Alla ricerca della madre perduta

13 Febbraio 2026

Georges Perec sapeva bene che c’è un solo modo per compensare l’assenza della madre. Per diradare quella “foschia assurda” in cui vagano ombre inquiete, piene di nostalgia e rimpianto, di cui parlava Raymond Queneau. Così, l’intellettuale parigino aveva pensato di ridare corpo e anima a Cyrla Szulewicz, sua madre, scomparsa nell’orrore di Auschwitz nel 1943, con la scrittura.

Da quel viaggio tra i ricordi era uscito un frammentato gioiello letterario come W o il ricordo d’infanzia, pubblicato nel 1975 in Francia da Denoël (in Italia nel 1991, da Einaudi, con traduzione di Dainella Selvatico Estense).

Morto il padre di Perec al fronte nel 1940, la madre, prima di essere portata via dai nazisti, aveva trovato la forza di affidare il figlio agli uomini di un convoglio della Croce Rossa diretti verso sud. Riuscendo, così, a salvare la vita al futuro scrittore insignito nel 1978 in Francia del Prix Médicis per La vita: istruzioni per l’uso.

Al contrario di Perec, Marino Freschi ha voluto mettersi sulle tracce di una madre totalmente assente dalla sua vita. Visto che non ha mai avuto la fortuna di conoscerla. Per lunghi anni, dentro di lui è cresciuta la nostalgia per quella figura di donna evanescente. Prima di iniziare a scrivere, si è aggrappato a pochissimi elementi reali: un nome, Livia; qualche frammento di ricordo sussurrato in famiglia: più tardi, una lettera scritta su carta rosa e sepolta dentro un cassetto. E un’immagine fotografica riapparsa dalla nebbia fitta dell’oblio.

Riportare la madre a forza sul palcoscenico della propria vita, a quel punto, era necessario, indispensabile. Anche se tutti, attorno a lui, sembravano intenzionati a cancellarne la benché minima traccia. Ha preso forma, così, un libro che non è romanzo, non è saggio, ma ha il fascino di un progetto letterario, la forza di una personalissima testimonianza, la precisione di una ricerca storica. Sì perché Livia (Castelvecchi editore, pagg. 143, euro 18,50) non è soltanto quella che Marco Peano, nel suo ottimo debutto, ha chiamato L’invenzione della madre (Minimum fax, 2015). Ma è anche una lunga discesa nel maelstrom dell’anima di Marino Freschi, professore emerito di Letteratura tedesca all’Università Roma Tre, direttore della rivista Cultura tedesca, autore di saggi importanti come L’esoterismo nella letteratura tedesca. Da Goethe a Jünger, Introduzione a Kafka, Storia della civiltà letteraria tedesca, Il rogo dei libri. Una tragedia tedesca.

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“Lui non aveva conosciuto sua madre, che era settentrionale. Era stato allevato dai parenti di suo padre, da zia Dina, che aveva trasfuso in lui un’immensità di tenerezza, d’affetto, mentre lui sciaguratamente sognava la terra e la casa materna mai viste e una donna, la madre, che non poteva avere, da cui fin dalla nascita era stato separato, allontanato, scacciato”.

Parte da qui, dal tentativo di Freschi di mettere distanza tra la storia che racconta e il suo tormentato percorso di vita. Ma è chiaro, fin da subito, che nelle pagine che seguiranno a quell’incipit drammatico e folgorante sarà sempre più difficile, per l’autore, continuare a mantenere un distacco letterario dal protagonista del libro. Perché “la storia con la madre non finisce mai”. E l’unica cura per far cicatrizzare quella ferita profonda, che non smette di sanguinare, è provare ad aggrapparsi alla realtà. Chiedersi perché Livia abbia deciso di affidare il suo bambino alla famiglia dell’uomo amato per troppo poco tempo. Interrogarsi sul perché non abbia preferito abortire. E provare a immaginare se mai si sia lasciata travolgere dalla nostalgia per quell’esserino che ha visto soltanto nelle ore successive al parto, e poi mai più.

Inseguire Livia, tentare di ricostruire il suo “amore di guerra” davanti al muro di silenzio del padre Spartaco, della dolcissima mamma sostitutiva, degli altri parenti che hanno affiancato prima il bambino, poi il ragazzo e infine l’uomo, non basta. Infatti, Marino Freschi deve proiettare la sua trama, che lo riguarda così da vicino, sullo schermo della Storia. E allora, piano piano, tutto torna. L’assenza assume un significato inaspettato. E proietta arcani sottintesi sulle scelte di vita di quello che diventerà uno dei più autorevoli germanisti italiani.

Mamma Livia, figura tutta da immaginare, piano piano riemerge dalla nebbia. Perde i suoi connotati di ectoplasma e assume le sembianze di una ragazza affascinante, tormentata, figlia unica di genitori che la adorano. Ma, al tempo stesso, le impongono un’educazione molto rigida. Tanto da renderla un essere inquieto, in cerca di nuovi affetti e di una figura di riferimento che potesse trasformarsi in un solido approdo. Per liberarsi dalla presenza di un padre intransigente, tirannico.

“Se tu dirai di sì – scriveva Livia a Spartaco, nell’unica lettera ritrovata da Freschi –, avrai tutta me stessa, tutto l’amore, tutto ciò che posso darti, se dici di no, non t’importunerò, sarò una piccola donna che soffre e cercherò di dimenticare dedicandomi tutta alla mia missione e studiando”. E concludeva confessando all’amato “sappi che tu sei il solo che sa tutta la mia vita con i miei dolori e l’ho detto a te solo perché non ho voluto mentire a te che ti amo”.

