Jacques Ellul: il rimosso della tecnica

8 Aprile 2026

Mentre l’intelligenza artificiale dilaga come un dato di fatto, senza alcuna riflessione politica e culturale e senza alcuna decisione democratica, senza che si eserciti alcun principio di precauzione e di responsabilità, diventa ancor più necessario leggere un libro come questo che stiamo introducendo, pubblicato nel 1954 e ripubblicato da poco in italiano. Già, perché decisamente surreale è il nostro rapporto con la tecnica. Noi siamo assolutamente ciechi davanti alla sua essenza e agli effetti di alienazione che produce (la delega che diamo alle macchine e al calcolo senza pensiero è infatti alienazione esistenziale e cognitiva). Un libro utile e necessario perché – come anticipa il suo autore – cerca di produrre invece, “attraverso una analisi globale, una presa di coscienza insieme concreta e di fondo sul fenomeno tecnico nel suo complesso”. Cosa appunto ancora più necessaria nell’oggi digitale rispetto a quegli anni analogici.

Perché alla tecnica e al nuovo che sembra produrre non sappiamo resistere. E negli anni ’90 abbiamo persino creduto che la rete fosse libera e democratica, che le nuove tecnologie ci avrebbero permesso di lavorare meno, che il lavoro pesante e alienante potesse diventare finalmente lavoro creativo e soprattutto cognitivo. È accaduto esattemente il contrario, lavoriamo h 24 e il lavoro cognitivo oggi lo fa l’intelligenza artificiale e noi ci limitiamo a schiacciare un pulsante chiedendo aiuto all’Assistente IA, ma così ancora più alienati di ieri, delegando anche il pensiero e il pensare a una macchina che calcola. Eterogenesi dei fini? No, anche allora nel 1954 – come oggi con l’i.a. – non abbiamo visto e continuiamo a non voler vedere il potere e soprattutto la potenza epistemica della tecnica, che si basa su calcolo, calcolabilità e quantificazione di tutto e di tutti noi ridotti a numeri, necessari per orientare/modellare/standardizzare (oggi diremmo formattare, comunque manipolare), rendendoli meglio prevedibili e pianificabili, i comportamenti umani: a questo servono il Big Data e il capitalismo della sorveglianza che lo produce. Tecnica che si basa sulla razionalizzazione del mondo e della vita (falso, la crisi climatica dimostra che questa razionalità è in realtà irrazionale), sull’efficienza e sull’efficientamento, sugli automatismi macchinici ma soprattutto comportamentali e sulla standardizzazione e l’omologazione/sussunzione degli umani a questa razionalità. E davvero è diventato impossibile immaginare altrimenti da questa razionalità.

Tecnica che è però e soprattutto (ed è ciò che maggiormente non vogliamo vedere) auto-accrescitiva (come il capitalismo, ma distinta dal capitalismo anche se usata abilmente dal capitalismo per i propri profitti economici, sì che l’i.a. non l’ha inventata il capitalismo ma discende appunto dalla razionalità tecno-scientifica basata solo sul calcolo), cioè si accresce in automatico (noi diciamo, causa sui), a prescindere dalla volontà dell’uomo, e quindi è irresponsabile verso il futuro (a parte, per sua essenza, il proprio accrescimento sistemico), sì che “è autonoma dalla morale, cieca verso il futuro ed è dominata dalla causalità” ed è cioè “la combinazione di elementi precedenti a fornire nuovi elementi tecnici” mentre i problemi tecnici devono essere risolti solo con “più tecnica”. Questi sono gli imperativi della società tecnologica-industriale diventata oggi digitale/digitalizzata, la più pervasiva e ontologicamente invasiva che mai si sia realizzata. Cioè totalitaria – “la tecnica non può che essere totalitaria, perché non può essere davvero efficace e scientifica se non assorbe un numero enorme di fenomeni, se non fa entrare nel suo gioco il massimo di dati” – di nuovo, oggi, il Big Data che allora non c’era – così che “per coordinare e sfruttare si deve agire sulle grandi masse, in qualunque campo. E la tecnica tende, in qualunque campo, al monopolio” (non solo il capitalismo) con la concentrazione e centralizzazione monopolistica della proprietà dei mezzi tecnologici di produzione, cioè di connessione e quindi di integrazione di tutti nel tutto tecnico – l’opposto dell’ingenua profezia marxiana del general intellect o del mantra marxista dello sviluppo delle forze produttive capitalistiche per arrivare alla società socialista/regno della libertà.

