Andrev Walden: ho avuto sette padri
Non basta avere un figlio per essere padri: Fëdor Dostoevskij ne era profondamente convinto. Al punto da sottolineare nel suo romanzo I fratelli Karamazov, pubblicato nel 1880, che “un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno”.
Ma se quel figlio te lo ritrovi tra i piedi perché, in realtà, la tua compagna l’ha messo al mondo con un altro uomo? E se, poi, quello stesso figlio è costretto a cambiare padre in continuazione, collezionando malgré lui una serie di maschi che gironzolano per casa destinati a lasciare un segno profondo sulla sua adolescenza, quasi sempre in senso negativo? Allora, può prendere forma un romanzo tragico, eppure pieno di ironia. Serio, serissimo, ma venato da un’irresistibile leggerezza. Uno sguardo sulla famiglia, sull’adolescenza, sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, che arriva dalla Svezia.
Il titolo non poteva essere più azzeccato: Maledetti uomini. L’ha scritto Andrev Walden, giornalista e editorialista nato a Mariefred nel maggio del 1976, cresciuto a Norrköping, costruendo un’originale e convincente opera narrativa d’esordio, che ha incassato subito il più importante premio letterario svedese: l’August. Tradotto in italiano con grande cura da Laura Cangemi, è pubblicato da Iperborea (pagg. 439, euro 20).
Una volta ho avuto sette padri. Questo è il racconto di quegli anni. Se ci sono cose che ti sembrano inventate, puoi stare sicuro che invece sono vere”. Fin dalle prime righe del romanzo, Walden non gioca a barare con il lettore. Perché la storia dei sette padri è la sua storia: cronaca minuziosa e visionaria, raggelante e esilarante, della sua adolescenza trascorsa nel segno di uomini intercambiabili scelti, di volta in volta, dalla madre, pescando in un campionario di tipi a dir poco bizzarri, estrosi, capricciosi. Sempre e comunque sopra le righe.
Eppure, Maledetti uomini non è solo un romanzo di formazione. Attraverso le sette tappe di vita familiare, infatti, Walden è riuscito a tratteggiare, con impietosa chiarezza, il fallimento dei sogni di una generazione: quella che, nel ‘68, ha sperato di poter rivoltare il mondo come un calzino. Ma che, molto presto, si è dovuta piegare allo strisciante strapotere seduttivo del modello capitalista, che allora chiamavano Il Sistema.
Sotto gli occhi del lettore sfilano, così, gli improbabili padri che hanno abitato l’infanzia di Andrev. Primo tra tutti il Mago delle Piante, falso invalido un po’ hippy che si vanta di non aver mai lavorato e si dedica alla coltivazione dei funghi allucinogeni. E poi l’Artista, più bravo a sedurre donne che a disegnare; il Ladro, che non trova niente di meglio che farsi arrestare in un supermercato sotto gli occhi del bambino; il Pastore, che vede il diavolo negli occhi dei suoi simili, ma non sembra molto interessato ai dogmi della sua religione; l’Assassino, troppo dedito al controllo degli altri, ma incapace di frenare i suoi violenti scatti d’ira; il Canoista, che costringerà il protagonista quattordicenne a guadagnarsi da vivere durante l’estate; infine il vero padre, che Andrev a lungo confonderà con un pellerossa solo perché sua madre lo chiama l’Indiano, vive lontano e ha capelli lunghi e neri.
“Ho cercato di scrivere questa storia ponendomi nella prospettiva di un bambino – spiega Andrev Walden, che è stato ospite del Salone del Libro di Torino dove l’abbiamo intervistato –. A volte mi è sembrato di nascondermi dietro a lui ed ero contento, perché quando sei piccolo non giudichi gli altri e non giochi a barare con le parole. Racconti la realtà per come la vedi, e basta”.
Walden non ha mai pensato di spacciare Maledetti uomini per pura fiction, anche se è ben conscio che la realtà di un romanzo è sempre frutto di un compromesso con l’immaginazione. “Il mio editor – spiega – sapeva, fin dall’inizio, che tra le pagine del libro c’era la storia della mia vita di adolescente. Però gli ho chiesto di leggerlo e di esprimere il suo giudizio senza pensare a me, come se si confrontasse con una trama totalmente inventata. E, anche adesso, ogni volta che un lettore si convince che il romanzo sia dettato dalla pura immaginazione, io sono felice: perché significa che funziona di per sé”.
La forza di Maledetti uomini sta tutta nella miscela perfetta tra il nucleo doloroso della storia e la ridente leggerezza con cui è raccontata: “Può suonare cinico – dice lo scrittore –, ma credo che saper dare forma e voce al lato tragico delle cose con un tono di leggerezza renda il romanzo molto più interessante. Devi mettere il lettore nella condizione di sorridere, di ridere, anche se poi gira la pagina ed è costretto a immergersi di nuovo in un’atmosfera buia, per niente divertente. Amo molto, anche nei libri degli altri, questo continuo alternarsi di registri narrativi apparentemente inconciliabili, che in realtà rendono la lettura più imprevedibile”.

