Storia del lupo Slavsc

2 Febbraio 2026

Quella del lupo Slavc è una storia di animali e uomini, antica e contemporanea. A raccontarcela è lo scrittore britannico Adam Weymouth in Il lupo solitario, tradotto da Luca Fusari e edito da Iperborea. Il suo è il passo della narrazione che sconfina nel reportage, in cui il racconto, intessuto di dialoghi, si alterna a inserti saggistici. Con un obiettivo: ripercorrere, nel 2022, a distanza di dieci anni dalla sua morte, il viaggio di Slavc dai monti della Slovenia, dove era nato, alle Alpi italiane, dove si era stabilito. Il fatto in sé è di straordinaria importanza per più motivi: innanzitutto per la lunghezza dell’itinerario, almeno un migliaio di chilometri; quindi per le difficoltà incontrate: Slavc ha attraversato autostrade a sei corsie, sfiorato città come Lubiana e Klagenfurt, valicato montagne, nuotato nei fiumi, sempre nascondendosi dalle pericolose reazioni umane. Poi per la romanzesca conclusione: l’incontro, nell’area montana a nord di Verona, con Giulietta (era inevitabile che la si chiamasse così), una lupa altrettanto solitaria proveniente dagli Appennini, insieme a cui ha messo al mondo una numerosa discendenza destinata a ripopolare il nord-est italiano. Per una combinazione fortunata, l’itinerario di Slavc è noto fin nei minimi dettagli: il lupo era stato dotato di un collare con sensore dagli studiosi dell’Università di Lubiana pochi mesi prima che iniziasse le sue peregrinazioni. Slavc, spinto dal desiderio di trovare nuove risorse e una compagna, ha fatto qualcosa di unico. Per un lupo la solitudine (la dispersione) è sinonimo di enormi rischi: la caccia, per esempio, è molto più complicata. Il suo viaggio è stato dunque un’impresa eroica, segno di una personalità (sì certo, conta l’individuo) d’eccezione. Ed è questo che Weymouth ha voluto ritrovare. Ponendosi sulle sue tracce, non ha cercato soltanto di capire dove Slavc è passato, ma ha anche tentato di comprendere come si è comportato e cosa ha provato. È il sogno di molti “scrittori di animali” e di molti scienziati: diventare simili agli altri viventi, allacciare sintonie, acquisire sguardi oltre-umani, avere “la possibilità di scostare il velo, di fare un passo oltre il confine che ci separa dalla vita di un’altra creatura”. E poi c’è il fatto che Slavc sia un lupo, il più affascinante, il più misterioso, ma anche il più discusso e il meno facile da amare tra gli animali di oggi e del passato. Dedicarsi a un lupo, diventare lupo, vuol dire fare ingresso nelle paure e nei desideri degli uomini di ieri e di oggi. Il lupo è un simbolo che cammina (e che corre), elegante, sfuggente, inesorabilmente distante dagli esseri umani pur nella prossimità. È questo il motivo per cui “Il lupo solitario” è un libro politico. Scrivere del lupo vuol dire scrivere degli uomini che hanno a che fare con lui, mettendo a nudo le tensioni che percorrono il mondo occidentale.

Perché, nonostante movimenti di ispirazione neonazista – le cui radici risalgono a Rudolph Schenkel che in Studi sulle espressioni dei lupi, formulò la teoria (sbagliata) del lupo “alfa” o a Max von Stephanitz, il creatore del pastore tedesco, espressione di teorie eugenetiche, o allo stesso Hitler per cui il lupo “era tutto ciò che noi non eravamo” – facciano del lupo il “loro animale”, fondamentalmente l’opposizione tra amici e nemici del lupo è uno degli spartiacque tra progressisti e populisti. Opposizione che divide chi è ispirato dai valori ambientalisti da chi si sente ignorato dalle istituzioni, e, sottotraccia, richiama antichi contrasti tra città e campagna, tra masse ed élite.