D’accordo, lo sappiamo, senza la tecnica e le tecnologie l’uomo non vivrebbe né sopravviverebbe. Ha bisogno della tecnica. Quello che non vediamo è che la tecnica di oggi non è la tecnica di ieri (pre-rivoluzione scientifica e poi soprattutto pre-industriale). Crediamo che il nostro pc sia davvero personal/nostro e che si possa usarlo a nostro piacimento (e noi finalmente proprietari del nostro mezzo di produzione), mentre è di proprietà (il suo sistema operativo) di un’impresa privata capitalistica e soprattutto non è una macchina singola nella libera disponibilità dell’uomo, come un tempo, ma è connessa/integrata/convergente con altre macchine (e noi sussunti in esse e con esse, potendo eseguire solo i comandi/dispositivi dettati/permessi dal sistema).

Siamo cioè sussunti/integrati sempre più in una società tecnologica – è il titolo del libro a cui ci stiamo avvicinando, lasciando qualche prima traccia/impronta per chi ci sta leggendo – ma non sappiamo come questa società funzioni e come e perché ci faccia funzionare/vivere in questo modo (lavorare, consumare, divertirci/distrarci, social-izzare, informarci, conoscere, farci monadi digitali senza più un noi condiviso) e non in altri modi: che sarebbero possibili se questa società tecnologica non li ritenesse a priori impossibili, negandoci di fatto ogni libertà di scelta, se non tra ciò che permette/produce il sistema. Cioè ci adattiamo o ci facciamo resilienti all’innovazione tecnica – nuovo nome di quello che un tempo si chiamava Progresso – e resilienti anche ai disastri che produce, vedi crisi climatica, crisi sociale e guerre industrializzate.

Abbiamo forse davvero perso la capacità e la volontà di pensare, immaginare, progettare e lasciamo fare al capitale ma soprattutto alla tecnica, oggi adattandoci anche alla i.a., anzi cercandola con piacere se non con voluttà (ci aiuta – così dice – ma evitandoci di dover/poter pensare; se pensano, gli uomini possono fare errori, la macchina no, questo è efficientamento del sistema), noi feticisti compulsivi o bambini mai cresciuti affascinati di ogni cosa tecnica che sembri nuova anche quando non lo è. Sì, perché anche l’i.a. – come sosteniamo – è taylorismo, questa volta cognitivo, cioè ancora e sempre, come con Taylor, espropriazione scientifica della conoscenza e dell’esperienza umana e loro trasposizione in schemi e in algoritmi/numeri/correlazioni statistiche che devono standardizzare e omologare il pensiero e la vita umana – importante è che gli uomini non pensino (pensare umanamente/umanisticamente, per il sistema tecnico, è appunto una inefficienza), e che invece, restando ignoranti, facciano e producano sempre di più, come sosteneva già Ford introducendo, poco più di cento anni fa, la catena di montaggio, ma lo ha ripetuto recentemente Sam Altman, ceo di OpenAI, affermando che l’intelligenza artificiale serve soprattutto ad aumentare la nostra produttività per il capitale, insieme accrescendo il sistema tecnico.