Questi padri falliti, che sono “come il meteo e i dolori della crescita: non si sceglie quando cominciano e finiscono, arrivano e basta”, riflettono come specchi, nei loro comportamenti, i sogni precari di tutta una generazione: “Attorno al ‘68, soprattutto nella Svezia che io conosco meglio, ma penso anche in altre parti del mondo – dice Walden –, molte persone si sono spostate dalle città alla campagna. Proprio perché sognavano di entrare in una sintonia più stretta con la natura. La verità è che, in ogni caso, loro non sapevano niente di quel tipo di vita. Inseguivano illusioni velleitarie. Infatti, si sono trovati a gestire delle difficoltà a cui non erano abituati, pensavano che fosse come immergersi nelle favole. Il papà che nel romanzo chiamo Mago delle piante si vantava di non avere mai lavorato, coltivava funghi psichedelici che poi assumeva lui stesso. Ecco, in lui e nel resto della mia storia si riflette il fallimento di questo sogno”.
C’è un grande equilibrio nel caotico disequilibrio delle vicende familiari di Maledetti uomini, che Walden spiega così: “Quando scrivi una storia finisci sempre per innamorarti dei tuoi personaggi. All’inizio, posso dire tranquillamente che per i miei sette padri provavo un odio profondo. Quando ho finito il romanzo, il mio sentimento si è rovesciato: sentivo quasi di amarli. Il fatto è che mentre li raccontavo, i miei sette padri, era inevitabile che riuscissi a comprenderli meglio. Quindi, anche se sto costruendo una storia in cui i personaggi fanno cose terribili, finisco per provare nei loro confronti una grande tenerezza. Perché, in quel preciso momento, non sono più i miei veri padri, ma delle figure che ho creato io stesso ispirandomi agli originali”.
Nel romanzo, come nella realtà, è proprio il piccolo protagonista a incarnare l’amore totale, anche nei confronti di personaggi che meriterebbero tutto il suo disprezzo. “Mi fa molta paura pensare a quanto un bambino riesca ad amare i propri genitori – dice Walden – anche se fanno delle cose orribili, e non se lo meritano. Lo si percepisce nelle storie quotidiane di violenza domestica, di abusi: i figli, molto spesso, si ostinano a difendere, direi a proteggere mamma e papà. Anche se, in realtà, si sono rivelati sotto le sembianze di creature spaventose”.
Ma di quei sette padri, uno almeno avrà lasciato un segno un po’ più forte nella vita dello scrittore. “Il padre con cui sono rimasto più in contatto – rivela Walden – è il mio vero papà, quello che nel romanzo chiamo sempre l’Indiano, perché il protagonista sogna che sia un pellerossa legato a mirabolanti avventure. Se ci penso adesso, i veri ragazzini erano i miei sette padri. Adulti mai cresciuti, mai usciti completamente dagli anni della loro infanzia. Anche l’Indiano, che adesso ha più di 70 anni, è un figlio bisognoso di essere affiancato da un padre. Lui sogna che io mi prenda cura di lui, ma non ne ho assolutamente voglia. Quindi, il nostro rapporto continua a essere complicato”.
Il protagonista, e con lui lo scrittore, è cresciuto con lo spettro dei Maledetti uomini come modello negativo da non imitare assolutamente, ma anche con l’incubo di non essere un vero maschio. “Il fatto che mia madre dicesse che io non ero come gli altri uomini, che in me c’era molta sensibilità femminile – dice Walden – , non mi è stato d’aiuto. Allora, da ragazzino, temevo che vedesse in me un lato effeminato, e non mi andava l’idea di essere gay. In realtà, dai miei padri ho ereditato tutti i pregi e i difetti dell’essere maschio. Me ne sono accorto soprattutto quando, nella mia famiglia, ho iniziato a individuare in me stesso dei comportamenti che mi ricordavano i loro. Così, ho capito che, di tanto in tanto, avevo bisogno di allontanarmi dalla moglie, dai figli, per cercare momenti di completa solitudine. Esattamente come facevano i miei improbabili papà. Al contrario, mia moglie non prova mai questo desiderio di estraniarsi dal mondo”.
Ma quanto difficile è stato liberarsi dello stile giornalistico, trovare una voce narrativa che riuscisse a dipanare, in modo originale, il groviglio di storie che forma Maledetti uomini? “Fare lo scrittore a tempo pieno mi ha aiutato molto – ammette Walden –. Non devo andare ogni giorno in redazione, ho più tempo per restare da solo a pensare, a scrivere. Prima rientravo a casa la sera, dopo aver trascorso lunghe ore a contatto con il mondo, e provavo un desiderio fortissimo di isolarmi. Ecco, la scrittura mi è servita anche a trovare un migliore equilibrio”.
Equilibrio, metodo, verifica puntuale dei ricordi per, poi, reinventarli: sono le coordinate che hanno portato Walden a rifinire la sua opera letteraria d’esordio. “Credo che sia più facile scrivere un romanzo che mettere assieme un articolo – conferma –. Non voglio dare lezioni di giornalismo, perché se devo essere sincero mi collocherei nella categoria di quelli scarsi. Sono troppo assorbito da me stesso per raccontare i fatti degli altri. Non mi interessano per davvero le vicende minime dell’umanità. Invece, per scrivere Maledetti uomini ho lavorato molto. Sono ritornato a vedere ogni singolo indirizzo dove abbiamo vissuto con i miei sette padri. Mi sono affacciato alle finestre delle case, spaventando a morte le persone che adesso abitano lì. Ho dovuto farlo, perché ogni storia ha bisogno di un tessuto reale. Non mi bastava ricostruire quei posti a memoria: non sono come certe vecchie signore che ricordano perfettamente ogni dettaglio della loro vita. Devo vedere, toccare, rivivere. E poi scrivere”.
In copertina, Bubble © Larry Madrigal.