Daniele Gorret e la vitamors
C’è una stazione tra la vita e la morte. È la condizione di “vitamors”, della non più vita o del non ancora morte in cui la mente si affaccia su pensieri e ricordi incontrollati. Cosa riaffiorerà? Quali frammenti del nostro passato? Quali sensazioni? Ma anche: quali microscopici lembi di futuro – brevissimi lampi di un tempo che ormai è quasi del tutto scaduto? È in questo territorio disperante e privo di mappe che si muove Daniele Gorret con la prosa ritmica di Il giorno che morì Ermanno Griot (Edizioni L’Obliquo). Perlustrazione degli ultimi giorni, indagine – accorata – sul percorso verso la fine, il “libretto” si configura come un esercizio del morire, un liminare “apparecchio alla morte”, su cui si distende la decisiva presenza degli animali. Gorret lo struttura ritornando agli ultimi dieci mesi di vita del protagonista. Ma, quando il testo si apre, tutto è già avvenuto: la bara di Ermanno Griot esce di casa tra gli sguardi di tre curiosi. Chi era quest’uomo? Di lui il narratore fornisce informazioni intermittenti, che lo riconducono con evidenza alla fisionomia dell’autore. La prima è indiretta: “griot” è il termine usato dai viaggiatori francesi del XVII secolo per definire i poeti, i cantastorie e i musicisti dell’Africa orientale. Ermanno è dunque uno scrittore? Sicuramente è un solitario, di carattere umbratile. Ha vissuto appartato nel paese alpino dove è nato. Non gli si attribuiscono affetti. Una donna – Ivana – non è riuscita a sposarlo in un tempo lontano e ha continuato a nutrire nei suoi confronti un vendicativo rancore. Nel testo c’è un solo nome di amico, Anselmo, citato due volte.
La madre, che gli capita di cercare svegliandosi di soprassalto durante la notte, è morta da un anno. Labile e fugace è la traccia di un fratello. Dagli altri – i paesani – lo ha separato una risentita insopportazione: non si fatica a intuire che Ermanno non li ha mai tollerati, soprattutto per la loro abitudine di esprimersi per “frasifatte”, sintesi dell’“unico avversario in corpo in testa in bocca della maggior parte” di loro. Alcuni indizi rivelano i gusti letterari: appesa ad una parete c’è una riproduzione del volto di Leopardi; I colloqui di Gozzano sono il suo libro preferito, potente antidoto contro “la stupidità e la presunzione”. Chiuso in sé, Ermanno dà quindi l’impressione di essere sempre stato morto all’idea della vita comunemente intesa, un misantropo separato dal flusso dell’esistenza. Uno, insomma, che la condizione del non vivo sa bene in che cosa consista. La malattia mescola ancora più le carte: in lui si attenua la percezione della “differenza assoluta” tra “la vita e la nonvita”, o di “quella che passa tra uomo e nonumano”, o, ancora, tra il Bene e il Male. Se i confini – nello “scivolamento” verso la fine – si fanno sempre meno delineati, si accentua il qualcosa “di strambo o di demente o di folle” che ad Ermanno dà l’impronta.
