Animali che abitano nei libri
Scritto da Muriel Barbery e illustrato da Nicolas Vial, Gli animali letterati (edizioni e/o, con traduzione di Alberto Bracci Testasecca) nel titolo gioca sui due sensi dell’aggettivo “letterati”. A un primo livello, si riferisce alle immagini degli animali, che Vial – sin da piccolo consapevole che in lui abiti “tutto un bestiario” – ha ricavato dagli alfabeti litografati realizzati da suo nonno Henri. Gli animali sono, di fatto, dei capilettera, con il corpo (o il luogo dove trovano ricetto, le scatole dei gatti) fittamente ricoperto di lettere realizzate con una serie di font diversi. Letterati, allora, come “fatti di lettere”. Sul piano narrativo, invece, “letterati” rimanda al desiderio degli animali di scrivere la propria storia, “perché”, come dice il rinoceronte, “gli umani l’hanno scritta male”, o, addirittura, a parere del pappagallo, gliela “hanno sequestrata”. Nel titolo c’è anche un indizio: rivela come è nato il libro. Barbery lo ha scritto a partire dai dipinti di Vial. L’idea è stata quella di dare la parola all’animale raffigurato nell’immagine, mettendolo in relazione con gli altri animali che si succedono sulla scena, in particolare con i gatti, che, sul piano pittorico e narrativo, rivestono il ruolo di disincantati interlocutori e, talvolta, di critici sarcastici del pittore stesso se non riconoscono l’animale raffigurato. Siamo nel pieno della tradizione favolistica, da Esopo a La Fontaine. E anche dal punto di vista grafico Gli animali letterati rientra appieno nel genere, con le grandi tavole a colori che occupano più spazio del testo, ridotto alla rapida successione di battute epigrammatiche con cui si intrecciano le voci animali. Un libro da guardare, sostando a lungo davanti a ciascun animale, come capita con molti libri destinati all’infanzia. Ma si tratta solo della prima reazione, destinata a svanire appena si inizia la lettura. A questi animali infatti tocca un compito moralizzatore diverso da quello abituale, perché il loro “parlamento” ha luogo dopo la scomparsa del genere umano. Gli uomini si sono “volatilizzati”. Quando li troviamo sulla scena, allora, gli animali sono all’anno zero. Hanno la necessità di ripartire, rimettendo le cose a posto.
Ecco che il libro svela la sua vocazione: se le favole nascondono negli animali gli uomini, questa favola si serve dei mezzi umani – il pensiero, la parola – per restituire gli animali a se stessi. A tutti gli effetti, è una favola postumana. Qual è la scoperta, però? Che è difficile tornare ad essere animali senza gli uomini. Alcuni animali – il cane bassotto, il gallo, il gatto, secondo la tigre tutti afflitti dalla “sindrome di Stoccolma” – rimpiangono gli esseri umani, gli mancano i croccantini, le comodità, la reciproca comprensione (“ci capivamo”, “ci guardavamo”, confessa il gatto riferendosi alla sua umana) e qualcuno arriva ad affermare che gli uomini “ci hanno portato la civiltà”. La gran parte continua a perseverare negli schemi tracciati dall’uomo, separando gli animali domestici da quelli selvatici e gli animali nocivi (il cinghiale si autodenuncia) da quelli utili (il gatto lo chiede al serpente: a cosa servi? Mentre il fenicottero lo sa bene di essere “una manna per il turismo”, come il riccio è conscio di avere fatto la fortuna di “certe persone”, alludendo al best seller della Barbery, L’eleganza del riccio). Ci sono specie – i gorilla, gli elefanti, le giraffe, i gatti – che conservano l’abitudine di distinguere se stesse dalle altre, stabilendo una gerarchia sulla base dell’intelligenza o della furbizia o, addirittura, della vicinanza con sapiens. Gli uomini sono ancora nella mente degli animali. Perché altrimenti sarebbe così pervasiva l’idea del coccodrillo che mangiarsi tra animali sia disonorevole? Ed è difficile per gli animali trovare esempi su cui fondare la propria rinascita che non appartengano alla nostra specie: i poeti, i pittori, gli scrittori, come Rilke, Chagall o Giono, a detta della capra, lo sono in positivo, alla pari dei filosofi del resto, mentre i cacciatori e gli “allevamenti intensivi” e i “mattatoi” e le “pelli d’orso” lo sono in negativo. C’è dell’altro, però.