È a questo livello che Adam Weymouth riesce a evitare di cadere in una scontata e schematica contrapposizione tra buoni e cattivi. Il terreno, come è evidente, è tra i più scivolosi: qualunque parola sbagliata può provocare fiumi di polemiche e di incomprensioni. Ma lo scrittore britannico vuole capire. E, per riuscirci, ha parlato non solo con gli scienziati e gli attivisti che difendono il lupo, ma pure (e soprattutto) con chi ritiene necessario porre un freno alla sua proliferazione. Farsi lupo, osservare il mondo con i suoi occhi, significa anche assumere la prospettiva inversa di chi vede nel lupo la causa di ogni problema. Vuol dire lasciare loro la parola, scoprire fino dove le lamentele abbiano un senso e cercare di mettere a nudo i punti deboli. Ed è solo così che la difesa del lupo, di cui Weymouth si fa carico, diventa viva e smette di essere soltanto uno degli habitus dell’intellighènzia benpensante. Per capire il lupo – e la sua relazione con noi – acquisendo consapevolezza di qualcosa di più grande e complicato ancora, ovvero che a causa della devastazione degli ecosistemi siamo giunti all’orlo delle prospettive distopiche di un mondo post-umano, bisogna svestire l’animale di qualunque sovrastruttura ideologica, da quella dei rudi allevatori che lo demonizzano e da quella degli ambientalisti di città che lo divinizzano. Insomma la “vera sfida” – indubbiamente difficile da reggere per chi è stregato dal fascino di questo animale – è “vedere il lupo per ciò che è”.

Per farlo bisogna guardare indietro. E constatare che la “crociata contro il lupo è stata spietata”: il “mammifero terrestre più diffuso sul pianeta” – qualche decennio fa – è arrivato sull’orlo dell’estinzione. Per portare a compimento l’impresa gli esseri umani hanno dovuto impegnarsi: “Per sradicare da un Paese una specie intera, fino all’ultimo animale”, scrive Weymouth, “servono tenacia, una profonda familiarità con la preda, e, forse, odio”. Certamente l’ignoranza ha avuto il suo peso. Fino alla metà del Novecento, “di questo timidissimo animale si sapeva ancora solo quello che ne scrivevano i bestiari medievali”. I risultati sono stati tragici: “Alla fine della Seconda guerra mondiale, il lupo era completamente scomparso dall’Europa centrale e dalla Scandinavia. Ne rimanevano due piccoli gruppi sugli Appennini, qualcuno nella Penisola Iberica e qualche rimasuglio un po’ più numeroso in Europa orientale”. Pochi esemplari erano presenti negli USA e nelle distese desertiche di Canada e Russia. Poi la rotta ha cambiato direzione. Il lupo ha cominciato a essere tutelato, nell’Unione Europea (quando era ancora CEE) dal 1992. Ma grossa parte del merito ce l’ha il lupo, che si “è arrangiato”, riconquistando spazi senza essere reintrodotto dagli uomini. Oggi si calcola che In Europa ci siano 21.500 lupi e che solo cinque Paesi siano senza lupi: Malta, Cipro, Islanda e Regno Unito. Un contributo – notevole, indiretto e diretto – è stato proprio quello di Slavc. Dopo di lui, il pioniere, i lupi sono ritornati nei paesi che ha attraversato, perlopiù provenienti dall’est europeo, estrema eredità del crollo della cortina di ferro: gran parte dei lupi discendono infatti da quelli russi, “la cui popolazione esplose dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la fine degli abbattimenti gestiti dallo stato”. In Italia – dove Slavc è arrivato all’inizio del 2012, fermandosi sull’altopiano della Lessinia – la crescita del numero dei lupi risale proprio a Slavc: molti esemplari, nell’area alpina, sono i suoi discendenti. Oggi ci sono più lupi in Italia che in qualsiasi altro stato europeo, circa 3300.

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Fotografia di Andrew Ly.