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E se la tecnica è quanto richiamato sopra – se quindi è sempre essa “a disgregare le forme sociologiche, a demolire le strutture morali, a far esplodere i tabù sociali e religiosi, a dissacrare uomini e cose, riducendo il corpo sociale a un insieme di individui” lasciando tra gli uomini “solo un legame tecnico” (oggi la rete, i social); se è “indifferente a giusto e ingiusto”; se l’uomo non deve essere libero di pensare, ma deve solo calcolare ed essere calcolabile; se la tecnica è centralistica e centralizzatrice/verticistica (sia pure sotto una illusione di libertà e di orizzontalità) – allora essa è in conflitto con la libertà dell’uomo (soprattutto cognitiva, posto che il pensare è anche calcolo, ma non è solo calcolo, che anzi è la negazione del pensiero complesso, come invece accade nella società tecnologica perché “la tecnica è uno strumento di massa, non permette di pensare che per categorie, non ammette casi individuali e le persone non le interessano” e oggi siamo in una digitalizzazione di massa, di monadi massificate); in conflitto con la democrazia (se l’innovazione tecnica, se le norme tecniche si im-pongono appunto come un dato/stato di fatto, allora muore la democrazia che invece si fonda sulla libertà di scegliere dell’uomo e su una progettualità umanistica, mentre “la ragione tecnica è nel nostro tempo la ragione ultima. La nostra democrazia è puramente formale, tenendo tutto ciò che è tecnico lontano dagli elettori”); in conflitto con l’etica, perché il calcolo cerca solo l’esattezza (che deve diventare l’unico vero/episteme) e appunto non valuta (non pensa) se questa sia anche giusta eticamente o socialmente – e “all’idea di giustizia subentra quella di ordine e sicurezza”; per cui è surreale chiedersi se l’i.a. abbia un’etica o si possa darle un’etica – non può averla, per la contraddizione che non lo consente. E in conflitto con la terra (“ogni tecnica tende a coartare la natura e per questo l’artificiale si contrappone al naturale”).

Ed è sull’analisi di questi processi e soprattutto sulla necessità di capire (noi tutti, non i tecnici) cos’è la tecnica moderna e ora iper–moderna che ci porta appunto il libro di cui stiamo scrivendo e da cui abbiamo tratto i virgolettati di cui sopra e quelli seguenti: La società tecnologica. Il rischio del secolo, di Jacques Ellul, uscito in Italia una prima volta nel 1969 e oggi – appunto, in tempi di i.a. – molto intelligentemente pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, con la traduzione di Massimo Parizzi (€ 30.00, ma li vale tutti). Un libro esaustivo, articolato, come si scriveva un tempo – che oggi potrebbe spaventare per il numero di pagine (614) e che invece davvero caldamente suggeriamo e consigliamo se non si vuole restare ancora ciechi (o abbagliati) davanti alla tecnica. Un libro del 1954 ma di una grandissima attualità – primo dei tre libri che Ellul dedicò a una riflessione critica (non certo tecnofobica, ma realistica e documentatissima) sulla tecnica; seguito da Il sistema tecnico, del 1977 (opportunamente tradotto da Jaca Book nel 2009 – forse il suo saggio più importante – a cui ugualmente rimandiamo) e poi da Le Bluff technologique del 1988.

Ma chi era Jacques Ellul (1912-1994), oggi quasi dimenticato, in realtà uno dei grandi – anche se diversi tra loro – filosofi della tecnica della seconda metà del ‘900, con Heidegger, F.G. Jünger, soprattutto Anders, Tilgher, Panzieri, Marcuse, arrivando a Jonas, a Severino, a Galimberti e a Stiegler, per citarne solo alcuni? Sicuramente un pensatore (filosofo, sociologo, ma anche teologo) fuori dagli schemi, libertario, ec-centrico, soprattutto critico – quindi doppiamente necessario, anche o soprattutto oggi quando il pensiero critico e una teoria critica radicale dell’esistente sembrano scomparsi dai radar. Un autore emarginato in Francia (Ellul si dichiarava anarchico e anche anti-sartriano quando Sartre era il baricentro intellettuale dell’epoca), mentre La società tecnologica veniva fatta tradurre in America da Aldous Huxley e vendeva 100mila copie e corsi universitari venivano dedicati al suo pensiero. Tra i suoi altri libri ricordiamo Storia delle istituzioni, Il tradimento dell’Occidente, Anarchia e cristianesimo – e Propaganda, del 1962, recentemente tradotto anche in italiano e attualissimo anche questo.