Gli animali sanno che per scrivere la storia di quello che sono realmente e non di quello che gli uomini hanno voluto che fossero, ovvero per rendere evidente, come afferma l’orso, “il mistero che siamo per loro” e tenersi lontano dal “racconto di quello che (gli uomini) sanno di noi”, devono fondarsi – è il pappagallo a dirlo – su un’arte esclusivamente umana, la retorica. Le parole degli animali riusciranno nell’impresa? Non è facile prevederlo, la prima riunione è governata dall’eccitazione e dal caos. Ogni tanto c’è chi si lascia andare, chi fa ricorso a una gelida ironia, chi esprime dubbi sarcastici (“Lo sappiamo fare? Siamo pur sempre bestie”, domanda l’orso); c’è chi – il gufo e il gatto – ha fatto buone letture e sceglie eleganti citazioni per sfatare il mito umano, appoggiandosi (senza dichiararlo) a Spinoza: “L’uomo non è un impero in un impero”, o attingendo (esplicitamente) a Valéry: “L’uomo è un animale prigioniero all’esterno della sua gabbia”; c’è anche chi, come il cavallo, rivela solide conoscenze storiche e capisce perché il mondo sia fatto in un certo modo: “Abbiamo il linguaggio, ma non la parola”, “motivo per cui ci faremo sempre fregare”, “sfruttare”, “ridurre a oggetti”, “tagliare a fettine”; e c’è chi poco si orienta con la filosofia, come la tartaruga che non ha mai capito il paradosso di Zenone. Ma c’è anche chi si interroga su se stesso e si scopre incapace di dire qualcosa su di sé (“non so cosa dire, visto che non so bene cosa sono”, afferma un uccello dalla dubbia identità); e c’è chi, come i topi, diffida dei predatori e, prima di iniziare qualunque lavoro di gruppo, pretende la proclamazione di una tregua. I più convinti – ancora una volta i gatti – sanno però che gli uomini potranno tornare per l’ultima volta utili al loro disegno. In fondo per definire su quali fondamenta impostare la vita che verrà, sarà sufficiente evitare quello che hanno sempre fatto gli esseri umani.
A partire dall’egoismo dello scrittore: gli animali proclamano la fine dell’autorialità. L’opera dovrà essere corale, esito dello slogan “ognuno dice quello che ha da dire”. Ma l’essenziale – il gatto che lo afferma ha la testa in un sacchetto, forse si vergogna? – sarà soprattutto evitare di cadere nell’“arroganza ontologica” degli esseri umani, nella pretesa di sentirsi superiori. Gli animali – almeno quelli qui presenti – sanno che nessuna differenza li ha mai realmente divisi dagli uomini: sensibilità, coscienza, soggettività, empatia – riassume lo squalo – sono comuni a tutti i viventi. E inoltre, sostengono gli elefanti, con gli uomini “abbiamo in comune il gioco”; “la comunicazione”; “la capacità di risolvere problemi complessi” e di riconoscerci allo specchio. Senza dimenticare “l’amore e l’affetto”, ricordano le lepri, e la capacità di fabbricare attrezzi e di adoperarli che hanno i corvi. Non ha allora senso l’idea che, rispetto agli uomini, gli animali siano incapaci di affrontare la vita. A ben vedere, semmai, è vero il contrario, sono gli animali ad essere superiori agli uomini. Chiusi nella convinzione di essere dominanti, ricorda la mucca, non hanno forse gli uomini sottratto agli altri viventi “le qualità di soggetti”, con l’inevitabile conseguenza di “condurli direttamente ai mattatoi di Chicago” (ma “si diventa oggetti pure ad essere infagottati in un cappottino rosa”, sostiene il cane)? E per questo, sottolineano i cammelli, non hanno gli uomini trascurato i loro doveri? Ovvero non hanno smesso “di prendersi cura, rispettare, condividere” e capire che, come dice la vespa, la natura è “un gigantesco equilibrio”? O, proposto in altro modo dall’ibis, è “un tutto al quale nessuna parte sfugge”? Gli animali non lo hanno mai dimenticato. “Siamo in grado di condividere il territorio” e “non provocheremo il surriscaldamento del pianeta”, ribadisce il bisonte. “Non siamo crudeli”, afferma il pinguino, e “ci mangiamo tra di noi senza sconvolgere l’equilibrio naturale”; di conseguenza, conclude la leonessa, “non disconosciamo quello che mangiamo”.
Soprattutto gli animali sono consapevoli che vivere significa amare il luogo dove si è: solo l’orso può descrivere “l’ebbrezza dei torrenti di montagna”; il gufo “la bellezza adamantina della notte”; il cigno, “il silenzio e le acque pure dei laghi selvaggi”; lo struzzo “lo spirito aspro e ammaliante della savana”. Immaginare cosa sarà il “libro corale” degli animali letterati non è facile. Come sarà scritto? Nelle immagini di Vial, l’animale che compare con un libro in mano è solo il gatto, ma è un lettore non uno scrittore. E gli altri? Rimarranno allo stadio embrionale di lettere isolate e sparse, congelati nella loro forma originaria? Come potranno mettere insieme qualche parola? Però forse non è un libro l’oggetto (troppo umano) che racchiuderà la loro storia. Magari è altro che gli animali hanno in mente. Una rana sembra rivelarcelo: “Vogliamo solo incontrarci di quando in quando per continuare il progetto”, “per una nuova responsabilità” e “per dare una nuova opportunità agli insetti, agli uccelli, alle ranocchie carine”, “la lista è lunga, credetemi”. Tutto qui? Non è poco, questo è certo.