E arriviamo al punto dolente. Il lupo cerca le risorse alimentari in territori dove le prede – a causa degli uomini – sono drasticamente diminuite. Quindi attacca il bestiame. Di qui le lamentele e la richiesta degli allevatori di poter intervenire abbattendo i lupi. Ma l’Unione Europea – che ha a lungo tutelato il lupo come specie in via d’estinzione ma che dallo scorso anno lo ha declassato a specie protetta (si dice anche per via di un mortale attacco di lupo alla pony di Ursula von der Leyen) – ha previsto dei rimborsi per i danni determinati dai lupi a condizione che gli allevatori dimostrino di aver installato delle protezioni per i propri animali. Gli allevatori però non vogliono o dicono di non poter proteggere gli animali in recinti a misura di lupo e, a loro volta, attaccano l’UE per le politiche di tutela di un predatore nocivo e per progetti come il recente “WolfAlps”, che ha l’obiettivo di “migliorare la coesistenza tra lupo ed uomo”. Ed è qui che Weymouth ha notato un aspetto significativo: chi detesta i lupi non sopporta nemmeno l’immigrazione umana. “Ovunque io vada sulle tracce di Slavc”, scrive, “incontrerò sempre questa paura di essere rimpiazzati… Il timore che la purezza dello stile di vita europeo venga contaminata dall’immigrazione”. Insomma i problemi di convivenza con altre specie o altre etnie “finiscono nello stesso calderone delle accuse contro una misteriosa élite globale che vorrebbe rimodellare la società e rimpiazzare gli europei bianchi con i profughi”, strappando “il cuore alla vita di campagna, a ciò che è patriottico e autentico”. Significativamente, in Carinzia, il partito populista FPÖ, che si oppone a qualsiasi misura di protezione del bestiame, si è detto contrario anche alle sanzioni contro la Russia, all’accoglienza di profughi ucraini e ha paragonato la risposta del governo alla pandemia a un sequestro perpetrato da una minoranza ai danni del popolo e del suo corpo, definendo l’Unione Europea “una minaccia alla sovranità nazionale”. Proprio in Carinzia Weymouth ha incrociato le teorie del complotto: il lupo, si ripete, non è arrivato di sua spontanea volontà. La storia di Slavc è un falso, la mappa con le coordinate dei suoi spostamenti è un falso; la verità è che gli scienziati per soldi contrabbandano lupi per l’Europa, importandoli da Romania e Bulgaria, dove vengono allevati. Se non lo si dice apertamente – sostengono gli agricoltori – è perché si ha paura a parlare male dei lupi, come si è avuto paura a farlo per i vaccini anti-Covid. In mancanza di collaborazione da parte dell’autorità, mossi da profonda invidia nei confronti della Svizzera dove alla fine del 2023 “una campagna di abbattimento ha spazzato via cinquanta lupi”, in Austria – dove la prima coppia di lupi ha figliato nel 2016 e ci sono sette branchi in circolazione – si procede con la regola delle quattro S: sehen (trovare), schiessen (sparare), schaufeln (seppellire), schweigen (tacere). I bracconieri usano cartucce corazzate che trafiggono l’animale senza ucciderlo subito, il lupo scappa e, dopo una terribile agonia, muore così lontano che è impossibile collegare chi lo ha ucciso al crimine.

