Jina Khayyer: tornare in Iran

16 Giugno 2026

Le voci arrivano dal telefono: «Bisharaf! Bisharaf! Bisharaf! Infami! Infami! Infami!». Teheran. Una protesta, sono tanti e sono disarmati. «Urlano di notte nella mia mano». Jina, la narratrice, è lontana, nel suo studio in Europa, e sta guardando Instagram dal telefono. Il persiano la colpisce, inaspettatamente, lingua familiare che viene da bocche sconosciute. Poi il feed si aggiorna e compare il corpo senza vita di una ragazza. Si chiamava Jina Mahsa Amini. Aveva ventidue anni. La polizia morale l’ha arrestata e presa a manganellate per il velo non indossato correttamente. Il coma, poi la morte. Quel nome, Jina, il suo stesso nome: «Il corpo morto porta il mio nome».

È l’inizio intimo e storico, di Nel cuore del gatto, romanzo d’esordio di Jina Khayyer, scrittrice, poetessa, pittrice e giornalista d’arte, nata in Germania da una famiglia iraniana e residente da anni in Francia. Il titolo originale, Im Herzen der Katze, è uscito da Suhrkamp nel 2025; l’edizione italiana, pubblicata da Iperborea nella traduzione di Silvia Albesano, arriva in libreria nel maggio 2026.

Dire che è un romanzo sulla rivolta iraniana seguita all’uccisione di Jina Mahsa Amini è vero, ma non basta. Khayyer scrive un libro più segreto e più stratificato, dove la politica non viene spiegata da fuori, ma attraversa ciò che normalmente si considera privato: il nome, la lingua, i capelli, il cibo, le telefonate, le canzoni, il modo di stare sedute in una stanza, di ridere, di tacere, di uscire di casa, di rientrare vive. Il romanzo comincia nel 2022, davanti alle immagini delle proteste, ma subito si apre ai ricordi del primo viaggio in Iran della narratrice, nel 2000, quando Jina, nata e cresciuta in Europa, va a trovare la sorella Roya a Teheran. Da quel movimento all’indietro prende forma una storia familiare di donne: la madre, Roya, la nipote Nika, le zie, le amiche, le figure incontrate lungo la strada. Tre generazioni, ma senza l’ordine rigido della saga.
Piuttosto, una serie di figure che tornano, si richiamano, si sovrappongono: la madre, Roya, Nika, le zie, le amiche, le donne incontrate lungo il viaggio. A tenerle insieme sono la memoria e una lingua che la narratrice parla ma non sa leggere: una lingua materna e, in parte, perduta.

Tutto comincia dal nome. Jina aveva sempre creduto che il suo fosse un nome quasi inventato, nato da un piccolo spostamento, da una lettera cambiata. Scopre invece che Jina è un nome curdo e significa “colei che dà la vita”. La scoperta arriva nel momento più crudele: «Leggo che Colei che dà la vita è morta». In questa frase il romanzo trova una delle sue ferite originarie. Il nome proprio, che sembrava appartenere solo alla biografia individuale, si spalanca su una storia collettiva, su una minoranza, su una proibizione. Quando la narratrice chiede alla madre perché in quarantasei anni non abbiano mai sentito nessun’altra chiamarsi così, la risposta arriva piano: «Perché ai curdi vietano anche i loro nomi».

Khayyer ha una qualità rara: sa tenere insieme la precisione della testimonianza e la libertà del romanzo senza trasformare l’una nel contrario dell’altra. Il libro non procede per spiegazioni, ma per scene. Una madre che di notte parla con la figlia su FaceTime e, per consolarla, le dice: «Regalati dei bei pensieri. Pensa al mare». Una candela accesa “per Jina”. L’esfand, la ruta siriana, bruciata in cucina per proteggere dal male. La sorella Roya che racconta le proteste con una felicità quasi incredula: donne che bruciano il velo, ragazze e ragazzi in strada, vecchi e giovani, ebrei, cristiani, musulmani, bahai, curdi, beluci, luri, «tutti un solo corpo che grida da una sola bocca».