La tecnica, comunque, è al centro delle riflessioni di Ellul – e tecnica non sono solo le macchine, ma anche il management, il marketing, lo Stato, la scuola e la pedagogia (“abbiamo bisogno di tecnici”), il cinema e la cultura, il tempo (compreso il tempo apparentemente libero) e lo spazio, la propaganda sono tecniche applicate all’uomo per adattarlo alle esigenze della tecnica, e infatti “la parola-chiave delle tecniche umane, quelle applicate all’uomo, è adattamento” e per questo “si devono creare artificialmente le condizioni psicologiche tali che l’uomo possa dare il massimo in guerra come sul lavoro […]; in un mondo in cui la tecnica esige dall’uomo il massimo” questo massimo deve essere attivato e mantenuto e accresciuto grazie alla tecnica umana della psicologia, la cui funzione è sostanzialmente adattare/razionalizzare l’uomo alla razionalità tecnica (e al capitalismo).

Tecnica che ormai è il fattore determinante – è l’a priori – della società, ben più della politica e dell’economia anch’esse sottomesse alla razionalità irrazionale della tecnica. E non esiste più nulla che non sia mediato dalla tecnica, “non esistono più espressioni originali e indipendenti”. Una società tecnologica macchinizzata, matematizzata, razionalizzata – dove possibile è solo ciò che si può fare con la tecnica (“che diventa obbligatorio”) mentre tutto il resto viene rimosso o emarginato. Che fa sua la formula del nazista Goebbels, ricordata da Ellul, cioè “potete cercare liberamente la vostra salvezza, purché nell’ordine sociale non cambi nulla”. Che si auto-accresce, appunto, secondo la propria logica calcolante ed essendo i numeri infiniti (“Il progresso è come i numeri, si può sempre aggiungere 1, non c’è alcun motivo di fermarsi”), anche la tecnica e il suo accrescimento devono essere infiniti; e in quanto auto-accrescitiva/auto-telica non accetta appunto nessun controllo democratico né alcuna etica che la guidi. E quindi “è inutile inveire contro il capitalismo: non è stato il capitalismo a creare questo mondo, ma la macchina”, la tecnica; e la tecnica “deve trasformare in macchina tutto ciò che ancora non lo è”, portando ovunque la sua legge dell’efficacia e dell’efficienza. Tecnica come razionalità che è diventata – come scrive appunto Ellul in questo saggio e come poi svilupperà ulteriormente in Il sistema tecnico e in Il Bluff tecnologico – autonoma dall’uomo, obbedendo a leggi proprie – e noi ad esse. È questo effetto – scriveva Ellul – ciò che ci ostiniamo a non voler vedere, soprattutto (aggiungiamo) mentre oggi giochiamo/lavoriamo con lo smartphone o chiediamo aiuto all’Assistente IA. Leggere oggi questo libro del 1954 – e poi Il sistema tecnico – ci aiuterebbe invece a pensare e a riflettere noi (non l’i.a. e oltre la “pedagogia conformistica della tecnica”) anche sulla società iper-tecnologica di oggi. Perché non si tratta di ripudiare la tecnica, ma di capirne l’essenza.

Certo, seicento pagine possono fare paura (ma sono agili nella lettura), in un mondo dominato dal calcolo e dalla semplificazione. Eppure, sapere aude!, scriveva Kant. E per questo serve pensare, non calcolare. Perché (aggiungiamo in finale) le parole sono meglio, molto meglio, dei numeri. Che si sia d’accordo o meno con Ellul.

In copertina, French sociologist and technology critique Jacques Ellul in his studio in Pessac, France. Photo taken as part of the filming of the documentary "The Betrayal by Technology" by ReRun Productions, Amsterdam, Netherlands.

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