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Appunti sulla crisi

Le idee riproposte da Naomi Klein in un articolo dell’8 maggio su Intercept, dove avverte che quello che abbiamo di fronte con questa pandemia è la grande opportunità che hanno i giganti della tecnologia di subentrare allo stato, diventando erogatori di sistemi sanitari, mediatori del sistema educativo, occupando di fatto il luogo tra società e risorse che è delle istituzioni, hanno le loro radici in un pensiero che si è sviluppato in gran parte nella cultura francese e italiana degli ultimi cinquant’anni. Naomi Klein cita lo stato di eccezione ma si potrebbe dire che oltre ad Agamben ci sono nel suo articolo Deleuze e Guattari, Negri e Hardt, Foucault, in una critica del capitalismo che si è sviluppata in Europa a partire dal ‘68. 

Le conclusioni di Naomi Klein sono devastanti, perché è vero che la battaglia che si combatte a forza di mascherine, ventilatori e vaccini, non è che uno scaldarsi i muscoli da parte dei giganti del Big-Pharma, pronti a sbarazzarsi dei competitori, delle regole del gioco, per un dominio assoluto del mercato mondiale della salute. Così come le tecnologie che abbiamo tutti adottato per insegnare a distanza e per lavorare, hanno di fatto introdotto in modo obbligatorio, nella vita di tutti, dei nuovi attori. Ci si può iscrivere o non iscriversi a Facebook, ma Zoom, Microsoft Team, Google Hangout sono diventati di fatto fornitori di servizi indispensabili. 

 

Ma facciamo un passo indietro per capire qual è lo scenario che ci si apre davanti e da dove viene. L’idea principale usata da Naomi Klein viene dal lavoro di Giorgio Agamben, e cioè che lo stato non si poggia sulle sue leggi quanto sullo stato di eccezione, e cioè la sospensione delle leggi. 

Una delle influenze più belle nel pensiero di Agamben viene da Gilles Deleuze. Da lì discende l’idea del contesto in cui queste trasformazioni avvengono, la deterritorializzazione, che venne introdotta nell’Antiedipo, scritto a quattro mani con Felix Guattari, e che mi ricordo faticavo a capire allora, mentre mi sembra oggi assolutamente evidente. 

Siamo di fronte a una riorganizzazione delle società avanzate che vede dissolversi gli stati nazione a favore di un non-territorio sovranazionale. Questa riorganizzazione non è il progetto di qualcuno, avviene perché i flussi di informazioni, commerciali e umani si sono moltiplicati in modo esponenziale. Soprattutto flussi di informazioni, che hanno reso straordinariamente potenti le tecnologie che li permettono. Questo è il territorio (ma appunto non è un territorio, è il suo contrario) dell’impero, come lo hanno poi chiamato anche Negri e Hardt. Quello che chiamiamo globalizzazione, che non è un luogo o un periodo, è più astratto. È lo svanire del territorio.

 

Basta vedere come si muovono i grandi attori di questa trasformazione, da Amazon a Google a Microsoft a Apple. Potrebbero mai avere dei confini?

Tuttavia non bisogna concepire queste grandi corporazioni come l’altra parte. Troppo facile e piuttosto miope, perché i veri attori, come ci ha insegnato Foucault con l’idea del potere molecolare, sono diffusi nelle società, sono gli individui. Siamo tutti noi. Avere risentimento verso i miliardari per molti è inevitabile, ma non spiega dove siamo. Ognuno di noi, da chi affitti una stanza con airbnb a chi compri o venda su Amazon, è azionista di questo sistema. Anche quando non ne è consapevole, perché tutti i fondi pensioni, le attività bancarie, incrementano la fittissima rete di scambi. Questo è il territorio non-territorio, e pone grandi problemi di governance. Le amministrazioni che tentano di controllarli di fatto falliscono, non solo oggi di fronte alla pandemia ma anche prima, perché vengono risucchiati su un piano in cui è l’idea stessa di stato ad essere diventata porosa fin quasi a dissolversi. Informazioni ed economia non sono più all’interno di nessun territorio, lo attraversano e lo polverizzano. Questa è la Brexit, che come l’America di Trump è paradossalmente una nostalgica rivendicazione di confini e identità ma al tempo stesso si appella al libero mercato, che è proprio quello che questi confini li abolisce. 

In questa assenza di territorio il potere si sposta ormai da vent’anni verso oriente, lo capiamo da come reagisce Trump. 

