Precisi, pressappoco

Un giorno, nell’afa agostana, in piscina un bambino in groppa al padre, il braccio teso verso il cielo, gridava: “Alla ricaricaaa!”. In casa il piccino sente evidentemente più spesso parlare di ricarica che di carica militare. Da qui il suo gustoso umorismo involontario. Essendo la sua esperienza del mondo ancora approssimativa lui usa le parole per imitazione, quel suono gli pareva quello più adatto a sferrare un duro attacco all’esercito suo nemico. Il fatto è che, purtroppo, l’approssimazione nell’uso del linguaggio non è un appannaggio dei bambini, ma un patrimonio negativo e consolidato della società adulta. Ed è un indicatore assai rivelatore di un più generale comportamento.

 

Quando si parla del più e del meno si vaga senza orientamento tra un tema e un altro, un navigare in mare aperto senza rotta. Può essere una sana attività a cui spesso ci dedichiamo, un riposo, una pausa dalle tensioni quotidiane, un aperitivo tra amici. Winnicott lo definiva uno stato di “funzionamento al minimo della personalità non integrata” (Gioco e realtà, Armando Editore 1990, p.104). Tuttavia se il “procedere vago” dell’aperitivo è un ingrediente dell’aperitivo stesso, nelle altre “scene” dell’esistenza la vaghezza può diventare un nemico: se si è approssimativi si è incerti, grossolani, pressappochisti. Senza precisione si mancano i risultati, le decisioni non si prendono, una fidanzata ti molla, un figlio ti colpevolizza, un genitore ti gira le spalle. La precisione è una necessità positiva, costruttiva con cui tu poni te stesso nel mondo. L’approssimazione può essere un atto protettivo, di fuga, di difesa, ma può diventare un’irresponsabilità, una vigliaccheria cioè una reazione di fragilità, di subordinazione.

 

Arrivare in ritardo a un appuntamento di lavoro penso sia una delle forme più “alte” di approssimazione. O ci sono ragioni oggettive che ti hanno impedito di essere puntuale (e mettiamoci pure tra queste anche l’“atto mancato”) o quel ritardo è la forma più sfacciata di menefreghismo e di irresponsabilità. I guai seri talvolta nascono proprio da un simile gesto. Eppure questo è un evento che rientra pienamente nella vita ordinaria. Le sfumature saranno diverse, ma non cambia la sostanza: arrivare in ritardo significa vivere nell’approssimazione, nel pressappoco. La giornata è disseminata di approssimazioni, nei rapporti tra le persone, nella condivisione di norme, e delle stesse leggi, eccome. Alzi la mano chi, prima di firmare, legge tutto il testo (il mio è un librino di 60 pagine) del contratto di assicurazione della propria auto che la compagnia gli consegna. Ognuno di noi segue sui quotidiani certi filoni tematici, sa molto di determinate questioni, ma del resto, di tutto il resto, ha solo visioni parziali, opinioni più-o-meno, impressioni. Basta solo accennare ai populismi politici fatti di rozzezza di idee (il nazionalismo su tutte) per evocare scenari nei quali chi non ha strumenti critici si acclimata facilmente in un placido degenerare. L’approssimazione è la cifra delle nostre giornate, questo è. E molte volte noi stessi ne siamo gli artefici: relazioni e verbali buttati là, pratiche trascurate, lezioni improvvisate, avvisi ritardati, telefonate dimenticate, diagnosi affrettate, progetti ancora da presentare, esami abborracciati preparati su libri di cui non si sa nemmeno l’autore. E avanti con un elenco davvero infinito. Sono sempre drammaticamente divertenti le serie di immagini delle aberrazioni architettoniche sparse nel mondo (un esempio su una photogallery di Repubblica.it dal titolo Quel piccolo dettaglio che disturba), o, senza andare lontano, delle opere pubbliche italiane incompiute/abbandonate offerte con frequenza insistente dalla rete. Tutte azioni scaturite da un atteggiamento cialtrone, cioè approssimativo verso la realtà. (Un tema a sé stante è quello della negligenza, che rimane una brutta bestia di cui le persone hanno sempre precise responsabilità: credo che fare malamente una cosa non abbia niente a che vedere con il non farla o farla coscientemente male.)

 

Per contro, da quando viviamo nel “tempo del mercante”, scandito dall’ontologia dell’orologio, la precisione è la pulsione fondamentale della nostra società. Nonostante le nostre più strenue resistenze “approssimative”, ciò che ci governa è la precisione. Non si deve essere approssimativi quando si compone il codice PIN della nostra carta di credito e il numero di telefono della fidanzata, o quando si sorpassa in autostrada, o si deve innescare un sistema d’allarme, o compilare il modulo di domanda di accesso a un concorso: è un imperativo. Con una mano siamo approssimativi, con l’altra precisissimi. Un libro è un oggetto preciso; uno smartphone è il trionfo della esattezza progettuale di chi lo costruisce. E su su fino agli shuttle della N.A.S.A. e a Stefano Bollani.

 

Il cuore della nostra vita quotidiana funziona tra la contrazione sistolica della precisione, che ci chiede un massimo di concentrazione, e il rilassamento diastolico dell’approssimazione, che ci lascia riposare prima di una nuova contrazione. Naturalmente dipende dalle diverse situazioni se prevalgono le sistole o le diastole, ma sicuramente tutti dobbiamo confrontarci con questa ritmica. La stessa vecchiaia vi si sottomette: con l’età si rilascia la prensilità sul mondo, per svariate ragioni si “torna” a una fase di approssimazione, simile a quella del bimbo in piscina, che gradualmente, e si spera lentamente, prepara al congedo finale. Ancora una volta un “rilassamento” prima della “contrazione” conclusiva. Questa ritmica è lo sfondo nel quale noi agiamo; ed è qui che emergono le armonie o disarmonie di cui spesso non abbiamo una giusta percezione. I problemi nascono quando l’approssimazione si sovrappone alla precisione. Una trasforma l’altra e la rovina. Pietro Barbetta insiste sulla sciagurata condotta di tv e giornali che, pur avendo il compito di creare l'opinione pubblica generale, oggi si comportano come mai e pubblicano «cose che un tempo incuriosivano solo “Gente” e “Novella duemila”» (Donne, acido muriatico e altre cose pericolose, doppiozero 21 agosto 2015).

