Un altro modo di pensare la giustizia

24 Marzo 2026

«Abbiamo bisogno di un Anti-Alessandro che riannodi il nodo di Gordio, rendendoci di nuovo greci europei», ha scritto Agnes Heller in Tragedia e filosofia. Una storia parallela (Castelvecchi, 2020). La violenza di quel taglio resta prossima ai quadri teorici consolidati dalla nostra tradizione, anche in ambito giuridico: il giudice, incarnazione della giustizia, armata di bilancia e spada, decide cioè alla lettera, recide il nodo del conflitto. Ne deriva un’idea punitiva, se non vendicativa, della giustizia, che si avverte nelle continue (e inefficaci) proposte di aumentare le pene, d’incrementare la presenza delle forze di polizia, o nei proclami “tolleranza zero” e “certezza della pena”. Abbiamo bisogno al contrario di un’idea e di una pratica della giustizia in grado di sciogliere i nodi dei contrasti per riannodarne i fili e ricucire i rapporti lacerati del tessuto sociale. Dagli ultimi decenni del secolo scorso, spesso ispirandosi all’esempio del Sud Africa post-apartheid, si è fatta strada un’idea di giustizia che si spinge oltre la dimensione penale e il sistema carcerario: una Restorative Justice (giustizia riparativa), che mira a proteggere, al di là della logica mimetica dello scontro individuale, la qualità dei rapporti umani nella communitas. La legge 134 del settembre 2021, la cosiddetta riforma Cartabia, porta a compimento un percorso attivato in diversi paesi (una riforma analoga era stata introdotta in Francia nel 2019). La nuova impostazione, opposta e complementare a quella tradizionale, si affida a pratiche di mediazione – già sperimentate nelle carceri, soprattutto minorili, ma anche in ambito scolastico, sanitario, di vicinato, ecc. –, punta alla ricerca comune di soluzioni grazie all’accompagnamento di un terzo, neutro e imparziale. In Un’altra storia inizia qui (Bompiani, 2020), Marta Cartabia (allora Presidente della Corte Costituzionale) e il criminologo Adolfo Ceretti hanno ricordato l’esperienza promossa dal cardinale Martini: il confronto fra parenti delle vittime e responsabili della lotta armata degli “anni di piombo” puntava al “riconoscimento” reciproco, a partire, certo, dal dolore delle vittime, ma evitando che sul reo, chiamato all’assunzione di responsabilità per le conseguenze del suo crimine, cada la bolla dell’esclusione. 


Vi è un modello della mediazione – potremmo dirlo anglosassone o manageriale – che, secondo l’impostazione del problem solving, s’ispira alla teoria della scelta razionale e valuta in termini di costi e benefici: si risolve in una negoziazione, un compromesso che soddisfi le parti, un male minore che si configura come un accordo frutto di mutue concessioni e motivato dalla ricerca del reciproco vantaggio. L’altra prospettiva è la mediazione detta “umanistica” – qualcuno la definisce con buone ragioni “mediterranea” – che si richiama all’altra tradizione dell’Occidente, non tanto quella della Ratio filosofica, bensì a quella della tragedia. A promuoverla è stata soprattutto Jacqueline Morineau, scomparsa nel 2023, le cui proposte (si veda Lo spirito della mediazione, Franco Angeli, 2000) sono state ampiamente riprese in Italia, come ricordano i saggi raccolti in La mediazione umanistica (prefazione di Giovanni Ghibaudi, Franco Angeli, 2026), composti in gran parte da autrici, come Maria Rosa Mondini e Rosalia Donnici, che hanno praticato la mediazione in centri italiani d’avanguardia. La teoria della mediazione non s’impara, bisogna praticarla, cioè viverla, in quanto, nella prospettiva di Morineau, la mediazione è un’esperienza narrativa e dialogica il cui intento è valorizzare i vissuti personali, anche grazie all’incontro con il volto dell’altro. Richiamandosi alle fasi della tragedia, il percorso muove dalla theoria, cioè dalla narrazione dei fatti da parte delle persone in contrasto, e affida alla krisis, intesa come rilettura delle emozioni scatenate dalla tensione conflittuale, il compito di preparare la katarsis, cioè il riconoscimento reciproco della sofferenza. Il mediatore è una sorta di attore, neutrale ma non fuori dal gioco, analogo al coro tragico, assiste ai conflitti che scoppiano fra i personaggi, senza intervenire e coltivando la sospensione del giudizio (epoché); diventa così lo specchio su cui si riflette quel che i confliggenti esprimono, si mantiene, non tanto equidistante, ma equi-prossimo, cioè capace di ascolto attivo o empatico, di uno sguardo che diventa riguardo. Nell’iconografia della tradizione, la Giustizia porta una benda sugli occhi, a indicare la cecità e l’imparzialità di chi “non guarda in faccia nessuno”; impugna la spada calata dall’alto, una richiesta di sottomissione alla Legge che impone la docilità dei corpi. In uno dei saggi della Mediazione umanistica, Claudio Fontana ricorda come queste rappresentazioni, aprano orizzonti di senso, producano effetti sociali cognitivi ed emotivi. La dimensione dell’oralità a cui si richiama una “giustizia accogliente” fa emergere al contrario una metaforica che riconosce la fragilità degli individui e promuove spazi di comunicazione che, al di là del trauma dell’offesa e della sanzione, riannodano la memoria del vissuto e riconfigurano i rapporti con l’altro. 