 

 

Quasi simmetricamente, un’enorme quantità di denaro si è accumulata, per evadere i controlli fiscali, in qualche isoletta dei Caraibi, tanto che a volte mi chiedo, quasi in un sogno, quanto sarebbe meraviglioso se tutti i soldi della terra, delle mafie e dei corrotti, degli speculatori e dei vincitori di lotterie, finissero davvero lì, e noi nel resto del mondo fossimo liberi di ricominciare a vivere insieme senza denaro, scambiandoci quel che ci serve, abitando il post-capitalismo. Non accadrà, lo so, è un sogno. Ma è questa latitanza della liquidità che ha dato spazio alle tendenze oblique come quella dei sovranismi, che semplicemente non son in grado di governare le tendenze che sto descrivendo. Pare parlino un’altra lingua e non è un caso che gli interlocutori e i modelli che si sono scelti siano paesi economicamente arretrati.

 

In questo non-territorio la politica tradizionale non esprime più parti di società, riflette nel campo legislativo interessi di grandi corporazioni. Non è che non esistano destra o sinistra, è che nella loro funzione amministrativa qualunque partito politico viene formato dagli interessi di questo non-territorio, qualunque sia la sua ideologia. Hitler, reagendo al comunismo, nel famoso discorso con cui celebrava la vittoria elettorale del ’33, diceva che lui aveva deciso fin dall’inizio che il partito nazista avrebbe avuto una vera ideologia. Oggi le ideologie sono molto meno professate e, quando lo sono, vengono immediatamente percepite come ideologiche, in senso dispregiativo, cioè non pragmatiche e definite da preconcetti. 

 

A decidere sono fortissimi interessi finanziari, in grado di determinare effetti in tutti noi. Sono i cosiddetti poteri forti, che è una tautologia perché ogni potere è forte quanto gli riesce. Sono i grandi gruppi economici, acefali, che rispondono a un’unica logica interna, che è quella di accrescere la propria ricchezza. Sono mostri che devono e possono solo crescere, altrimenti crollano e vengono inghiottiti da un altro potere analogo. Ma soprattutto, ed è questa la cattiva notizia, siamo noi consumatori/produttori di informazioni, lavoro e vita, che li nutriamo. Quella che pensiamo come vita reale svanisce nella rete di transazioni sempre più astratte, dove si compra e vende il futuro, che in fondo è simile alle indulgenze che si vendevano a Roma e che faceva tanto infuriare Lutero. 

Per questa ragione la politica sembra impazzita e siamo costantemente bombardati da propaganda e sondaggi, perché siamo noi la vera borsa, il nostro consenso è centrale. Quello elettorale, che elegge amministratori della parte politica di questo non-territorio e li brucia rapidamente, ma soprattutto il consenso di abitudini, consumi, tendenze. Un mondo immateriale. 

 

La tendenza monopolistica delle grandi corporazioni non costituisce, come immaginavano le BR seguendo Marx, un sistema. Al contrario, tende a un’anarchia che dissolve leggi, barriere, stati. 

Da Negri ad Agamben, da Foucault a Deleuze fino a Bifo, che ha scritto cose bellissime in queste settimane, fino all’articolo di Naomi Klein, queste cose si esprimono in una radicalità che non ha rappresentanza politica e non può più essere politica, se mai lo è stata, proprio perché la politica è l’altra cosa, gli interessi. La Klein scrive cose che abbiamo tutti nel cuore, più scuole e spazi per i bambini, più assistenza medica. A me viene da dire, che è quello che penso fin da quando ero ragazzo, più amore per gli altri e più umanità. A volte, disastrosamente, l’intelligenza di queste persone cerca di abitare i rivolgimenti politici e di solito si sbaglia. È sempre stato così. Certamente tutti i miei migliori amici si sono sbagliati tante volte, come mi sbaglio spesso anche io. Non sono predicatori, non cercano seguaci. Ma le belle cose che scrivono fanno sempre pensare, anche se non sono la politica, offrono un’intelligenza che cerca di leggere cosa accade, di abitarlo, di segnalare come fa la Klein un mondo che alla fine siamo noi, e proprio per questo sappiamo che è un mondo pieno di errori e ingiustizie, in cui cerchiamo di aggiustare, con la nostra umanità, i disastri di cui siamo corresponsabili. Come dice meravigliosamente Hermann Melville per bocca del padre Mapple in Moby Dick: Gioia, un’altissima gioia nel cuore, a colui che contro gli dei e i comandanti orgogliosi di questa terra sempre oppone la propria persona inesorabile.

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Naomi Klein.