 

Forse di veramente preciso c’è solo la morte, perché la precisione nella vita è sempre instabile e relativa. Una grande melma di vissuti e conoscenze con immerso un grande mestolo che gira in eterno, e poi all’improvviso da quella melma, in virtù di una forza che tu non vedi, guizza fuori, formata e rassodata, un’idea, l’appiglio cruciale a cui poi si possono agganciare le catene – o le reti – connettive dei concetti. È il raggiungimento di una certa verità (relativa). È quando tutto (un tutto relativo) si tiene. Finalmente. In quel momento si conquista una precisione. Che nasce dalla taglio netto di un flusso di pensiero. Dal momento in cui si decide di fermare quel flusso e preciderlo, appunto, stabilendo che quella sia un’acquisizione, un passo avanti. Così camminano gli uomini. Cercando la precisione. E lo sanno bene artisti e letterati che conquistano il testo vagando prima e definendo poi una forma. A questo proposito rimane essenziale la lezione americana di Italo Calvino sull’Esattezza: sulla precisione della vaghezza leopardiana, sulla predilezione per il cristallo, figura emblematica con cui si manifesta l’esattezza, una perfezione che nasce e cresce in modo simile a quello degli esseri biologici più elementari costituendo così “un ponte” tra il mondo minerale e l’irregolare materia vivente.

 

A fronte delle potenzialità pressoché smisurate della precisione tecnico-scientifica e della cultura generale acquisita, noi ci troviamo a combattere contro una dilagante approssimazione, alimentata da fenomeni troppo grandi per poter essere controllati dagli individui. I “fattori di approssimazione” sono molti, tutti ben concimati dalla visione “in soggettiva” (un libro sulla nostra società contemporanea così lo intitolerei) che gli individui privilegiano sempre più nel valutare il mondo. “Per me è così” vuole dire “per quel che conviene a me personalmente” e non “secondo la mia opinione tra altre”. Si è passati, come se niente fosse, dalla generalità alla genericità per giungere alla conclusione che l’unica cosa che conta è la mia pellaccia di singolo. L’approssimazione si genera nei giovani perché, dice Zygmunt Bauman, «a differenza di ciò che accadeva ai loro genitori e ai loro nonni, educati durante la fase “solida” della modernità, oggi non ci sono codici di comportamento durevoli o autorevoli abbinabili alle scelte raccomandate, e tali da guidare il giovane lungo un percorso sicuro dopo che ha fatto la sua scelta» (lezione magistrale al Festival èStoria di Gorizia del 22 maggio 2015). Ci sarà mica qualche nesso con la ricerca di “extasis” dei ragazzi nel fine settimana?

 

Poi c’è il regno dell’immagine (“oggetto di ignara acquiescenza” per Roberto Calasso), territorio abitato dall’homo videns, dove internet e tv “cancellano concetti” (Giovanni Sartori, tra molto altro, in La corsa verso il nulla. Dieci lezioni sulla nostra società in pericolo, Mondadori 2015), rendendo l’esperienza sempre più sdrucciolevole e sfuggente.

 

Ora, come diceva Marcuse, in una società in cui «la dattilografa si trucca e si veste in modo altrettanto attraente della figlia del padrone», a fronte del disgregarsi di categorie socio-politiche, degli istituti sociali, dello scontro al ribasso di civiltà (IS…) e dell’espandersi entropico della massa di informazioni circolanti (per informazioni qui intendo tutti i contenuti scambiati tra gli individui nella rete, imbecillità compresa, per dirla à la Eco), è ragionevole pensare che gli atti di approssimazione stiano aumentando? Che la precisione rischi di ridursi a una esclusiva di pochi molto istruiti e molto colti e molto ricchi? E se il pressappoco dei più diventasse il tumore, l’“anarchia cellulare” del nostro vecchio occidente?

 

Guido Mazzoni nel suo I destini generali (Laterza 2015, libro ingiustamente accusato di inconcludenza in un mondo in cui di conclusioni è ben difficile trarne), focalizzando gli elementi disgregativi e mutazionali del Western Way Of Life, mi pare che vada in questa direzione: «Per un verso, la politica è uscita definitivamente dal novero delle forze che possono dare un senso alla vita (la media quotidianità occidentale è compiutamente impolitica); per un altro, nella vita ordinaria si è aperto un conflitto fra i valori del privato che presuppongono legami e un edonismo privo di vincoli. È questo l’orizzonte etico in cui i più si muovono oggi» (p.42).

 

Siccome siamo dionisiaci ma anche apollinei, l’approssimazione ci appartiene tanto quanto la precisione. Precisi, pressappoco. Ma come per la buona cucina credo sia una questione di materiali e dosaggi: meglio che l’approssimazione sia misurata e senza sciatteria, magari piena di senso dell’umorismo, e la precisione consapevole del proprio carico morale. Montaigne diceva che l'educazione umanistica «non ci ha insegnato a seguire e ad abbracciare la virtù e la prudenza, ma ce ne ha impartite le radici grammaticali e le etimologie; noi sappiamo declinare la virtù, ma non amarla». Forse qui sta il nodo, sapere le cose non basta, la precisione bisogna amarla.

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