Bijan Zarmandili e il suo Iran

La prima domanda che ho fatto a Bijan Zarmandili al caffè di un bar in campo Santa Maria Formosa, mezz’ora dopo il suo arrivo col treno, è stata di chi fossero gli occhi di Parviz. La sua risposta fu silenziosa, un sorriso rapido e nostalgico. Alcune sue domande e alcune sue risposte erano così.  Bijan ci ha lasciati ieri, restano gli occhi di Parviz, vivissimi.

Bijan Zarmandili era uno scrittore e un giornalista con uno sguardo attento sulla guerra ma anche sulla pace: un autore che nei suoi romanzi ha narrato i conflitti da dentro, dal punto di vista dei singoli protagonisti della storia, e nei suoi articoli ha sempre guardato alla politica mediorientale e alla Storia.

Nato a Teheran ed esiliato a Roma negli anni ’60, la sua firma ci ha accompagnato per molti anni nei giornali del gruppo Espresso-Repubblica e nei romanzi usciti per Feltrinelli, Cooper e Nottetempo. Un punto di vista importante sulla letteratura che nasce da temi come i conflitti interni o tra paesi: perché spesso ha indagato e scandagliato gli animi a cui è negata la pace.

Bijan era anche un appassionato delle storie d’amore, ogni suo romanzo ne contiene una se non di più; storie di amore ma anche di affetti forti, indissolubili: compaiono nonni e nipoti che anche nello scomparire delle generazioni ancora rimandano pensieri e ricordi.

La storia dell’Iran e dell’Italia, e dunque di tutto il mondo, le storie di amore e di affetti, le persone che vivono la storia nella loro storia e l’immigrazione in questo ultimo cinquantennio sfociano nella sua scrittura mettendo in rilievo la sua piega malinconica per il valore civile, quel valore civile che in ogni suo romanzo Bijan ha temuto in via di estinzione.

Dei suoi romanzi mi aveva scritto “Sono per la maggior parte dei romanzi politici, ma anche delle storie di donne e di uomini che, ciascuno con peculiarità proprie, sono strettamente legati alla realtà odierna. Lo shahid de Il cuore del nemico è una figura emblematica dell’attualità, forse è la figura più tragica dei nostri tempi: una vittima che nello stesso tempo è un carnefice, un folle che racchiude in sé tutta la pazzia della nostra epoca; con Zahra, la protagonista di La casa di Monirrieh, ho invece raccontato un paese complesso come l’Iran, una società antica, segnata dalle tradizioni e dalla cultura della religione islamica; Parviz e Maryam, i due giovani iraniani del romanzo L’estate è crudele, hanno poi rappresentato la generazione che ha preceduto quella coinvolta nel terrorismo e che ritroviamo ora nelle rivolte nel Maghreb e nel mondo arabo”.

Ritorno allora a Parviz, ricerco i suoi occhi tra le righe di L’estate è crudele, uscito per Feltrinelli per 2007, di cui è protagonista. Il romanzo si apre con gli occhi di Keivan, un ragazzo iraniano che in epoca moderna passa per Roma con negli occhi la Roma di suo padre, la Roma che il nonno gli racconta ancora, la Roma meravigliosa dell’incontro e dell’amore dei suoi genitori, la Roma delle manifestazioni e della speranza. Ma ciò che vede è molto distante da ciò che gli è giunto da altri occhi e ripensa a suo padre, Parviz, che negli anni Sessanta era in quella città favolosa con altri studenti iraniani. Parviz e Maryam erano studenti e si innamorarono manifestando contro lo scià in una Roma splendida e piena di genti da ogni dove; verranno richiamati in patria ma faranno strade diverse e clandestine fino a rincontrarsi nel loro paese stritolato dal regime: la fede politica li unirà sempre più in quell’estate crudele, crudelissima. Da questo romanzo, forte e duro, spicca una donna: Maryam, che rappresenta la parte femminile iraniana che ha partecipato con grande intensità in Iran alla lotta politica, lei è il ruolo importante delle donne iraniane nella società reale. Maryam incarna la fede politica nel quotidiano senza mai perdere la sua vita romantica, la speranza e la passione per l’amore e i sentimenti, così spesso trascurati dalle cronache.

Zarmandili non si è fermato a questi aspetti del passato ma ha avuto la necessità di dare un punto di vista nel presente attraverso Keivan, il figlio, testimone diretto delle tragedie del suo paese e che ne vive le conseguenze. Parviz figlio di quella educazione sentimentale e portavoce contemporaneo dell’assenza, la grande assenza dei genitori propri e dei genitori di quella generazione di passioni politiche che sono costate la vita.

