Salomé Esper: la morte e la gentilezza
“Unica è la Morte” ripete Angelo Branduardi per cinque volte nel ritornello della sua indiavolata ballata La serie dei numeri.
Con la musica, il menestrello di Alla fiera dell’Est ricorda che, dopo l’appuntamento con l’Oscura Signora, non rimane “niente altro, niente più”. Quasi volesse confermare il monito che la figura dal mantello nero affida al Cavaliere del Settimo sigillo di Ingmar Bergman, quando afferma “non concedo tregua”. Perché è così che l’uomo ha sempre immaginato l’incontro con la Madre del dolore: come un appuntamento a cui non è possibile sfuggire.
Eppure, c’è stato chi ha provato a esorcizzare la Morte con un geniale sberleffo. Basterebbe ricordare la scena di Monty Python – Il senso della vita, l’ultimo film che l’irriverente sestetto britannico ha girato nel 1983. Quando il Tristo Mietitore, con tanto di falce e cappuccio calato sull’orrido volto, bussa alla porta di un cottage disperso nella brughiera, il padrone di casa non capisce chi sia e che cosa voglia. Allora richiama l’attenzione della moglie: “Cara, c’è qui il Signor La Morte. Dice di essere venuto per la mietitura, ma non credo ci serva”. Poi lo invita a entrare e a bere qualcosa insieme agli ospiti americani. E non importa se la sua voce cavernosa dà i brividi: “È normale un po’ di raucedine di questi tempi”. Tanto, finirà in una strage, come da copione.
Del resto, non sono molti quelli che possono ripetere, con un sospiro di sollievo, quello che diceva Jorge Luis Borges: “La Morte è una grande speranza, perché so che grazie a lei smetterò di esistere”. Ed è difficile pure liquidare la questione con la serenità di Epicuro che rassicurava i suoi discepoli: “Quando noi ci siamo, la Morte non c’è; quando lei c’è, noi non ci siamo più”. Anche perché, il nostro tempo è ammalato più che mai di tanatofobia. Fatica ad affrontare l’argomento in maniera lucida e serena, illudendosi che l’esorcismo più potente sia il seppellire la questione sotto un’ostinata coltre di oblio.
Da sempre, in realtà, gli scrittori sanno che il più efficace degli esorcismi è proprio la parola. Perché la Morte, trasformata in racconto, può assumere i connotati di un personaggio affascinante. Basterebbe ricordare Death, la stilosa e darkissima sorellina del personaggio a fumetti Sandman. Simpatica, affascinante, adorabilmente cinica, la ragazzina creata da Neil Gaiman e Mike Dringenberg per DC Comics non esita a confessare, con un sorriso furbo: “Quando il primo essere vivente fu creato, io c’ero, in attesa. Quando l’ultimo essere morirà, il mio incarico sarà giunto al termine. Metterò le sedie sui tavoli, spegnerò la luce e chiuderò a chiave prima di andarmene”. Come dire che sul palcoscenico del qui-e-ora, la Morte ha il suo posto prenotato.
Adesso, il romanzo più bello sospeso al confine tra la Vita e la Morte arriva dall’America Latina. Si intitola La seconda venuta di Hilda Bustamante, lo ha scritto una trentaduenne argentina che ha vissuto a lungo in Messico: Salomé Esper. L’ha tradotto con grande cura Carlo Alberto Montalto per la casa editrice Sur (pagg. 171, euro 17,50). Ed è un raffinato cocktail di splatter e tenerezza, di malinconia e prorompente allegria, di sentimenti forti e delicati equilibri umani. Un piccolo gioiello letterario dove la libertà di fantasticare è capace di valicare ogni confine, anche se l’autrice non perde mai di vista una versione grottesca, surreale e romantica della realtà.