Quelle parole, piene di passione e dolore, non potevano che “incendiare la fantasia” del ragazzo che le leggeva. E il padre? Il Comandante tutto d’un pezzo, “parlatore raffinato, vivace, impetuoso e ironico”, che durante la guerra aveva guidato i Mas, che non si era arreso fino a sfiorare l’estremo sacrificio, e che per tutta la vita aveva continuato a tenere fede alle sue idee, a un concetto alto di lealtà e onore, si era rifugiato in una plausibile bugia. Aveva raccontato al figlio che Livia “era morta, assassinata e infoibata, gettata in un crepaccio dai partigiani titini quando conquistarono la città giuliana”.

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Una menzogna che serviva al padre a semplificare la realtà. Perché dire la verità, raccontare che il Comandante era già sposato, a quel tempo, ma non poteva divorziare per unirsi a Livia, sarebbe stato troppo complicato e doloroso. Più semplice, allora, fare in modo che il bambino diventasse legalmente figlio di Spartaco e di una nuova mamma. Lasciando che l’altra mamma, Livia, sfumasse per sempre dall’orizzonte del ricordo.

E allora, quella bugia non poteva che scatenare nella mente del ragazzo una reazione a catena. Che lo avrebbe spinto presto a crearsi un vero e proprio mito del Nord contrapposto al Sud. Per rendere omaggio, in qualche modo, a Livia, alla donna che veniva dall’Istria e si era, in seguito, trasferita a Trieste. Città di frontiera, simbolo di una storia tenebrosa, che l’aveva condannata a vivere un lunghissimo periodo di incertezze, di tensione e di violenze dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Nove lunghissimi anni segnati da un rigido Governo Militare Alleato, dalla tragedia dell’esodo delle genti istriane e dalmate, braccate dai partigiani di Tito. E condannate, a volte, a morire dentro gli inghiottitoi naturali del Carso: le foibe.

Freschi racconta con grande scrupolo e insistita precisione la sua infatuazione per il mondo germanico, che lo porterà a diventare uno studioso di letteratura tedesca. E non nasconde il lato oscuro di quell’aggrapparsi a un mito che contrapponeva il Nord, simboleggiato dalla madre, al Sud di chi aveva interrotto la sua vita. “La madre – scrive Marino Freschi – diventava un mito, un mito nordico, germanico, slavo, danubiano, orientale”.

In quegli anni, però, dire Germania significava pure trascinarsi appresso un rosario di idee pericolose. Una mitologia oscura legata all’ascesa del Terzo Reich, ai concetti della supremazia razziale, di dominio del mondo, di una pulizia etnica necessaria per il trionfo del mito germanico. Freschi non nasconde mai gli abbagli che hanno rischiato di portare fuori strada il protagonista del libro. E lui stesso, che lo racconta. Perché il mito “è stupendo, il suo incanto sublime e pericoloso”. Il richiamo di un “oscuro settentrione”, le “fantasie pericolose, i miti guasti, le immagini contraffatte”, l’avvicinarsi all’autore di Imperialismo pagano tra esoteriche tentazioni e fanatismi estremi, minacciano di “divorare la sua esistenza” solo fino a quando riemerge la verità sulla madre.

Sarà grazie a una serie di lettere e di contatti con la sua famiglia d’origine, che si era stabilita a Trieste, a ridare forma e vita alla figura di Livia. A traghettare l’uomo del romanzo verso la verità contribuirà, in maniera significativa, il rapporto epistolare con una figura di poeta e politico che, ancora oggi, molti ricordano con stima e affetto nel territorio giuliano: Giorgio Depangher. Un esule istriano diventato cuore e mente del circolo culturale Istria, creato per far dialogare, e convivere in maniera pacifica, gli italiani e i popoli dell’ex Jugoslavia. Un uomo che ha saputo scrivere pregevoli e malinconiche raccolte di versi e, per qualche anno, è stato l’apprezzato sindaco del Comune di Duino-Aurisina.

Solo così, lontana dal mito, libera dalla menzogna, Livia potrà riprendere possesso della propria storia. Di quel suo fuggire da una gravidanza inaccettabile da suo padre, dalla famiglia d’origine. Anche grazie a una foto, che la ritrae sorridente in riva al mare, accanto a un bambino. L’unica immagine reale che rimane di lei, viva, placata per un istante dalle sue inquietudini.

“Quell’immagine così protettiva e tenera – scrive Freschi – gli aveva sempre fatto salire un nodo in gola per il desiderio di essere lui quel bambino e che fossero sue le manine che Livia stringeva fortemente”.

Un fotogramma in bianco e nero che riporta alla memoria i versi di Giuseppe Ungaretti dedicati alla Madre, pubblicati prima nella rivista romana ”L’Italia Letteraria” nel 1929, poi inseriti nella raccolta Sentimento del tempo nel 1933: “Ricorderai d’avermi atteso tanto / e avrai negli occhi un rapido sospiro”.

Livia di Marino Freschi è un libro di attese, di sospiri, di illusioni e disillusioni. Ma anche un gran romanzo di formazione. Una storia scritta a cuore aperto. Un viaggio nel tempo e nella memoria che unisce al dolore la ricerca di una propria via nel fluire della vita. Una via accidentata, senza dubbio, e contraddittoria. Spesso minata dal pericolo di inabissarsi nel baratro di interlocutorie infatuazioni. Eppure, straordinariamente umana.

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