 

 

Il primo romanzo di Zarmandili, La grande casa di Monirrieh, uscito nel 2004 per Feltrinelli, è una storia d’amore e di vita anche qui raccontata da una figlia. La protagonista è Zahra, donna silenziosa e tenace, che sta morendo in una Teheran di fine anni Ottanta. Sarà la figlia a raccontare cosa accadde 40 anni prima a marchiare per sempre la madre nella sua lotta quotidiana, una madre che si era data fuoco per testimoniare il suo legame fortissimo con la vita.

Nel 2009 esce Il cuore del nemico, per Cooper, un’altra storia d’amore fortissima calata nel contemporaneo in cui spicca come protagonista Anna, donna determinata a cambiare gli eventi a qualunque costo, e uno shahid, un martire addestrato per sacrificare la propria vita. La vicenda si svolge in un’isola, un luogo di attesa e di attese, dove i silenzi sono insieme alla vegetazione i personaggi più rumorosi. Questa storia amorosa, per certi versi disperata, porta il lettore, riga dopo riga, a deporre ogni normale resistenza e a iniziare a chiedersi chi sia il nemico, chi sia la vittima e da dove inizi tanta sofferenza.

I primi due romanzi usciti per Nottetempo, I demoni nel deserto, 2011, e Vieni a trovarmi Simone Signoret, 2013, sono quasi totalmente ambientati in Iran attraverso personaggi silenziosi che cercano di ricostruire la loro vita dopo avvenimenti tragici. Sono storie d’amore che si perdono e rinforzano tra le macerie di un paese afflitto dal regime.

Sarà l’ultimo romanzo di Bijan uscito nel 2016 per Nottetempo, Storia di Sima a sorprendere il lettore con una ambientazione quasi totalmente romana in epoca contemporanea. Ma in questa storia a ben vedere i fili sono gli stessi con cui Bijan ha mosso tutti i suoi personaggi fino a qui. Sima è figlia affettiva di quell’Iran tragico e doloroso dello scià, Sima potrebbe essere, e forse lo è, figlia di un ormai disincantato Keivan; potrebbe essere anche una nipote di Zahra, di cui però ha declinato diversamente la tenacia combattiva. Sima è la storia della moglie iraniana di un romano borghese: una donna considerata da tutti solitaria ed eccentrica e lasciata nel suo limbo di demoni senza una parola di troppo che la salvi da tanto silenzio. È la storia dell’indifferenza umana, non dell’accettazione ma dall’ignoranza di chi non è in linea con gli altri, è la storia di chi viene lasciato esistere all’interno di un campo visivo a patto che non esprima la propria diversità. È la storia di una donna che finché è riuscita a tenere a bada i proprio demoni è rimasta, poi quando i demoni hanno preso il sopravvento si è sottratta alla società. Non è la storia di una donna che ha fatto perdere le sue tracce, quanto quella di una donna delle cui tracce la società civile ha preferito disinteressarsi.

 

Da La grande casa di Monirrieh a Storia di Sima” i romanzi di Bijan Zarmandili sono grandi storie d’amore, storie d’amore per un’altra persona, per i diritti, per il paese, per la vita, per il rispetto. Sono grandi atti di silenzio in un mondo che fa troppo rumore, un silenzio che esplode in immagini dalle pagine dei suoi libri. Sono storie di donne forti e resilienti, che hanno attraversato la vita facendo nel loro quotidiano combattere la storia. Sono la storia dei paesi e dei popoli, delle fughe e della speranza. Sono la storia di uno scrittore e giornalista che ascoltava e rispondeva nel silenzio, che guardava e sentiva. Di quello scrittore che venne pieno di entusiasmo alla notte bianca di Ca’ Foscari nel 2007 e alle 3 del mattino in un’aula gremita di ragazzi iniziò ad ascoltarli, ad ascoltare le loro domande e poi a raccontare il suo Iran, la sua Italia. Un uomo che non ha mai perso la speranza, e che, quando gli chiesi “La letteratura può aiutare la pace?”, stette in silenzio un poco e poi mi rispose: “Può senz’altro contribuire a una maggiore coscienza e conoscenza della pace. La cultura nel suo significato più vasto resta un eccellente antidoto alla violenza, all’ingiustizia e alla sopraffazione. Per questo gli uomini politici e i leader scarsamente colti, privi di cultura, sono pericolosi.”

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