Nel suo ultimo libro, Sciogliere (Vita e Pensiero 2026, trad. it. di Vincenzo Salvati) – ampliamento di una conferenza tenuta al Senato francese nel dicembre 2024 – François Jullien propone una “piccola filosofia pratica” per l’arte della mediazione, utilizzando la scatola di attrezzi concettuali messa a punto nel lavoro decennale di confronto fra la tradizione culturale dell’Occidente e il pensiero cinese di matrice confuciana. Il suo è un invito ad uscire dalle pieghe delle nostre tradizioni di pensiero, in primo luogo perché il mediatore non obbedisce a quella che, fin dai Greci, viene considerata la condotta più efficace per il nostro intervento sul mondo: non progetta un piano predefinito, uno schema ideale entro cui costringere la situazione ad adeguarsi. Invece della procedura per “modellizzazione” – su cui Jullien si era soffermato in L’invenzione dell’ideale. Platone visto dalla Cina (Medusa, 2011) –, il mediatore dovrà cominciare rilevando quei fattori “circostanziali” che nessun modello può prevedere, cercando di far maturare le propensioni già attive nel “potenziale di situazione”. Non si tratta d’imporre il mio piano e la mia azione al mondo, bensì di avviare una trasformazione silenziosa e progressiva, facendo leva sui fattori propizi in modo da orientare gradualmente la situazione verso la direzione desiderata. Il bravo mediatore, “senza idee” come il saggio confuciano (Il saggio è senza idee, Einaudi, 2002), non proietta sul mondo le sue idee preconcette, non si lascia guidare da norme prefissate; fa in modo che sia l’immanenza della situazione ad agire al suo posto, secondo quell’intelligenza strategica espressa dal principio della tradizione taoista – “non agire in modo che tutto sia fatto” –, che Jullien ha esaminato in Trattato dell’efficacia (Einaudi, 1998). Si tratta in altri termini di assecondare la situazione anziché affrontarla frontalmente, d’inclinarla secondo la pendenza favorevole in modo che gli effetti possano poi scendere da sé. 

A differenza del processo in senso giudiziario dove, operando dall’esterno, il Giudice delibera (nell’etimo torna il latino libra, la bilancia) tra le posizioni in conflitto, la mediazione fa affidamento sulla capacità interna al processo stesso delle cose, s’insinua progressivamente per consentire appunto di procedere, di andare avanti sciogliendo resistenze e posizioni cristallizzate. Poiché ciò che è in gioco in una mediazione non è il colpo secco di una decisione calata dall’alto, ma il graduale e incerto emergere di uno “scioglimento”, Jullien ritiene che, per dare alla mediazione l’opportunità di germogliare, debba trovare spazio il non detto, l’evasivo e perfino l’ambiguo, evitando di precisare e fissare troppo. Invece del faccia a faccia strutturato del tribunale, nel confronto fra le parti in causa sotto l’occhio vigile del Giudice – talmente costitutivo delle procedure dell’Europa, sul modello del Dio supremo che salva e condanna, al punto di pensare un “tribunale” della ragione –, la mediazione opera nella penombra e si affida alla durata, accorda fiducia ai poteri della comunicazione indiretta, obliqua (un tema su cui Jullien si era soffermato in Strategie del senso in Cina e in Grecia, Meltemi, 2004). A partire dai Greci, l’Occidente ha accordato fiducia al potere di dire e di esplicitare, alla forza della parola che ancora si ritrova nella psicoanalisi; le procedure filosofiche, del logos e del dia-logo, sono le stesse su cui si fondano le nostre istituzioni, nella vita politica come nei tribunali. L’intento comune è schierare le argomentazioni una di fronte all’altra, al pari delle falangi militari in vista dello scontro diretto: la speranza socratica (o l’illusione) è che il dialogo porti, non alla vittoria di uno solo, ma di entrambi, produca la con-vinzione, il vincere insieme nella conquista della verità.

