altro spicca, come un foglio bianco, il vuoto del padre (“Dunque era morto. Che peccato. Che reato.”), più volte assente e presente anche negli altri libri di microbiografie. E poi Ravenna e Viserba, i treni, una certa villa e la scuola. Le automobili, inserite in racconti gialli messi tra virgolette, con donne talvolta pericolose e un po' di esotismo (Alfa, Raimunda, Il loro Egitto). Non inedito il Baroncelli “romanziere avaro”, pensando a Gli incantevoli scarti del 2014, forme lunghe e sintetizzate alla Manganelli di Centuria, con allusione a diversi generi, compreso il giallo con la memorabile investigazione del colonnello Bernacca. Ciò nonostante il postulato conflitto tra il romanzesco e il frammentario (“Occuparsi della trama ti distoglie dalla scrittura, che è il motivo per cui si scrive”), confermato dall'elogio al coetaneo Gianni Mura (“Con ingredienti rari – arguzia, humour, pietas – si era costruito una scrittura unica e riconoscibile, cioè quel che chiamiamo uno stile”) e dall'ironia verso gli stereotipi del genere più praticato: “Cadde un silenzio da romanzo di formazione”. Si trova sì un diario sul periodo del covid, riflessioni molteplici, ora divertenti ora dolenti, sull'invecchiamento, ma presto la linea autobiografica si perde, ripiegandosi lo scrivere sullo scrivere stesso. Il leggere, suo gemello, i nomi dei personaggi, i rifiuti editoriali, figuriamoci la promozione. (“È certo che affaticarsi sulla sorte di un libro non vale la pena che è costato scriverlo”). Un nuovo ritorno alle biografie (bellissima quella del sempre ritornante Robert Walser), divise in categorie come grassi e magri, sedentari, già bizzarramente comparse nei primi libri: fantasmi, fumatori di sigaro, Belgi sorprendentemente geniali, portieri...

k

E allora com'è questa scrittura? Prevalentemente agile nel periodo, chiara e tagliente per operare scalco e mineralizzazione della materia: “Hernán Cortés. Conquistò un mondo con dieci cannoni, sedici cavalli e due colpi di fortuna.” E però ben disposta ad accettare il refuso, trasformare l'errata corrige in una nota del possibile, o scartare nell'anagramma (“Ramiro morirà, Plata si è fatto talpa”), bisticciare negli ossimori, come per l'Italia “paese puntuale nei rinvii”, paesi per vecchi fortunati. Non infrequente l'accostamento alla retorica poetica, come per il vellicante suono delle allitterazioni (“Soffrivo di una lasca varietà di vanità”, per esempio, “un tramonto tramortito dall'attesa”), fino alle rime interne in posizioni leggermente variate e frasi che sono endecasillabi nemmeno troppo nascosti:

Tuona. Donna dell'improvvisa sera, usciamo dal teatro in fila indiana. Dai fianchi ti scapriccia la bufera la camicia da notte wagneriana.

Chissà se sogno, se ricordo o sbaglio. Scrutavo fra i carrelli dei facchini se non ci fosse stato il tuo bagaglio e dietro tu – barbaglio di orecchini.

l

Bisognerebbe allora trovare il senso di questa piccola musica vanente da mottetto montaliano come anche del graffio inciso sul marmo. E un po' di tracce si rinvengono, a partire dalla “condizione di fantasmi” degli uomini, i cui volti sono sempre “sul punto di cancellarsi”. Allo stesso modo la risacca dell'oceano sembra portar via le parole scritte sulla sabbia, anche se poi ci pensa il “fatale trapestio di zampe e code” canine. La scrittura, insomma, trascorre, come la vita, e il Baroncelli, al modo di tutti i suoi più avvertiti colleghi, è un esperto di tramonti, dei quali, dice, potrebbe scrivere un trattato, nella consapevolezza che sul viale del tramonto non si va contromano. Se mai si inscena un futile tergiversare: “Dovrei chiudere questo libro e invece mi dilungo. Indugio, temo, perché chiudere significa morire”; come scrivere del resto. La scrittura lineare, nata dal bianco, e in esso incisa, corre al bianco, come un nero fiume che trascina con sé i detriti della vita di chi scrive. Bene lo sapeva il suo fratello maggiore: “Con la penna gli altri tracciano parole perché non svaniscano con loro. Con la matita Walser traccia parole perché svaniscano con lui.” Infatti, prima delle brevi anticipazioni su future liquidazioni scrittorie e di un'ironica sezione Ringraziamenti dedicata ai fogli bianchi, l'ultima frase di questo libro-epitaffio sulla propria biografia di scrittore suona: “Svanire. Anche alla fine, dunque, sarà il Verbo.”

Leggi anche:
Eleonora Zucchi | Eugenio Baroncelli. Falene
Chiara De Nardi | Baroncelli, Franzosini, Orecchio / Vero, verisimile, memoria e storia

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).