“Hilda si svegliò con la bocca piena di vermi, lo sconcerto di corpi flaccidi che si muovevano tra i denti”. Parte da qui, da un’immagine scioccante, la storia di Hilda Bustamante, la donna che si ritrova viva, nella bara sotto terra, parecchio tempo dopo il suo funerale. Non è uno zombie, nemmeno uno spettro, ma questa inaspettata resurrezione non ha niente a vedere con la tradizione cristologica. Nessun profeta l’annuncia, semplicemente un giorno accade. E nemmeno lei, che a 79 anni si era rassegnata ad abbandonare il suo mondo per sempre, capisce che cosa le sta succedendo.
Forse a innescare la resurrezione è stato il desiderio fortissimo di rivedere l’amore della sua vita, Álvaro, travolto da un dolore indescrivibile al momento della morte. O forse, la voglia di coccolare ancora un po’ la nipotina adottiva Amelia, ma anche di chiudere i conti con quella prorompente e temporanea passione per Genaro, legata anche all’illusione di poter avere un figlio tutto suo.
Vero è che la seconda venuta al mondo di Hilda è qualcosa che sta a metà tra un quieto miracolo e l’avverarsi del pensiero magico. Una meraviglia del possibile. Tanto da mandare in confusione perfino le Devote del Sacro Cuore, il gruppo di credenti di cui la resuscitata faceva parte, insieme ai preti cattolici della cittadina senza nome, incapaci di trovare una risposta plausibile nelle troppe volte citate Sacre Scritture.
Ideato con pensosa leggerezza, impreziosito da uno stile che evita sempre la tentazione di sconfinare nei farlocchi territori new age, raccontato al crocevia tra il divertimento e la malinconia, tra lo stupore e il desiderio di mettere in dubbio tutte le nostre certezze sulla Vita e la Morte, La seconda venuta di Hilda Bustamante è un luminoso debutto narrativo di chi, come Salomé Esper, finora si era fatta conoscere come autrice di versi. Soprattutto per le due raccolte di poesie sobre todo del 2010 e paisaje del 2014, con i titoli rigidamente in caratteri minuscoli. Ma anche per il suo lavoro di raffinata editor di testi altrui, iniziato dopo la fine degli studi in Comunicazione e Editoria.
“La presenza della Morte si manifesta in quello che scrivo da tanto tempo – spiega Salomé Esper, che è stata ospite alla Nuvola di Roma di “Più libri più liberi” –. Per esempio, nei miei due libri di versi. In particolare, c’è un poema che affronta lo stesso tema e che mi è stato suggerito quasi per caso, soprattutto ragionando sulla difficoltà di affrontare, elaborare un lutto e di esaurire quest’esperienza. Certo, i miei libri di poesie hanno avuto una diffusione minima, con pochi lettori. Eppure, quasi tutti mi citavano sempre quei versi, dicendo che li avevano accompagnati, aiutati nei loro momenti di dolore per la perdita di una persona cara”.
Quindi la Morte è stata il punto di partenza per il romanzo?
Quando scrivo non parto mai da un tema. Di solito, mi accompagna un’idea, un’immagine, un suono. Potrei dire che all’inizio, dentro di me, c’è un groviglio di suggestioni. In questo caso ho deciso di mettermi alla prova con la narrativa facendo una sorta di esercizio creativo. Il romanzo è nato come un racconto, mentre ragionavo su un elemento fantastico che mi prendeva molto. Ovvero, se sia possibile ritornare alla vita dopo essere stati sepolti per un po’ di tempo nella terra. Da lì ho iniziato a scrivere seguendo un metodo di lavoro molto diverso da quello della poesia. Anche perché è difficile lasciarsi andare agli esperimenti se devi comporre versi. E in questo caso mi interessava esplorare i territori dell’assurdo, di un avvenimento che rompe le regole della logica.
Sono state le parole a creare un ponte tra la Vita e la Morte?