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Funzione del Giudice è deliberare in nome appunto della verità: a lui spetta distinguere il vero dal falso, punire chi mente o inganna volendo persuadere, prima di giungere al “verdetto”, al vere-dictum. Giustizia e Verità fin dall’epoca dei Greci procedono di pari passo, nel senso che entrambi, rileva Jullien, si fondano sulla conformità: la Verità è l’adeguatezza fra il discorso e la realtà, il Giudice applica la Legge, mira a coincidere con il Diritto e da tale concordanza trae non solo la propria legittimità, ma anche la propria autorità. Nella mano sinistra della Giustizia ricorre l’immagine della bilancia a rappresentare l’equilibrio da ristabilire fra il crimine e il contrappeso della pena; ma talvolta la mano sinistra è posata sul libro del Codice, richiamo alla centralità delle norme, delle regole che impongono obbedienza. L’arte discreta del Mediatore non s’interroga su chi ha torto e chi ha ragione, mira invece alla “viabilità”, ovvero a far sì che la situazione conflittuale non resti bloccata, ma torni a lasciar intravedere una via (il tao) praticabile. Quel che gli preme non è tanto il rispetto delle regole, che producono una immobilizzazione arbitraria e incapace di sposare il corso del divenire, quando riattivare la regolazione, il buon andamento del processo. Jullien ha ricordato in più occasioni che l’osservanza delle regole del dialogo – l’obbligo di definire per dare un significato univoco alle parole, il divieto di contraddirsi, il dire diretto e chiaro, e non allusivo ed implicito – fonda una comunione d’intenti, la volontà di costruire una base preliminare di accordo comune con l’altro, al fine di procedere verso quella verità che si riconosce dal pubblico consenso. Il dialogo filosofico, come il dibattito in assemblea e il dibattimento in tribunale – le istituzioni della polis greca da cui diciamo che è sorta la nostra democrazia –, chiama la verità ad esporsi nel faccia a faccia fra le parti in causa.

È questo spazio comune di discussione che la Cina ha ignorato, non ultima delle ragioni del suo mancato approdo alla democrazia. Confucio, in quelli che impropriamente chiamiamo Dialoghi, può esprimersi in modo contrario sulla stessa questione, fornire risponde diverse a seconda dell’interlocutore e del momento che quest’ultimo attraversa per giungere alla saggezza. La parola di Confucio è evolutiva, non cerca la verità (nozione ignota alla Cina antica), ma la congruenza, mira a indicare e fornire indizi, rispondendo al bisogno dell’interlocutore in quella specifica circostanza. Il saggio cinese non vuole discutere, non chiede che gli si muovano obiezioni, evita il confronto: si tiene nella posizione del perno – il cardine che consente alla porta di girare, il vuoto al centro del mozzo che consente alla ruota di spostarsi –; resta disponibile, al fine di “lasciar passare”, si conforma (correndo però il rischio del conformismo e della connivenza) con l’infinita variazione delle cose, cercando di tenersi in sintonia con l’evoluzione in corso. Un tema che si accentua nel pensiero taoista, come attesta lo Zhuangzi: il linguaggio (e la ragione che di esso si serve) si mostra incapace di avere presa sulla realtà, in quanto opera distinzioni arbitrarie e artificiali, e dunque il dialogo risulta inutile per mancanza di un criterio di giudizio condiviso. In analogia alla figura del Saggio, Jullien sostiene che la virtù principale del Mediatore non sia l’imparzialità del Giudice, ma la “disponibilità”: essere in grado di aderire all’una come all’altra parte, non equi-distante, ma equi-partecipe o equi-prossimo, come dicono spesso i testi della Mediazione. Il compito che gli è proprio consiste nell’attesa paziente che conduca a individuare, all’interno della situazione, quel primo filo da tirare per cominciare a sciogliere il nodo. In tal senso, anche lo psicoanalista è un mediatore, non tra due persone, bensì tra il paziente e lui stesso, è il Terzo che può consentire di districare matasse che si sono fatte troppo ingarbugliate. Lo psicoanalista, scriveva Freud – Jullien lo ricorda in Cinque concetti proposti alla psicoanalisi (La Scuola, 2014) –, è chiamato a una “attenzione uniformemente fluttuante” o “sospesa in modo eguale”. Mentre il Giudice deve essere “freddo” e neutrale, al punto di annullare ogni richiamo affettivo, il Mediatore è “insapore” (Elogio dell’insapore, Cortina, 1999), fa il vuoto in se stesso per aderire al meglio all’avvento delle differenze, pronto ad accogliere le potenzialità in gioco. Mentre il Giudice, la cui bilancia non dovrebbe pendere da nessuna parte, sta nel “giusto mezzo”, il Mediatore, invece, evolve tra i due opposti a seconda delle sollecitazioni del momento: il suo (non)-luogo è il “tra”, il vuoto che opera lasciando passare, dove si apre il passaggio verso il possibile scioglimento della controversia.

