Yves Citton. Mitocrazia

Mitopoiesi, mitodinamica e mitocrazia

Al centro del discorso sta il rapporto tra mito e politica, che è fondativo della dimensione del politico stesso e che si rivela sempre più attuale in anni di attività politica mediatizzata, spettacolare e 'liquida'.
Nelle società contemporanee lo spazio pubblico è stato egemonizzato da una civiltà delle immagini di derivazione televisiva, e via via digitali, multimediali e transmediali, capace di mettere in crisi una consolidata tradizione di pensiero critico. In Italia, la cui crisi politica può essere pienamente spiegata da vent'anni di mitologia berlusconiana trionfante (farsesca versione di quella neoliberale) che hanno oscurato nel senso comune oltre cento anni di epos dell'emancipazione legata al movimento operaio e sindacale. […] In ogni caso, anche in Europa, è in gioco la questione della legittimazione delle democrazie moderne con i suoi diversi addentellati, che siano la crisi della sinistra o il dominio della destra. Il problema principale rimane il fatto che se da un lato è  necessaria la critica di un modo di comunicare autoritario e ideologico, incantatorio e mitologico quale è la narrazione ‘di destra’, neoconservatrice e neoliberale, continua a mancare una narrazione nuova ed autentica che possa definirsi ‘di sinistra’ e che possa realizzare e attualizzare l'emancipazione e il riscatto per un'ampia comunità di soggetti, all'interno di un progetto di utopia.
[...] Un discorso in cui è facile perdersi e di cui il libro di Citton appare come una mirabile disamina, capace di condensare agilmente decenni di riflessioni prodotte all'interno della sinistra critica contemporanea.

 

Se il mito e la cultura di destra sorgono dentro le stesse logiche sacralizzanti fin dall'età moderna e sono destinati a un sodalizio continuo per la forma del loro linguaggio stereotipante e monumentale, la stessa sinistra nelle sue peggiori manifestazioni storiche, come il Diamat e il culto stalinista, si è trasformata in una dogmatica repressiva o all'altro estremo nel vacuo estetismo che produce le icone di Che-Guevara e le grandi kermesse canore del Primo maggio.

 

La svolta sociocostruttivista delle scienze sociali ha mostrato che le identità politiche, sociali e culturali si costruiscono attraverso diverse narrazioni mitologiche, serie testuali e immaginali che determinano e consolidano le memorie culturali e le strutture connettive dei gruppi umani determinando «immaginario sociale» (Castoriadis), la rete simbolica in cui si radicano atti individuali e collettivi nella loro relazione con la significatività. Da un lato dunque il mito è forma di dominazione, come lo studio dei totalitarismi e poi la critica delle democrazie post-moderne e populiste hanno messo in luce; dall'altro continua ad apparire come strumento di critica, progresso ed emancipazione, invocato dalla crisi del significato collettivo, poiché del mito si scopre il valore di legittimazione quando questo viene meno.

 

 

 

Su queste premesse si inserisce Citton, che [...] sintetizza i risultati più interessanti del dibattito francese mettendo al centro del suo discorso la lettura recente di Spinoza, il pensatore classico moderno che per primo ha affermato che ogni potere emana dalla moltitudine e che tutte le società si basano sull'immaginazione politica. Un mito politico è tale non solo per il contenuto della storia che narra, ma per il fatto che questa narrazione è performativa e coagulante, che è condivisa da un gruppo e che fornisce significatività alle condizioni politiche, cioè alle condizioni relative al conflitto per la distribuzione del potere e delle risorse.

 

A fianco all'asse teorico dell'immanenza e del materialismo antropologico si ritrova quello legato all'opera di Foucault, il classico contemporaneo che ha permesso di riformulare una teoria del potere, oltre e accanto a quelle liberali e marxiste. Nel moderno il potere si esercita in istituzioni disciplinari che hanno un «potere di normalizzazione» e di «naturalizzazione» della realtà, lavora in modo «microfisico» permeando ogni piega della società. Esso si incarna dunque non tanto nei simboli e nei grandi eventi dell'uso pubblico e del monopolio legittimo della violenza (come in Weber) quanto in una miriade reticolare di campi di forze in tensione che coinvolge tutti gli individui all'interno di più meccanismi impersonali, per indicare i quali viene usato il termine «dispositivi». [...]

 

Sui Jianguo

 

Sintetizza Citton: «Se l'espressione "pensare il potere" ha un senso, questo è precisamente quello di pensare all'intreccio intricato delle meta-condotte (strategiche) che inducono le nostre condotte». I racconti in cui siamo avviluppati nella nostra esistenza quotidiana avvengono all'interno di una vera e propria «scenarizzazione»: «raccontare una storia a qualcuno non implica solo articolare determinate rappresentazioni d'azione seguendo una specifica successione, ma comporta anche "condurre le condotte" di chi ascolta, a seconda dell'inclinazione conferita alle articolazioni e alle concatenazioni. Mettendo in scena le trame dei personaggi (fittizi) del mio racconto, contribuisco - in maniera più o meno efficace, più o meno incisiva - a scenarizzare il comportamento delle persone (reali) cui rivolgo il mio racconto».

 

La riflessione sul potere diventa una riflessione sul «potere di scenarizzazione» e si situa all'incrocio tra antropologia, sociologia, narratologia e semiotica: «passare dalla problematica della narrazione a quella della scenarizzazione significa chiedersi in che modo - attraverso quali strutture della comunicazione e con quali effetti possibili - una storia possa coinvolgere un pubblico e orientarne i futuri comportamenti». Nell'analisi di Citton «un racconto costituisce un marchingegno per catturare (...) desideri e (...) convinzioni». Simile a una macchina da guerra o teatrale, lo storytelling è un meccanismo operativo e strategico che, in quanto struttura di integrazione dell'individuo in un sistema culturale ed economico, è essenzialmente donazione di senso. I suoi prodotti, i racconti, orientano desideri e convinzioni –  comportamenti, azioni, condotte –, all'interno di una economia degli affetti che è snodo decisivo del potere nelle società del controllo, un potere che prende l'aspetto di un «Nuovo ordine narrativo» realizzato dall'«immenso cumulo di racconti che le società moderne producono».

 

Attraverso la costruzione linguistica e visiva dell’immaginario sociale l’ideologia dominante si esercita anche quando non mostra contenuti apertamente ideologici. Un'industria culturale ormai sovrapposta completamente al potere globale nelle sue forme sempre più accessibili e semplificate continua a essere nella società contemporanea uno dei principali fattori di fabbricazione dei “miti” nei quali ai suoi membri è dato di rispecchiarsi. Citton fornisce la formulazione aggiornata e uno sguardo di insieme di un dibattito teorico che troppo spesso si ferma agli anni Ottanta, di estrema utilità tanto allo studioso di mitologie contemporanee quanto al militante di sinistra. Come le mitologie fasciste e nazionaliste sono state il correlato alla spersonalizzazione della massa, il linguaggio dell’intrattenimento e dell’immaginario hollywoodiano, quello televisivo delle soap opera e dei talk show, dei telegiornali della sera e dell'intimità esposta nei social network sono il codice adatto alla dimensione pubblica della società di massa e dello spettacolo nelle sue mutazioni contemporanee.
Lo storytelling è il potere di oggi, o quantomeno uno dei suoi aspetti cruciali considerato che Citton per primo ci ricorda che il Soft Power non potrà mai sostituire l'Hard Power che lo fonda.

 

Estratto dalla postfazione

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