Il linguaggio contiene dentro di sé qualcosa di fantastico. Sempre. E nel mio romanzo tutto ciò emerge proprio quando, davanti alla magia del vivere e del morire, alla bambina Amelia viene suggerito di dare voce al dolore, allo stupore, al senso di confusa incredulità, attraverso le parole.
Hilda Bustamante: una donna che regge sulle proprie spalle l’intera storia?
Ognuno dei miei personaggi ha influenzato il divenire del romanzo, anche chi compare soltanto per un tempo molto breve. Me li sono visti arrivare già completi, con la loro personalità definita, i gesti, le parole. In qualche modo, sono stati loro a spingere la storia ad andare avanti. Questo perché io scopro le cose che racconterò mentre scrivo. Non ho mai un’idea o uno schema preciso, all’inizio. Se ci fosse, mi annoierei moltissimo a lavorare sul testo. Di ognuno dei miei personaggi ho voluto sbozzare un ritratto abbastanza nitido, altrimenti sarebbero rimaste tante facce anonime disperse in un coro di voci.
Il suo è un romanzo che spiazza con grande gentilezza.
Nel libro c’è molta tenerezza. Quando ho finito di scriverlo, mi ha colto una sorta di timore che certi lettori potessero trovarlo troppo sentimentale. Poi, però, mi sono detta che un giudizio del genere sta tutto negli occhi di chi legge. Perché per me l’amore, la tenerezza, sono sentimenti importanti. Direi politicamente importanti. Posso essere pessimista, ma non sarò mai cinica, e non vado d’accordo con chi lo è. Perché il cinismo finisce per annullare la forza, l’importanza dei sentimenti. Una relazione che si basa sulla tenerezza sembra semplice, banale, scontata, al contrario io la trovo importantissima e necessaria.
La critica l’ha inserito nella corrente tutta latino-americana del realismo magico. Non trova che sia un’etichetta riduttiva?
Mentre scrivevo non pensavo assolutamente di accodarmi alla tradizione latino-americana del realismo magico. Ma se qualche critico vuole inserire il mio romanzo, per forza, dentro una categoria ben definita, lo faccia pure. Senz’altro c’è un’influenza non tanto di certi scrittori molto famosi, ma delle persone che mi circondano e dell’ambiente in cui vivo. Per esempio, da lì arrivano la voglia di costruire la storia seguendo la via dell’assurdo, i riferimenti biblici, certe descrizioni molto forti. Però, leggere le interpretazioni degli altri sul mio testo mi diverte sempre molto, se sono centrate.
Leggendo il romanzo viene da pensare che si sia divertita parecchio a scriverlo. È così?
Non avevo nessuna pressione, mentre scrivevo. Nemmeno gli amici sapevano che stavo dando forma a questa storia, per cui non mi chiedevano in continuazione quando l’avrei finita. Ero tranquilla e libera di procedere senza fretta. La scrittura è sempre andata per la sua strada, abbastanza lineare, anche perché, fin dall’inizio, mi ero ripromessa: intanto scrivo, senza pensare troppo a cercare la bella forma, a correggere il romanzo in continuazione; poi avrò tutto il tempo per rivederlo. Alla fine, mi sono dedicata alla parte editing con lo stesso scrupolo che metto quando rimetto a posto i testi di altri scrittori, per migliorarli.
Mai provato momenti di spaesamento, di stanchezza, mentre scriveva?
Per non stufarmi, mi sono imposta un metodo di lavoro molto preciso. Continuavo a cambiare punto di vista, mentre scorreva il racconto, e passavo di frequente dal passato al presente. Così ho eliminato la noia e sono riuscita a farmi coinvolgere dalle vicende che prendevano forma. Anche perché, per un sacco di tempo, c’è stato un vero corpo a corpo con il manoscritto. Eravamo io e lui da soli. Per essere sincera, pensavo che mi sarei divertita molto di più al momento di fare l’editing. Invece, inventare la storia, pagina dopo pagina, è stato elettrizzante. Una sfida a me stessa e ai personaggi che mi hanno accompagnata.