È per questo, sostiene Jullien, che la divergenza fra le parti non andrebbe pensata in termini di differenza, nozione che chiude sterilmente ognuno nella sua identità e isola su fronti opposti. Meglio privilegiare la prospettiva dello scarto che non istituisce una distinzione, bensì apre una distanza che tiene in tensione: mantenendo attivamente l’altro in vista, la relazione resta dinamica, fa cioè emergere il tra da cui la mediazione può transitare lasciando affiorare un comune condiviso. La mediazione può così operare attraverso una “de-coincidenza” rispetto alle posizioni consolidate, rimettere in moto la situazione che si è bloccata; è il principio che Jullien ha indicato come proprio del vivere in Il gioco dell’esistenza. De-coincidenza e libertà (Feltrinelli, 2019). Al pari dello psicoanalista chiamato a far de-coincidere il paziente dalla fissazione traumatica, di cui soffre ma a cui rimane legato, compito del Mediatore è sollecitare ciascuna delle parti a scostarsi dalla propria adeguazione, a dis-aderire da quanto ognuna giudica il proprio “buon” diritto. L’arte della mediazione è in tal senso un’arte discreta della “fessurazione”: mira ad aprire un varco nella corazza sotto la quale ciascuna delle parti si protegge e si giustifica, innesca un processo in modo che si dischiuda un margine di manovra: dal tra interattivo può allora emergere un possibile aperto ai contendenti, un com-possibile, in cui ciascuna delle parti può trovare motivo di soddisfazione, perché vi si manifesta un orizzonte di futuro che da sola non avrebbe potuto concepire.

È questa la logica che Jullien propone, nel finale di Sciogliere, anche in merito alle minacce che l’Europa, sorta de-coincidendo dai nazionalismi che l’avevano lacerata, incontra oggi, stretta fra le mire espansive di nuovi Imperi. È lo scarto fra i Paesi europei a costituirne la ricchezza, a cominciare dalla diversità delle lingue e delle storie: invece di cercare di forgiare e fissare una “identità culturale” europea, riducendo la molteplicità delle sue risorse sotto una standardizzazione forzata, l’Europa può riaprire il suo futuro grazie alla funzione attiva del tra, sfuggendo alla sterilità e precarietà dei compromessi. Abbiamo smarrito l’ideale dell’Unione europea sognando di poterne definire l’identità, in cerca di “radici” cristiane o greche: ma ciò che fa l’Europa è proprio il fatto di essere al tempo stesso cristiana e laica, di essersi sviluppata nello scarto tra la ragione e la religione, tra la fede e i Lumi, nella tensione che ha ravvivato entrambi. Quando si ripiegano sulle proprie differenze e si compiacciono di quella che ritengono la propria essenza, le civiltà trasformano i propri valori in frontiere, pronte a escludere gli altri; la legittima esortazione al dia-logo – sempre ricordando che esso è una risorsa promossa dall’Occidente – deve giocare appunto sul dia che in greco esprime al tempo stesso lo scarto e l’attraversamento. Per sfuggire al narcisismo delle differenze che si richiude gelosamente su identità immaginarie, occorre affidarsi agli scarti che fanno uscire individui e culture dai solchi già tracciati, per giungere alla condivisione di quanto è comune: com-munis, dove munus (obbligo) implica la reciprocità nel dono.   

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