La bellezza del romanzo sta spesso in questa oscillazione: la tragedia non cancella la vitalità, e la vitalità non attenua la tragedia. La madre di Jina, quando qualcosa si fa insopportabile, balla. «Per quanto la situazione possa essere grave, la sua risposta è sempre un ballo», dice la narratrice. È una frase che potrebbe sembrare leggera e invece contiene molto del libro. Ballare, cantare, cucinare, accendere una candela, ridere, truccarsi, togliersi il velo in una stanza chiusa, parlare una lingua proibita o dimenticata: in Nel cuore del gatto i gesti più ordinari diventano forme minime e ostinate di sopravvivenza.

Il secondo grande movimento del romanzo è il viaggio del 2000. Jina sale su un aereo dell’Iran Air e deve indossare il velo ancora prima dell’arrivo, perché l’aereo è già territorio iraniano. Il racconto della prima entrata in Iran ha una forza quasi fisica. C’è l’odore delle spezie e delle sigarette, il caldo sotto il soprabito, la stanza per la preghiera a bordo, la necessità immediata di “mordersi la lingua”. Poi l’aeroporto di Mehrabad, il passaporto iraniano, la formula di benvenuto nella repubblica islamica, la sorella Roya che la aspetta, Teheran che appare come una città insieme familiare e sconosciuta: cielo azzurro, terra color sabbia, cioccolato, fuoco, burro; all’orizzonte gli Elburz e il Damavand, «disteso sopra come un drago addormentato».

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Jina Khayyer, ph Heike Steinweg.

È in questo ritorno verso un’origine mai posseduta del tutto che il titolo del romanzo trova la sua immagine più limpida. Il gatto è l’Iran visto sulla carta geografica: un animale accucciato tra mari, montagne e deserti. Quando Roya mostra a Jina l’itinerario del loro viaggio, Teheran, Isfahan, Shiraz, Persepoli e Yazd non sono più soltanto nomi di città, ma punti di un corpo immaginario che le due sorelle stanno per attraversare. L’immagine ha la semplicità dei giochi infantili con le mappe, ma porta con sé qualcosa di più profondo: il desiderio di entrare davvero in un paese conosciuto prima ancora di conoscerlo, ricevuto in eredità e insieme rimasto estraneo. Entrare “nel cuore del gatto” significa allora muoversi verso il cuore dell’Iran, ma anche verso una zona più intima e meno raggiungibile: quella della lingua, della famiglia, della memoria, di un’appartenenza che la narratrice portava già con sé, ma che solo il viaggio trasforma in esperienza.

L’Iran non è mai soltanto lo sfondo della storia. Entra nel romanzo attraverso le cose: le strade, i profumi, i nomi dei mesi, il pane caldo, il melograno, le case dietro i muri, le moschee, i bazar, le feste clandestine, le visite improvvise, il cibo portato in dono, le stanze che si riempiono di zie, cugine e nipoti. La lingua persiana è una presenza viva, a tratti quasi incantatoria. Le parole si aprono in immagini: mehr è sole, amicizia, amore; tir è angelo della pioggia; amordad è immortalità. Anche i modi di dire custodiscono mondi interi. Quando la madre dice alla figlia «Az mahi ta mah dusset daram», cioè «ti voglio bene dai pesci alla luna», la frase non viene solo tradotta: viene abitata. Dai pesci alla luna significa dal punto più basso degli abissi al punto più alto del cielo, l’universo intero.

Tra le figure più riuscite c’è Roya, sorella maggiore, nata in Iran, cresciuta in Europa e poi tornata a vivere a Teheran. Roya è guida, interprete, sorella maggiore, madre di Nika, presenza decisiva. Attraverso di lei Jina scopre un paese che non conosce e al quale appartiene senza possederlo. Ma Roya non è mai soltanto una mediatrice. È una donna che ha imparato a vivere dentro la contraddizione: libertà domestiche e paura pubblica, ironia e prudenza, amore e rabbia. Quando nel 2022 torna in strada con Nika, sua figlia, la sua voce si accende di un entusiasmo che la narratrice non riesce ad accogliere senza paura. Jina ricorda il 2009, la repressione, la violenza. Roya invece sente che “stavolta è diverso”. Questa differenza tra chi è dentro e chi guarda da lontano è uno degli aspetti più dolorosi del romanzo. La diaspora non è solo nostalgia; è anche impotenza, senso di colpa, distanza dal pericolo e insieme impossibilità di sottrarsene.