Però la realtà, inevitabilmente, è un’altra. Weymouth sottolinea come, nonostante la ripresa, in Europa il lupo occupi “un territorio dimezzato rispetto all’Ottocento”. I lupi non sono così tanti come si racconta. In Slovenia, su 2 milioni di abitanti, nel 2022 c’erano 135 lupi (e sono state accolte 6618 richieste d’asilo, anche i migranti non sono una marea senza limite). Inoltre “solo un quarto degli europei vive in campagna ed entro il 2030 nell’Unione rimarrà abbandonata un’area rurale estesa quanto l’Italia: dovrebbe esserci più spazio che mai per questi animali”. Quanto è certo è la presenza di una situazione difficile. Ma il declino di alcune aree montane della Slovenia è iniziato ben prima che ritornassero i lupi. L’espansione del capitalismo ha sentenziato la morte del piccolo agricoltore, anche se, indubbiamente, “è più facile sparare a un lupo che al tardo capitalismo o alle politiche agricole comunitarie”. In aggiunta, quanto gli agricoltori non capiscono è che se si spara al lupo poi ne arriva un altro. Uno studio americano lo dimostra. Il perché non è certo, ma “si pensa che un branco indebolito dalla rimozione dei suoi elementi più esperti dipenda in misura non minore ma maggiore dagli animali domestici”. E poi, “se muore la coppia riproduttiva, il branco si divide in unità più piccole, “ciascuna delle quali avrà i suoi cuccioli”: quindi, in definitiva, “sparare ai lupi può incoraggiarli a riprodursi”.

Giocare con l’ancestrale paura del lupo fa però comodo a tanti partiti di destra europei, che hanno scelto di allinearsi alla causa degli agricoltori (il due per cento degli elettori), considerata “un cavallo vincente nella corsa al potere”. Il lupo che torna è il cambiamento che i politici di destra promettono di respingere. Anche se non è vero che non ucciderebbe mai una persona – ma in Europa ci sono state sei aggressioni mortali in un secolo contro i 45 morti provocati dai cani nel 2016 – il lupo scatena “una sorta di furia primitiva e collettiva”. Chi ambisce ad alimentare la paura di essere predati ci trova sempre altamente ricettivi. Non dobbiamo dimenticare che per centinaia di migliaia di anni noi umani siamo state prede.

Ma se non siamo capaci di amare il lupo non è solo per paura. Entrando in una gabbia dove finalmente ha potuto incontrare un lupo (perché il paradosso – apparente – è che non ne incrocia nemmeno uno durante la sua lunga camminata), Weymouth scrive: ”Mi è familiare, ma c’è dell’altro: una selvatichezza misteriosa e senza nome, un lampo negli occhi, l’incapacità di conformarsi ai limiti che il cane si è visto imporre dalla società, al patto con cui abbiamo fatto entrare il cane in casa nostra”. Se si guarda un lupo scopriamo “aspetti di noi stessi che non troviamo in nessun altro animale… (si vedranno) tracce di quello che aspiri ad essere”. Noi esseri umani ci siamo addomesticati da soli e l’addomesticamento ha condotto con sé un “declino della sensibilità ambientale”. Siamo diventati “incapaci di capire il nostro pianeta e non riusciamo a prendercene cura. Forse il lupo “smuove qualcosa in noi proprio per questo”, è “un animale selvatico che si muove nel nostro spazio addomesticato ma resta in sincronia con un ritmo diverso”. “Il lupo ci mostra che cosa eravamo e che cosa abbiamo perso”. Forse per questo lo odiamo. Ma è anche per questo che alcuni sperimentano una reazione opposta. “Mi commuove che in questi boschi (quelli sloveni)”, ammette l’autore, “ci siano grandi vite che non sono la mia… e quando mi chiedono a cosa serva far tornare i lupi, in fondo penso che serva a questo. All’emozione che sto provando adesso”.

Il lupo è “destabilizzante”. “Pretende risposte. Siamo disposti a cedere spazio? A riconoscere che è necessario rischiare? Siamo in grado di reggere il cambiamento? Possiamo concederci di innamorarci ancora del mondo? Se l’idea è quella di mollare almeno un po’ la presa sulla Terra, come dovremmo, è il lupo a chiederci se siamo davvero convinti di riuscirci”. “Non stiamo tornando a un’epoca in cui c’erano i lupi. Stiamo andando verso qualcosa di nuovo che è ancora indeterminato. Ci ritroviamo sull’orlo del disastro, e di certo qui non possiamo rimanere. Quello che il futuro ci riserva è, a seconda, spaventoso o pieno di possibilità: sta a noi fare in modo che si avveri.”

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