Ogni cosa si ingarbuglia e nessuno più sembra in grado di comprenderlo. Tutti, tranne il cane Lillo, il suo esclusivo “affine”, che invece “lo afferrava benissimo il senso del padrone”. Lillo è l’ultimo di una lunga serie di cani che hanno fatto parte della vita di Ermanno: in certi momenti, il suo corpo malato “è traversato a tratti dalla presenza forte dei suoi cani”. Cosa crea un legame così forte? La parola che ricorre è una, la più scontata, a prima vista, nel definire il rapporto tra l’uomo e il cane: fedeltà. Leggendo, si scopre che la fedeltà è qualcosa di vasta portata. In qualche modo è sia la chiave della vita di Ermanno sia il punto d’arrivo del viaggio che sta percorrendo a gran velocità. Cosa significa fedeltà infatti? Innanzitutto “mancanza di calcolo”: il fedele fa quello che “non conviene per nulla”. E non può farne a meno: il ”fedele è destinato”, per cui gli sarà difficile “rifuggire” da sé. Ma non è tutto. Gorret dà una ulteriore definizione, icastica: fedeltà vuol dire “volere intero”. Il fedele è colui che non si accontenta dei frammenti: da qui procede la necessità di stare fermo, di accumulare senza disfare, sfuggendo all’imperativo del cambiamento dominante nel “secolo ventuno”. Non a caso, la stanza che più si addice alla fedeltà è la (crepuscolare) “soffitta semplice e compita, sazia di polvere e di passato”. E quando osserva il ciliegio che si piega verso terra, “come volesse farsi fossa addosso”, è a lui che Ermanno si sente fratello: unito all’albero nel declino e nell’immobilità. Essere fedeli significa ripudiare le svolte, avvolgersi nella vita, “saldo come si fosse nei secoli passati”. In tal senso, la morte non è una sconosciuta: è il tempo della “fedeltà integrale”, il definitivo approdo alla condizione che esclude il mutamento.
Appare evidente perché Ermanno abbia vissuto nella solitudine: lui non ha nulla da spartire con chi è convinto (sono i più) che del vecchio e dei vecchi ci si debba liberare. Il fedele non c’entra con il presente: lo percorre il pudore, un sentimento “che mondo sprezza e oscura”. Vive di ricordi, soprattutto infantili: “a Ermanno moribondo appare spesso il Corriere dei Piccoli”, che leggeva da bambino. La collisione con il mondo è ineluttabile, la direzione delle cose – là fuori – è opposta a quella che lui persegue: “Tutto cospira all’antifedeltà”. Con un’eccezione. I cani sono ancora in grado di dare alla fedeltà il giusto valore. Anzi, i cani sono la fedeltà incarnata. Inevitabilmente l’unica relazione possibile per Ermanno è quella con Lillo, il suo cane di razza indefinita. E a Lillo, “tocca di sentire la vastissima terribile dolcezza” che il padrone gli ha donato. Solo il cane “ha penetrato la fede-coraggio” dell’uomo. Ermanno sa di assomigliargli. E, per paradosso, è da qui che deriva la “frenesia” che lo inquieta e che “fa paura a chi lo guarda”, perché “tutto ciò che superando va al di là” non si addice “all’uomo che è normale”. Essere come un cane, essere cane tra gli uomini, ha il peso di una condanna: lo esclude dai suoi simili. Ma gli offre anche un vantaggio: se la morte deve essere raggiunta (“è opera che richiede costo immenso”), è cioè uno “stare in moto ancora e già fuggir di lato” verso la stasi della fedeltà, allora è importante non camminare da solo. Chi aiuta Ermanno? Non può che essere Lillo, campione “della stirpe dei devoti”, colui che domina cuore e mente del suo padrone: il cane ritrova l’ancestrale ruolo di psicopompo, l’accompagnatore delle anime. Lillo “non potrebbe sopportare di non morire fortissimo anche lui”. È per questa via che tra uomo e animale si opera la fusione perfetta, andando aldilà “d’ogni distinzione di cretini fatta tra Ermanno e lui, voce ed abbaio, pensiero e pensiero, amore e amore”. Nell’irrazionalità delle “cose ultime”, nel “ripudio della ragione”, Lillo e Ermanno sono “trapassati nella bellissima morte dei fedeli”. L’attraversamento diventa riconciliazione: Ermanno benedice il paese dove è nato, i suoi uomini e le sue donne. Si inventa un nuovo modo di morire, “mutar di stato e a modo suo parlare con gioia che promana da tutta la sua vita e va all’incontro di chi l’ha rifuggito”. E così, nell’abbraccio con Lillo, nella ritrovata pace, Ermanno può morire. Nel punto estremo, l’ultima cosa “che vede con i suoi occhi umani” – la “Visione” – è “l’antico quaderno di prima elementare: sono le aste che disegnava sotto la guida della sua maestra e, subito sotto, ritratto di gallina che s’alza, gialla, a salutare il sole”. E, in quel momento, Lillo “è tutto insieme a lui”.