Nika, la nipote, appartiene a un’altra generazione. Per lei il nome Jina è già il nome della rivolta. «Il tuo nome è il nome della rivoluzione», dice alla zia. È una frase quasi insostenibile, perché rovescia la scoperta iniziale: non è più solo la morta a portare il nome della narratrice, è la narratrice a portare ora un nome che non può più essere innocente. Nika e i suoi amici non vogliono più vivere nei doppi fondi delle generazioni precedenti. Roya lo dice con un’immagine bellissima: loro adulti sono stati radici sotterranee, mentre i ragazzi «spuntano dalla terra come fiori e vogliono sentire il sapore dell’aria, del sole e della pioggia».

È qui che il romanzo trova una delle sue parti più vive: non nel solo racconto della rivolta, ma nel modo in cui mostra come la disobbedienza passi da una generazione all’altra, cambiando forma. Le donne di Khayyer non sono simboli. Sono persone che hanno fame, paura, desiderio, vanità, memoria, stanchezza, coraggio. Si truccano, cucinano, si abbracciano, ridono, mentono, proteggono, partono, tornano, si tagliano o si coprono i capelli, cercano di salvare le figlie, di non perdere le madri, di restare vive senza rinunciare del tutto a sé stesse. Anche quando il libro tocca l’orrore, non riduce mai le sue donne a figure sacrificali. La sua forza nasce dal contrario: dalla restituzione della vita piena, sensuale, contraddittoria, prima che la violenza provi a ridurla a emblema.

C’è un rischio, in un romanzo così vicino a una ferita storica ancora aperta: quello di trasformare i personaggi in portatori di messaggi. Khayyer lo evita quasi sempre grazie alla qualità della scrittura, che procede per accumulo di dettagli concreti. Nei momenti migliori, la pagina non dichiara: mostra una stanza, una voce, una strada, un odore, una battuta. E lascia che da lì emerga il resto. Anche la politica, nei passaggi migliori, non arriva come commento: è già nelle cose che si possono o non si possono fare. Non poter pregare fianco a fianco. Non poter ascoltare musica. Non poter uscire con il velo spostato. Non poter pronunciare una frase sbagliata davanti alla persona sbagliata. Non poter essere ciò che si è senza calcolare il prezzo.

Per questo Nel cuore del gatto è anche un romanzo sulla lingua. Il persiano è la lingua della madre e dell’infanzia, una lingua parlata ma non scritta, familiare e insieme incompleta. Jina parla persiano, ma è analfabeta nella lingua dei suoi genitori. Scrive in tedesco. Vive tra più paesi. Porta un nome curdo senza averlo saputo. Il libro non prova a ricomporre tutto in un’identità semplice. L’appartenenza, qui, non è un possesso: arriva per richiami, ferite, malintesi, riconoscimenti tardivi. Può arrivare all’improvviso da uno schermo, di notte, nella voce di sconosciuti che gridano parole familiari.

Forse la frase che più resta, alla fine, è quella della madre: «I cuori che si piegano come il mare non si spezzeranno mai». Potrebbe sembrare una consolazione, ma nel romanzo non lo è davvero. È il modo in cui la madre insegna alla figlia a non lasciarsi spezzare, senza irrigidirsi nella sola rabbia. Il cuore che si piega non è un cuore rassegnato. È un cuore che conserva movimento.

Khayyer ha scritto un romanzo poetico e politico, come recita una delle formule usate per presentarlo, ma la sua qualità maggiore è forse un’altra: aver trovato una voce capace di non separare mai la storia dalla vita quotidiana. Nel cuore del gatto racconta un paese ferito attraverso le sue donne, ma soprattutto racconta che cosa accade quando un nome, una lingua e una memoria familiare smettono di appartenere soltanto a chi li porta. Da quel momento non si può più restare del tutto al sicuro. Neppure lontano.

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